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Roberto Bettega e le ultime fiammate a Toronto
Scritto il 2014-12-27 da Franco Spicciariello su History
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L'annuncio arriva il 27 gennaio 1983, con La Stampa di Torino che titola così: "Bettega al Toronto dopo 13 anni di Juve" che ne racconta la bellissima carriera in una sorta di "coccodrillo".
Grazie ai meccanismi dello svincolo (ha 32 anni), che per lui diventerà operante quest'anno, il giocatore bianconero sarà libero e potrà trasferirsi in Nord America. Non è una novità che Bettega abbia già allacciato rapporti con il Cosmos. Ma questa ipotesi è svanita, davanti ad un'offerta molto più allettante propostagli dal Toronto Blizzard, la società canadese che ha già tesserato in passato giocatori della Juventus, come Francesco Morini, ora d.s. del club bianconero, e Giampaolo Boniperti, figlio del presidente. [...] Bettega vuole fare una nuova esperienza di vita, in un Paese dove potrebbe fra l'altro perfezionare la lingua inglese [...] Un distacco consensuale, reso necessario da due esigenze: quella del giocatore, che sente giustamente il bisogno di giocare ancora, e quella della Juventus che nei suoi programmi intende, nella maniera meno dolorosa possibile, apportare alcuni ritocchi di restauro alla squadra per allungare un ciclo che ha già dato tanti frutti e moltissimi scudetti.
Bettega è uno degli ultimi grandi nomi a sbarcare in Nordamerica. Nel 1983 infatti, il soccer aveva ormai preso la china discendente, e il campionato avrebbe chiuso di lì a due anni. A Toronto si ritrova in una squadra di buon livello per la NASL (North American Soccer League) costruita da Clive Toye, il manager che aveva reso i grandi i Cosmos portando Pelé, Giorgio Chinaglia, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto a New York. Di giocatori "veri" a fianco però se ne trova pochi, tra cui il portiere svedese Jan Moller, ex Malmoe, e i difensori Conny Carlsson e il nordirlandese Jimmy Nicholl, ex Manchester United e reduce dai Mondiali di Spagna, oltre al sudafricano Ace Ntsoelengoe. In panchina Bobby Houghton, ex calciatore del Fulham e in seguito una carriera da allenatore giramondo che nel 1996 lo ha visto poi passare anche per la i Colorado Rapids nella neonata MLS, e guidare le nazionali di Cina, India e Uzbekistan.
L'idea Toronto è proposta a Bettega (e lo stesso fece poi con Del Piero nel 2012, senza successo però) dal suo ex compagno di squadra Francesco "Morgan" Morini, che in Canada era andato a chiudere la carriera nel 1980: "Se vuoi un'esperienza nuova potresti provare con il Canada. Ti ricordi che sono stato una stagione nella Nasl, due anni fa... esperienza stupenda. A Toronto ci sono tanti italiani, poi puoi imparare l'inglese, magari a te che vuoi fare il dirigente potrebbe servire, al tuo posto ci farei un pensierino". La trattativa inizia nell'aprile 1982, come racconta la "Toronto Gazette", e presto i canadesi prevalgono su un Cosmos ormai in via di dismissione, allora in mano a Chinaglia.
Bettega termina la stagione con la Juventus in maniera amara - Scudetto alla AS Roma e Coppa dei Campioni persa in finale ad Atene per il gol fantasma di Felix Magath - e sbarca in Canada a stagione in corso (il campionato americano a giugno è già a metà strada. L'esordio arriva in amichevole, il 2 giugno 1983, in un 2-1 contro il Nottingham Forest (squadra oggi relegato nell'oscurità del Championship, ma che con in panchina il mitico Brian Clough vinse la Coppa dei Campioni nel 1979 e 1980, e fu semifinalista UEFA nel 1984), con Bobby-gol ormai trasformato in centrocampista. L'esordio vero pochi giorni dopo, migliore in campo (nonostante le vesciche causate dal sintetico), ma con Toronto sconfitto 4-1 ai rigori dai Vancouver Whitecaps.

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22 maggio 1997 - Bettega esulta dopo il gol alla Sampdoria che per la Juventus vale lo Scudetto 1977

Commenta così Bettega a La Stampa dell'8 giugno 1983:

«E' calcio vero anche sulla moquette. Sapevo che non sarebbe stata una passeggiata, ma non Immaginavo che, a trentatré anni, avrei quasi dovuto ricominciare da capo. Non è un calcetto, come qualcuno in Italia può pensare: è vero football — assicura Bettega —. La matrice è tipicamente inglese, il pallone non si ferma mai e viaggia dalla difesa agli attaccanti, che fanno da "sponda" un po' come Withe, il centravanti dell'Aston Villa, per favorire le conclusioni del centrocampisti. Poiché non esiste il pareggio, prevalgono la mentalità offensiva, il ritmo e la corsa. Per ora il problema maggiore è il campo, una "moquette" sottile incollata al cemento, sulla quale il pallone rimbalza moltissimo: sull'erba 1 valori tecnici emergono di più, ma questa nuova esperienza mi eccita, cosi come mi piace lo spirito della squadra, la combattività, la voglia di vincere che l'anima e che mi contagia».
Pochi giorni dopo arriva anche una serataccia al Giants Stadium, dove i Toronto Blizzard ne prendono 5 (a 1) dai NY Cosmos - doppiette di Chinaglia e del paraguayano Roberto Cabanas - guidati da un grande Franz Beckenbauer, anche lui autore di una rete.
''Franz può ancora giocare così bene" spiega Bettega al NY Times del 20 giugno 1983. "Come ai vecchi tempi, sembrava volesse attaccare tutto il tempo".
L'8 agosto ecco l'amichevole deis entimenti contro la Juventus, alla prima stagione dopo tanto tempo senza lui e Zoff. Un match finito 0-0 tra i fischi dei 42 mila spettatori, in larga maggioranza immigrati, delusi non tanto dal gioco quanto per la mancanza di gol. Bettega ancora una volta è tra i migliori in campo, anche se Juventus dei campioni del mondo Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Paolo Rossi, oltre a Michel Platinì e Zibi Boniek, almeno per un'ora ha fatto valere i diritti della classe superiore nonostante il pessimo «turf» e i pochi giorni di preparazione alle spalle. "Sull'erba anche se a corto di allenamento, i bianconeri avrebbero sicuramente vinto con almeno tre reti di scarto" la sentenza di Omar Sivori (all'epoca collaboratore del Toronto Italia), autore del calcio d'inizio. Da notare che in campo con la Juve c'era anche Nicola Caricola, che nel 1996 volerà ai NY MetroStars nell'anno di fondazione della MLS.
La franchigia di Toronto centra il traguardo dei play-off con una regular season di 16 vittorie e 14 sconfitte, ed una media di 51 goal segnati e 48 subiti, chiudendo al terzo posto la Eastern Conference, e con una media spettatori a partita di 11.630. Nella prima dei playoff il Blizzard perde contro i Vancouver Whitecaps (che presentavano un giovane Peter Bearsdley in prestito, l'olandese Frans Thijssen e il tedesco ex Ajax Arno Steffenhagen) per 1-0, ma vince al ritorno per 4-3, determinando così un altro match di spareggio con risultato che arride ai Blizzard per 1-0. Nelle semifinali Toronto sconfigge i Golden Bay (ex San Jose) Eearthquakes di Slavisa Zungul (probabilmente il più grande calciatore 'indoor' della storia) per 1-0 e 2-0. Nel frattempo i Cosmos di Giorgio Chinaglia all'ultima stagione in campo finiscono fuori subito, sconfitti dal Montreal Manic allenato da Eddie Firmani, mentre la sorpresa arriva dai Tulsa Roughnecks che eliminando proprio Montreal finisco a giocarsi il Soccer Bowl 1983 a Vancouver contro Toronto.
Il gruppo di Bettega arriva alla finale da netto favorito, grazie anche ad un super Ntsolengoe rientrato dopo un'operazione in tempo per i playoff, e con davanti una squadra di sconosciuti - gli stessi Roughnecks si definivano "un pugno di scarti" - in cui dovrebbe essere assente anche il centravanti e cannoniere Ron Futcher, squalificato per somma di ammonizioni. Ma evidentemente per Bettega non è l'anno buono: prima il commissioner della NASL Howard Samuels decide di annullare la squalifica di Futcher"per il bene del gioco", e poi  Tulsa va a vincere 2-0 il Soccer Bowl con i gol dello jugoslavo (cresciuto nel Queens) Njega Pesa al 56' e proprio del "graziato" Futcher al 62' davanti ai 53.326 del vecchio B.C. Place Stadium di Vancouver, dove i tifosi erano ancora arrabbiati per l'eliminazione subita dai Caps con Toronto.
In tutto Bettega mette insieme 16 presenze con 2 gol e 8 assist, e a ottobre torna in Italia, allenandosi con la Juventus per tenersi in forma. Sulla NASL ha le idee chiare:
"Indipendentemente dalla mia venuta, a Toronto s'è rivitalizzato il calcio per merito dei dirigenti. Ma Toronto è un'isola in un oceano immenso e quanto sta accadendo qui non ha riflessi negli Stati Uniti. Ogni squadra respira il suo ambiente. Calcisticamente è un pianeta nato con grandi errori di base. Si dovrebbe dare un colpo di spugna per cancellarli"
Non accadrà, purtroppo. Intanto il Toronto riprende la preparazione per la stagione successiva partendo dall'Italia. I primi di aprile Bettega torna infatti in campo al Dall'Ara di Bologna controla  Juve (0-0), mentre tre giorni dopo ad Alassio affronta la Sampdoria del suo ex compagno Liam Brady (vittoria 3-2 dei blucerchiati con gol di Gianfranco Bellotto, Trevor Francis [anche lui ex NASL coi Detroit Express] e Francesco Casagrande, Bettega di testa e Randy Ragan per Toronto). Segue una serie di sconfitte con Inter (2-0), Triestina (3-0) e Livorno (4-0).

Il Toronto Blizzard schierato per l'amichevole pareggiata 0-0 a Bologna contro la Juventus

La NASL avvia la stagione 1984 con solo 9 squadre, quattro delle quali - Chicago, San Diego, Tampa Bay e Tulsa - a serio rischio finanziario, mentre la franchigia Montreal - grande successo in campo e fuori - viene rinominata "Team Canada": non certo una scelta intelligente in un Quebec francofono che tanto canadese non si è mai sentito. E infatti il pubblico abbandona presto la squadra, che chiuderà a fine stagione.
Ad agosto intanto Bettega affronta ancora una volta la Juventus, volata in Nordamerica per una torunée. Stavolta i bianconeri vincono per 2-1 con reti di Boniek al 27° e di Antonio Cabrini al 61° e del sudafricano Ntsoelangoe, con qualche colpo proibito tra i vecchi amici Bettega e Sergio Brio (con lo stopper che ci ha anche rimesso un dente).
Chiusa la Eastern Conference dietro Chicago e battuti in semifinale i San Diego Sockers del polacco Kazimierz Deyna (autore del secondo gol nel match che ha eliminato gli Azzurri ai Mondiali 1974), per la seconda volta consecutiva Toronto vola sino alla finale, grazie ai gol di Bettega e dell'inglese David Byrne, e alle parate essenziali dell'ex Crystal Palace Paul Hammond. In finale l'avversario stavolta è il Chicago Sting del cannoniere tedesco Karl-Heintz Granitza e del polacco Seninho (già Porto e NY Cosmos), ma si gioca al meglio dei tre match per la prima volta dal 1975. Toronto parte di nuovo favorita, ma in entrambi i match finisce sconfitta: 2-1 a Chicago e 3-2 in casa il 21 settembre, match in cui il Blizzard va sotto due volte, al 73' proprio Bettega firma il momentaneo 2-2, fino al gol vittoria dell'argentino Pato Margetic, autore di una doppietta (e nel 1988/89 finito al Borussia Dortmund).

