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AJ Soares verso l'Hellas Verona?
Scritto il 2014-12-15 da Giacomo Costa su Calciomercato
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AJ Soares ha finito, almeno per adesso, la sua avventura nella Major League Soccer. Da free agent e con un passaporto italiano in mano le offerte dall'Europa non sarebbero mancate, non a caso ne è arrivata una proprio dal nostro paese.

Secondo Jimmy Conrad (ex calciatore USA) Soares sarebbe stato acquistato dall'Hellas Verona.

Il difensore centrale  è nato nel 1988 in California e gioca nella MLS dal 2011. Prima di essere selezionato al SuperDraft ha frequentato la University of California, Berkeley. Nel campionato statunitense conta 106 partite. Buon centrale che non si è mai fatto notare particolarmente, reduce sicuramente dalla miglior stagione della sua carriera. Mai convocato in Nazionale.

Questo è sicuramente il momento giusto per un salto in Serie A che potrebbe anche aprirgli le porte della Nazionale se dovesse confermarsi a Verona.

Secondo Ives Galarcep di SBI Soccer l'affare sarebbe concluso.

Photo by Trevor Ruszkowski/USA TODAY Sports

La sfida che New York si appresta a vivere dal 2015 è un qualcosa di anomalo e difficile da vedere anche in altre parti del mondo dove il calcio è lo sport sovrano, perché solitamente sono due le squadre che si contendono i tifosi di una città, a volte alla pari come a Milano, a volte con spiegamenti di forze in campo differenti come a Torino, ma oltre Londra che annovera quasi venti compagini di qui cinque in EPL sono pochi gli esempi di città con più di due squadre, almeno in Europa, perché in Sudamerica città come Rio, San Paolo, Buenos Aires, Montevideo e Bogotà, per tacer delle altre contano una squadra per quartiere. In Europa questo si vede a Rotterdam, dove a parte il celeberrimo Feyenoord esistono anche l’Excelsior e lo storico Sparta Rotterdam, da qualche anno caduto in seconda divisione, e a Madrid oltre Real Madrid ed Atletico esiste anche il Rayo Vallejano che dopo anni di divisioni inferiori è tornato ai piani alti della liga, e se vogliamo possiamo sommare alle tre squadre anche il Getafe, squadra della provincia. A Lisbona oltre lo storico Benfica de Lisboa e il meno fortunato Sporting esiste anche il Belenenses, chiamato così perchè del quartiere di Belem, ma salvo alcuni exploit è una compagine minoritaria che lotta per non retrocedere. A New York invece, quello che sta per verificarsi è uno scontro tra titani, ovvero un’inedita sfida a tre tra New York Red Bulls, New York Cosmos e New York City F.C. Sebbene il sistema sportivo americano sia molto diverso da quello europeo e non solo e non prevede promozioni e retrocessioni   la sfida si combatte ugualmente senza esclusione di colpi nel tipico stile americano ed il confronto è su altri livelli senza tralasciare comunque quello agonistico (nella scorsa US Open Cup  gli attuali Cosmos, militanti nella Nasl, che a dispetto del nome è una seconda divisione, hanno tranciato i New York Red Bulls, che a parte l’assenza di Henry vantavano in campo la quasi totalità dei titolari, per 3-0). La posta in gioco in questione è alta e per i New York Cosmos vincerla è fondamentale per la sopravvivenza della squadra stessa, che dopo l’euforia della prima stagione culminata con la conquista di un titolo nazionale al primo colpo dopo un sonno durato quasi tre decadi hanno avuto invece una stagione altalenante finita con l’eliminazione in semifinale ad opera dei San Antonio Scorpions lauratisi poi campioni Nasl 2014. Ma, a parte le prestazioni in campo, gli infortuni, le delusioni di alcuni nuovi acquisti, quello che ha preoccupato di più la società ed i tifosi è stato il crollo dell’affluenza diminuita del 29% e il quasi totale oblio dei media dopo i tre anni che hanno fatto seguito alla