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Cruz Azul: Baca, M.Farfan e Villarreal nel mirino.
Scritto il 2013-12-20 da Giacomo Costa su Calciomercato
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Come riporta la ESPN, il Cruz Azul, avrebbe quasi acquistato (visite mediche in corso) tre giocatori della MLS: Rafael Baca (1989), José Villarreal (1993) e Michael Farfan (1988). Non si tratterebbe, in ogni caso, di perdite importanti per il campionato eccezion fatta per Villarreal, ottimo talento (anche se tutto da scoprire), che però si trasferirà con la formula del prestito, secondo alcune voci.

Rafael Baca è messicano e gioca nei San Jose Earthquakes con i quali ha disputato 31 partite nel 2013. Michael Farfan è un esterno offensivo dei Philadelphia Union, 29 partite, 1 goal ed 1 assist nell'ultima stagione.

Diverso il discorso per Villarreal, promettente ventenne dei Los Angeles Galaxy. Il nazionale U-20 americano trova poco spazio nei Galaxy, nel 2013 ha giocato 22 partite, 12 da titolare e solo in due occasioni ha completato il match, per un totale di 1.107 minuti dove il giovane talento ha messo a segno 2 goal, oltre a due assist. Proprio per questo potrebbe passare in prestito al Cruz Azul (dove potrebbe alternarsi fra prima squadra e massima formazione giovanile) per tutta la Clausura 2014. Sicuramente potrebbe essere un buon trasferimento per il giovane calciatore, che altrimenti sarebbe andato in prestito in USL Pro (Terza lega americana) per parte della stagione.

Guarda il Golazo di Villarreal al Real Madrid.

Mai la Major League Soccer (MLS) aveva visto un'estate di fuochi d'artificio come quella del 2015 nemmeno nel 1996, al punto di attrarre l'attenzione di media e fans di tutto il mondo. Del resto se tutto insieme si vede scendere in campo gente quale i campioni del mondo Andrea Pirlo e David Villa (sbarcato già a febbraio), o quale gli ex capitani di Liverpool e Chelsea Steven Gerrard e Frank Lampard, il suo compagno di sempre nei Blues Didier Drogba (che esordirà a giorni), l'ex Pallone d'Oro rossonero Kakà (anche lui presente da inizio campionato), fino ad un giovanotto di 26 anni adorato dalle folle messicane quale Giovani dos Santos, allora qualcosa deve essere successo oltre oceano. LEGGI: Riuscirà Giovani dos Santos a far amare la MLS ai messicani? Mai si erano viste infatti per una città come New York tante magliette con sulle spalle nomi quali "Villa", "Lampard" e ora "Pirlo", tutti del New York City FC, laddove in precedenza né i NY MetroStars poi NY Red Bulls erano riusciti a sfondare (dura se ti chiami col nome di un energy drink) nonostante grandi quali Yuri Djorkaeff o Thierry Henry. A qualcuno questa lunga serie di sbarchi di nomi altisonanti farà certamente venire in mente la NASL degli anni '70, quando nel giro di due anni a NY si palesarono prima Pelé e poi Giorgio Chinaglia e i capitani campioni del mondo di Germania e Brasile, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto, tutti in maglia Cosmos. A fianco a loro in quegli anni il pubblico americano poté ammirare quel che restava dei vari Johann Cruyff, George Best, Gerd Muller, Kazimierz Deyna, fino ai fantasisti inglesi negletti da Don Revie, quali ad esempio Rodney Marsh, Peter Osgood e Charlie George. Il primo della nouvelle vague dei grandi nomi MLS fu David Beckham nel 2007, che accese i riflettori sulla lega USA. Oggi Gerrard, Pirlo e Lampard non hanno certo il suo appeal, ma la strada è quella indicata dall'ex United e Real Madrid, il cui trasferimento a LA mentre era ancora in piena carriera rese "legittima" la MLS agli occhi dei suoi colleghi in giro per il mondo. E al primo giro Becks fu seguito dai vari Juan Pablo Angel (ex Aston Villa), il messicano Cuauhtemoc Blanco (capace di riempire solo lui lo stadio del Chicago Fire), il deludente brasiliano Denilson a Dallas, Guillermo Barros Schelotto protagonista nella MLS Cup vinta da Columbus, e altri, fino a Thierry Henry. LEGGI: Garber: Al top grazie a Beckham e ai fans Le cifre di oggi corrispondono a quelle guadagnate da Beckham, se non di più a livello base: Pirlo guadagnerà sugli 8,5 milioni più 2 di bonus; Lampard e Gerrad intorno ai 6. Tutte cifre extra salary cap, dato che ognuno di loro peserà massimo $436,250 sui $3.49 milioni assegnati ad ogni squadra per gli ingaggi. Il resto è paato dai titolari delle singole franchigie. Il timore di alcuni oggi è che la MLS possa essere avviata