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MLS Week 27, per New England e Dallas vittorie play off
Scritto il 2014-09-15 da Giacomo Costa su MLS
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New England - Montréal Impact 2-1
Goal: 
23' Rowe, 25' Nguyen - 13' Mallace
E' ormai deciso l'ultimo posto in classifica nella Eastern Conference per Montréal, mentre questi 3 punti per il New England sono fondamentali e portano la squadra al 3° posto nella Eastern Conference.

Houston Dynamo - Columbus Crew 2-2
Goal: 
12' og Schoenfield, 38' Barnes - 48' Trapp, 54' Finlay
Un punto a testa che non rende felice nessuno, visto che entrambe le squadre avrebbero avuto bisogno di 3 punti in ottica play off.

FC Dallas - Vancouver 2-1
Goal: 20' e 78' Blas Perez - 67' Hurtado
Dopo due sconfitte di fila tornano alla vittoria i texani di Dallas. In goal il solito Blas Perez (8° stagionale) con una doppietta. Vancouver, nonostante la sconfitta, rimane al 5° posto nella Western Conference.

Chicago - Toronto 1-1
Goal: 
11' Palmer - 89' De Rosario
Beffato negli ultimi minuti di gioco Chicago che con i 3 punti si sarebbe avvicinato prepotentemente alla zona play off. Rimpianti anche per il rigore sbagliato da Larentowicz che avrebbe portato la franchigia dell'Illinois sul 2-0.

Colorado - Portland 2-2
Goal: 48' Powers, 56' Brown - 43' Valeri, 76' Fernandez
Anche in questo caso punto che serve poco ad entrambe le squadre, soprattutto a Colorado, reduce da un bruttissimo periodo e distante per 7 punti dal 5° posto.

San Jose - LA Galaxy 1-1
Goal: 66' Wondolowski, 28' Omar Gonzalez
Finisce in parità il California Clasico, una delle rivalità più sentite nella Major League Soccer. Match dominato dai Galaxy nel primo tempo, ma con un vantaggio di una sola rete a causa del rigore sbagliato da Robbie Keane.

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Niente stadio niente team. Il commisisoner della MLS Don Garber ha reiterato ieri - in occasione di un incontro pubblico a Montreal - le condizioni per i futuri expansion team, che permetteranno alla lega di raggiungere quota 24 nel 2020. Al momento, alle 19 già in campo si sono aggiunte New York City FC e Orlando City - con ingresso nel 2015, e Atlanta nel 2017. Qualche serio problema inizia invece ad esserci per Miami, nonostante l'annuncio ufficiale che vorrebbe vedere la squadra di David Beckham pronta a giocare nel 2017. La "Miami Beckham United" si è vista infatti bocciare dalla città di Miami per la seconda volta una proposta relativa all'area dove costruire lo stadio. E sul tema Garber è stato chiaro: “Non possiamo andare a Miami senza uno stadio in un'ottima location al centro di Miami. Se non sei in grado di trovare il posto giusto per giocare, sarebbe un suicidio per noi abdare lì, dove abbiamo già fallito una volta".  Garber ha riaffermato la volontà della MLS di espandersi con tre team nel Southeast degli Stati Uniti dove al momento non ci sono squadre, ma ha ammesso che ci sono ancora grandi aree degli USA libere, e le opzioni non mancano.  “L'esplosione di interesse nei confronti del calcio pro negli ultimi due anni ci ha davvero sorpreso,sia che si parli di match internazionali o di USL PRO, dove c'è Sacramento che attira 20mila spettatori a partita". Ma intanto negli Stati Uniti iniziano a girare voci di un possibile cambio di programma sia della MLS che di Beckham (che però nel caso non sarebbe coinvolto), e volano le prime ipotesi: Sacramento appunto e San Antonio - che già hanno uno stadio o lo stanno costruendo -, Indianapolis,  Austin, St. Louis, Las Vegas, Detroit e Ft. Lauderdale,  AGGIORNAMENTO 13/6: Secondo alcune voci la MLS starebbe proponendo a Beckham di aggiungersi alla cordata asiatica che attualmente sta trattando l'acquisto della franchigia del Chivas USA, che l'anno prossimo verrà rebrandizzata. La lega spera che l'eventuale ingresso di Beckham - cui sarebbero garantiti gli attuali vantaggi previsti dal suo contratto con al MSL per l'acqusito di un club - possa dare maggior forza al gruppo che acquisterà i rivali dei LA Galaxy. I Minnesota Vikings avanzano Intanto proprio ieri Minnesota Vikings hanno organizzato una conferenza stampa per presentare il match di Guinness International Champions Cup tra il Manchester City, recente vincitore della Premier League, e i 41 volte campioni di Grecia dell'Olympiacos, che sarà seguito dalla partita di campionato NASL tra Minnesota United e Ottawa Fury.  A organizzare il match insieme ai Vikings e alla University of Minnesota (che ci mette lo stadio, il TCF Bank) è la Relevant Sports di Charlie Stillitano, manager con un passato tra NY MetroStars e Champions World (era in società con Giorgio Chinaglia), società che a fine anni '90 portava le squadre europee in tour negli USA come oggi. “Il calcio sta crescendo negli USA, e più di tutti nell'area di Minneapolis e St. Paul”, ha dichiarato Stillitano, che con la sua società sta anche lavorando insieme ai Minnesota Vikings per portare la MLS a Minneapolis a giocare nel nuovo stadio di football in costruzione. Da notare che la Relevant Sports è di proprietà della RSE Ventures, che ha tra i principali azionisti il patron dei Miami Dolphins, Stephen Ross.  Obiettivo dei Vikings è chiaramente occupare lo stadio, che sarà costruito con in mente il calcio, e realizzato in modo da essere adatto ad un pubblico di 20/25mila persone, come già fatto al BC Place di Vancouver e come sarà ad Atlanta, con tetto trasparente e apribile. Nel progetto purtroppo non sembra essere coinvolta la proprietà del Minnesota United della NASL, che sta invece lavorando coi Minnesota Twins per costruire uno stadio per il calcio e presentare la propria franchigia alla MLS. A Minneapolis quindi si profila una lotta per portare il calcio in città che è esattamente il risultato di quell'interesse per il soccer esploso negli ultimi anni in America.  

