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Henry, l'Arsenal vuol estendere il prestito
Scritto il 2012-02-05 da Americo Costi su MLS
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L'allenatore dell'Arsenal Arséne Wenger punta ad estendere il prestito dell'attaccante dei New York Red Bulls Thierry Henry.

L'attuale accordo col team della MLS prevede il rientro di Henry a New York dopo il match del prossimo 15 febbraio in Champions League contro il Milan.
Wenger ha dichiarato che i Gunners non hanno parlato ancora dell'estensione con i Red Bulls, ma la considerano possibile.  "Non ho ancora verificato. Forse al massimo potremo tenerlo altre due settimane".

Due settimane che consentirebbero al 34enne Henry di essere disponibile per l'FA Cup e per l'importantissimo scontro del 26 febbraio col Tottenham, dando così supporto in avanti all'olandese Robin van Persie, al momento capocannoniere della Premier League con 22 reti, a seguito della tripletta nel 7-1 sul Blackburn che ha visto anche un gol di Henry nel recupero.

Il gol, probabilmente il suo ultimo all'Emirates, porta il record di Henry in maglia Arsenal a quota 228, anche se il suo contributo è stato ben maggiore delle due reti segnate sinora. Wenger: "Sta dando tanto alla squadra. E' uno positivo, tutti ascoltano i suoi consigli e lo rispettano. Per ora starà qua altre due partite. E con Sudnerland e Milan saranno due signore partite".

Notizia non di mercato (non ancora) ma che certamente potrebbe attrarre le attenzioni di qualche operatore nostrano. Dillon Powers, centrocampista dei Colorado Rapids classe 1991, vincitore del premio di Rookie of the year (esordiente dell'anno) 2013 dalla scorsa settimana è cittadino italiano. Lo ha comunicato lui stesso via Twitter. Nato in Texas, figlio di Mike Powers (ex Dallas Sidekicks nella MISL e Detroit Express nella ASL anni '80), cominciò a giocare a calcio nell'Andromeda SC e nella Plano Senior High School per poi entrare nel soccer NCAA nell'University of Notre Dame dove ha giocato dal 2009 al 2012 per un totale di 78 partite, 10 goal e 22 assist. Nel SuperDraft 2013 è stato scelto dai Colorado Rapids come 11esima scelta generale. Powers vanta anche 15 presenze con gli USA U20 con cui ha partecipato ai Mondiali di categoria 2009 in Egitto, ed è stato nominato MVP alla Milk Cup 2012. Inutile dire che la sua stagione da rookie è stata ottima: lo testimonia il premio, le 30 presenze, 5 goal e 6 assist che hanno portato punti a Colorado, arrivata fino agli spareggi playoffs della Western Conference. Si è confermato nel 2014 (30 match, 5 gol e 9 assist) meritandosi il rinnovo di contratto e la fascia di capitano a 23 anni, il più giovane della storia dei Rapids. Di Powers parla benissimo il coach Pablo Mastroeni, uno che era un vero duro in campo (si ricordi il fallo con espulsione su Andrea Pirlo ai Mondiali 2006): "Dillon è un leader in campo, ma non con le parole, bensì per l'esempio che dà". E ora, col passaporto comunitario, è anche un prospect che può finire sui taccuini degli osservatori italiani.