sullo stesso percorso che portò la NASL al fallimento a inizio anni '80, diventando una "retirement league". LEGGI: Stipendi MLS, Gerrard e Lampard giù dal podio. Kakà il più pagato Ma sarebbe un errore pensarlo, in quanto le condizioni e i tempi sono estremamente diversi rispetto ad allora. Innanzitutto in America è completamente cambiata la demografia, con una crescita esponenziale della popolazione di origine latinos. Inoltre, da oltre una decade il pubblico americano è sottoposto ad un bombardamento calcistico quotidiano, con centinaia di migliaia di persone che ogni sabato e domenica mattina si riversano nei pub per guardare i campionati europei o interrompono il lavoro per guardarsi un match di Champions League. L'opposto di quanto accadeva 30 anni fa, quando al massimo negli USA si riusciva a vedere qualche finale o un programma sulla Bundesliga sulla PBS, il servizio pubblico. E poi, altro punto fondamentale per un paese come gli Stati Uniti, c'è una Nazionale - guidata da un nome top come Jurgen Klinsmann, CT anche della Germania nel 2006 - sempre presente ai Mondiali dall'edizione 1990, giunta sino ai quarti nel 2002 e capace di creare ormai problemi a chiunque, con alcuni dei propri giocatori cresciuti nella MLS (ad es. Tim Howard, Clint Dempsey, Michael Bradley, ecc.) e poi protagonisti anche in Europa. In sintesi, è un altro mondo.   Altro mondo testimoniato anche dalla televisione. La MLS ha chiuso accordi per trasmettere i match di campionato in 86 paesi: dal Regno Unito all'Italia (Eurosport) e i nel resto d'Europa, arrivando sino ad Australia, Cina, Medio Oriente, Nordafrica e Brasile! Ma per riuscirci la MLS ha dovuto cambiare strategia negli ultimi anni. Dopo la crisi che portò nel 2002 alla chiusura delle franchigie di Miami e Tampa, la lega - sotto la guida saggia di Don Garber, ex capo di NFL Europe - ha avviato un processo di crescita lento ma costante, che dalle 10 squadre rimaste nel 2002 vedrà la MLS arrivare a 24 entro il 2020, e probabilmente ognuna col proprio stadio, dopo i primi anni in cui tutte erano costrette a giocare nei cavernosi stadi da football, con atmosfere totalmente diverse da quelle spettacolari (e televisive) di stadi come lo StubHub Center dei LA Galaxy, lo Sporting KC Park (considerato lo stadio più tecnologicamente avanzato al mondo) o la Red Bull Arena. LEGGI: Ultimissimo stadio: lo Sporting KC Park   Ma dopo aver portato la gente allo stadio negli USA e avviato due generazioni di calciatori, investendo poi pesantemente in centri di allenamento e academy, era arrivato il momento di costruirsi un profilo internazionale. Per questo, dopo aver riportato a casa alcuni dei migliori nazionali - Dempsey, Bradley, Jozy Altidore - strapagandoli anche per dare l'idea di una MLS quale "destination league" per i talenti nazionali, la lega ha deciso di puntare al top possibile. Un top che inevitabilmente non può che passare per giocatori con alle spalle il meglio della propria carriera, ma ancora in grado di dare qualcosa sul campo. Del resto Pirlo ha giocato la finale di Champions solo due mesi fa ed è (per ora) titolare nell'Italia, mentre Lampard e Gerrard sono stati comunque tra i protagonisti dell'ultima Premier League. E con loro la MLS si è lanciata definitivamente, come si può vedere anche dall'enorme interesse mediatico, con stampa e siti di tutti i paesi a coprire risultati e giocatori d'oltre oceano, quando - ad esempio in Italia - il solo www.SoccerItalia.it (in precedenza c'era solo una rubrica MLS su www.playitusa.com) se ne occupava fino a pochi anni fa. Del resto nel 2007 il Commissioner della MLS Don Garber disse allo scrivente: "Se un giorno acquistare Kakà o uno come lui dovesse per noi avere un senso dal punto di vista del business, non avremmo certo problemi a farlo. Basti dare un'occhiata agli azionisti della MLS titolari delle franchigie". E quel giorno è evidentemente arrivato. LEGGI: Garber e la MLS: i 15 anni del Don (SI.com) L'unico rischio per la MLS è che la mossa di investire sui grandi nomi possa identificarla troppo con una "retirement league", sul modello di quelle mediorientali tipo Qatar o Emirati, e ciò anche a causa di molti giornalisti che non conoscono o non capiscono regole e meccanismi. Per questo comunque la lega ha deciso di puntare anche su giovani ottimi giocatori quali Giovani dos Santos o Sebastian Giovinco, ad oggi vera stella del campionato, che sta illuminando con tutto