Bettega nei playoff 1984 contro i San Diego Sockers

Per Bettega termina una stagione in cui fa vedere di essere ancora un campione, con prestazioni all'altezza della propria fama, come dimostrano anche i numeri: 28 presenze, 8 gol e 13 assist. Allo stesso tempo si chiude così quello che sarebbe stato l'ultimo campionato del calcio professionistico sino alla nascita della MLS nel 1996. A fine stagione infatti Tulsa chiude, e in inverno decidono di passare indoor San Diego, Chicago, Minnesota e NY Cosmos (che però falliranno a metà stagione 1985) . Rimangono le sole Toronto, Tampa Bay, Vancouver e Golden Bay, ma è la fine della NASL e dell'esperienza di Bettega in Canada, anche se sul momento lui non ci crede, avendo un contratto fino al 1985, indeciso se continuare indoor nella MISL o tornare in Italia durante il mercato di "riparazione" (si chiamava così) di ottobre per indossare le maglie di Udinese o Cremonese.
Racconta infatti in un'intervista a La Stampa il 23 ottobre 1984:
«C'è il rischio — ammette Bettega — che si riprenda a giocare solo a metà giugno ma anche se, per assurdo, la 'League' dovesse ridursi a due sole squadre, onorerò fino in fondo il mio impegno. E non è asso- lutamente vero che mi trovo male a Toronto, città bellissima: sarebbe un insulto a gente che mi ha accolto a braccia aperte. Piuttosto il 'feeling' fra squadre e tifosi, a parte le minoranze etniche dei Paesi dove il calcio è amato, non è mai stato ottimo. Gli americani sembrano gradire il 'calcetto' [riferendosi al soccer indoor, NdR] con la formula mista che ricorda il basket e l'hockey». Bettega, che ha rinunciato ad aprire a Toronto una scuola a livello giovanile, ricorda che il «soccer» è boicottato, come lo è stato alle Olimpiadi, e che a coltivarlo sono rimasti in pochi. «C'è perfino chi ha proposto di inserire nel campionato anche le squadre messicane e Haiti ma i viaggi annullerebbero gli incassi: .Tra un paio di mesi saprò se non c'è più vero calcio. Mi spiacerebbe smettere con quello classico per fare esperienza al coperto. E non sarei più utile a nessuno in Italia: sarebbe assurdo giocare solo nel girone di ritorno».
Ma il 2 novembre 1984 è ancora una volta la sfortuna a dare lo stop, stavolta definitivo, alla carriera di Bobby Gol, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto firmare per l'Udinese di Zico e dell'ex compagno Franco Causio, convinto dall'ex compagno nel Varese Ariedo Braida (in seguito colonna della dirigenza del Milan berlusconiano). La sua auto, una A112, esce infatti di strada sull'autostrada Torino-Milano, e il giocatore finisce grave in prognosi riservata all'ospedale con  un forte trauma cranico con frattura dell' occipite.

Bettega si riprende, e a Capodanno è ancora convinto di tornare a giocare a Toronto, ma per lui è la fine di una fantastica carriera raccontata così da La Stampa:

Roberto Bettega, dopo essere cresciuto nelle minori bianconere, fu dirottato (1969) per una stagione al Varese, in serie B, dove ebbe come allenatore Nils Liedholm. Bettega vinse la classifica dei cannonieri (13 gol) e tornò alla Juventus. Cominciò una stupenda carriera, «macchiata» nell'inverno del '72 da una grave malattia, alla quale reagì con una straordinaria forza d'animo. Riprese a giocare all'inizio della stagione '72/73 e il suo talento ebbe modo di esaltarsi attraverso un campionario eccezionale. Divenne presto un uomo guida; i suoi gol, di testa o di piede, erano quasi sempre determinanti. Intelligente e tatticamente impeccabile, costruiva e finalizzava il gioco come se leggesse in un libro calcistico. E nella Juventus ha vinto sette scudetti. Ha debuttato nella Nazionale di Bearzot il 5 giugno del '75, toccando i vertici durante la fase di qualificazione ai mondiali di Argentina e a Buenos Aires. Nel '79-80, con 16 reti, vinse la classifica cannonieri in serie A. Nell'autunno dell'81, in uno scontro con Munaron dell'Anderlecht, il «bomber» juventino denunciò un grave infortunio al ginocchio sinistro. Fu operato con felice esito dal prof. Pizzetti. La convalescenza fu lunga [e gli costò i Mondiali 1982, NdR]. Ed ancora una volta il suo carattere è stato superiore alla sfortuna. Nell'agosto dell'82 la ripresa [...] Sono dati che si commentano da soli e che qualificano la carriera di un campione, protagonista del calcio italiano degli Anni 70-80 e uno dei più grandi di sempre.

Una carriera lunga 13 anni, fatta di 481 match ufficiali (326 partite in campionato, 73 in Coppa Italia, 82 nelle grandi manifestazioni internazionali), 178 gol  (129 in campionato, 22 in Coppa Italia e 27 sulle ribalte europee); 7 Scudetti (il primo nel '72, l'ultimo nell'82), due Coppa Italia (nel 1979 e 1983), una Coppa Uefa (nel 1977), due finali di Coppa dei Campioni (oltre alla finale dell'83 con l'Amburgo, quella persa - sempre ad Atene - contro l'Ajax di Johann Cruyff il 30 maggio del '73).