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Quando si tratta di annunci, il Toronto FC sembra aver imparato la lezione. Si spera sia l'indicazione di un cambio di filosofia al TFC, più indirizzata al calcio innanzitutto, al marketing e infine al branding. Un anno dopo aver presentato Jermain Defoe in grande stile, accompagnato dallo sfortunato slogal “Bloody Big Deal”, il TFC ha invece mostrato alla stampa quello che è il suo sostituto, l'attaccante americano Jozy Altidore, nuovo designated player del club. La presentazione di Altidore è stata molto più modesta rispetto allo spettacolo messo in piedi per Defoe (e Michael Bradley) dal TFC lo scorso gennaio. Stavolta ci sono stati meno fuochi d'articficio e niente bus a due piani parcheggiato fuori dal locale con la scritta “Bloody Big Deal”. Il GM del club canadese, Tim Bezbatchenko, ha evitato di entrare nei dettagli dello scambio che ha visto Defoe tornare in Premier League al Sunderland per Altidore. C'è stato movimento di denaro? Il TFC ci ha guadagnato qualcosa? Bezbatchenko non ha risposto, ma una fonte nella MLSE ha spiegato a Sportsnet che lo scambio è stato alla pari, e che Michael Bradley ha ristrutturato il suo contratto sì da aiutare il TFC ad ingaggiare Altidore. Questo è quello che sappiamo. E sappiamo anche che Defoe è andato, e che probabilmente non tornerà mai da queste parti, e per alcuni fans del TFC sarebbe comunque troppo presto. Ora il Toronto FC guarda avanti con Altidore, l'americano che ritorna in Major League Soccer per cercare di recuperare una reputazione danneggiata, e per cercare di aiutare i Reds a interrompere una serie negativa che li vede da otto anni - dalla loro fondazione - fuori dai playoff. Se state cercando qualche segnale di progresso e maturità, sarà bene sapere che la conferenza stampa di venerdì ha evitato di essere troppo di "marketing", evitando di fornire aspettative eccessive che in passato sono risultate comiche. Nessuno ha tirato fuori le parole "Bloody Big Deal”. Nessuno ha provato a dire che Altidore sarà il salvatore del team (a differenza di Defoe l'anno scorso). E non c'è stato alcun appello fuori luogo di Tim Leiweke ai fans presenti. Non c'è stato nulla di tutto ciò. Venerdì si è parlato di calcio, di campo. Ed anche se è difficile credere pienamente a questo management - ci siamo bruciato abbastanza in passato - c'è la sensazione che il Toronto FC abbia imparato la lezione dalla debacle subita con Defoe, e che ora tutti siano focalizzati sulle cose importanti. “Per me tutto è relativo alle vittorie. Possiamo parlare degli ingaggi, della nostra visione, di cosa stiamo provando a fare sul campo, il nostro stile di gioco. Ma alla fine dobbiamo regalare ai tifosi un team vincente", ha detto Bezbatchenko. “Quella di oggi è una cosa grossa, ma alla fine ciò che conta è vincere”. Sulla carta Toronto sembra averci rimesso da questo scambio alla pari col Sunderland. I Black Cats hanno riportato in Inghilterra un cannoneire veterano come Defoe, che ha sempre fatto gol in Premier League. Toronto invece prende Altidore, che dopo i lampi in Eredivisie con l'AZ Alkmaar (51 gol in 93 partite), è andato in gol una sola volta in 42 match di Premier League dal 2013. Qual'è il vantaggio per il TFC? Essere stato in gradi di liberarsi di un giocatore come Defoe che non credeva nella causa. A 25 anni, Altidore ha certamente maggiore spazio di crescita del 32enne Defoe. Inoltre ha voglia di smetire i suoi detrattori, inclusi i tifosi del Sunderland che hanno celebrato la sua partenza, e i critici locali che non credono meriti il contrattone concessogli dal Toronto. Ma , più di ogni cosa, Defoe non voleva restare a Toronto, mentre Altiodre vuole. E questo conta. E' una scommessa per il TFC? Assolutamente lo è. Non c'è alcuna garanzia che Altidore ritorni alla forma messa in mostra in Olanda. E i tifosi del Toronto FC sarebbero più sereni se Bezbatchenko avesse ingaggiato un cannoniere più continuo di Altidore. Ma la decisione di prendere Altidore, a differenza di Defoe, è basata interamente su motivi calcistici, e non da qualche piano marketing e dall'ossessione di costruire un brand globale. Ed è un grande passo nella giusta direzione per questo club. Ora il Toronto FC deve capire come mettere insieme i pezzi sul campo. Altiore può essere d'aiuto? Lo scopriremo presto. Fonte: John F. Molinaro - Sportsnet