il suo talento troppo spesso soffocato dai tattici allenatori italiani. E il mix sembra funzionare. Si prendano i LA Galaxy, dove accanto a due campioni un po' in la con gli anni quali Steven Gerrard e Robbie Keane (l'anno scorso miglior giocatore della lega), ecco una stellina come dos Santos e giovani promesse americane come Gyasi Zardes e Jose Villareal cresciute nell'Academy, o professionisti usciti dal Draft quali Omar Gonzalez (a suo tempo vicino anche alla AS Roma) e AJ De La Garza, o ottimi "lavoratori" del campo scovati in giro come Juninho (cresciuto nel Sao paulo) e Marcelo Sarvas. Non lo stesso si può dire ancora per il NYCFC, dove effettivamente a parte i gol di Villa, Pirlo è appena arrivato e Lampard è stato sempre infortunato, ma coach Kreis ha puntato anche sul giovane nazionale USA Mix Diskerud, su un veterano come Ned Grabavoy, e sta assistendo all'esplosione di Poku. Ma certo non è facile assemblare una squadra dal nulla. LEGGI: MLS MVP 2014: Robbie Keane (LA Galaxy) Nel mezzo di questa strategia qualche errore certo è stato fatto. Si pensi al Toronto, dove il management non è stato sempre il top. Prima il fallimento Danny Koevermans, poi l'arrivo stellare del cannoniere della nazionale inglese Jermain Defoe, immalinconitosi però dopo il cambio allenatore e ceduto al Sunderland. Mentre meglio è andata con Michael Bradley e, principalmente, Sebastian Giovinco, mentre Jozy Altidore si sta ancora riadattando dopo gli anni europei. Tutti nomi importanti, ma per Toronto e il calcio canadese e la MLS è forse ancor più importante l'investimento fatto da Toronto per la costruzione di un centro tecnico all'avanguardia affiancato da un'Academy considerata il futuro della squadra e della Nazionale della foglia d'acero (a fiabco dell'Academy dei Vancouver Whitecaps). Dal punto di vista del business le cose stanno andando sempre meglio per la MLS, anche se alcuni club,quelli senza stadio come il DC United, continuano a perdere soldi, ma la direzione imboccata è certamente quella giusta. Una direzione secondo alcuni simile - fatte le dovute distinzioni - a quella presa dalla Premier League. Fondata nel 1992, il calcio inglese era reduce dagli anni delle violenze degli hooligans, con anche l'addio al calcio europeo per i propri club. Per lanciare la Premier alcuni club puntarono proprio su grand giocatori, alcuni anche un po' in la con gli anni, in arrivo da quello che allora era il campionato top nel mondo la Serie A: ed ecco che per la prima volta sui giornali nostrani si iniziò a leggere delle vicende dei vari Paolo Di Canio, capace di appassionare i tifosi di Sheffield Wednesday, Celtic Glasgow, West Ham e Charlton (che lasciò insieme au milione e mezzo di contratto per tornare alla Lazio nel 2004), e grande rimpianto di Alex Ferguson allo United; Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e l'ex laziale Roberto Di Matteo al Chelsea; Fabrizio Ravanelli al Boro; Attilio Lombardo; l'ex parmense Tino Asprilla; o anche gli olandesi Ruud Gullit, reduce dai successi col Milan di Sacchi, e Dennis Bergkamp, che invece all'Inter aveva fallito e che all'Arsenal cambiò la storia e l'immagine noiosa dei Gunners insieme a Thierry Henry, altro ad aver fatto male in Italia alla Juve, con Arséne Wenger in panchina. Grandi nomi accompagnati tutti da una rivoluzione iniziata da stadi nuovi (o rinnovati) e bellissimi, capaci di attrarre un pubblico grande ma diverso dal passato, senza più violenza. E così la Premier divenne un campionato di sapore internazionale dopo un secolo di quasi autarchia. Che la MLS possa essere destinata allo stesso futuro è forse improbabile, sia per ragioni storiche che finanziarie (lega chiusa, salary cap), oltre al fatto che per guadagnarsi davvero la rispettabilità nel mondo i suoi club dovrebbero iniziare a vincere la CONCACAF Champions League (e magari un giorno la Copa Libertadores, dove le messicane partecipano ma non vincono) e ben figurare nel Mondiale per Club. Realista peraltro Garber, che parla sempre di una lega nella top 10 mondiale nel 2020, ma non certo di più. Ma la differenza col resto del mondo è che la MLS può solo crescere, e che gli USA rimangono un'attrazione enorme per i giocatori di tutto il mondo come luogo per vivere e per pagare (meno) tasse sugli ingaggi. E già si parla dello sbarco di Zlatan Ibrahimovic nel 2016 e di Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney nel 2018. Sotto a chi tocca.