gestazione della nuova squadra passata poi di mano da Kemsley e Byrne agli arabi della Sela Sport. Almeno in questo avvio di stagione, sono proprio i Cosmos  che si stanno preparando meglio alle imminenti sfide della stagione 2015 sia dal punto di vista tecnico che da quello del marketing e pubbliche relazioni, fondamentali negli Usa se si vuole restare al passo coi tempi. In più a differenza di New York City F.C. e New York Red Bulls, i Cosmos rappresentano un marchio storico americano e soprattutto newyorkese e merita più delle altre due sfidanti il titolo ed il blasone di squadra storica ed autentica della grande mela. I New York Red Bulls, un tempo Metrostars, sono stati comprati dalla Red Bull Gmbh nel 2006 ma per la multinazionale del drink energetico non sono stati altro che uno dei tanti veicoli per poter propagandare e pubblicizzare il proprio prodotto, e non rappresentano nemmeno un asset prioritario per la casa madre austriaca, alcune voci danno i Red Bulls al ventesimo posto circa in ordine di importanza, tanto da far trapelare la notizia che la squadra sarebbe in vendita. Se questo sia vero o meno lo si vedrà nei prossimi mesi, però è un dato di fatto che nel quartier generale austriaco non si sono mai veramente preoccupati dell’andamento della squadra, era soltanto importante e “cool” avere una squadra nella città più trendy del mondo come avamposto per espandere il mercato nord americano, ma la pratica è stata sempre svolta più o meno in maniera pressappochista, non discostandosi dalle precedenti gestioni e bruciando come in passato risorse, giocatori, dirigenti ed allenatori come legna da ardere. D’altronde la Red Bull Gmbh si fa pubblicità grazie alla Formula Uno tramite le scuderie Red Bull e Toro Rosso, sponsorizzando molti eventi di sport estremi come il bungee jumping, ed è proprietaria di due club di hockey su ghiaccio in Austria e Germania, rispettivamente a Salisburgo e Monaco di Baviera. Calcisticamente parlando la prima mossa della multinazionale di Dietrich Maeschitz è stata quella di comprare l’Austria Salisburgo e cambiarne nome e colori, mossa contestata al punto che una frangia ribelle di tifosi ha fondato una nuova squadra con vecchio nome e colori attualmente militante nella serie C austriaca. Nel frattempo però in Germania è stato fondato il RB Leipzig, partito dalle serie inferiori ed attualmente nella serie B tedesca e tra le candidate alla promozione in Bundesliga. La consorella teutonica ha avuto però qualche problema per via della legislazione locale che vieta di chiamare le squadre con marchi a scopo pubblicitario e impone agli investitori stranieri un socio nazionale che abbia in mano una parte consistente del pacchetto, così la società ha dovuto cedere quasi la metà delle proprie azioni ad investitori locali ed ha ribattezzato la squadra Rasen Ball Leipzig. In Brasile i Touros Vermelhos, così viene chiamata la squadra brasiliana della Red Bull, sono stati promossi nella prima divisione del campionato paulista,mentre in Africa il Red Bull Ghana, pur essendo nella prima divisione nazionale non brilla per andamento in campionato, forse anche la consociata africana è solo un modo per promuovere il soft drink a base di taurina nei paesi in via di sviluppo e formare giocatori da vendere alle grandi del calcio. L’attuale situazione dei Red Bull è di totale incertezza dopo l’abbandono del GM Andy Roxburgh, già ct della Scozia a Italia ’90, la perdita del fuoriclasse francese Thierry Henry che ha lasciato la grande mela con l’intenzione di appendere gli scarpini al chiodo ma con quest’ultima non ancora del tutto confermata, la notizia che Steve Gerrard, stella del Liverpool in procinto di lasciare la EPL, non si accaserà in New Jersey (perché a dispetto del nome i Red Bulls giocano ad Harrison nel vicino New Jersey) bensì ai Los Angeles Galaxy,  