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La sfida che New York si appresta a vivere dal 2015 è un qualcosa di anomalo e difficile da vedere anche in altre parti del mondo dove il calcio è lo sport sovrano, perché solitamente sono due le squadre che si contendono i tifosi di una città, a volte alla pari come a Milano, a volte con spiegamenti di forze in campo differenti come a Torino, ma oltre Londra che annovera quasi venti compagini di qui cinque in EPL sono pochi gli esempi di città con più di due squadre, almeno in Europa, perché in Sudamerica città come Rio, San Paolo, Buenos Aires, Montevideo e Bogotà, per tacer delle altre contano una squadra per quartiere. In Europa questo si vede a Rotterdam, dove a parte il celeberrimo Feyenoord esistono anche l’Excelsior e lo storico Sparta Rotterdam, da qualche anno caduto in seconda divisione, e a Madrid oltre Real Madrid ed Atletico esiste anche il Rayo Vallejano che dopo anni di divisioni inferiori è tornato ai piani alti della liga, e se vogliamo possiamo sommare alle tre squadre anche il Getafe, squadra della provincia. A Lisbona oltre lo storico Benfica de Lisboa e il meno fortunato Sporting esiste anche il Belenenses, chiamato così perchè del quartiere di Belem, ma salvo alcuni exploit è una compagine minoritaria che lotta per non retrocedere. A New York invece, quello che sta per verificarsi è uno scontro tra titani, ovvero un’inedita sfida a tre tra New York Red Bulls, New York Cosmos e New York City F.C. Sebbene il sistema sportivo americano sia molto diverso da quello europeo e non solo e non prevede promozioni e retrocessioni   la sfida si combatte ugualmente senza esclusione di colpi nel tipico stile americano ed il confronto è su altri livelli senza tralasciare comunque quello agonistico (nella scorsa US Open Cup  gli attuali Cosmos, militanti nella Nasl, che a dispetto del nome è una seconda divisione, hanno tranciato i New York Red Bulls, che a parte l’assenza di Henry vantavano in campo la quasi totalità dei titolari, per 3-0). La posta in gioco in questione è alta e per i New York Cosmos vincerla è fondamentale per la sopravvivenza della squadra stessa, che dopo l’euforia della prima stagione culminata con la conquista di un titolo nazionale al primo colpo dopo un sonno durato quasi tre decadi hanno avuto invece una stagione altalenante finita con l’eliminazione in semifinale ad opera dei San Antonio Scorpions lauratisi poi campioni Nasl 2014. Ma, a parte le prestazioni in campo, gli infortuni, le delusioni di alcuni nuovi acquisti, quello che ha preoccupato di più la società ed i tifosi è stato il crollo dell’affluenza diminuita del 29% e il quasi totale oblio dei media dopo i tre anni che hanno fatto seguito alla gestazione della nuova squadra passata poi di mano da Kemsley e Byrne agli arabi della Sela Sport. Almeno in questo avvio di stagione, sono proprio i Cosmos  che si stanno preparando meglio alle imminenti sfide della stagione 2015 sia dal punto di vista tecnico che da quello del marketing e pubbliche relazioni, fondamentali negli Usa se si vuole restare al passo coi tempi. In più a differenza di New York City F.C. e New York Red Bulls, i Cosmos rappresentano un marchio storico americano e soprattutto newyorkese e merita più delle altre due sfidanti il titolo ed il blasone di squadra storica ed autentica della grande mela. I New York Red Bulls, un tempo Metrostars, sono stati comprati dalla Red Bull Gmbh nel 2006 ma per la multinazionale del drink energetico non sono stati altro che uno dei tanti veicoli per poter propagandare e pubblicizzare il proprio prodotto, e non rappresentano nemmeno un asset prioritario per la casa madre austriaca, alcune voci danno i Red Bulls al ventesimo posto circa in ordine di importanza, tanto da far trapelare la notizia che la squadra sarebbe in vendita. Se questo sia vero o meno lo si vedrà nei prossimi mesi, però è un dato di fatto che nel quartier generale austriaco non si sono mai veramente preoccupati dell’andamento della squadra, era soltanto importante e “cool” avere una squadra nella città più trendy del mondo come avamposto per espandere il