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Lasciato il calcio giocato, mentre ad agosto si parla per lui di un ruolo di amministratore delegato alla Juve, a settembre diventa presentatore i canali Fininvest (rifiutando l'offerta della RAI e facendo inalberare Tito Stagno), dove conduce "Caccia al 13", e poi inizia una lunga collaborazione di successo con Moggi e Giraudo [la Triade, NdR], insieme i quali conquista tanti trofei, lasciando però dopo Calciopoli (da cui esce pulito). Nel dicembre 2009 torna in società come vice direttore generale, fino al saluto definitivo (per ora?) nell'estate del 2010.

bettega italia

Roberto Bettega in Azzurro

Possibile la scelta di altre quattro candidate già entro il 2017, che potrebbero diventare cinque se nel frattempo Miami dovesse saltare Continua l'expansion della MLS, che nel 2018 salirà a quota 23 squadre con l'ingresso del LAFC, il Los Angeles Football Club. Lo ha confermato il commissioner della lega, Don Garber, che che ha dichiarato che "nessuno si aggiungerà al LAFC nel 2018, che quindi entrerà da solo". La notizia arriva a conferma delle sempre maggiori difficoltà per il gruppo guidato da David Beckham di riuscire a lanciare un team a Miami, bloccato dalla questione stadio che sembra senza sbocchi al momento. Inoltre, si susseguono voci che nella stessa MLS l'interesse per il team di Beckham, che verserebbe solo 25 milioni grazie al suo accordo dei tempi del trasferimento negli USA in un momento in cui un expansion team vale fino a $200 milioni. E' saltata invece la possibilità di vedere Sacramento quale back up immediato, che da molti era visto come possibile. “Entro la fine dell'anno prenderemo una decisione sui team 25 e 26" (Miami sarebbe la numero 24, NdR), ha aggiunto Garber. "E' anche possibile che decideremo i team 27 e 28 nello stesso momento, anche se non è quello il piano. Sabato scorso ero ad Austin per incontrare la U.S. Conference of Mayors. La metà dei sindaci presenti o aveva un team MLS in città o erano candidati all'espansione. C'è un enorme interesse da parte delle 12 città candidate. La tempistica è stretta ma siamo in linea”. Ecco il quadro delle candidate: Charlotte Proprietà: Marcus Smith, presidente e CEO della Speedway Motorsports, Inc. Stadio: Demolizione del Memorial Stadium, sostituito da un impianto da 20,000 posti per una spesa di $175 milioni. Situazione: Lo stadio, come spesso capita, è il problema principale. L'aspetto positivo è la crescita continua dell'area e la necessità per la MLS di espandersi a sud, dove c'è la sola ATlanta (la Florida non è culturalmente considerata nel South degli USA). Cincinnati Proprietà: Carl H. Lindner III, co-CEO dell'American Financial Group, proprietario del FC Cincinnati Stadio: La squadra attualmente gioca presso il Nippert Stadium della University of Cincinnati, ma vuole costruirsi il proprio impianto . Situazione: L'FC Cincinnati sta avendo un successo incredibile a livello USL (Division II), con una media spettatori di ben 17mila a partita nel 2016! Ma dove costruire lo stadio nuovo è ancora un mistero, mentre i soldi della proprietà non sono un problema. Detroit Proprietà: Dan Gilbert, proprietariod dei  Cleveland Cavaliers, fondatore e chairman di Quicken Loans, Inc.; Tom Gores, proprietario dei Detroit Pistons, founder, chairman e CEO ei Platinum Equity. Stadio: Gilbert e Gores stanno proponendo un piano di sviluppo immobiliare del valore di $1 miliardo per l'area del carcere della Wayne County, che vedrebbe anche uno stadio da 23mila posti del valore di $250 milioni. Situazione: Detroit è lobiettivo Midwest della MLS. Tra tutte le candidate infatti, solo Phoenix presenta un'area metropolitana più grande. Inoltre, l'esperienza nello sport di Gores e Gilbert è una garanzia per la lega. Indianapolis Proprietà: Ersal Ozdemir, fondatore e CEO del Keystone Realty Group, proprietario del team NASL Indy Eleven; Mickey Maurer, chairman della National Bank of Indianapolis e dell'IBJ Corp; Jeff Laborsky, president e CEO di Heritage; Mark Elwood, CEO di Elwood Staffing; Andy Mohr, fondatore e proprietario del Mohr Auto Group. Stadio: C'è una proposta per costruire uno stadio da $100 milioni a downtown, vicino al Lucas Oil Stadium. Situazione: L'Indy Eleven è stato un successo in campo e fuori nella NASL. Cera qualche dubbio sulla proprietà, ma con i nuovi investitori aggiuntisi i problemi sono stati risolti. E' da capire se arriveranno finanziamenti pubblici per lo stadio. La proposta di Detroit Nashville Proprietà: John Ingram, chairman dell'Ingram Industries, Inc.; Bill Hagerty, ex commissioner of Economic Development for Tennessee. Stadio: Mancano i dettagli. Si parla di un'area vicino Nashville Fairgrounds per uno stadio da 25mila posti. Situazione: La proprietà è ricca, e la città ha sempre risposto bene agli appuntamenti calcistici. Ma servono più dettagli sullo stadio e Ingram deve convincere la MLS che l'expansdion può funzionare in un mercato tutto sommato piccolo come Nashville. Phoenix Proprietà: Berke Bakay, governatore, Phoenix Rising FC, CEO, Kona Grill; Brett Johnson, co-chairman del Phoenix Rising FC, CEO di Benevolent Capital; Mark Detmer, board member, Phoenix Rising FC, managing director, JLL; Tim Riester, board member, Phoenix Rising FC, CEO, RIESTER; David Rappaport, board member, Phoenix Rising FC, partner, Manatt, Phelps & Phillips, LLP. Stadio: Il piano è per uno stadio con aria condizionata su un'area già opzionata. Situazione: Phoenix è la città più grande tra le candidate, e l'avere l'esperienza in USL e un'area pronta per lo stadio è un vantaggio. Area che includerebbe anche Academy e una tramvia. Da segnalare però che non sembra esserci grande entusiasmo nel pubblico. Raleigh/Durham Proprietà: Steve Malik, chairman e proprietario del North Carolina FC. Stadio: Malik ha identificato tre aree per uno stadio da 20mila posti. Situazione: Il calcio è nell'area dal 2006, tra NASL e altro. Malik, imprenditore nella sanità, ha acquistato il North Carolina FC (gli ex Carolina RailHawks) nel 2016. Come Charlotte, consentirebbe alla MLS di espandersi geograficamente, ma è da capire se un'area così piccola è in grado di reggere un altro team professionistico oltre ai Carolina Hurricanes della NHL. Sacramento Proprietà: Kevin Nagle, chairman e CEO, Sac Soccer & Entertainment Holdings, e azionista di minoranza dei Sacramento Kings; Meg Whitman, investitore, Sac Soccer & Entertainment Holdings, e CEO di Hewlett Packard Enterprise; Jed York, proprietario e CEO dei San Francisco 49ers. Stadium: Il piano per uno stadio a downtown è già stato approvato dalla città. Overview: il Sacramento Republic FC esiste dal 2012 nella USL, e da allora è stato un successo di pubblico e tecnico. C'è purtroppo qualche frizione tra SRFC e Sac Soccer & Entertainment Holdings (l'entità legale che ha lanciato la proposta alla MLS) e che rischia di creare problemi- Per Sacramento il rischio, se tutto non sarà chiarito, arriva da San Diego. Il rendering dello stadio proposto dall'expansion team di San Diego, sull'area del Qualcomm Stadium degli ex San Diego Chargers. St. Louis Proprietà: Paul Edgerley, senior advisor di Bain Capital, managing director di VantEdge Partners, azionista dei Boston Celtics; Terry Matlack, managing director di Tortoise Capital, partner di VantEdge Partners; Jim Kavanaugh, CEO di World Wide Technology, fondatore del Saint Louis FC; Dave Peacock, ex presidente di Anheuser-Busch Inc., chairman della St. Louis Sports Commission. Stadio: Si puta ad uno stadio da 20,000 posti vicino a Union Station. Situazione: St. Louis è la culla del soccer USA, e con l'addio alla città da parte dei Rams della NFL (volati a Los Angeles) lo spazio di crescita del calcio sembra notevole. La proprietà è di alto livello, ma lo stadio è ancora un punto interrogativo, con riferimento al finanziamento, e si aspetta il risultato di un referendum sul tema ad aprile prossimo. San Antonio Proprietà: Spurs Sports & Entertainment Stadio: Il team già gioca in un "soccer specific stadium" da 8.000 posti, espandibile a 18mila. Situazione: San Antonio ha alle spalle una proprietà con grande esperienza nello sport business, come dimostra il successo dei San Antonio Spurs. L'avere uno stadio espandibile è certo un plus, anche se il contro è che si trova a 20km dalla città, che per assurdo lo pone vicino ad un altro mercato di interesse per la MLS quale Austin. Ma è da comprendere se la MLS davvero vuole un altro team in Texas accanto a FC Dallas (che bene non va dal punto fi vista del pubblico) e Houston Dynamo. San Diego Proprietà: Mike Stone, fondatore di FS Investors; Peter Seidler, AD dei San Diego Padres; Massih e Masood Tayebi, co-fondatori del Bridgewest Group; Steve Altman, ex presidente di Qualcomm; Juan Carlos Rodriguez, imprenditore del mondo media. Stadio: La proposta è per uno stadio da 30mila posti da condividere con la San Diego State University, sulla stessa area dell'attuale Qualcomm Stadium. Situazione: Garber sembra puntarci, e l'addio dei Chargers della NFL (anche loro a LA) è un vantaggio come per St. Louis. Il piano per lo stadio sembra solido anche politicamente anche se la vicinanza con il Club Tijuana situato a pochi km (34) oltre confine potrebbe essere un problema. Nel 2018 in MLS sbarcherà il LAFC, che si affiancherà a LA Galaxy, San Jose Earthquakes e probabilmente Sacramento. Sarà da capire se la MLS vorrà avere ben 5 squadre californiane in campo. Tampa/St. Petersburg Ownership: Bill Edwards, proprietario dei Tampa Bay Rowdies (USL). Stadium: Il piano vede un investimento da $80 milioni per l'espansione dell'Al Lang Stadium dagli attuali 7.200 a 18.000. Overview: L'area di Tampa/St. Pete è il più grosso mercato televisivo (in America conta eccome) attualmente privo di un team MLS. Il piano per lo stadio è pronto, approvato e finanziato. L'ingresso di un nome storico del soccer USA (i Rowdies di Rodney Marsh erano gli avversari più acerrimi dei NY Cosmos di Chinaglia e Beckenbauer negli anni '70) e l'eventuale rivalità con Orlando rendono attraente la scelta per la lega, cui ancora brucia la chiusura del Tampa Bay Mutiny di Carlos Valderrama decisa 15 anni fa.