che già annoverano l’attaccante irlandese Robby Keane, ex di Inter e Liverpool, ed hanno scritto nel recente passato pagine di gloria grazie a David Beckham, ( dopo i primi due anni un pò stentati  ed un libro che ne metteva in dubbio l’impatto che la sua venuta negli Usa aveva creato all’interno del movimento calcistico Usa),che durante la sua permanenza ha fatto vincere al club losangelino due MLS Cup ed un Supporters’ Shield, bottino che avrebbe potuto essere più pingue se la finale MLS disputatasi a Seattle nel 2009 non avesse visto prevalere i Real Salt Lake e se i disastrosi Galaxy del 2007 avessero vinto la finale di Superliga che ha invece visto alzare il trofeo ai messicani del Pachuca, ma coi se e i ma non si va da nessuna parte. Resta il fatto che oltre a non aver vinto la MLS Cup e la US Open Cup nemmeno nel 2014 ed aver perso Henry senza, almeno per ora, trovare un degno sostituto, la base dei tifosi, che già disincantati per via dell’ennesima stagione amara e le incertezze sul futuro hanno anche dovuto ingoiare il rospo della messa alla porta dell’allenatore Mike Petke, allenatore in seconda finito in prima linea per mancanza di volontari che volessero rischiare la faccia e il prestigio sulla panchina più rovente d’America che è stato però l’unico a far vincere ai New York Red Bulls un trofeo ufficiale, ovvero il Supporters’ Shield nella stagione 2013 e che quest’anno, nonostante i capricci di Henry ed un andamento altalenante è comunque arrivato alle finali di conference. Al suo posto è stato nominato il suo assistente Jesse Marsch, in passato allenatore in seconda della nazionale Usa con Bob Bradley e che a livello professionale può vantare solo l’annata del 2012 sulla panchina dei Montreal Impact con un ruolino di marcia tutt’altro che brillante. A New York hanno fallito allenatori del calibro di Firmani, che benissimo aveva fatto coi Cosmos, Milutinovic, l’uomo dei miracoli di Usa ’94, il brasiliano Parreira, già campione del mondo con la sua nazionale, il portoghese Carlos Queiroz ed anche l’americano Bruce Arena, che bene sta facendo ai Los Angeles Galaxy coi quali ha vinto tre MLS Cup in quattro anni. Piuttosto di prendere un allenatore senza una vera esperienza professionale sarebbe stato più giusto lasciare Petke al suo posto, e questa mossa per molti sbagliata inciderà non poco sul morale dei tifosi e al botteghino, dove senza un progetto ben definito ed un designated player di rilievo sarà molto difficile aumentare abbonamenti e presenze alla Red Bull Arena, e a meno di cambiamenti repentini e clamorosi ci si aspetta un sensibile calo. La franchigia di proprietà dei New York Yankees ma soprattutto dello sceicco Mansour denominata New York City F.C. sui quali Don Garber aveva scommesso molto erano partiti a razzo con una campagna di marketing a dir poco faraonica ma proprio pochi giorni fa il progetto ha cominciato a mostrare delle evidenti crepe che minano non solo la credibilità dello stesso ma dell’intera MLS.  Nel 2013 il commissioner della lega Don Garber aveva annunciato ufficialmente che la ventesima squadra della MLS si sarebbe chiamata New York City F.C. di proprietà all’80% del City Football Group e al 20% dei New York Yankees,  per la modica cifra di cento milioni di presidenti morti. L’annuncio ufficiale, presentato da Garber in pompa magna, aveva già fatto storcere il naso a buona parte dei puristi del soccer Usa, alcuni dei quali perché avrebbero voluto vedere nella MLS i Cosmos, altri invece dubbiosi sulla serietà del progetto in quanto la neonata franchigia nasceva priva di stadio di proprietà, perplessità aumentate dopo il naufragio dei progetti di costruzione di un soccer specific stadium nel Corona Park e successivamente nel Bronx, ma la proprietà degli Yankees ci ha messo una pezza essendo proprietaria dello Yankee Stadium facendo