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San Antonio Scorpions, petizione dei tifosi per l'ingresso in MLS
Scritto il 2014-02-27 da Giacomo Costa su
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Sono cambiati i tempi, ora tutti vogliono entrare nella Major League Soccer. San Antonio non è da meno; gli Scorpions attualmente giocano nella NASL (seconda lega per importanza), ma i tifosi del club texano vogliono entrare nella MLS a tutti i costi, tanto che hanno avviato, poco più di due giorni fa, una petizione online già firmata da quasi 2.000 persone, con l'obiettivo di arrivare a 15.000.

"Stiamo dando l'opportunità ai tifosi di San Antonio di trovarsi assieme, in un'unica voce, e dire 'Sì! Siamo pronti per la MLS", ha detto Michael Macias, fondatore dei Crocketteers, gruppo di tifo organizzato di San Antonio con 1.500 membri.

#MLSReady è lo slogan dei Crocketteers, con la speranza di raggiungere l'obiettivo. La città texana, che ha oltre 2 milioni di abitanti nell'area metropolitana, può contare solo in una squadra della NBA, cosa da non sottovalutare. Esiste già un gruppo di imprenditori interessato a portare la massima lega del calcio locale in città, come già esiste - cosa fondamentale - uno stadio specifico per il soccer, da 8.000 posti, ma espandibile facilmente a 18.000. Nella NASL 2013 San Antonio ha avuto una media spettatori di 6.700 unità.

"Possiamo vedere tutti che ci sono un sacco di città candidate per l'expansion della Major League Soccer" ha detto Macias, "Ma pensiamo di avere qualcosa di migliore da dire, che San Antonio è pronta. Non stiamo solo dicendo che vogliamo, stiamo dicendo che siamo pronti".

Sempre secondo il fondatore dei Crocketteers uno dei motivi del successo che potrebbe avere San Antonio è la rivalità con le altre due squadre del Texas, Dallas e Houston. "Entrambi i leader di Houston e Dallas hanno sostenuto San Antonio per entrare, quindi sappiamo che sono molto interessati nel market e in quello che San Antonio potrebbe dare. Magari potrebbe essere la nuova generazione della Cascadia Cup, al sud". Sempre parole di Macias.

Link per firmare la petizione.

La novità è negativa per la NASL, ma non per la città di San Antonio, che vede il suo futuro calcistico pieno di prospettiva. La North American Soccer League, Division II del calcio USA, ha annunciato l'addio della franchigia dei San Antonio Scorpions a seguito dell'accordo che ha portato il proprietario a cedere squadra e stadio all'organizzazione sportiva dei San Antonio Spurs in cambio di una donazione da $3 milioni al Morgan’s Wonderland, il parco divertimenti per ragazzi disabili messo in piedi da Hartman. Il Toyota Field, 8.000 posti facilmente espandibili a 18.000, diventerà il fulcro su cui gli Spurs intendono costruire la scalata alla MLS, che passerà per l'ingresso nella USL PRO, Division III della piramide calcistica americana che già da due anni lavora in cooperazione con la Major League Soccer, che vi schiera anche alcune squadre "B". La Spurs Sports & Entertainment (SS&E), cioè la società proprietaria degli Spurs, in accorso con la Contea di Bexar ha ottenuto la gestione dello stadio per 20 anni, e al più presto conta di portare in città una franchigia di MLS, possibilità apertasi dopo che recentemente il Board of Directors della lega ha ufficializzato l'obiettivo di arrivare a quota 28 squadre entro il 2025. LEGGI: I San Antonio Spurs puntano alla MLS La USL dai 24 teams nel 2015 salirà a 29 nel 2016, con San Antonio che va ad aggiungersi alle nuove entranti Swope Park Rangers di Kansas City (squadra B dello Sporting), Orlando, la texana Rio Grande Valley e dalla Pennsylvania Lehigh Valley, oltre a Cincinnati. San Antonio era in lista già da oltre 10 anni tra le candidate all'ingresso nella lega, ma non aveva mai trovato una proprietà con le risorse adeguate per poter sfruttare la forte ispanizzazione dell'area metropolitana della città, sempre più calciofila. Sino ad oggi almeno.