Calcio - Socceritalia

Se sia la fine oppure l'ennesima crisi da cui risollevarsi più forti di prima ancora non è dato sapersi. Per ora quel che è certo è che i New York Cosmos, storica franchigia che ha portato negli Usa nomi come Pelé, Beckenbauer, Chinaglia, Raul e che in estate cullava il sogno Totti, stanno attraversando uno dei momenti più difficili della loro storia. Il fallimento è alle porte tanto che la società avrebbe rescisso tutti i contratti dei propri tesserati, al momento liberi di accasarsi altrove a parametro zero. Tra questi anche Andrea Mancini, il figlio giramondo del Mancio, che ha debuttato lo scorso 23 ottobre nella vittoria per 4-0 contro il Miami Fc di Nesta. Ma non è tutto, stando a indiscrezioni provenienti dagli Stati Uniti, con i Cosmos rischia di sparire anche l'intera North American Soccer League, la seconda lega del calcio Usa alle spalle della MLS; in quanto ad oggi solo 4 squadre prenderebbero parte alla prossima stagione. MOTIVI — La crisi della franchigia newyorkese deriva da un passivo di circa 30 milioni di dollari che per una lega, con un seguito e delle entrate decisamente inferiori rispetto a quelle europee, risulta essere ingentissima. Il presidente O'Brien starebbe cercando nuovi investitori per cercare di rilanciare il progetto ma al momento nessuna proposta si è rivelata concreta. Per questo ai calciatori saranno pagati gli stipendi fino a fine novembre e i bonus annuali ma non il mese di dicembre. Sui social poi sono arrivati i messaggi del portiere Jimmy Maurer e del centrocampista Ruben Bover a confermare il momento di incertezza. #ForeverGreen⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