si che quella che viene chiamata da molti appassionati di soccer “Manchester Light” in tono canzonatorio trovasse una casa provvisoria per i primi tre anni di vita. A difesa del New York City si può dire che lo Yankee Stadium ha di recente ospitato più di un’amichevole estiva organizzata dalla S.U.M., il braccio organizzativo della Major League Soccer, e in passato anche i Cosmos vi avevano alloggiato nella stagione NASL 1976, e parlando di MLS New York non sarebbe l’unica squadra a non giocare in uno stadio per il calcio visto che New England e Seattle giocano in impianti progettati per il football quali il Gillette Stadium ed il Century Link Field perché le squadre sono di proprietà degli stessi consorzi di Seattle Seahawks e New England Patriots. Viene però da chiedersi perché allora la franchigia di Miami capitanata dall’ex giocatore David Beckham è tenuta in standby per l’impossibilità di reperire in tempo breve area ed autorizzazioni per uno stadio, il che fa pensare all’antico detto a chi figli e a chi figliastri, gettando un’ulteriore ombra sulla credibilità della lega. Credibilità che proprio in questi giorni è messa a dura prova dalla notizia ufficiale che Frank Lampard, già stella del Chelsea e usato come testimonial per la faraonica campagna di lancio della nuova franchigia, non sarà presente a New York prima di maggio, saltando così parte della stagione MLS. Se dal punto di vista tecnico pochi mesi di ritardo non sono un gap immenso da colmare, specie per un fuoriclasse di tale nome, questo fulmine a ciel sereno mette a nudo alcune scomode verità, ovvero che la Major League Soccer, nonostante i progressi finanziari, organizzativi e sportivi è considerata, anche per snobismo e stereotipi sugli americani e il soccer quello che i tabloid inglesi chiamarono al tempo dello sbarco di Beckham ai Galaxy “il campionato di Topolino”. Facendo un parallelo con lo slittamento nel 2010 del ritorno di Becks negli Usa quando fu dato in prestito al Milan, oggi come allora si denota una debolezza della MLS incapace di far rispettare i patti alle stelle ed ai club stranieri, che in un paese che sprizza orgoglio nazionale da tutti i pori può significare l’etichetta di “loser” stampata addosso, per la gioia di giornalisti come Jim Rome e non solo che potrebbero così tornare ad attaccare mediaticamente il soccer facendogli perdere la credibilità acquisita faticosamente nell’ultimo ventennio. Un altro dato preoccupante e da non trascurare, è che così come i Red Bulls, anche il New York City F.C. nasce fondamentalmente per pubblicizzare un “global brand”, ovverosia quello del Manchester City. L’unica differenza tra i due marchi è che uno rappresenta una squadra di calcio e l’altro un soft drink, ma le modalità di comportamento delle due franchigie è quasi speculare. In più la squadra di New York di proprietà degli inglesi servirà da vivaio agli inglesi del City così come il Melbourne City oltre ad essere un ottimo escamotage per evitare il fair play finanziario imposto dall’UEFA. Infine, notando che sia lo sponsor che il colore e design del kit dei giocatori New York City sono uguali, emblema a parte emblema e sponsor tecnico, viene da pensare al recente esperimento dei Chivas Usa, falliti miseramente ed in perenne crisi di pubblico e risultati, così come nelle serie inferiori gli esperimenti ancora più fallimentari ed effimeri di California Victory e Cristal Palace Baltimore. Certamente la disponibilità economica dello sceicco Mansour e l’organizzazone del City Football Group faranno in modo che il valore espresso in campo sia di alta qualità, ma a fronte di quanto espresso in precedenza, unito allo snobismo dei newyorkesi in materia di soccer, il buon gioco in campo e la presenza di campioni blasonati potrebbero non bastare. In questo panorama di ombre, incertezze e perplessità la squadra