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Il Clausura va al team guidato dal portoghese Caixinha, segnalato da Mourinho nel 2012. Perde il Queretaro di Ronaldinho: in partenza per la MLS? Nulla da fare per Ronaldinho e soci. Il miracolo di cui il Queretaro aveva bisogno per conquistare il Clausura è sfumato nella notte di domenica. Inutile il 3-0 al Santos Laguna, che aveva ipotecato il trionfo 3 giorni prima grazie al 5-0 dell’andata. Due gli eroi del trionfo lagunero: l’attaccante Javier Orozco, autore di un poker dal sapore di rivalsa, e il tecnico portoghese Pedro Caixinha, lo stratega mandato da Mourinho, capace di cambiare volto alla squadra nei playoff guadagnati per il rotto della cuffia. Menagramo? Eroe «È una rivincita che meritavo». Questo il primo commento di Orozco dopo il trionfo che ha spezzato una sorta di maleficio personale. Il poker messo a segno in finale, impresa riuscita solo a Gustavo Napoles nel 1997, ha permesso al 27enne ariete di sfilarsi l’etichetta di iettatore, appioppata ai tempi del Cruz Azul dopo 2 finali perse, di cui l’ultima (nel 2013) proprio a causa di un suo rigore fallito. «Mi sono liberato di un peso, quell’errore mi ha fatto passare notti insonni», ha confidato Orozco, che in tutto il torneo aveva realizzato appena 1 gol. Proprio all’ultima giornata della fase regolare, ma decisivo per regalare al Santos l’accesso in extremis ai playoff all’8° posto. Sul 5° torneo conquistato dal Santos c’è però soprattutto la firma del rampante Pedro Caixinha, che ha messo a frutto i segreti e gli insegnamenti appresi da José Mourinho. Il guru come Bora Fu Mou nel 2012 a consigliare l’ingaggio del connazionale ai messicani e, dopo 2 semifinali di campionato e una finale di Champions perse al 1° anno, Caixinha ha centrato il 2° titolo in 6 mesi. Se a Torreón si è tornati a respirare aria di gran calcio (col ritorno in Libertadores nel 2014 dopo 10 anni) e a gioire per l’accoppiata coppa nazionale-campionato è prima di tutto merito del 44enne portoghese, primo europeo a trionfare in A negli ultimi 34 anni, dai tempi di Bora Milutinovic. Staffetta Dinho-Pirlo? A Queretaro, invece, hanno visto svanire il sogno di mettere il primo titolo in bacheca. Non è bastato Ronaldinho, partito dalla panchina in entrambe le sfide e ormai da due mesi in fondo alle gerarchie del tecnico Vucetich, anche se decisivo nei quarti con un gol. Le voci di divorzio che circolano da mesi (peraltro confermate dal fratello- agente di Dinho giusto il mese scorso) non si sono placate nemmeno dopo l’annuncio dell’altro ieri fatto dalla dirigenza. «Ronaldinho non si muove», parola del direttore sportivo Joaquin Beltran, che ha cercato di risollevare l’animo dei tifosi promettendo «l’arrivo di un’altra stella». Il principale obiettivo, secondo le indiscrezioni della stampa locale, sarebbe un certo Pirlo... Fonte: Gazzetta dello Sport

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“Così lontano da Dio, così vicino agli Stati Uniti”. A cavallo tra Ottocento e Novecento, Porfirio Diaz, già uomo di idee repubblicane convertitosi alla dittatura appena raggiunto il potere, aveva definito in questa storica frase la condanna del Messico. L’area geografica ibrida, con vista sul mondo anglosassone ma profondamente legata all’universo latino-americano, dove è certamente uno degli stati guida, sia a livello culturale che economico, insieme a una storia unica, in cui entrano a pieno titolo le grandi civiltà azteche e maya, ha prodotto poliedriche capacità ed esimie eccellenze, da Octavio Paz, premio Nobel per la Letteratura, a Carlos Slim, capolista nell’elenco di Forbes dei Paperoni 2014. Però l’ingordigia, mediatica e non, dell’onnipresente vicino, ha certamente levato ai messicani parecchia visibilità. Prendiamo il calcio. Oggi si celebra giustamente la crescita del movimento statunitense e della sua lega, la MLS, capace di attrarre buoni giocatori e discreti capitali. Ma se negli ultimi anni la Nazionale a stelle e strisce avesse vinto una Olimpiade e fosse sempre stata competitiva, a tutti i livelli, tra mondiali e competizioni