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Se non fossero capitati nel “Group of Death”—quello con Germania, Portogallo e Ghana—avrei dato agli americani buone possibilità di passare agli ottavi, ma Germania e Portogallo sono davvero troppo più attrezzate delle altre due. Certo, tutte e quattro sono buone squadre e sono riuscite a superare il proprio girone nel 2010, però, insomma. Sta di fatto, comunque, che gli americani non vedono l’ora che inizi il Mondiale perché, per la prima volta nella storia, hanno una Nazionale forte guidata da un allenatore europeo che gioca un calcio veloce e intelligente. Da quando Klinsmann è il loro selezionatore, gli Stati Uniti sono riusciti a vincere 12 match di fila—quella che ricordano con più soddisfazione è la vittoria dello scorso settembre, contro il Messico, per 2-0, in Ohio, sul bel pratone del Columbus Crew Stadium, valevole proprio per la qualificazione a Brasile 2014. Il loro miglior risultato in un campionato mondiale risale al 2002 quando arrivò la sconfitta per 1-0 contro la Germania nei quarti di finale. Proprio i quarti di finale, o quantomeno il passaggio del girone, era un obiettivo che sembrava alla portata anche quest’anno. Poi, è arrivato il sorteggio. L’ALLENATORE Jürgen Klinsmann si sente ormai quasi più americano che tedesco, vive da quindici anni in California con la sua famiglia e, anche quando ha allenato la Germania, preferiva volare due o tre volte al mese in Europa piuttosto che abbandonare del tutto gli Stati Uniti. Da quando è stato nominato selezionatore degli Usa nel 2011, il suo obiettivo è sempre stato quello di ringiovanire questa squadra come già successo con la Germania nel 2006, quando quella Nazionale stava vivendo il suo momento più basso e lui decise che, per tornare sullo stesso livello delle altre grandi, bisognasse svecchiare la rosa lasciando a casa la vecchia guardia che era arrivata decisamente alla fine di un ciclo con la finale del 2002. Lo stesso copione è stato utilizzato per la costruzione della nuova Nazionale americana: ha studiato da vicino soprattutto i giocatori emergenti che provengono dalle giovanili della Major League Soccer e scelto di puntare anche su di loro; in ben diciassette hanno così potuto esordire nella Nazionale maggiore dal 2011 a oggi. L’altra mossa è stata quella di scegliere quelli che avessero giocato con regolarità in Europa dove naturalmente i campionati sono più competitivi rispetto alla MLS. In totale sono quattordici i calciatori che provengono dai vari campionati europei e che sono stati inseriti nella lista dei 30 pre-convocati. Rispetto ai suoi predecessori Bruce Arena e Bob Bradley, Klinsmann ha voluto mettere da parte l’atteggiamento difensivista, puntando invece sul possesso palla. Gli Stati Uniti cercano sempre di fare la partita scendendo in campo con un attualissimo 4-2-3-1 che, all’occorrenza, si trasforma in un 4-3-3; i centrocampisti toccano tantissimi palloni, servono velocemente gli esterni o Dempsey che, se è in giornata, ha le qualità per cambiare la partita da solo. Il pressing è il marchio di fabbrica di Klinsmann ma questo gli ha creato non pochi problemi, soprattutto in alcune partite contro squadre un pochino più interessanti di quelle affrontate nel girone di qualificazione mondiale. Contro il Belgio, per esempio, gli americani hanno preso quattro gol molto simili tra loro e la difesa ha sofferto non poco l’atteggiamento propositivo e generoso ma spesso disordinato del resto della squadra. In più, degli 11 difensori inseriti nei 30 da Klinsmann non ce n’è neanche uno con una solida esperienza internazionale. Quindi, sì: la difesa è il punto debole della squadra. Dempsey è l’unico giocatore, nel classico 4-2-3-1 di Klinsmann, a godere di totale libertà di movimento in campo.   Il personaggio più interessante tra i convocati è sicuramente il trentaduenne Kyle Beckerman dei Real Salt Lake, un tizio con i rasta che probabilmente non avete neanche mai sentito nominare ma che è diventato invece una sorta di simbolo della dedizione di questa squadra: è un centrocampista che i critici raccontano lento e senza particolare talento ma che ha da subito colpito Klinsmann per la sua generosità in campo. “Abbiamo scoperto un giocatore che sta facendo un fantastico lavoro per la sua squadra e vogliamo tenercelo stretto”, così parlava Klinsmann nel 2011 dopo aver convocato l’americano per la partita contro l’Ecuador. Oggi Beckerman si gioca un posto con Maurice Edu visto che i titolari saranno Jones e Bradley. Tra i dieci centrocampisti convocati c’è anche il diciottenne Julian Green del Bayern Monaco che ha deciso proprio in questi ultimi mesi di giocare con la Nazionale americana. Nato in Florida ma trasferitosi in Germania a due anni, avrebbe per questo motivo potuto scegliere la Nazionale tedesca ma è stato proprio Klinsmann a convincerlo del progetto americano. Difficilmente lo vedremo tra i 23 che partiranno per il Brasile vista la giovane età ma in molti sono convinti abbia un futuro assicurato. Nelle interviste Klinsmann parla spesso dei movimenti che dovrebbe fare il centrocampo, ritenendolo la zona chiave del suo gioco: “Noto tanta confusione quando si parla di centrocampisti d’attacco e di difesa. Secondo me Bradley e Jones non sono dei giocatori di copertura, come sento spesso dire, ma hanno così tante qualità e potenziale che chiedo loro di partecipare anche alla fase d’attacco della squadra. In generale, dipende sempre dal tipo di avversario che abbiamo di fronte ma non dobbiamo scordarci che il nostro obiettivo è quello di aumentare col tempo la qualità del nostro gioco”. Dalle parole di Klinsmann sembra che la sua sia più una missione che un lavoro vero e proprio; ha evidentemente una gran voglia di cambiare il calcio americano ma sa che per ottenere risultati serve tempo. Proprio per questo ha firmato un rinnovo fino al 2018, indipendentemente da come andrà questo Mondiale.   