mercato nord americano, ma la pratica è stata sempre svolta più o meno in maniera pressappochista, non discostandosi dalle precedenti gestioni e bruciando come in passato risorse, giocatori, dirigenti ed allenatori come legna da ardere. D’altronde la Red Bull Gmbh si fa pubblicità grazie alla Formula Uno tramite le scuderie Red Bull e Toro Rosso, sponsorizzando molti eventi di sport estremi come il bungee jumping, ed è proprietaria di due club di hockey su ghiaccio in Austria e Germania, rispettivamente a Salisburgo e Monaco di Baviera. Calcisticamente parlando la prima mossa della multinazionale di Dietrich Maeschitz è stata quella di comprare l’Austria Salisburgo e cambiarne nome e colori, mossa contestata al punto che una frangia ribelle di tifosi ha fondato una nuova squadra con vecchio nome e colori attualmente militante nella serie C austriaca. Nel frattempo però in Germania è stato fondato il RB Leipzig, partito dalle serie inferiori ed attualmente nella serie B tedesca e tra le candidate alla promozione in Bundesliga. La consorella teutonica ha avuto però qualche problema per via della legislazione locale che vieta di chiamare le squadre con marchi a scopo pubblicitario e impone agli investitori stranieri un socio nazionale che abbia in mano una parte consistente del pacchetto, così la società ha dovuto cedere quasi la metà delle proprie azioni ad investitori locali ed ha ribattezzato la squadra Rasen Ball Leipzig. In Brasile i Touros Vermelhos, così viene chiamata la squadra brasiliana della Red Bull, sono stati promossi nella prima divisione del campionato paulista,mentre in Africa il Red Bull Ghana, pur essendo nella prima divisione nazionale non brilla per andamento in campionato, forse anche la consociata africana è solo un modo per promuovere il soft drink a base di taurina nei paesi in via di sviluppo e formare giocatori da vendere alle grandi del calcio. L’attuale situazione dei Red Bull è di totale incertezza dopo l’abbandono del GM Andy Roxburgh, già ct della Scozia a Italia ’90, la perdita del fuoriclasse francese Thierry Henry che ha lasciato la grande mela con l’intenzione di appendere gli scarpini al chiodo ma con quest’ultima non ancora del tutto confermata, la notizia che Steve Gerrard, stella del Liverpool in procinto di lasciare la EPL, non si accaserà in New Jersey (perché a dispetto del nome i Red Bulls giocano ad Harrison nel vicino New Jersey) bensì ai Los Angeles Galaxy,  che già annoverano l’attaccante irlandese Robby Keane, ex di Inter e Liverpool, ed hanno scritto nel recente passato pagine di gloria grazie a David Beckham, ( dopo i primi due anni un pò stentati  ed un libro che ne metteva in dubbio l’impatto che la sua venuta negli Usa aveva creato all’interno del movimento calcistico Usa),che durante la sua permanenza ha fatto vincere al club losangelino due MLS Cup ed un Supporters’ Shield, bottino che avrebbe potuto essere più pingue se la finale MLS disputatasi a Seattle nel 2009 non avesse visto prevalere i Real Salt Lake e se i disastrosi Galaxy del 2007 avessero vinto la finale di Superliga che ha invece visto alzare il trofeo ai messicani del Pachuca, ma coi se e i ma non si va da nessuna parte. Resta il fatto che oltre a non aver vinto la MLS Cup e la US Open Cup nemmeno nel 2014 ed aver perso Henry senza, almeno per ora, trovare un degno sostituto, la base dei tifosi, che già disincantati per via dell’ennesima stagione amara e le incertezze sul futuro hanno anche dovuto ingoiare il rospo della messa alla porta dell’allenatore Mike Petke, allenatore in seconda finito in prima linea per mancanza di volontari che volessero rischiare la faccia e il prestigio sulla panchina più rovente d’America che è stato però l’unico a far vincere ai New York Red Bulls un trofeo ufficiale, ovvero il Supporters’ Shield nella stagione 2013 e che quest’anno, nonostante i capricci di Henry ed un andamento altalenante è comunque arrivato alle finali di conference. Al suo posto è stato nominato il suo assistente Jesse Marsch, in passato allenatore in seconda della nazionale Usa con Bob Bradley e che a livello professionale può vantare solo l’annata del 2012 sulla panchina dei Montreal Impact con un ruolino di marcia tutt’altro che brillante. A New York hanno fallito