giovanili, quale sarebbe la considerazione generale? No, perché invece il Messico, a quegli allori c’è arrivato senza troppi sprechi di celebrazioni globali: nell’ultima Olimpiade si è guadagnato la medaglia d’oro battendo in finale il Brasile e nelle competizioni giovanili ha vinto un Mondiale under 17 e sfiorato altri titoli. E anche se guardiamo agli investimenti, il discorso rimane certamente interessante. I dati ufficiali della FIFA, calcolati dal TMS (Transfer Matching System) rivelano che la Liga messicana ha investito nell’ultimo mercato 49,4 milioni di dollari, cioè più della nostra serie A (ferma a 45,5 milioni con tanti distinguo sulla tipologia dei trasferimenti, e tanti pagamenti diluiti) e ben più della Ligue 1 francese (27,7). Certo, sono lontani i campionati maggiori come Premier (124,5) o la Liga spagnola (79,4), però la Liga MX tallona già la Bundesliga (55). Dato ancora più interessante è rappresentato dalla crescita costante degli investimenti messicani, negli ultimi cinque anni. Inoltre, delle 17 maggiori leghe del mondo, nell’ultima sezione di calciomercato, dei 705 trasferimenti internazionali ben 71 sono stati realizzati in Messico, che si piazza alle spalle della sola Inghilterra ( 110) e Germania (77). Questo ci porta a un’ulteriore differenza tra gli Stati Uniti e il Messico.  Alla lettura della lunga lista di trasferimenti, difficilmente ci troviamo di fronte nomi altisonanti. Annotiamo la firma Kakà ad Orlando, abbiamo letto di quella posticipata di Frank Lampard per il nuovo club di New York, abbiamo celebrato l’acquisto-monstre di un giocatore a noi molto noto come Sebastian Giovinco, da parte dei Toronto FC. Ma sarebbe scorretto opporre a queste celebrità il nome di Ronaldinho, l’unico acquisto MLS-style della lega messicana, peraltro effettuato dal Queretaro, un club non di primissima fascia e bulimico di attenzione, soprattutto. Meno appeal hanno certamente giocatori come Sherman Cardenas e Edwin Cardona. Eppure i due giocatori colombiani, oltre ad essere di enorme prospettiva futura ( sono poco più che ventenni) sono stati tra i migliori dell’ultima Copa Sudamericana persa in finale dal loro Nacional Medellin contro il River Plate, al termine di una delle più interessanti competizioni dell’ultimo lustro, a livello di qualità di proposta di gioco. Le squadre messicane stanno facendo, favoriti certo anche dalla lingua comune, profondo scouting in tutto il Sudamerica, scandagliando mercati poco frequentati anche dall’Europa, come la Colombia o l’Ecuador, dove, ad esempio, il Pachuca aveva pescato il talento di Enner Valencia, pagato poco più di tre milioni e rivenduto, dopo essersi messo in mostra al Mondiale in Brasile ( in cui è anche andato a segno in due occasioni), al West Ham in Inghilterra, per quindici. Medesimo discorso si potrebbe fare per Jackson Martinez, oggi uno dei maggiori bomber d’Europa, che il Porto non accetta di trattare per meno di trenta milioni, quando al campanello hanno suonato diversi big: è stato acquistato dai Jaguares de Chiapas dall’Independiente Medellin per un pugno di pesos. La squadra messicana che più ha investito nell’ultimo mercato è stata l’America di Città del Messico, club campione dell’ultimo torneo disputato, l’Apertura 2014. Squadra di proprietà del colosso Televisa, il più importante gruppo di mass-media e tv del Latino-America e il primo per ascolti di tutto il mondo ispano-parlante, l’America ha investito una cifra elevatissima, anche se parzialmente attenuata dagli incassi delle cessioni di Layun al Watford e, soprattutto, di Raul Jimenez, attaccante classe ’91 di enorme interesse prelevato dall’Atletico Madrid dietro un bonifico di circa undici milioni di euro.  Scouting, formazione, proposte calcistiche interessanti. C’è da aggiungere la Liga Messicana ai campionati di maggiore interesse globale, anche se siamo certi che a livello mediatico la MLS avrà certo più visibilità: “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”…   Fonte: Carlo Pizzigoni - Tropico del Gol - Gazzetta.it

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