COME IL CALCIO SUPERA IL FOOTBALL AMERICANO La missione di Klinsmann è molto simile a quella intrapresa da un gruppo di persone capitanate da Don Garber—oggi commissioner della MLS—che, a metà anni ’90, ha voluto impiantare il calcio in America. Se oggi ESPN Sport Poll, un servizio del famoso canale tv che studia gli interessi e le preferenze degli sportivi negli Stati Uniti, ci dice che a vent’anni da Usa ’94 la Major League Soccer ha raggiunto come numero di tifosi quelli della Major League Baseball, il merito è sicuramente loro. Il 18% dei ragazzi e delle ragazze dai 12 ai 17 anni, infatti, affermano di seguire ormai regolarmente tanto il baseball quanto il calcio: sono la prima generazione che non conosce l’America senza il pallone (e qui ci sarebbero da fare una serie di considerazioni, che rimandiamo, sulle meraviglie del progresso e del calcio moderno). Secondo la National Sporting Goods Association, quattordici milioni di americani dai sette anni in su praticano il calcio dalle due alle tre volte a settimana mentre gli altri sport registrano un forte calo di partecipazione. Quello che sembra risentirne di più è sorprendentemente il football e la sua lega, la NFL. Dal 2008 a oggi, infatti, il numero delle persone che praticano questo sport è calato del 5% e, secondo le previsioni, la percentuale è destinata in futuro ad aumentare. Ma quali sono le cause alla base di questo progressivo allontanamento dal football? Da una parte, la crisi economica americana l’ha trasformato in uno sport costoso (per giocare, per esempio, serve un’attrezzatura particolare, necessaria per evitare danni fisici anche gravi, d’altronde è un’attività un filo… rude, diciamo); dall’altra pesa l’ascesa del calcio, che è sì di contatto come il football ma anche decisamente meno violento. Insomma, gli americani si sono resi conto che si può correre dietro a un pallone senza rischiare di spezzarsi la schiena e che questo tipo di attività permette comunque di diventare professionisti. Gli Stati Uniti, infatti, sono pieni di scuole calcio riconosciute dalla Lega, dove i ragazzi, proprio come i loro coetanei europei, possono sperare di essere chiamati in prima squadra. Oltretutto, particolare non da poco, queste scuole accolgono anche quelli che hanno deciso di abbandonare gli studi mentre la NFL permette l’accesso al professionismo solo tramite il college (attraverso il draft). Se oggi il calcio è così seguito e praticato negli Stati Uniti tanto merito va dato alle televisioni che, soprattutto negli ultimi anni, hanno investito un sacco di soldi nei diritti dei campionati esteri dando la possibilità di seguire la Premier League o la Liga ovunque negli Stati Uniti. Secondo Bloomberg Business nel 2015 il calcio sarà lo sport più seguito in tv in tutto il Paese e per questo NBC, superando la concorrenza del gruppo Fox, ha deciso di renderlo l’evento di punta del palinsesto del suo nuovo canale sportivo comprando, per 250 milioni di dollari, i diritti di tre stagioni della Premier League. Per fare qualche esempio, nelle sole prime tre settimane del 2013/2014 il campionato inglese è stato seguito da circa 16 milioni di spettatori, il doppio dell’anno precedente. Da North End Boston a Downtown Brooklyn, da Belltown Seattle a Central San Jose, oggi gli Stati Uniti sono pieni di Sports Bar dov’è possibile seguire le partite in qualsiasi ora della giornata. Naturalmente la MLS non riesce ancora a eguagliare i rating televisivi dei campionati europei e la qualità del gioco è decisamente inferiore rispetto a ciò che vediamo in Premier o in Bundesliga ma alcuni fattori ci aiutano a capire come il movimento calcistico sia in crescita. Per fare qualche esempio: la scorsa stagione a Seattle è stato raggiunto il record di tifosi nella storia della MLS, con 44mila spettatori di media presenti sugli spalti in tutte le partite in casa dei Sounders (numeri che qui in Italia ormai ci sogniamo, per inciso) ed è di pochi giorni fa l’accordo tra MLS e le emittenti Fox,ESPN e Univision che permetterà agli americani di poter vedere da casa i prossimi campionati e tutte le partite della Nazionale, fino al 2020. La struttura della MLS. GLI INIZI La storia della MLS è piuttosto tormentata e, probabilmente, se non fosse stato per una visione illuminata di alcuni suoi dirigenti, il torneo avrebbe chiuso i battenti dopo poche edizioni, quando in molti pensavano fosse impossibile imporre questo sport agli americani. La storia del campionato statunitense comincia suppergiù con l’assegnazione dei Mondiali del ’94, quando la United Soccer Federation promette alla FIFA di creare il suo campionato maggiore: il 6 aprile 1996 i San Jose Clash ospitano i DC United nello Spartan Stadium e inizia ufficialmente la MLS. Dopo solo due anni di vita il torneo però registra un forte calo di pubblico causato da vari fattori tra cui l’impossibilità per le società, al tempo, di costruirsi un proprio stadio. Le squadre infatti giocano esclusivamente nei giganteschi impianti della NFL con i conseguenti enormi spazi vuoti sugli spalti che rendono l’esperienza poco coinvolgente sia per i calciatori in campo che per i già pochi tifosi presenti. Inoltre si cerca di “americanizzare” il calcio: vengono introdotti sia gli shootout per le partite che terminano in pareggio che il countdown dei novanta minuti. Il risultato è un ibrido che, in pratica, non viene più seguito neanche dagli appassionati degli inizi. Il torneo è in quel momento una specie di macchina senza controllo, i dirigenti sono piuttosto spaesati e lo schianto sembra inevitabile. Nel 2000 la MLS è in perdita di circa 250milioni di dollari, la media degli spettatori non supera i tredicimila a partita e gli ascolti tv sono in caduta libera. Il 2002 è l’anno nero: viene annunciato il fallimento dei Tampa Bay Mutiny e i Miami Fusion a causa di perdite finanziare insanabili e i giocatori vengono a sapere addirittura dai giornali che a breve nessuno gli avrebbe più aperto il cancello dei rispettivi centri sportivi. Nick Rimando, portiere dei Fusion, racconta così quei momenti: “Ero a Claremont in California per partecipare al primo raduno della Nazionale di quell’anno. Quando ci diedero la notizia pensai ‘adesso non ho più un lavoro, non ho un team. Cosa faccio?’” Gli elementi avrebbero portato chiunque a chiedersi