L’aveva sognato un paio di notti fa, Carli Lloyd: avrebbe segnato quattro volte nella finale del Mondiale. Mai fidarsi, però. Perché contro il Giappone, la capitana e nuova eroina degli Usa ne ha fatti solo tre. Un hat-trick, una tripletta, confezionato nei primi sedici minuti di una partita messa subito in cassaforte, grazie anche al gol di Lauren Holiday. Un 4-0 iniziale che vendicava con gli interessi il dispetto di quattro anni prima, quando in svantaggio due volte, le nip- poniche avevano poi vinto ai rigori.
PRIMA VOLTA Nessuna aveva mai fatto una tripletta nell’atto finale di una Coppa del Mondo. Due zampate da navigata donna d’area di rigore e l’ulti- mo gol da centrocampo: un’oc- chiata al portiere in posizione troppo avanzata e quella lunga e precisa palombella. Finiva 5-2 e gli Usa alzavano il trofeo per la terza volta, più di tutte le altre nazioni. Ma non conquistavano un Mondiale dal 1999 (pur avendo quattro ori e un argento in cinque edizioni olimpiche), da quando Brandi Chastain spedì in rete il rigore contro la Cina, s’inginocchiò sul prato del Rose Bowl a Pasadena davanti a 90 mila persone, si tolse la maglia, rimase in top nero e finì sulla copertina di Sports Illustrated e sui poster di milioni di bambini americani.
LA MIGLIORE Ora è il momento di Carli. Non si segnano tre gol nella partita più pesante se non si ha nel Dna i geni di gente come Messi. Ne aveva già fatti tre nelle ultime tre partite, dagli ottavi in poi, incluso un assist, e per questo è stata nominata miglior calciatrice del Mondiale. Era la ragazza che aveva messo dentro le reti decisive nelle finali olimpiche del 2008 a Pechino (contro il Brasile) e nel 2012 (contro il Giappone). Ma nel 2011, come Roberto Baggio, aveva mandato alle stelle uno dei rigori della sconfitta proprio con le giapponesi (quella da vendicare). E da lì era ripartita. Perché Carli è sempre stata un’incompresa: mezzala d’attacco non di difesa, bisogno di libertà senza sentirsi rinchiusa in una gabbia di schemi. «Non ascolta mai quello che le dici», l’aveva criticata qualche giorno fa Pia Sundhage, ex c.t. degli Usa e ora delle svedesi. «Se fossi in voi adesso le rifarei la stessa domanda», sorrideva con i giornalisti Carli. Da anni si affida a un personal coach australiano, che paga di tasca sua, per migliorare fisicamente e mentalmente. «Forse qualcuno pensa che sia arrogante, perché dopo l’allenamento metto la musica nelle cuffie e vado in camera». Invece è solo la ricerca di perfezione. Le piace visualizzare, oltre che sognare: «In semifinale con la Germania quando sono andata sul dischetto ho bloccato tutto ciò che avevo intorno: c’ero io, la rete e la palla». Ha studiato Muhammad Ali, Michael Jordan e Wayne Gretzky per capire come si fa ad eccellere. Ora, il presidente Obama e Kobe Bryant le hanno cinguettato dei tweet personali e il suo volto sorridente sarà il nuovo poster del calcio Usa. Anche di quello maschile.
Oltre la vittoria: il soccer si rilancia e le tv applaudono
La veterana Wambach sfida le ipocrisie: al fischio finale si precipita a baciare la moglie
C’è tutto il bello dell’America nei novanta minuti della finale di Coppa del Mondo di domenica sera. La vitto- ria, naturalmente, la terza in sette edizioni, oltre a un argento e tre bronzi: gli Usa non sono mai scesi dal podio. E’ il successo che rilan- cia il soccer anche in quei salotti dove si discute prevalentemente di altri sport, considerati più attraenti. Perché per farsi largo e se- durre nuovi tifosi, in questo Paese devi soprattutto essere vincente. Il calcio femminile lo è e per Mondiale e Olimpiade si ritaglia uno spazio impensabile su giornali e tv, con audience straordinarie.
LEZIONE E RISPETTO Non c’è solo il trionfo sportivo nella notte di Vancouver, ma molto di più. C’è il ri- spetto di Carli Lloyd, la nuova eroina che insiste per cedere la fascia di capitana al suo mito di ragazzina, Abby Wambach, la donna che ha segnato più re- ti nel soccer ed entra in campo negli ultimi minuti per la sua ultima presenza prima della pensione. Poi proprio la Wambach, dopo il fischio finale, tiene una bella lezione di civiltà: va a baciare in diretta mondiale sua moglie, ricordando agli ultimi bacchettoni rimasti che cosa significhi vivere in un Paese libero. Una lezione la impartiscono anche i media americani, che dopo l’ennesima gaffe della Fifa sul sito ufficiale («Alex Morgan è tanto brava quanto bella») insorgono per quell’eccesso di sessismo. E ri- badiscono l’idea di uguaglianza fra uomini e donne: «Ma quando parlano di Cristiano Ronaldo mica scrivono che è “hot”!».
L’OSSESSIONE E poi c’è la storia di questa generazione di calciatrici, che per sedici anni ha convissuto con l’ossessione di emulare quella precedente. E’ come se Buffon, Pirlo e Del Piero nel 2006 avessero tolto di mezzo Zoff, Pablito Rossi e Tardelli, i campioni del 1982. E’ il segno della continuità: più che la vittoria di una squadra, quella di un intero movimento.
Fonte: Gazzetta dello Sport










