che sembra invece affrontare il futuro in maniera positiva e col migliore progetto sembrano essere i New York Cosmos della Nasl. Sebbene anche essa di proprietà di una società non americana, la franchigia Nasl della grande mela vanta comunque un passato radicato nella storia della città e della nazione grazie ai suoi fasti degli anni ’70 e delle amichevoli di lusso che più di una volta videro la squadra al tempo di proprietà della Warner Bros ben figurare e a volte dare lezioni di calcio ai blasonati club europei e sudamericani. In più, grazie a quei tour mondiali promossi al tempo dal tycoon Steve Ross e la presenza di stelle come Pelé ma anche Chinaglia, Beckenbauer, Carlos Alberto, Steve Hunt, Dennis Tuehart, Dave Clemens, i sudamericani Mifflin, Romero, Cabanas, gli olandesi Neeskens e Rijsbergen, il metronomo del centrocampo Vladislav Bogicevic denominato il maestro di Belgrado, ma anche gli americani Werner Roth, Bobby Smith, Shep Messing, Ricky Davis e Steve Moyers, i Cosmos sono  un global brand made in Usa e con una storia alle spalle, cosa che in un paese con poco più di due secoli di vita conta molto. In più, parlando del presente, vincendo Soccer Bowl 2013 dopo pochi mesi dall’esordio la squadra attualmente allenata dal italo-venezuelano Joe Savarese ha oscurato il Supporters’ Shield dei Red Bulls vinto lo stesso anno dopo ben diciotto campionati, e dopo l’annata amara appena conclusasi si presentano ai nastri di partenza molto rivoluzionati mostrando soprattutto il fuoriclasse spagnolo fresco d’acquisto Raul, già di Real Madrid e Schalcke 04. I Cosmos a differenza dei Red Bulls hanno già il loro marquee player, e non è il solo, e al contrario di Lampard scenderà il campo fin dalla prima giornata. Raul non è il solo giocatore di classe internazionale presente in rosa, con lui brilla a centrocampo l’ex compagno di nazionale Marcos Senna, già del Villareal, l’ex nazionale Usa Dennis Szetela, lo spagnolo ex Sporting Gijon Ayoze, alcuni buoni giocatori con un passato alle spalle in MLS come Hunter Freeman, Carlos Mendes e il neo acquisto Adam Moffatt, e giovani di belle speranze quali Lucky Mkosana e il salvadoregno Andre Flores. In più si mormora dell’arrivo del centrocampista cileno Jaime Valdés, già di Fiorentina e Parma ed ora in forza al Colo-Colo di Santiago, ma indipendentemente dal suo arrivo, i Cosmos appaiono tra le tre compagini ad essere i più preparati ed organizzati, ma tra pochi mesi sia MLS che Nasl si avvieranno ai nastri di partenza della stagione 2015, e i pronostici lasceranno spazio ai risultati, chi la spunterà?

Calcio - Socceritalia

Pubblichiamo di seguito un articolo di Enrico Sisti - bella penna, di solito - pubblicato oggi da Repubblica. A leggerlo i nostri quattro lettori potranno rendersi conto della quantità di stereotipi ed errori che lo stesso contiene. Non una novità per la stampa italiana che parla del calcio USA, né tanto meno per Repubblica, dove evidentemente per scrivere un articolo di costume in pochi minuti non prestano attenzione alla realtà. Ma una telefonata no? Sicuramente il calcio USA e la MLS presentano ancora molti limiti - anche a causa di una lega "chiusa" (peraltro sogno da anni di tanti nostri dirigenti), che però consente stabilità e profitti - e una certa immaturità (la lega esiste solo dal 1996 del resto), ma da un giornale di livello come Repubblica ci si aspetterebbe un'analisi almeno informata, possibilmente scevra di pregiudizi culturali che risultano prossimi al ridicolo, specie se si va a fare un confronto con la situazione italiana. (Enrico Sisti) Se non ce la fai vai in America, se Anfield merita più di quel che puoi offrire a 34 anni vai in America, se lo scivolone dello scorso anno che costò il titolo al Liverpool, se quel fiume di lacrime ancora scorre sul volto di Gerrard, vai in America, se i Galaxy