perché continuare a investire tempo e soldi in un prodotto che—ormai era evidente—non riusciva proprio a funzionare. L’unico che crede ancora in quello che agli occhi di tutti sembra un progetto fallimentare è Don Garber, uno dei più alti dirigenti della Major, in quel momento ancora convinto che “in pochi decenni il calcio diventerà uno degli sport più seguiti in America”. Così la MLS, sull’orlo del fallimento, spara l’ultima cartuccia. LA RINASCITA Garber si spende perché arrivino investimenti, soprattutto nel settore delle infrastrutture. Intanto, in poco tempo la lega raggiunge un accordo economico con ABC e ESPN per trasmettere tutto il campionato e vengono acquisiti i diritti per i Mondiali del 2006. Oltre a questo, nasce anche la Soccer United Marketing, una società che cercherà di sviluppare il brand sotto il profilo commerciale. In pochi anni cresce il numero delle squadre che, nel 2007, diventano quattordici con l’apertura totale al Canada. A Los Angeles arriva David Beckham grazie alla Designated Player Rule, una regola sul tetto salariale cambiata in corsa proprio per cercare di attirare i top player europei. Il 2007 è anche l’anno della nascita della Red Bull Arena in New Jersey che entra ufficialmente in funzione nel 2010, anno nel quale arriva un’altra grande stella europea, Thierry Henry, ai New York Red Bulls. Qualcosa finalmente si muove e le parole di qualche anno prima di Don Garber sembrano all’improvviso trovare un senso. Nel 2011 i Vancouver Whitecaps FC diventano la seconda squadra canadese a entrare nella MLS dopo i Toronto FC. Nello stesso periodo, la leggenda irlandese Robbie Keane decide di chiudere la carriera nei Los Angeles Galaxy. Nel 2011 la media spettatori live della Major League Soccer supera quella dell’NBA e dell’NHL, ponendola dietro solo a NFL e MLB. L’anno successivo, il Montreal Impact, la terza squadra canadese, debutta nel suo stadio davanti a 58mila – cinquantottomila! – spettatori. Il 2011 è così ricordato come l’anno della svolta, anche perché almeno un terzo di tutte le partite sono sold out. Alla fine di questa stagione le squadre che hanno giocato in stadi costruiti esclusivamente per il calcio sono quindici su un totale di diciannove e nove di questi impianti sono nati negli ultimi cinque anni. A tutto ciò si aggiungono le televisioni. Gli investimenti della MLS stessa funzionano: nel 2011 viene firmato un contratto di tre anni da 30 milioni di dollari l’anno con la NBC e alcuni accordi supplementari con ESPN, Fox e Univision. Il calcio diventa così un prodotto non solo di consumo ma anche di socializzazione: entra nelle case e nei locali, la gente si riunisce per tifare la propria squadra e aumentano anche i gruppi ultras e le rivalità tra città. Gli stadi diventano sempre più affollati e il tifo è un mix perfetto di ciò che vediamo in giro per il mondo: il calore in curva è molto simile a quello sudamericano, i cori sembrano essere un’evoluzione di quelli cantati in Premier League e le coreografie sono strepitose tanto quanto quelle che osserviamo nei più caldi derby europei, solo senza hooligans. Oggi le squadre che partecipano alla MLS sono 19, nel 2015 diventeranno 21 con la nascita dei New York City FC e degli Orlando City Soccer Club mentre, due anni più tardi, tornerà anche Miami grazie a David Beckham e a Marcelo Claure, un imprenditore boliviano. Don Garber ha affermato recentemente che l’obiettivo è di arrivare a quota 24 squadre entro il 2020.DC United e Los Angeles Galaxy sono le squadre che hanno vinto più titoli (4 ciascuno). Le prime 5 squadre di conference vanno ai playoff.   PROPRIETARI Nei suoi primi dieci anni di storia la MLS ha chiamato a raccolta i maggiori imprenditori americani chiedendo loro di investire soldi nel calcio. L’appello è stato preso piuttosto alla lettera—infrastrutture e merchandise hanno fatto gola da subito a grandi gruppi industriali—tanto che a un certo punto Don Garber ha dovuto addirittura invitarli a mollare la presa. C’è stato infatti, e in parte c’è ancora, un problema di conflitto d’interessi: per fare qualche esempio, gli Hunt, una ricca famiglia di petrolieri, possedevano contemporaneamente i Dallas FC, i Kansas City Wizard (poi diventati Sporting Kansas City) e i Columbus Crew. Oggi sono proprietari solo della prima di queste squadre, le altre due sono state vendute rispettivamente alla Cerner Corporation e alla Precourt Sports Venture un anno fa. Discorso simile per i Los Angeles Galaxy, i DC United e gli Houston Dynamo, tutte e tre di proprietà della AEG (un colosso nel campo sportivo e musicale). Tra l’altro, il nome DC United dovrebbe esserci familiare, essendo una delle società rilevate per il 60%, dal “nostro” Erik Thohir nel 2012. Galaxy e metà dei Dynamo, invece, sono ancora di proprietà della AEG. I proprietari sono quasi tutti americani tranne in pochissimi casi, tra cui i DC United—che hanno, come detto, un socio indonesiano—e i New York Red Bulls di Dietrich Mateschitz, l’austriaco inventore dell’energy drink più famoso al mondo. Stanley Kroenke, con un patrimonio di più di 5 miliardi di dollari, è proprietario dei Colorado Rapids, dei St. Louis Rams (NFL), dei Colorado Avalanche (NHL) e dei Denver Nuggets (NBA) mentre Robert Kraft possiede sia i New England Revolution che i New England Patriots (NFL) che, tra le altre cose, dividono anche lo stesso stadio, il Gillette Stadium. Quest’anno a New York sono sbarcati anche gli sceicchi del Manchester City e hanno fondato i New York FC. Insomma, cinque anni fa una squadra di MLS valeva, in media, 37 milioni di dollari, oggi ne vale 103. GUARDARE AVANTI In molti considerano necessario il passo verso l’allineamento temporale della stagione con i campionati europei. Oggi, le diciannove squadre fanno parte, secondo la loro posizione geografica, di due campionati diversi, Eastern e Western Conference, e il torneo è poi diviso in due fasi: la Regular Season, dove ogni squadra disputa 34 partite (24 nella propria Conference, 10 fuori Conference) e, successivamente, i Playoff, giocati dalle migliori dieci squadre della Regular, che decretano la vincitrice. Il