allenatori del calibro di Firmani, che benissimo aveva fatto coi Cosmos, Milutinovic, l’uomo dei miracoli di Usa ’94, il brasiliano Parreira, già campione del mondo con la sua nazionale, il portoghese Carlos Queiroz ed anche l’americano Bruce Arena, che bene sta facendo ai Los Angeles Galaxy coi quali ha vinto tre MLS Cup in quattro anni. Piuttosto di prendere un allenatore senza una vera esperienza professionale sarebbe stato più giusto lasciare Petke al suo posto, e questa mossa per molti sbagliata inciderà non poco sul morale dei tifosi e al botteghino, dove senza un progetto ben definito ed un designated player di rilievo sarà molto difficile aumentare abbonamenti e presenze alla Red Bull Arena, e a meno di cambiamenti repentini e clamorosi ci si aspetta un sensibile calo. La franchigia di proprietà dei New York Yankees ma soprattutto dello sceicco Mansour denominata New York City F.C. sui quali Don Garber aveva scommesso molto erano partiti a razzo con una campagna di marketing a dir poco faraonica ma proprio pochi giorni fa il progetto ha cominciato a mostrare delle evidenti crepe che minano non solo la credibilità dello stesso ma dell’intera MLS.  Nel 2013 il commissioner della lega Don Garber aveva annunciato ufficialmente che la ventesima squadra della MLS si sarebbe chiamata New York City F.C. di proprietà all’80% del City Football Group e al 20% dei New York Yankees,  per la modica cifra di cento milioni di presidenti morti. L’annuncio ufficiale, presentato da Garber in pompa magna, aveva già fatto storcere il naso a buona parte dei puristi del soccer Usa, alcuni dei quali perché avrebbero voluto vedere nella MLS i Cosmos, altri invece dubbiosi sulla serietà del progetto in quanto la neonata franchigia nasceva priva di stadio di proprietà, perplessità aumentate dopo il naufragio dei progetti di costruzione di un soccer specific stadium nel Corona Park e successivamente nel Bronx, ma la proprietà degli Yankees ci ha messo una pezza essendo proprietaria dello Yankee Stadium facendo si che quella che viene chiamata da molti appassionati di soccer “Manchester Light” in tono canzonatorio trovasse una casa provvisoria per i primi tre anni di vita. A difesa del New York City si può dire che lo Yankee Stadium ha di recente ospitato più di un’amichevole estiva organizzata dalla S.U.M., il braccio organizzativo della Major League Soccer, e in passato anche i Cosmos vi avevano alloggiato nella stagione NASL 1976, e parlando di MLS New York non sarebbe l’unica squadra a non giocare in uno stadio per il calcio visto che New England e Seattle giocano in impianti progettati per il football quali il Gillette Stadium ed il Century Link Field perché le squadre sono di proprietà degli stessi consorzi di Seattle Seahawks e New England Patriots. Viene però da chiedersi perché allora la franchigia di Miami capitanata dall’ex giocatore David Beckham è tenuta in standby per l’impossibilità di reperire in tempo breve area ed autorizzazioni per uno stadio, il che fa pensare all’antico detto a chi figli e a chi figliastri, gettando un’ulteriore ombra sulla credibilità della lega. Credibilità che proprio in questi giorni è messa a dura prova dalla notizia ufficiale che Frank Lampard, già stella del Chelsea e usato come testimonial per la faraonica campagna di lancio della nuova franchigia, non sarà presente a New York prima di maggio, saltando così parte della stagione MLS. Se dal punto di vista tecnico pochi mesi di ritardo non sono un gap immenso da colmare, specie per un fuoriclasse di tale nome, questo fulmine a ciel sereno mette a nudo alcune scomode verità, ovvero che la Major League Soccer, nonostante i progressi finanziari, organizzativi e sportivi è considerata, anche per snobismo e stereotipi sugli americani e il soccer quello che i tabloid inglesi chiamarono al tempo dello sbarco di Beckham ai Galaxy “il campionato di Topolino”. Facendo un parallelo con lo slittamento nel 2010 del ritorno di Becks negli Usa quando fu dato in prestito al Milan, oggi come allora si denota una debolezza della MLS incapace di far rispettare i patti alle stelle ed ai club stranieri, che in un paese che sprizza orgoglio nazionale da tutti i pori può significare l’etichetta di “loser” stampata addosso, per la