Pubblichiamo di seguito un articolo di Enrico Sisti - bella penna, di solito - pubblicato oggi da Repubblica. A leggerlo i nostri quattro lettori potranno rendersi conto della quantità di stereotipi ed errori che lo stesso contiene. Non una novità per la stampa italiana che parla del calcio USA, né tanto meno per Repubblica, dove evidentemente per scrivere un articolo di costume in pochi minuti non prestano attenzione alla realtà. Ma una telefonata no?
Sicuramente il calcio USA e la MLS presentano ancora molti limiti - anche a causa di una lega "chiusa" (peraltro sogno da anni di tanti nostri dirigenti), che però consente stabilità e profitti - e una certa immaturità (la lega esiste solo dal 1996 del resto), ma da un giornale di livello come Repubblica ci si aspetterebbe un'analisi almeno informata, possibilmente scevra di pregiudizi culturali che risultano prossimi al ridicolo, specie se si va a fare un confronto con la situazione italiana.
(Enrico Sisti) Se non ce la fai vai in America, se Anfield merita più di quel che puoi offrire a 34 anni vai in America, se lo scivolone dello scorso anno che costò il titolo al Liverpool, se quel fiume di lacrime ancora scorre sul volto di Gerrard, vai in America, se i Galaxy ti offrono 25 milioni di euro a stagione [falso! Gerrard guadagnerà circa $5/6 milioni a stagione per 4 anni] non c’è nemmeno bisogno di dirlo, vai in America e vacci pure di corsa («Vado negli Usa, ma non so ancora in quale squadra», precisa lui).
- Leggi: Beckham bidone? No, affare (13 gennaio, 2007)
Passano gli anni e il calcio americano è sempre lì, generosamente acerbo: una meravigliosa “land of opportunities” senza cuore. Cresce la base, si finanziano scuole, si allevano campioncini, aumentano i ricavi, eppure c’è ancora bisogno di un Beckham, di un Henry, adesso di un Gerrard, per rilanciare il movimento [vero, in Italia non portiamo più nessuno e il movimento è in calo continuo], ricchissimo di sponsor ma povero di cultura [ah, è per questo che tra il 1999 e il 2010 il numero dei calciatori è raddoppiato e tra i 12 e i 24 anni è il secondo sport dopo il football?], come se quel movimento fosse apparente, simile a quello invisibile del denaro. «Siamo quasi dispiaciuti di non poterci allineare linguisticamente a voi», spiega scherzando, ma quanto scherzando, il presidente della federcalcio Usa Sunil Gulati, «da noi è soccer, da voi è football».
È come se anche per colpa di un solo vocabolo l’America fosse condannata a un gioco diverso, meno internazionale, non autorizzato a chiamarsi football per via dell’altro football. Pare proprio che il calcio Usa sia travolto da un paradosso permanente: sale la qualità del gioco, la nazionale è ormai capace di allinearsi alle prime dieci d’Europa: quel che manca, stabilmente, è l’intensità del “sentire” professionale e popolare [prima di riscriverlo, perché non si fa un giro per gli stadi di posti "sperduti" come Kansas City, Portland, Seattle - dove fanno il corteo per lo stadio - o anche Washington DC?]. Al via a marzo, la MLS fa incetta di contratti pubblicitari e diritti tv (è vicina ormai ai quattro sport guida, football, basket [falso, non si avvicina nemmeno lontanamente ai primi due sport], baseball e hockey), eppure l’aereo della passione vera non decolla mai.
Scenografia all'Olimpico per un derby? No, CenturyLink Field di Seattle
Raul va a giocare nella North American League, una MLS di seconda mano, garantendosi un futuro da dirigente, Ronaldo diventa azionista del Fort Lauderdale, Thohir esulta perché il DC United, che è anche suo, avrà il nuovo stadio [ma come, in Italia massacriamo i presidenti proprio perché gli stadi non li fannno!], Las Vegas spenderà 410 milioni di dollari per un impianto senza sapere se un giorno avrà una squadra [ma che dice? li spenderà solo se otterrà un team MLS, peraltro al costo di $100 milioni, e lo stadio costerà meno di 200, il resto è un complesso immobiliare]. Terra fertile per i contadini di Steinbeck, terra ubertosa per gli affaristi del soccer, ma il cuore è un’altra cosa, è una chimera rossa che nemmeno l’arrivo di Gerrard, Lampard (City permettendo), Kakà, David Villa consentirà di raggiungere.
Quest’abitudine, questo vizio di accogliere stelle al tramonto, dimostra che non è cambiato molto dai tempi di Pelè e Beckenbauer [facciamo presente che Beckenbauer andò ai Cosmos 6 mesi dopo aver vinto il Pallone d'Oro 1976]. Cercare miti stanchi [invece l'Italia che fa? Anzi, non può più permettersi nemmeno quelli, rimane solo Klose] conferma la dipendenza dalla propria indole hollywoodiana: se hai già vinto un Oscar vendiamo meglio il prossimo film [invece il Milan che prende Beckham in prestito dai LA Galaxy e colleziona vecchietti è diverso?]. Non è la Major League Soccer a guidare se stessa: è la Us Soccer Marketing [la società si chiama Soccer United Marketing, farebbe lo stesso errore con una cosa simile di Serie A o Premier?], gestita dal guru Don Garber, che sovrintende ogni spostamento del pallone, giustificandolo economicamente [giusto, Beretta e Lotito non giustificano nulla economicamente. E infatti vediamo lo stato del calcio italiano e della Lega]. Campioni in carica, i Galaxy sono pronti a finanziare Gerrard con lo stipendio più alto della storia della MLS, identico a quello di Beckham (ma Houllier, che lanciò Stevie G a Liverpool, lo vorrebbe nei Red Bulls al posto di Henry). «Vorremo che i tifosi del soccer», dice Gulati, «diventassero come i deadheads», i fan dei Grateful Dead che giravano il paese per seguire i concerti di Jerry Garcia. Ma quelli erano fissati, conoscevano tutte le posizioni delle mani di Garcia sulla chitarra, compreso il dito mancante. Il “soccer” è solo vissuto, non amato.
Ecco come funziona lì dove il soccer non è amato secondo Enrico Sisti e Repubblica:
La March to the Match dei tifosi dei Seattle Sounders
I tifosi dei Portland Timbers: il Timbers Army
I Barra Brava del DC United di Washington
Toronto FC




