campionato inizia a marzo e finisce a ottobre per evidenti motivi climatici (anche se poi i Playoff continuano, di solito, fino a dicembre). Toronto, Montreal, Chicago e altre squadre della Eastern Conference infatti vivono i loro mesi più freddi, con temperature sotto lo zero per molte settimane, proprio nel periodo in cui la MLS non va in scena. Disputare queste partite in contemporanea con l’Europa significherebbe, tra le altre cose, obbligare alcune squadre a giocare su campi innevati e a chiamare a raccolta il tifo su spalti ghiacciati. In più, accettando questo spostamento, suggerito, tra gli altri, anche dal presidente della FIFA Joseph Blatter, la MLS rischierebbe di scontrarsi con la stagione dei grandi sport americani—la NFL, per esempio, si svolge in gran parte proprio in questi mesi—e il rischio potrebbe essere quello di registrare un calo di presenze dei tifosi allo stadio e davanti alla tv. La proposta però non è stata ancora archiviata; Garber e gli altri dirigenti ne stanno discutendo e in molti pensano che alla fine verrà trovata una soluzione per rendere più globale ed esportabile il calcio americano con l’ideazione, ad esempio, di infrastrutture accoglienti anche in condizioni climatiche estreme. L’altra grande sfida (decisamente la più difficile) è quella di trasformare la MLS in un torneo più competitivo. La stessa illuminante pianificazione portata avanti negli ultimi anni per dotare le squadre di un proprio stadio, secondo molti dovrebbe essere oggi utilizzata anche per aumentare il livello di professionalità nel torneo, ma la MLS ha sempre mostrato una certa resistenza all’idea di aumentare gli stipendi di giocatori, allenatori, dirigenti e arbitri. Per adesso, oltre ai cinque-sei nomi conosciuti nel resto del mondo, non ci sono giocatori tecnicamente interessanti e, anche qui, tutto dipende principalmente dal fatto che vengono investiti pochi soldi per rinforzare le rose e sono solo una decina i calciatori che guadagnano più di 1 milione di dollari l’anno. La torta è spartita con poco equilibrio tra tutti gli atleti visto che gli stipendi di sette di loro (Bradley, Dafoe, Dempsey, Donovan, Keane, Henry e Cahill) sommati rappresenta il 31% degli stipendi di tutti i giocatori della MLS messi insieme. In generale, la media stipendio è salita da 165mila a 207mila dollari, quest’anno, ma pesano molto i contratti faraonici degli ultimi arrivati come Bradley o Defoe, perché i numeri dicono che quasi l’80% dei calciatori ha comunque un guadagno al di sotto della media del campionato. A pesare su questa situazione è la regola del salary cap, che prevede un tetto massimo (di 387,500 mila dollari l’anno) per ciascuno dei primi venti calciatori in rosa di ogni squadra, senza contare naturalmente quelli citati qualche riga fa che rientrano tra idesignated player. L’accordo collettivo scadrà a fine 2014 e la trattativa andrà avanti finché non si troverà una soluzione che permetta di avere un po’ più di equilibrio tra tutti i protagonisti in campo. Ma il messaggio, per ora, è chiaro: solo gli investitori, alcuni dirigenti del torneo e pochissime star in campo hanno la possibilità di spartirsi gli introiti della crescita di questo sport, mentre agli altri rimangono, per adesso, solo le briciole. Se consideriamo che in Premier, di media, vengono spesi 100 milioni di sterline in stipendi a squadra, e che nella MLS la cifra non riesce ad arrivare neanche a 5 milioni di dollari, capiamo come la vera sfida sia proprio quella di catalizzare gli investimenti verso la sfera tecnico-sportiva. Anche qui, la domanda è quando, non se. ___________________________________________________________________________________ Camilla Spinelli, nata a Roma nel 1983, dopo aver girato il mondo suonando ha deciso di fermarsi: ora scrive e parla di calcio, attualità e costume qua e là. Conduce SuperSantos su ReteSport.Fonte: ultimouomo.com

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Alla luce della sconfitta casalinga dei Cosmos ad opera dei San Antonio Scorpions, la prima in assoluto all’Hofstra Stadium ed ad una media spettatori poco superiore alle 4000 presenze, la più bassa in assoluto da quando la gloriosa squadra newyorkese ha smesso di essere solo una reliquia, Christian Araos, giornalista che spesso presta la sua penna al popolare sito Empire of Soccer ha pubblicato un pungente articolo intitolato “Cosmos, what now?” (Cosmos, ed ora per chi non conoscesse la lingua di Shakespear) nel quale critica aspramente la gestione dei Cosmos da parte della Sela Sport, la Nasl, e i piani futuri e progetti di Erik Stover e Seamus O’ Brien, lo stadio in primis, e accusa infine i Cosmos di scarso realismo. In un mondo libero ognuno è intitolato ad avere la propria opinione ma proprio in virtù della pluralità di opinioni e di idee che è uno dei pilastri della società postbellica mi permetto di tradurre e rispondere alle sue critiche ed opinioni dalle quali in molti casi dissento o non sono completamente d’accordo I New York Cosmos non entreranno in MLS. E’ risaputo che i negoziati si sono interrotti ed ognuno è andato per la sua strada ma il commento rilasciato dal commissioner della MLS Don Garber su AP Sports Editors suona come l’ultimo chiodo sulla bara. In che situazione sono ora i Cosmos? Padroni del proprio destino. E’ facile per i Cosmos dal punto di vista organizzativo e per i propri tifosi recitare la parte della vittima. E’ facile per entrambe le parti uscire fuori dalla divina grazia in una situazione di rottura completa. La MLS ha velocemente metabolizzato e cercato altre soluzioni, ed è quello che anche i Cosmos devono fare al più presto. Sfortunatamente per i Cosmos questo vuol dire dover ammettere a loro stessi la propria reale situazione ed il proprio posto Il posto dei Cosmos è la Nasl, una lega che molto presto deve rendersi conto ed accettare il suo status di seconda divisione. E’ una realtà molto dura da accettare in quanto suona per la lega quasi qualcosa che ne mina l’esistenza. I rapporti tra gli appassionati di sport amercani e le leghe minori sono a dir poco incerti ma non c’è altra opzione