ti offrono 25 milioni di euro a stagione [falso! Gerrard guadagnerà circa $5/6 milioni a stagione per 4 anni] non c’è nemmeno bisogno di dirlo, vai in America e vacci pure di corsa («Vado negli Usa, ma non so ancora in quale squadra», precisa lui). Leggi: Beckham bidone? No, affare (13 gennaio, 2007) Passano gli anni e il calcio americano è sempre lì, generosamente acerbo: una meravigliosa “land of opportunities” senza cuore. Cresce la base, si finanziano scuole, si allevano campioncini, aumentano i ricavi, eppure c’è ancora bisogno di un Beckham, di un Henry, adesso di un Gerrard, per rilanciare il movimento [vero, in Italia non portiamo più nessuno e il movimento è in calo continuo], ricchissimo di sponsor ma povero di cultura [ah, è per questo che tra il 1999 e il 2010 il numero dei calciatori è raddoppiato e tra i 12 e i 24 anni è il secondo sport dopo il football?], come se quel movimento fosse apparente, simile a quello invisibile del denaro. «Siamo quasi dispiaciuti di non poterci allineare linguisticamente a voi», spiega scherzando, ma quanto scherzando, il presidente della federcalcio Usa Sunil Gulati, «da noi è soccer, da voi è football». È come se anche per colpa di un solo vocabolo l’America fosse condannata a un gioco diverso, meno internazionale, non autorizzato a chiamarsi football per via dell’altro football. Pare proprio che il calcio Usa sia travolto da un paradosso permanente: sale la qualità del gioco, la nazionale è ormai capace di allinearsi alle prime dieci d’Europa: quel che manca, stabilmente, è l’intensità del “sentire” professionale e popolare [prima di riscriverlo, perché non si fa un giro per gli stadi di posti "sperduti" come Kansas City, Portland, Seattle - dove fanno il corteo per lo stadio - o anche Washington DC?]. Al via a marzo, la MLS fa incetta di contratti pubblicitari e diritti tv (è vicina ormai ai quattro sport guida, football, basket [falso, non si avvicina nemmeno lontanamente ai primi due sport], baseball e hockey), eppure l’aereo della passione vera non decolla mai. Raul va a giocare nella North American League, una MLS di seconda mano, garantendosi un futuro da dirigente, Ronaldo diventa azionista del Fort Lauderdale, Thohir esulta perché il DC United, che è anche suo, avrà il nuovo stadio [ma come, in Italia massacriamo i presidenti proprio perché gli stadi non li fannno!], Las Vegas spenderà 410 milioni di dollari per un impianto senza sapere se un giorno avrà una squadra [ma che dice? li spenderà solo se otterrà un team MLS, peraltro al costo di $100 milioni, e lo stadio costerà meno di 200, il resto è un complesso immobiliare]. Terra fertile per i contadini di Steinbeck, terra ubertosa per gli affaristi del soccer, ma il cuore è un’altra cosa, è una chimera rossa che nemmeno l’arrivo di Gerrard, Lampard (City permettendo), Kakà, David Villa consentirà di raggiungere. Quest’abitudine, questo vizio di accogliere stelle al tramonto, dimostra che non è cambiato molto dai tempi di Pelè e Beckenbauer [facciamo presente che Beckenbauer andò ai Cosmos 6 mesi dopo aver vinto il Pallone d'Oro 1976]. Cercare miti stanchi [invece l'Italia che fa? Anzi, non può più permettersi nemmeno quelli, rimane solo Klose] conferma la dipendenza dalla propria indole hollywoodiana: se hai già vinto un Oscar vendiamo meglio il prossimo film [invece il Milan che prende Beckham in prestito dai LA Galaxy e colleziona vecchietti è diverso?]