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Gli Stati Uniti sono sempre stati un grande Paese e finalmente ora hanno anche un grande campionato di calcio. Per averne uno bello, però, meglio ripassare tra qualche anno. Perché se – come amava dire John Davison Rockefeller – «l’America non è una nazione, ma una promessa», forse nel soccer la parola non è stata mantenuta. E la scadenza fissata dal boss della Mls Don Garber («Nel 2022 saremo una delle migliori leghe al mondo») somiglia sempre più a un’utopia. Lo stato dell’arte del calcio Oltreoceano racchiude in sé la contraddizione insita nell’anima americana, quella tra quantità e qualità. Grandi porzioni e cibo spazzatura, enormi spazi e lande desertiche, magnati e diseredati. Così, se nella settimana che precede la finale della 21esima stagione di MLS (Toronto FC-Seattle Sounders, in programma il 10 dicembre) ci si ferma ad analizzare a che punto è arrivato il calcio a stelle e strisce, si nota la stessa stridente dicotomia: belli gli stadi pieni (a Seattle media oltre i 40mila spettatori), belle le scuole dove i bimbi giocano più a pallone che a baseball, bella gente, bel tifo, bell’entusiasmo, bei soldi. Bello tutto. A parte il gioco. Quello no, rimane qualcosa a cui tendere, come la frontiera dei pionieri nel West. Per spiegare come il pallone abbia trovato l’America e viceversa, e per capire come si sia arrivati ad un Paese di 300 milioni di persone impazzito per uno sport dove il livello medio è quello della Championship inglese (parola di Martin Samuel del Daily Mail), occorre fare un passo indietro, o forse due, fino alla Nasl, il campionato professionistico che per primo diffuse la religione europea e sudamericana del calcio nella patria di football e basket. Beckenbauer, Pelé, Cruyff, Best, Bettega, Chinaglia, Carlos Alberto: dal ’68 all’84 furono loro i veri pionieri-missionari, cowboy coi tacchetti al posto degli speroni con la folle idea di esportare uno sport sconosciuto. Ma la crescita del calcio americano fu eccessiva: tutti fiutavano aria di affari e soldi facili e correvano a investire, le franchigie si moltiplicavano e i campioni a fine carriera venivano coperti d’oro. Solo che Andy Warhol aveva ragione quando diceva che «spendere è molto più americano di pensare»: per guadagnare occorreva tempo e i pragmatici milionari di Tampa, Houston e Detroit non ne avevano. Spazientiti, si ritirarono presto, le squadre scomparvero, l’intero sistema collassò e fino al 1996 a calcio si giocò solo in università e in Nazionale, tanto è vero che Alexi Lalas, mitico difensore fulvo di Usa ’94 e poi del Padova, prima del Mondiale aveva giocato solo nel college di Rutgers. Il primo esperimento era fallito perché gli americani sono così, ovunque vadano vogliono stabilire il record di velocità per arrivarci, anche a costo di bruciarsi. Però non esiste veleno per cui l’America non abbia nel suo corpo un antidoto. Così sulla scorta dell’esperienza Nasl, la Mls nasce con una possente armatura contro gli eccessi di entusiasmo: il salary cap, ovvero un rigoroso tetto agli stipendi che impedisca ai visionari presidenti di rovinarsi come i giocatori di videopoker. Un meccanismo che funziona ma che soffoca la crescita. La scappatoia si trova nel 2007, quando viene varata la DPR, la Designated Player Rule, detta anche Legge Beckham. In sostanza, una deroga – dicono i maligni ideata apposta per permettere ai Los Angeles Galaxy di ingaggiare David Beckham – al tetto ingaggi: ogni squadra ha la facoltà di prendere un giocatore (negli anni diventeranno tre per squadra) con uno stipendio più alto della soglia. Una strategia per richiamare giocatori di fama mondiale e far rinascere l’entusiasmo dei tempi dei Metrostars, un investimento sul movimento che dà i suoi frutti e fa arrivare campioni come Rafa Márquez, Thierry Henry, Cuauhtémoc Blanco, Robbie Keane. Lo Spice Boy con la sua armata fa il miracolo, catalizza l’attenzione, rende il calcio di nuovo uno sport trendy. In dieci anni la Mls passa da 10 a 20 squadre, gli spettatori sono ora 21mila di media (più di basket e hockey), i diritti tv sono cresciuti del 500%. L’America torna ad essere una meta gradita e vive un secondo rinascimento di talenti maturi con l’arrivo di Pirlo, Gerrard, Lampard, Drogba, Kakà, Villa, Ashley Cole, De Jong. Le partite di Mls sono trasmesse perfino sulla tv italiana, tutti ne parlano come di un successo clamoroso. La storia dice che Beckham ha fatto esplodere la moda del calcio. Quel che non gli è riuscito è stato renderlo esteticamente all’altezza del calcio europeo. La fine di questa stagione è un buon momento per tirare le somme. Il ritiro di Gerrard e dell’ex romanista Julio Baptista e gli addii di Drogba e Lampard a Montreal e New York City chiudono di fatto la piccola era degli astri calanti andati a scintillare per le ultime volte al di là dell’Atlantico. Stelle che hanno accecato il mondo che guardava alla Mls e non si curava del Lumpenproletariat di terzinacci sgraziati che popola il campionato statunitense. Per un Kakà che guadagna 7,1 milioni di dollari l’anno, ci sono decine di giocatori che ne prendono 30mila, in un sistema immensamente squilibrato che somiglia a un film di Ken Loach. Un calcio per cui l’80% dell’attenzione si concentra su dieci Designated Players necessariamente non aiuta la qualità. Qualche esempio dà l’idea meglio di tanti discorsi. La finale di Eastern Conference tra Toronto e Montreal Il capocannoniere della regular season quest’anno