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Mai la Major League Soccer (MLS) aveva visto un'estate di fuochi d'artificio come quella del 2015 nemmeno nel 1996, al punto di attrarre l'attenzione di media e fans di tutto il mondo. Del resto se tutto insieme si vede scendere in campo gente quale i campioni del mondo Andrea Pirlo e David Villa (sbarcato già a febbraio), o quale gli ex capitani di Liverpool e Chelsea Steven Gerrard e Frank Lampard, il suo compagno di sempre nei Blues Didier Drogba (che esordirà a giorni), l'ex Pallone d'Oro rossonero Kakà (anche lui presente da inizio campionato), fino ad un giovanotto di 26 anni adorato dalle folle messicane quale Giovani dos Santos, allora qualcosa deve essere successo oltre oceano. LEGGI: Riuscirà Giovani dos Santos a far amare la MLS ai messicani? Mai si erano viste infatti per una città come New York tante magliette con sulle spalle nomi quali "Villa", "Lampard" e ora "Pirlo", tutti del New York City FC, laddove in precedenza né i NY MetroStars poi NY Red Bulls erano riusciti a sfondare (dura se ti chiami col nome di un energy drink) nonostante grandi quali Yuri Djorkaeff o Thierry Henry. A qualcuno questa lunga serie di sbarchi di nomi altisonanti farà certamente venire in mente la NASL degli anni '70, quando nel giro di due anni a NY si palesarono prima Pelé e poi Giorgio Chinaglia e i capitani campioni del mondo di Germania e Brasile, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto, tutti in maglia Cosmos. A fianco a loro in quegli anni il pubblico americano poté ammirare quel che restava dei vari Johann Cruyff, George Best, Gerd Muller, Kazimierz Deyna, fino ai fantasisti inglesi negletti da Don Revie, quali ad esempio Rodney Marsh, Peter Osgood e Charlie George. Il primo della nouvelle vague dei grandi nomi MLS fu David Beckham nel 2007, che accese i riflettori sulla lega USA. Oggi Gerrard, Pirlo e Lampard non hanno certo il suo appeal, ma la strada è quella indicata dall'ex United e Real Madrid, il cui trasferimento a LA mentre era ancora in piena carriera rese "legittima" la MLS agli occhi dei suoi colleghi in giro per il mondo. E al primo giro Becks fu seguito dai vari Juan Pablo Angel (ex Aston Villa), il messicano Cuauhtemoc Blanco (capace di riempire solo lui lo stadio del Chicago Fire), il deludente brasiliano Denilson a Dallas, Guillermo Barros Schelotto protagonista nella MLS Cup vinta da Columbus, e altri, fino a Thierry Henry. LEGGI: Garber: Al top grazie a Beckham e ai fans Le cifre di oggi corrispondono a quelle guadagnate da Beckham, se non di più a livello base: Pirlo guadagnerà sugli 8,5 milioni più 2 di bonus; Lampard e Gerrad intorno ai 6. Tutte cifre extra salary cap, dato che ognuno di loro peserà massimo $436,250 sui $3.49 milioni assegnati ad ogni squadra per gli ingaggi. Il resto è paato dai titolari delle singole franchigie. Il timore di alcuni oggi è che la MLS possa essere avviata sullo stesso percorso che portò la NASL al fallimento a inizio anni '80, diventando una "retirement league". LEGGI: Stipendi MLS, Gerrard e Lampard giù dal podio. Kakà il più pagato Ma sarebbe un errore pensarlo, in quanto le condizioni e i tempi sono estremamente diversi rispetto ad allora. Innanzitutto in America è completamente cambiata la demografia, con una crescita esponenziale della popolazione di origine latinos. Inoltre, da oltre una decade il pubblico americano è sottoposto ad un bombardamento calcistico quotidiano, con centinaia di migliaia di persone che ogni sabato e domenica mattina si riversano nei pub per guardare i campionati europei o interrompono il lavoro per guardarsi un match di Champions League. L'opposto di quanto accadeva 30 anni fa, quando al massimo negli USA si riusciva a vedere qualche finale o un programma sulla Bundesliga sulla PBS, il servizio pubblico. E poi, altro punto fondamentale per un paese come gli Stati Uniti, c'è una Nazionale - guidata da un nome top come Jurgen Klinsmann, CT anche della Germania nel 2006 - sempre presente ai Mondiali dall'edizione 1990, giunta sino ai quarti nel 2002 e capace di creare ormai problemi a chiunque, con alcuni dei propri giocatori cresciuti nella MLS (ad es. Tim Howard, Clint Dempsey, Michael Bradley, ecc.) e poi protagonisti anche in Europa. In sintesi, è un altro mondo.   