per la lega ed i Cosmos al momento. L’ipotesi promozioni/retrocessioni è nella migliore delle ipotesi remota (non apriamo questo capitolo) e la USSF di certo non darà improvvisamente alla Nasl lo status di prima divisione soprattutto perché la federazione e la MLS hanno intrapreso una relazione che ha portato vantaggi ad entrambi Primo esempio? La creazione della Soccer United Marketing. Ovviamente i Cosmos hanno le loro colpe in tutto questo, la colpa non è mai solo di una parte quando si interrompe un negoziato e non esiste una lettura obbiettiva di ciò che è accaduto tra loro e la MLS. Però la retorica fuoriuscita da una delle parti, solitamente quella che avrebbe beneficiato maggiormente è la classica situazione vittima-oppressore. Questa retorica poteva andar bene nell’era delle gilde, non quando multimilionari incontrano altri multimilionari in una sala consiglio. Invece di fornire narrativa anacronistica alla stampa i Cosmos devono farsene una ragione ed andare avanti. La prima cosa da fare è potenziare la propria squadra, non il marchio. La crescita del marchio è ora fortemente limitata dal proprio status di seconda divisione, il che si traduce in mancanza di copertura mediatica a livello nazionale, il che potrebbe diventare una benedizione se i Cosmos saranno abbastanza furbi da affidare la loro crescita al potere del proprio marchio. Dopo tutto  la questione del marchio è stata una delle cause di rottura tra i Cosmos e la MLS.Come scritto nel libro di David Wangerin Soccer in the football world, gli unici soldi che la MLS trattiene solo le sponsorizzazioni nazionali, i diritti televisivi e il 30% delle entrate al botteghino, sicuramente un buon affare per i prossimi proprietari di franchigie vista l’espansione della lega ma non per i Cosmos, per i quali la maggiore preoccupazione era i guadagni che il proprio marchio avrebbe generato di suo. Certamente è molto difficile che il torto o la ragione risiedano totalmente da una parte o dall’altra, ma un dato evidente qui non menzionato è che la MLS non ha mai cercato i Cosmos e la questione si è resa evidente già da quando la MLS ha cercato di costruire uno stadio nel borgo di Queens senza mai interpellare Paul Kemsley prima e Seamus O’ Brien poi. Se il primo poteva peccare di inconsistenza, cosa che poi si è rivelata purtroppo vera, non si può dire lo stesso di Seamus O’ Brien il quale dopo qualche mese di silenzio dovuto al riassestamento societario ha subito trovato uno stadio provvisorio, nominato allenatore e staff tenico, ingaggiato il primo giocatore, iscritto la squadra alla Nasl e reso pubblico il progetto dello stadio nella contea di Belmont che una volta approvato costerà alla Sela Sport quattrocento milioni di presidenti morti. Don Garber avrebbe potuto benissimo accogliere i Cosmos in MLS in virtù di questo e tenere certamente conto della storia della squadra e dei conseguenti guadagni che un marchio così prestigioso avrebbe potuto generare per la MLS invece di chiedere arbitrariamente cento milioni di dollari per una franchigia a New York non si sa in base a quale criterio. Se così non fosse stato lo staff della MLS non sarebbe stato così indulgente con l’imminente franchigia satellite del Manchester City denominata New York City FC riguardo il problema dello stadio e la conseguente scelta di affittare per tre anni lo Yankee Stadium, costruito per il baseball e con una pessima visuale. In Quanto alla Nasl, certamente è e rimane una seconda divisione ma è in rapida crescita sia come numero di franchigie che come livello di gioco e media spettatori, non male per una lega al terzo anno di vita che non avendo un salary cap potrebbe presto far concorrenza alla MLS in termini di ingaggi e salari e che potrebbe diventare il rifugio di chi non tollera il modello entità singola della MLS e/o  non ha potuto acquistarne una franchigia o semplicemente trova il salary cap della MLS troppo angusto sebbene le regole sui designated players ed i retention funds ne abbiamo un po mitigato la durezza quasi draconiana. I Cosmos devono diventare una squadra che non ha costantemente bisogno di spendere per migliorare, anche se la retorica dei propri portavoce e dei tifosi  è quella di spendere di più per competere con le squadre MLS nella Us Open Cup. Qual è il guadagno concreto per i Cosmos se dovessero vincere la Us Open Cup?  Il premio per la squadra vincitrice è di 250.000 dollari, e tenendo conto che la vincitrice della competizione concorrerebbe nella Concacaf Champion’s League disputerebbe almeno due partite in casa. La media spettatori per i Cosmos nel 2013 è stata di 6.859 paganti. Facendo due previsioni ottimistiche per quelle due partite immaginando che i Cosmos ottengano la stessa affluenza per la Champions League in giorni infrasettimanali. Moltiplichiamo poi per il costo medio di un biglietto per una partita dei Cosmos che è di 37 dollari (anche se il prezzo è gonfiato per via del costo di alcuni settori esclusivi) ed il guadagno stimato per i Cosmos sarebbe di 253.783 dollari. Moltiplicatelo per due ed aggiungete i 250.000 dollari ed i Cosmos guadagnerebbero circa 750.000 dollari dalla partecipazione in Champions’ League. Se così fosse dovrebbero fare le capriole sul campo dalla gioia. Dovete sapere che le due previsioni sono realmente ottimistiche perché c’è una concreta possibilità che i Cosmos debbano disputare le partite di Champions League al Belson Stadium che ha una capienza di appena 5.000 spettatori. Voci di corridoio dicono che l’Hofstra University non è intenzionata a lasciare lo stadio in uso ai Cosmos per eventi del genere che potrebbero avvenire a metà settimana nel semestre primaverile. Lo stesso problema si presenterebbe per l’Università di St John, che in più dovrebbe tenere conto dei bisogni delle proprie squadre di calcio universitarie come priorità rispetto all’autorizzare i Cosmos a giocare lì. E’ più facile per loro durante la Us Open Cup considerando che ora le classi non sono in sessione di studio e la stagione calcistica universitaria non è ancora cominciata. Qui Christian Araos perde completamente il contatto con la realtà