è stato Bradley Wright-Phillips dei New York Red Bulls, con 24 reti. Il fratello dell’ex Chelsea Shaun ha giocato solo due stagioni in Premier League, all’inizio della carriera. Il resto è stato un peregrinare in Championship tra Southampton, Plymouth e Charlton, prima di scoprirsi bomber di razza alla foce dell’Hudson. Simile la parabola di Liam Ridgewell, capitano dei Portland Timbers campioni in carica, che nella pausa invernale l’anno scorso è tornato in prestito in Europa. Ora, essendo il capitano dei migliori d’America, ci si aspetterebbe una destinazione mediamente prestigiosa. Di certo più prestigiosa del Brighton & Hove in Championship. E che dire di Innocent Emeghara, Carneade apparso tra Livorno e Siena qualche anno fa e ora punta di diamante dei San José Earthquakes? Che dire di Federico Higuaín, fratello del Pipita, che in Europa fu bocciato dal Besiktas senza appello per esplodere ai Columbus Crew? Che dire di Matteo Mancosu, protagonista della promozione del Trapani dalla Lega Pro in Serie B, pallido in Serie A a Bologna e ora titolare inamovibile dei Montreal Impacts, tanto da tenere in panca Drogba? E ancora Nelson Haedo Valdez, paraguaiano giramondo la cui ultima stagione decente risale al Werder Brema del 2006 e che ora guiderà l’attacco di Seattle in finale; Shkëlzen Gashi, che prima di diventare DP dei New England Revolution aveva girato l’intera Svizzera tra Zurigo, Sciaffusa, Bellinzona, Neuchatel, Aarau, Grasshoppers e Basilea; Lee Nguyen, una presenza in tre anni al Psv Eindhoven e ora orgoglio vietnamita in New England; Matt Miazga, difensore gioiello comprato dal Chelsea per 5 milioni e dirottato al Vitesse dove scalda la panchina. Per finire con Ignacio Piatti, fallimento totale a Lecce tra 2010 e 2012 e ora miglior giocatore di Montreal con un gol ogni due partite. Una carrellata forse stucchevole, ma che rende l’idea. L’idea della relatività del talento e di come gli Stati Uniti siano davvero il Paese delle grandi opportunità. Anche se nel calcio forse sono opportunità livellate verso il basso. Il Best 11 della Mls 2016 Non sono conclusioni affrettate, né solitarie. Al di là delle dichiarazioni di facciata dei campioni «impressionati» dal livello della Mls (o dagli ingaggi…), basta guardare le partite per cogliere le differenze. Un’impressione realistica si ha anche vagabondando su Youtube. Si trova la recente semifinale Colorado-Seattle, un tripudio di erroracci. Si trova pure un filmato che raccoglie le 36 reti nella prima giornata della stagione appena conclusa e che sembra un campionario del Benny Hill Show. Chicago Fire-New York City 3-4: prima un difensore rinvia di testa in faccia a un compagno che sta provando una rovesciata e l’attaccante indisturbato fa gol, poi un difensore dei NY rende il favore addormentandosi e regalando la rete a Chicago (in un angolo si vede Andrea Pirlo sconsolato allargare le braccia…). Houston-New England 3-3: prima il portiere in uscita abbatte il difensore e l’attaccante segna a porta vuota, poi un altro difensore si sdraia invece di rinviare. Vancouver-Montreal 2-3: prima uno stopper prova a contrastare il centravanti di tacco, poi l’immancabile qui pro quo col portiere… Si può andare avanti per ore. Perfino i filmati che raccolgono le migliori giocate delle stelle sono indicativi. Tra i colpi più belli di Kakà sono finiti calci d’angolo e punizioni, e ogni tifoso del Milan sa che a San Siro Ricardo non ne ha mai tirata una. Semplice, a Milano c’erano 5 o 6 compagni che le battevano meglio, a Orlando è l’unico che le sa tirare. Pirlo poi: non ha mai brillato per dinamismo, ma in Mls fa la differenza nonostante si muova a velocità da domenica pomeriggio dopo il brasato della mamma. Contro il Real Salt Lake, Gerrard segna uno dei suoi gol più belli: una finta e in due volano a cercare margherite altrove. Un altro lo segna dopo un sombrero e un tunnel in area. Stessa cosa per Krisztan Nemeth di Kansas City, che in finale di Mls Cup contro Portland parte da metà campo per siglare un gol storico. Storici anche i capitomboli di due difensori affannati dai suoi (nemmeno troppo repentini) cambi di direzione. Per la cronaca, Nemeth ora non gioca nel Barça, ma nell’Al Gharafa, in Qatar. Il problema della qualità in Mls esiste per tutti. Per chi arriva da campionati infinitamente più competitivi e per chi invece cresce qui e vuole un giorno confrontarsi con le realtà straniere. Gli unici per cui il problema non esiste sono i vertici della Mls stessa. Gli stessi che hanno licenziato Jürgen Klinsmann da ct della Nazionale perché non valorizzava i talenti del campionato locale e anzi aveva duramente criticato le scelte di Bradley, Dempsey e Altidore di tornare in patria, attratti dalle sirene e dai milioni di dollari delle franchigie di casa: «Giocavano in squadre da Champions League (Bradley alla Roma, Dempsey al Tottenham, ndr), non è un passo avanti nella loro carriera». Klinsmann era arrivato perfino a convocare tedeschi di origine statunitense che giocavano in Zweite Liga o giovani senza nemmeno il passaporto americano (come Ashton Götz dell’Amburgo) piuttosto dei talentini impegnati in Mls, e il suo vice Herzog si era lasciato sfuggire che «l’obiettivo del calcio Usa è quello di portare più americani possibile in Europa». Una posizione non compatibile con la grande campagna dei vertici per lanciare il campionato statunitense come un prodotto di qualità. D’altronde, Klinsmann non era certo l’unico a giudicare la Mls inferiore