Altro mondo testimoniato anche dalla televisione. La MLS ha chiuso accordi per trasmettere i match di campionato in 86 paesi: dal Regno Unito all'Italia (Eurosport) e i nel resto d'Europa, arrivando sino ad Australia, Cina, Medio Oriente, Nordafrica e Brasile! Ma per riuscirci la MLS ha dovuto cambiare strategia negli ultimi anni. Dopo la crisi che portò nel 2002 alla chiusura delle franchigie di Miami e Tampa, la lega - sotto la guida saggia di Don Garber, ex capo di NFL Europe - ha avviato un processo di crescita lento ma costante, che dalle 10 squadre rimaste nel 2002 vedrà la MLS arrivare a 24 entro il 2020, e probabilmente ognuna col proprio stadio, dopo i primi anni in cui tutte erano costrette a giocare nei cavernosi stadi da football, con atmosfere totalmente diverse da quelle spettacolari (e televisive) di stadi come lo StubHub Center dei LA Galaxy, lo Sporting KC Park (considerato lo stadio più tecnologicamente avanzato al mondo) o la Red Bull Arena. LEGGI: Ultimissimo stadio: lo Sporting KC Park   Ma dopo aver portato la gente allo stadio negli USA e avviato due generazioni di calciatori, investendo poi pesantemente in centri di allenamento e academy, era arrivato il momento di costruirsi un profilo internazionale. Per questo, dopo aver riportato a casa alcuni dei migliori nazionali - Dempsey, Bradley, Jozy Altidore - strapagandoli anche per dare l'idea di una MLS quale "destination league" per i talenti nazionali, la lega ha deciso di puntare al top possibile. Un top che inevitabilmente non può che passare per giocatori con alle spalle il meglio della propria carriera, ma ancora in grado di dare qualcosa sul campo. Del resto Pirlo ha giocato la finale di Champions solo due mesi fa ed è (per ora) titolare nell'Italia, mentre Lampard e Gerrard sono stati comunque tra i protagonisti dell'ultima Premier League. E con loro la MLS si è lanciata definitivamente, come si può vedere anche dall'enorme interesse mediatico, con stampa e siti di tutti i paesi a coprire risultati e giocatori d'oltre oceano, quando - ad esempio in Italia - il solo www.SoccerItalia.it (in precedenza c'era solo una rubrica MLS su www.playitusa.com) se ne occupava fino a pochi anni fa. Del resto nel 2007 il Commissioner della MLS Don Garber disse allo scrivente: "Se un giorno acquistare Kakà o uno come lui dovesse per noi avere un senso dal punto di vista del business, non avremmo certo problemi a farlo. Basti dare un'occhiata agli azionisti della MLS titolari delle franchigie". E quel giorno è evidentemente arrivato. LEGGI: Garber e la MLS: i 15 anni del Don (SI.com) L'unico rischio per la MLS è che la mossa di investire sui grandi nomi possa identificarla troppo con una "retirement league", sul modello di quelle mediorientali tipo Qatar o Emirati, e ciò anche a causa di molti giornalisti che non conoscono o non capiscono regole e meccanismi. Per questo comunque la lega ha deciso di puntare anche su giovani ottimi giocatori quali Giovani dos Santos o Sebastian Giovinco, ad oggi vera stella del campionato, che sta illuminando con tutto il suo talento troppo spesso soffocato dai tattici allenatori italiani. E il mix sembra funzionare. Si prendano i LA Galaxy, dove accanto a due campioni un po' in la con gli anni quali Steven Gerrard e Robbie Keane (l'anno scorso miglior giocatore della lega), ecco una stellina come dos Santos e giovani promesse americane come Gyasi Zardes e Jose Villareal cresciute nell'Academy, o professionisti usciti dal Draft quali Omar Gonzalez (a suo tempo vicino anche alla AS Roma) e AJ De La Garza, o ottimi "lavoratori" del campo scovati in giro come Juninho (cresciuto nel Sao paulo) e Marcelo Sarvas. Non lo stesso si può dire ancora per il NYCFC, dove effettivamente a parte i gol di Villa, Pirlo è appena arrivato e Lampard è stato sempre infortunato, ma coach Kreis ha puntato anche sul giovane nazionale USA Mix Diskerud, su un veterano come Ned Grabavoy, e sta assistendo all'esplosione di Poku. Ma certo non è facile assemblare una squadra dal nulla. LEGGI: MLS MVP 2014: Robbie Keane (LA Galaxy) Nel mezzo di questa strategia qualche errore certo è stato fatto. Si pensi al Toronto, dove il management non è stato sempre il top. Prima il fallimento Danny Koevermans, poi l'arrivo stellare del cannoniere della nazionale inglese Jermain Defoe, immalinconitosi però dopo il cambio allenatore e ceduto al Sunderland. Mentre meglio è andata con Michael Bradley e, principalmente, Sebastian Giovinco, mentre Jozy Altidore si sta ancora riadattando dopo gli anni europei. Tutti nomi importanti, ma per Toronto e il calcio canadese e la MLS è forse ancor più importante l'investimento fatto da Toronto per la costruzione di un centro tecnico all'avanguardia affiancato da un'Academy considerata il futuro della squadra e della Nazionale della foglia d'acero (a fiabco dell'Academy dei Vancouver Whitecaps). Dal punto di vista del business le cose stanno andando sempre meglio per la MLS, anche se alcuni club,quelli senza stadio come il DC United, continuano a perdere soldi, ma la direzione imboccata è certamente quella giusta. Una direzione secondo alcuni simile - fatte le dovute distinzioni - a quella presa dalla Premier League. Fondata nel 1992, il calcio inglese era reduce dagli anni delle violenze degli hooligans, con anche l'addio al calcio europeo per i propri club. Per lanciare la Premier alcuni club puntarono proprio su grand giocatori, alcuni anche un po' in la con gli anni, in arrivo da quello che allora era il campionato top nel mondo la Serie A: ed ecco che per la prima volta sui giornali nostrani si iniziò a leggere delle vicende dei vari Paolo Di Canio, capace di appassionare i tifosi di Sheffield Wednesday, Celtic Glasgow, West Ham e Charlton (che lasciò insieme au milione e mezzo di contratto per tornare alla Lazio nel 2004), e grande rimpianto di Alex Ferguson allo United; Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e l'ex laziale Roberto Di Matteo al Chelsea; Fabrizio Ravanelli al Boro; Attilio Lombardo; l'ex parmense Tino Asprilla; o anche gli olandesi Ruud Gullit, reduce dai successi col Milan di Sacchi, e Dennis Bergkamp, che invece all'Inter aveva fallito e che all'Arsenal cambiò la storia e l'immagine noiosa dei Gunners insieme a Thierry Henry, altro ad aver fatto male in Italia alla Juve, con Arséne Wenger in panchina. Grandi nomi accompagnati tutti da una rivoluzione iniziata da stadi nuovi (o rinnovati) e bellissimi, capaci di attrarre un pubblico grande ma diverso dal passato, senza più violenza. E così la Premier divenne un campionato di sapore internazionale dopo un secolo di quasi autarchia. Che la MLS possa essere destinata allo stesso futuro è forse improbabile, sia per ragioni storiche che finanziarie (lega chiusa, salary cap), oltre al fatto che per guadagnarsi davvero la rispettabilità nel mondo i suoi club dovrebbero iniziare a vincere la CONCACAF Champions League (e magari un giorno la Copa Libertadores, dove le messicane partecipano ma non vincono) e ben figurare nel Mondiale per Club. Realista peraltro Garber, che parla sempre di una lega nella top 10 mondiale nel 2020, ma non certo di più. Ma la differenza col resto del mondo è che la MLS può solo crescere, e che gli USA rimangono un'attrazione enorme per i giocatori di tutto il mondo come luogo per vivere e per pagare (meno) tasse sugli ingaggi. E già si parla dello sbarco di Zlatan Ibrahimovic nel 2016 e di Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney nel 2018. Sotto a chi tocca.