parlando di ipotesi sulle quali non si può realmente quantificare quanti spettatori verrebbero ad una partita o dove potrebbe essere giocata né gli eventuali premi, e in più non tiene conto che il marchio Cosmos comunque fa parlare di se anche al giorno d’oggi, basti pensare al successo del film documentario Once in a lifetime del 2006 e il giro del mondo della notizia della loro rinascita nel 2010, senza contare che se i Cosmos dovessero vincere la Us Open Cup sicuramente riceverebbero altro denaro in sponsorizzazioni e di conseguenza firmerebbero altri lucrosi contratti televisivi e non per la Champions’ League e sicuramente troverebbero una location adatta a giocare tali partite di prestigio. In più Araos si scorda che anche in piena crisi della Nasl i Cosmos portavano al Giants Stadium dai 30000 ai 40000 spettatori durante la Transatlantic Challenge Cup ed altre amichevoli di lusso, certamente erano altri tempi ma sicuramente coi Cosmos in Us Open Cup sfidando club della MLS ed eventualmente in Champions’ League si registrerebbe lo stesso effetto rafforzato dal fatto che stavolta non si tratterebbe di amichevoli o tornei ad hoc bensì di competizioni reali Il problema dello stadio è una delle ragioni principali per la quale i Cosmos potrebbero rovinarsi con le loro mani. La loro retorica consiste nel far credere agli esterni che sono in grado di sorpassare la MLS e la Liga MX come “La migliore squadra della Concacaf” ma in realtà non hanno i soldi per poterlo fare, ed è evidente che se potessero competere in Champions’ League finirebbero in perdita. I Cosmos operano in perdita, e l’ultima cosa da fare quando si è in perdita è di aumentare le spese, cosa che invece va fatta per raggiungere lo scopo prefissato. In più, e questo è un dato di fatto pericoloso, i Cosmos non hanno le entrate necessarie per accollarsi tali spese, in quanto prendono solo un milione di dollari dalla Emirates, meno di quanto guadagna una qualsiasi squadra della MLS. In più l’unico stadio della MLS più piccolo dello Shuart Stadium è il Buck Shaw Stadium dal quale i San Jose Earthquakes andranno via a fine stagione. Ed è qui che si decide il futuro dei Cosmos: lo stadio. Sarebbe una gran cosa per New York avere tre stadi per il calcio, ma questo non avverrà in tempo breve. Se il progetto dei Cosmos viene esaminato dall’ Empire State Development Corp. Sicuramente verrà approvato, è da ricordare però, come dimostra il fallimento politico del progetto attorno ai New York Islanders, che la municipalità di Hempstead avrà voce in capitolo. Sicuramente il futuro dei Cosmos si gioca sul fronte dello stadio, e anche per ammissione dello stesso Araos tra i progetti presentati per il rilancio della contea di Helmont quello dei Cosmos è il migliore sulla piazza in quanto oltre lo stadio creerebbe attività commerciali ed un miglioramento dei trasporti per un valore di quattrocento milioni di presidenti morti e questo senza gravare sulle tasche dei contribuenti di un solo centesimo, per tacere dei duemila  posti di lavoro stabili che nascerebbero dalle nuove attività. Anche negli Usa però la burocrazia ha i suoi tempi per cui non si sa quanto bisogna ancora aspettare prima che l’autorità preposta esamini i vari progetti e decida quale è il migliore per la comunità, ma in caso questo progetto dovesse per un caso sfortunato più unico che raro venire rifiutato non ci sarebbe da temere più di tanto viste le recenti dichiarazioni del sindaco di Yonkers Mike Spano riguardo alla volontà di voler costruire un soccer specific stadium nel suo comune, tendendo la mano sia ai Cosmos che alla costituenda franchigia del New York City F.C., per cui se qualcosa dovesse andare storto a Belmont,Yonkers aprirebbe le porte e farebbe ponti d’oro e forse i Cosmos dovrebbero pensarci già da ora usando questa opzione anche come pungolo per accorciare i tempi. Per quanto riguarda le perdite dei Cosmos vere o presunte bisognerebbe ricordare ad Araos che la MLS ci ha messo più di un decennio ad andare in attivo e diventare redditizia, ed i club han cominciato a vedere guadagni invece di perdite non appena hanno inaugurato i rispettivi stadi di proprietà, e la stessa cosa avverebbe per i Cosmos, che forti del loro marchio e della location newyorkese potrebbero anche attirare star internazionali come in passato e come in parte han fatto anche nella loro storia moderna con l’acquisto di Marcos Senna e la recenti trattative per Raul e in più giocare amichevoli di lusso registrando il tutto esaurito nel proprio stadio rinverdendo gli antichi fasti. Con i guadagni di uno stadio di proprietà e senza la restrizioni del salary cap i Cosmos potrebbero certamente poter competere in breve tempo con i club della MLS ma anche con le squadre messicane e centramericane. In quanto alle sponsorizzazioni forse un milione di dollari non è molto ma la sponsorizzazione da parte della Fly Emirates è comunque un ritorno di immagine che si traduce in popolarità, maggior esposizione, magliette vendute e di conseguenza altri guadagni per il club, che di recente ha stretto altre lucrose cooperazione con Seiko e Nesquick, e se la lega e i Cosmos cresceranno queste cifre, ugualmente a quella pagata dalla One World Sports verrebbero sicuramente riviste al rialzo. Lo stadio comunque è la chiave di volta Divorziate per un momento dai Cosmos e guardate con distacco quanto seguito e visibilità hanno nel panorama sportivo newyorkese, sono a malapena menzionati. C’è più apatia verso i Cosmos nelle contee di Nassau ed Hempstead di quanto non ce ne fosse per gli Islanders in passato. Questo è facilmente visibile dalla media spettatori e dal fatto che dopo il loro esordio lo scorso anno non hanno più registrato un tutto esaurito nonostante lo scorso anno la squadra abbia vinto il Soccer Bowl. La partita dello scorso sabato ha registrato l’affluenza più bassa da quando hanno ricominciato a giocare. Detta in parole semplici i Cosmos non hanno pubblico a sufficienza per giustificare la costruzione di un nuovo stadio e pertanto smuovere masse sufficientemente grandi per convincere i politici di entrambi gli