gioia di giornalisti come Jim Rome e non solo che potrebbero così tornare ad attaccare mediaticamente il soccer facendogli perdere la credibilità acquisita faticosamente nell’ultimo ventennio. Un altro dato preoccupante e da non trascurare, è che così come i Red Bulls, anche il New York City F.C. nasce fondamentalmente per pubblicizzare un “global brand”, ovverosia quello del Manchester City. L’unica differenza tra i due marchi è che uno rappresenta una squadra di calcio e l’altro un soft drink, ma le modalità di comportamento delle due franchigie è quasi speculare. In più la squadra di New York di proprietà degli inglesi servirà da vivaio agli inglesi del City così come il Melbourne City oltre ad essere un ottimo escamotage per evitare il fair play finanziario imposto dall’UEFA. Infine, notando che sia lo sponsor che il colore e design del kit dei giocatori New York City sono uguali, emblema a parte emblema e sponsor tecnico, viene da pensare al recente esperimento dei Chivas Usa, falliti miseramente ed in perenne crisi di pubblico e risultati, così come nelle serie inferiori gli esperimenti ancora più fallimentari ed effimeri di California Victory e Cristal Palace Baltimore. Certamente la disponibilità economica dello sceicco Mansour e l’organizzazone del City Football Group faranno in modo che il valore espresso in campo sia di alta qualità, ma a fronte di quanto espresso in precedenza, unito allo snobismo dei newyorkesi in materia di soccer, il buon gioco in campo e la presenza di campioni blasonati potrebbero non bastare. In questo panorama di ombre, incertezze e perplessità la squadra che sembra invece affrontare il futuro in maniera positiva e col migliore progetto sembrano essere i New York Cosmos della Nasl. Sebbene anche essa di proprietà di una società non americana, la franchigia Nasl della grande mela vanta comunque un passato radicato nella storia della città e della nazione grazie ai suoi fasti degli anni ’70 e delle amichevoli di lusso che più di una volta videro la squadra al tempo di proprietà della Warner Bros ben figurare e a volte dare lezioni di calcio ai blasonati club europei e sudamericani. In più, grazie a quei tour mondiali promossi al tempo dal tycoon Steve Ross e la presenza di stelle come Pelé ma anche Chinaglia, Beckenbauer, Carlos Alberto, Steve Hunt, Dennis Tuehart, Dave Clemens, i sudamericani Mifflin, Romero, Cabanas, gli olandesi Neeskens e Rijsbergen, il metronomo del centrocampo Vladislav Bogicevic denominato il maestro di Belgrado, ma anche gli americani Werner Roth, Bobby Smith, Shep Messing, Ricky Davis e Steve Moyers, i Cosmos sono  un global brand made in Usa e con una storia alle spalle, cosa che in un paese con poco più di due secoli di vita conta molto. In più, parlando del presente, vincendo Soccer Bowl 2013 dopo pochi mesi dall’esordio la squadra attualmente allenata dal italo-venezuelano Joe Savarese ha oscurato il Supporters’ Shield dei Red Bulls vinto lo stesso anno dopo ben diciotto campionati, e dopo l’annata amara appena conclusasi si presentano ai nastri di partenza molto rivoluzionati mostrando soprattutto il fuoriclasse spagnolo fresco d’acquisto Raul, già di Real Madrid e Schalcke 04. I Cosmos a differenza dei Red Bulls hanno già il loro marquee player, e non è il solo, e al contrario di Lampard scenderà il campo fin dalla prima giornata. Raul non è il solo giocatore di classe internazionale presente in rosa, con lui brilla a centrocampo l’ex compagno di nazionale Marcos Senna, già del Villareal, l’ex nazionale Usa Dennis Szetela, lo spagnolo ex Sporting Gijon Ayoze, alcuni buoni giocatori con un passato alle spalle in MLS come Hunter Freeman, Carlos Mendes e il neo acquisto Adam Moffatt, e giovani di belle speranze quali Lucky Mkosana e il salvadoregno Andre Flores. In più si mormora dell’arrivo del centrocampista cileno Jaime Valdés, già di Fiorentina e Parma ed ora in forza al Colo-Colo di Santiago, ma indipendentemente dal suo arrivo, i Cosmos appaiono tra le tre compagini ad essere i più preparati ed organizzati, ma tra pochi mesi sia MLS che Nasl si avvieranno ai nastri di partenza della stagione 2015, e i pronostici lasceranno spazio ai risultati, chi la spunterà?

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