. Non è la Major League Soccer a guidare se stessa: è la Us Soccer Marketing [la società si chiama Soccer United Marketing, farebbe lo stesso errore con una cosa simile di Serie A o Premier?], gestita dal guru Don Garber, che sovrintende ogni spostamento del pallone, giustificandolo economicamente [giusto, Beretta e Lotito non giustificano nulla economicamente. E infatti vediamo lo stato del calcio italiano e della Lega]. Campioni in carica, i Galaxy sono pronti a finanziare Gerrard con lo stipendio più alto della storia della MLS, identico a quello di Beckham (ma Houllier, che lanciò Stevie G a Liverpool, lo vorrebbe nei Red Bulls al posto di Henry). «Vorremo che i tifosi del soccer», dice Gulati, «diventassero come i deadheads», i fan dei Grateful Dead che giravano il paese per seguire i concerti di Jerry Garcia. Ma quelli erano fissati, conoscevano tutte le posizioni delle mani di Garcia sulla chitarra, compreso il dito mancante. Il “soccer” è solo vissuto, non amato. Ecco come funziona lì dove il soccer non è amato secondo Enrico Sisti e Repubblica:

Calcio - Socceritalia

Quello di strutturare la piramide del calcio USA secondo un sistema di promozioni e retrocessioni e ormai ricorrente. Lo è stato anche in occasione della recente conferenza stampa del commissioner Don Garber in occasione del MLS State of the League 2014. Una questione uscita non certo per scelta di Garber, ma a seguito di una domanda, anche se il commissioner non ha dato molto tempo alla risposta. Nulla di nuovo per i fans MLS, tanto meno per quelli che ieri sera si sono divertiti a vedere ccolare sullo StubHub Center di Carson (CA) un aereo con uno striscione che riportava la scritta "US SOCCER PROMOTION/RELEGATION NOW", pagato da un tifoso - ma espressione di una comunità che su Twitter ha come riferimento @soccerreform - per protesta contro il no della lega a questa riforma. Leggi - Don Garber: lo State of the League della MLS 2014 La MLS è una lega che da sempre sfrutta le tradizioni calcistiche solo laddove ne trova covenienza. Si pensi ad esempio all'eliminazione del countdown o degli shootout a seguito dei pareggi, entrambe scelte di Garber. Ma in MLS non c'è traccia di promozioni o retrocessioni, e il titolo vero non viene assegnato al termine di un campionato a girone unico, ma dopo i playoff e la finale di MLS Cup. Tradizione altrove, ma evidentemente non considerate adatte dalla MLS (e nemmeno dalle altre leghe USA). Leggi - Garber e la MLS, i 15 del Don Per quanto riguarda il cd. sustema di promotion/relegation, ci sono ovvie ragione per la contrarietà da parte della MLS. La lega infatti è strutturata secondo un sistema di "single entity", è cioè una "società" che concede franchigie agli investitori. Un sistema che limita la competizione tra i club, puntando a limitare le spese per i salari. E gli investitori non hanno alcuna intenzione di mettersi a rischio di fronte ad una potenziale retrocessione. Del resto di promozioni e retrocessioni non c'è traccia negli sport profesisonistici americani, fatti di leghe chiuse, playoff ed expansion teams che entrano nei singoli campionati acquistando una frnachigia, non certo salendo dalle serie inferiori. Un sistema chiuso che esprime la differenza tra leghe con oltre un secolo di storia e il costruire una lega dal niente, come ha fatto la MLS nel 1996. Si pensi cosa accadrebbe in Europa se qualcuno provasse a mettere insieme una lega oggi: difficilmente qualcuno parlerebbe di promozioni e retrocessioni. Del resto il progetto si una Superlega Europea punta proprio a questo. La scelta della MLS è quindi - per quanto poco romantica - semplicemente pragnmatica. Da più partoi però arrivano sia proteste che proposte. Le prime attaccano l'intero sistema, che vorrebbero aperto fino ai livelli più bassi. Le seconde invece, anche realistiche, ipotizzano che la MLS possa un giorno estendersi su due livelli (ad es. MLS A e MLS B) mantendendo l'attuale struttura di "single entity". Una scelta che tra un decennio potrebbe consentire alla MLS di espandersi, viste le numerose richieste. Appare infatti improbabile una crescita continua dopo l'arrivo a quota 24 squadre nel 2020. Anche perché ciò vorrebbe dire più posti a disposizione, più investimenti per nuove franchigie, e si darebbe