e non paragonabile agli altri tornei. Antonio Conte ha lasciato a casa dal recente Europeo sia Pirlo sia Giovinco perché impegnati in un campionato non all’altezza e stessa cosa ha fatto il nuovo ct Giampiero Ventura con la Formica Atomica: «Se ti abitui a un livello basso, poi diventa un problema mentale». Con buona pace dei 7 milioni di stipendio. Uguale il concetto del ct messicano Juan Carlos Osorio (ex coach di NY Red Bulls e Chicago Fire, NdR), che ha chiesto ai giocatori di preferire esperienze in piccole squadre europee alla Mls, «un campionato di giocatori sul viale del tramonto». Senza contare che anche i giocatori europei sono ben consapevoli dei limiti del campionato in cui giocano. Per Pirlo «in Mls c’è troppa fisicità e poco gioco, c’è un vuoto culturale, non si insegna ai ragazzi a stoppare il pallone»; per Giovinco «è un campionato divertente solo per gli attaccanti perché non esiste la tattica», per Ridgewell il livello è quello della Championship inglese. Parole sagge ma minoritarie e inascoltate, dato che secondo un sondaggio il 67% dei calciatori della Mls crede che il livello sia quello di una squadra di media classifica in Premier League. La realtà dei numeri però è meno ottimistica. Dice per esempio che la Concacaf Champions League – la maggior competizione per club del Centro-Nord America – è stata vinta solo due volte da una squadra statunitense, l’ultima delle quali nel lontano 2000 (Los Angeles Galaxy-Olimpia Tegucigalpa 3-2). Dice anche che chi si trasferisce in Mls chiude con la Nazionale (Pirlo, Lampard, Gerrard, Iraola e perfino Giovinco, l’unico non a fine carriera). E dice che il ranking mondiale lascerà il tempo che trova, ma qualcosa significa. E se il club piazzato meglio è l’FC Dallas al 153esimo posto (peggio del Sanfrecce Hiroshima e del Sassuolo), forse Klinsmann era meno disfattista di quanto sembrasse. Inoltre, forse la qualità non si misura in media spettatori, altrimenti gli indiani del Kerala Blasters con i loro 49.111 appassionati ogni domenica sarebbero sulla cresta dell’onda. Così come non si misura in media gol fatti: la spettacolare regular season 2016 si è chiusa con una media di 2,81 gol a partita contro i 2,74 della Liga spagnola. Il che rende la Mls un campionato divertentissimo, ma non quanto la Serie A Svizzera (media di 3,43 gol a partita negli ultimi 150 match) e non quanto la seconda divisione di Andorra coi suoi 4,33 gol a partita. Emerge il vero problema della Mls: mancano gioco e fondamentali. Così si torna al principio e a un calcio americano entusiasmante e scintillante ma dai contenuti modesti che non è riuscito a decollare qualitativamente neppure con l’invasione dei Designated Players. Perché? Chi studia il fenomeno, ipotizza tre ragioni. La prima è il meccanismo dei playoff, che depotenzia l’intera regular season. Se puoi vincere il titolo arrivando a metà classifica, il livello si alzerà solo nei playoff, mentre per il resto della stagione si vivacchierà. Ma questa al massimo è una spiegazione per i differenti livelli di intensità, non di qualità. Seconda ragione: le franchigie bloccate. Non avere retrocessioni e promozioni – come in tutti gli altri sport americani – paralizza il sistema, lo sclerotizza e per inerzia gli impedisce di migliorarsi. Parzialmente vero, ma non risulta che la Nba sia qualitativamente peggiore dei campionati di basket europei. Dove c’è talento, le franchigie bloccate contano poco. E si arriva alla terza ragione, quella che affonda le radici nel trauma del fallimento della Nasl: l’impossibilità di investire in calciatori. Il meccanismo dei Designated Players ha aperto le porte all’ingresso di giocatori di livello – e dunque di ingaggio – superiore. Ma ancora rappresentano una minoranza, uno specchietto per allodole e diritti tv. Che funziona per creare seguito, ma non trascina qualitativamente la Mls. Numeri, dribbling e acrobazie L’analisi più puntuale l’ha fatta Simon Evans di Soccerly, secondo cui il salary cap impedisce un innalzamento del livello medio. Per migliorare occorre importare giovani di livello da Africa, Sud America ed Europa. Occorrono scouting, programmazione e investimenti. Non necessariamente in campioni nell’inverno della loro arte pedatoria, ma in potenziali campioni in grado di entrare nelle Academy giovanili e stimolare la competizione fin da subito. Solo così il livello può crescere. Una strada che implica costi e che fa paura, un po’ per lo spettro di finire come in Russia, dove gli anni d’oro delle spese folli sono finiti in una depressione calcistica totale, e un po’ perché in una cultura sportiva di roosters e uguali opportunità i patron alla Abramovic sono sempre mal visti. Pericolosa e scomoda, questa sembra però l’unica via per riuscire a rendere la Mls una delle migliori leghe del mondo. God improve America. L’alternativa, più gaudente e confortevole, è rimanere in questa dimensione di passione pura, con stadi moderni sempre pieni e partite ricche di gol, in cui 4 o 5 giocatori parlano una lingua e gli altri arrancano, sempre a disagio col pallone fra i piedi. L’alternativa è rimanere in un contesto da show in cui la competenza tecnico tattica è merce rara. All’alba dei suoi 21 anni, il calcio a stelle e strisce deve decidere cosa diventare e la sfida è non dare ragione a Mark Twain quando scriveva: «È stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso ignorarla».   Fonte: Marco Zucchetti - Rivista 11

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