schieramenti. I Cosmos devono assicurarsi che i loro soldi rimangano in prevalenza nelle loro tasche invece che nelle casse delle contee di Albany o Mineola. Potrebbero ricominciare a investire nel settore giovanile. Solo i New York Red Bulls hanno creato una rete giovanile che è molto più di semplici collaborazioni coi club giovanili locali, ma vuol dire anche investimenti nelle infrastrutture e sugli allenatori delle giovanili, il che fornisce poi nel tempo una luna lista di giocatori che militeranno poi in prima squadra e porteranno nuovi talenti al club ad un costo molto minore rispetto a quello di uno stadio costruito per ospitare stelle internazionali quando poi in campionato competono con squadre come i Carolina Railhawks. Non è infattibile suggerire ai Cosmos di sviluppare le proprie infrastrutture invece di intraprendere la caccia all’anatra selvatica che sfocerebbe in un gioco politico di speculazione edilizia a Long Island. Anche una sede di allenamento per il club e le squadre giovanili affiliate in quel di Nassau sarebbe una buona idea ed un modo per sviluppare le radici. Questa è una squadra che può spendere duecento milioni per costruire uno stadio, figuriamoci se non può costruire una struttura del genere ad un decimo del prezzo a voler esagerare. Riguardo l’affluenza contro i San Antonio Scorpions ed in generale ci sarebbero alcune cose da dire. Innanzitutto il perché di una media così bassa è da ricercarsi fondamentalmente in due fattori, il brutto tempo registrato sabato con pioggia e vento che non ha certamente incentivato la gente ad andare allo stadio, la prova è che erano stati venduti quattromila biglietti ai quali vanno ad aggiungersi i tremilacinquecento abbonati (l’anno scorso erano duemila). Se aggiungiamo Brooklyn ai play off in Nba dopo quarant’anni e la risaputa difficoltà per raggiungere l’Hofstra Stadium per chi abita fuori zona la spiegazione è presto servita. In ogni caso tenuto contro che il progetto dello stadio e dell’indotto sarebbe finanziato interamente dalla società senza chiedere nulla ai contribuenti l’attuale affluenza all’Hofstra Stadium non fa testo in quanto uno stadio multifunzione può essere usato ogni giorno della settimana con diversi scopi, in quanto al settore giovanile i Cosmos hanno ancora la loro academy e sicuramente nel progetto dello stadio come è accaduto in passato per altre società, verrebbe incluso un progetto con altri campi da calcio e spazio per le giovanili ed i club affiliati, e in più le eventuali star acquistate dai Cosmos per giocare contro i Carolina Railhawks, giusto per fare un nome, porterebbero spettacolo, pubblico e farebbero crescere la lega anche sotto il livello tenico, così come in un recente passato hanno fatto per la MLS i primi designated players, Beckham in testa. Vorrei anche ricordare ad Araos che in passato i Cosmos non hanno solo inseguito star internazionali ma hanno anche creato e aiutato a dare spazio ai pochi talenti locali, Ricky Davis, Shep Messing, Werner Roth, Steve Moyers e Bobby Smith per fare qualche nome, per cui non hanno certo bisogno dei consigli di un giornalista che sembra aver scoperto l’acqua calda. Da quel punto di vista i Cosmos hanno cominciato bene pagando per un parziale restauro e sviliuppo del Mitchel Athletic Complex da impiegare come sede d’allenamento. Ciò ha portato ad un ampliamento degli uffici, spogliatoi e campi da gioco che sono ora aperti al pubblico (bisogna pagare una tassa alla contea per poterne usufruire ma non è di questo che vogliamo parlare) Se da una parte è un buon inizio, rinnovare una piccola parte di suolo pubblico per diventarne il primo utente vuol dire che i Cosmos hanno sicuramente trovato appoggi nel mondo della politica. Infine i Cosmos dovranno andarsene da Mitchel perché prima o poi avranno bisogno di un loro spazio privato. Le chiacchiere sul nuovo stadio ed il reclutamento di una pletora di nuovi giocatori ricorda la ragazza appena lasciata che mangia il gelato con le amiche sfogandosi e dando la colpa a “lui” o il ragazzo appena piantato che si lamenta bevendo birra con gli amici dandole della putt…come una canzone dei Junior M.A.F.I.A. I Cosmos devono cambiare direzione perché le loro azioni e parole in questo momento sono auto indulgenza senza giustificazioni, comportamento che non porta mai nulla di buono. Se vogliono eccellere i Cosmos devono svilupparsi e diventare realmente una squadra e fare qualcosa che non hanno mai fatto in nessuna delle loro incarnazioni: essere realisti Quest’ultima parte dell’articolo, oltre ad essere un po ostica da comprendere è quella più infelice. Negli Usa come in qualsiasi altra parte del mondo senza l’appoggio della politica locale nessun uomo d’affari o squadra sportiva qualsiasi essa sia riesce a fare nulla da sola, e la dimostrazione la si è avuta più di una volta, dulcis in fundo lo smacco per il New York City F.C. e la MLS con il rifiuto dello stadio nel borgo di Queens, e in ogni caso i Cosmos hanno rinnovato del suolo pubblico e restituito, migliorandoli, degli impianti sportivi alla comunità. Quando, una volta ultimato lo stadio, se ne andranno, avranno comunque il favore dei cittadini che per una volta non hanno dovuto pagare di tasca loro. In quanto al realismo, Araos deve spiegare cosa intende con questa parola, perché da quello che si percepisce sembra che confonda la parola realismo con modestia e mediocrità. Certamente senza fare troppe pazzie, la vita a volte è anche osare, e così avrà pensato Steve Ross,  l’allora patron dei Cosmos, quando grazie alle tasche della Warner Bros ma anche grazie ai suoi agganci nel mondo della politica, riuscì nel 1975 a portare Pélé negli Usa facendo diventare così i Cosmos una squadra di fama mondiale ma soprattutto generando un boom del soccer che avrebbe lasciato i semi della golden generation e della MLS. Se Steve Ross fosse stato “ragionevole” probabilmente non sarebbero nemmeno nati i Cosmos e gli Usa avrebbero ancora un campionato semipro o comunque modestissimo ai livelli delle leghe post NASL degli anni ’80 e primi ’90. 

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