maggior ordine all'expansion . Uno degli aspetti migliori dell'attuale sistema che promuove la 'parity' tra i club è di consentire ad una squadra di rivoltare il risultato della stagione precedente - si veda ad es. il DC United, ultimo nel 2013, primo nella Eastern Conference 2014 - laddove una retrocessione distruggerebbe valore. Cose belle che però non possono ocurare il positivo che deriverebbe dall'avere un sistema competitivo che partisse dalle leghe inferiori, un qualcosa cui ad esempio la MLS ha cercato di rispondere a suo tempo creando la SuperLiga (superata poi dalla CONCACAF Champions League), un torneo che dava a molti club di giocare per qualcosa oltre che per un posto ai playoff. E' infatti questo uno dei cavalli di battaglia del tema "pomotion/relegation", il fatto cioè delle troppe partite inutili che si giocano lungo la stagione, come del restoo accade anche in altre leghe come NFL, NBA e MLB. Solo che quegli sport non conoscono concorrenza, tantomeno televisiva, da parte di campionati più importanti come ad esempio la Premier League, a differenza della MLS, che non riesce ancora a sfondare nei confronti degli 'eurosnobs', i milioni di appassionati di calcio che seguono solo le principali leghe europee. E' l'istituzione di un sistema di promozioni/retrocessioni la via per conquistarli? Forse. Di certo c'è che sono la credibilità, il livello tecnico, le vittorie e la tradizione ad attirare tifosi. Un qualcosa che ancora manca alla MLS. Laddove un'organizzazione splendida e la costruzione di stadi solo per il calcio, accompagnati da un management ai massimi livelli, hanno dato credibilità alla MLS, insieme anche all'arrivo di alcuni campioni (David Beckham, Thierry Henry e ora Kakà, Frank Lampard e David Villa) e al lancio e al ritorno in America di alcune stelline americane (Landon Donovan in primis, Clint Dempsey, Michael Bradley), manca ancora il resto. La tradizione è in costruzione, come mostra l'attaccamento ai club di alcune tifoserie (Seattle Sounders, DC United, Columbus Crew), la il livello è ancora quello che è - da molti ex descritto simile al Championship inglese - mentre le vittorie internazionali latitano. E qui forse dovrebbe arrivare il primo intervento della MLS, aiutato dall'ingresso di grandi investotiroi come lo sceicco Al-Mansour al New York City FC e la cordata alle spalle del LAFC, affiancatisi ai vari miliardari Phil Anschutz e Stan Kroenke (peraltro proprietario anche dell'Arsenal moltre che dei Colorado Rapids). Maggiori investimenti su cartellini e stipendi, se ben calibrati finanziariamente e tecnicamente, porterebbero una crescita del livello, e magari renderebbero le squadre finalmente competitive in CONCACAF Champions League (ad oggi solo iL Real Salt Lake è arrivato in finale, nel 2011) e magari nel Mondiale FIFA, che diverrebbe la vetrina della crescita del calcio in America. Il tutto in vista di un possibile ingresso in Copa Libertadores, di interesse reciproco per le squadre USA - che affrontando le compagini brasiliane, argentine, ecc., potrebbero misurarsi al top - e per la CONMEBOL, che conquisterebbe il mercato televisivo (e non solo) americano. E a quel punto il tema promozioni/retrocessioni sarebbe certamente superato. Ma ci vogliono i soldi per farlo, e non solo per le expansion fees da oltre $100 milioni. PS: su un punto i protestatari pro/rel hanno ragione. Nel dibattito calcistico USA c'è un'assoluta assenza della USSF, o meglio il suo appoggiarsi completamente alla MLS, cui ha concesso in esclusiva il rango di Division I del calcio americano. Al riguardo il passato ruolo del presidente Sunil Gulati, fino a poco tempo fa dipendente del Kraft Group (proprietario del New England Revolution), ha da più parti sollevato questioni su possibili conflitti d'interesse.  

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