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La MLS ha annunciato lunedì di essere in "discussione avanzata" con il Minnesota United FC, club della NASL (North American Soccer League), per l'ingresso nella lega, aggiungendo che la futura espansione della stessa potrà andare oltre le 24 squadre previste per il 2020. “Siamo in discussione avanzata con con Bill McGuire [proprietario dello United, NdR] e suoi partner in Minnesota per portare un club di Major League Soccer nelle Twin Cities, e siamo particolarmente eccitati per i loro piani che prevedono la costruzione di un soccer-specific stadium che sarà la casa del club. Annunceremo comunque la prossima città entro 35/40 giorni, anche se non abbiamo fissato alcuna data specifica", ha dichiarato l'MLS commissioner Don Garber in un comunicato. “Nel corso del 2015 valuteremo anche la potenziale espansione oltre quota 24 club”. A contendersi un team a Minneapolis sono il Minnesota United FC e i Minnesota Vikings della NFL, il cui presidente Mark Wilf ha reagito pubblicamente alle dichiarazioni di Garber. "Siamo stati informati dei piani della Major League Soccer di perseguire l'obiettivo di uno stadio all'aperto a Minneapolis. Abbiamo la possibilità di portare un team MLS ai fans del Minnesota e profondamente impegnati fornire una fenomenale esperienza da stadio. Offriamo alla MLS una situazione ideale: uno stadio che sarà completato nel 2016, una partership pubblico-privatp per ospitare la MLS, un'opzione che non richiede ulteriori permessi. Il nuovo stadio polifunzionale - riferendosi all'impianto dei Vikings in costruzione - avrebbe potuto ospitare la MLS lungo tutta la stagione e aiutare la crescita del calcio in questo mercato. In ogni caso, facciamo gli augiri al MLS Commissioner Don Garber e al Deputy Commissioner Mark Abbott per il loro continuo successo nel costruire il brand MLS, e siamo contenti che credano nel mercato Minneapolis-St. Paul". Molto contento ovviamente il Minnesota United: "La leadership della MLS sa che la passione dei fans del Minnesota, combinata con uno stadio per il calcio di grande livello [da costruire vicino al Target Field dei Twins, NdR], fanno delle Twin Cities e del nostro stato la casa perfetta per il prossimo MLS expansion team". ​In lizza per il posto numero 23 in MLS (Atlanta e l'LAFC occupano il 21 e 22) c'era anche Sacramento Republic FC, club della USL Pro (DivisionIII), e considerato che di base lo slot numero 24 dovrebbe (il condizionale è d'obbligo in assenza di stadio) appartenere al team di Miami di David Beckham, i californiani a questo punto dovranno attendere il prossimo giro. LEGGI: MLS Expansion: Minneapolis, Miami e Sacramento per due posti Nonostante un anno fa Garber avesse fissato a quota 24 il tetto all'expansion della MLS, annunciando anche un periodo di stop, oggi per la prima volta ha parlato di andare oltre quel numero. “L'espansione continua ad essere una priorità per la Major League Soccer. Abbiamo visto tutti il grande successo degli expansion team Orlando City SC e New York City FC, che hanno aperto con un pubblico record [oltre 100mila spettatori totali, NdR] la stagione 2015. Negli ultimi mesi abbiamo avuto incontri con i rappresentanti di Las Vegas - al momento fuori dalla corsa - Minneapolis e Sacramento, e visitato tutte e tre le città. Abbiamo incontrato anche San Antonio e St. Louis”. Nessuna chiarezza al momento quindi sulla possibile data d'ingresso del nuovo team di Minneapolis, che considerati i tempi per lo stadio e i calendario di ingressi già previsto - Atlanta 2017, LAFC probabile 2018 - potrebbe sbarcare in MLS nel 2019. Di conseguenza il Minnesota United avrebbe davanti a sé ancora quattro stagioni (inclusa quella che deve iniziare tra poco) nella NASL, lega che perdendo un altro club (prima era toccato a Seattle, Portland, Vancouver e Montreal, e con l'ingresso di Atlanta è improbabile la sopravvivenza dei Silverbacks) - e con la crescita della USL Pro spinta proprio dalla MLS - inizia a vedere oscuro il proprio futuro.  

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