SPORT
Bradley e Donovan nel mirino della Roma
Scritto il 2011-05-17 da Arnaldo Selmosson su Yanks Abroad
Tweet

Sono due al momento gli obiettivi americani per la nuova AS Roma di Thomas R. DiBenedetto, ma perchè almeno uno si possa realizzare è assai probabile che prima la FIGC cambi la regola attuale che prevede la possibilità per le società italiane di acquistare dall'estero un solo extracomunitario.

Il primo nome sulla lista del prossimamente DS Walter Sabatini è quello di Landon Donovan, stella dei Los Angeles Galaxy. 29 anni, ottimo sia come laterale che da seconda punta, grande esperienza internazionale con alle spalle 3 Mondiali e 130 presenze in Nazionale, oltre ai periodi con Bayer Leverkusen, Bayern Monaco ed Everton, che quest'anno ha fatto di tutto per riportarlo in Premier League. Gran fiuto del gol, ha messo a segno 123 reti con le squadre di club in cui ha ilitato ed è il top scorer della Nazionale USA a quota 45.

L'aggiunta di Donovan alla AS Roma sarebbe un gran colpo sia in termini di immagini che quale rinforzo per l'11 inizale del prossimo anno. E c'è già stato un primo contatto tra l'agente del giocatre, David Mozkin, e Sabatini.

La MLS lascerebbe andare Donovan per una cifra intorno ai €10 milioni, mentre il giocatore ha attualmente un ingaggio di €1,6 milioni, ampiamente alla portata della Roma.

L'altro possibile obiettivo è invece il centrocampista Michael Bradley, figlio del CT della Nazionale USA, attualmente in prestito all'Aston Villa (senza grandi flash) ma di proprietà del Borussia Mönchengladbach. Centrocampista bravo sia in copertura che negli inserimenti, gran tiro dalla distanza, ha un contratto sino al 2012 di un milione lordo, e potrebbe lasciare i tedeschi per una cifra inferiore ai €4 milioni. Il suo procuratore ne ha già parlato con Sabatini, che pur apprezzandolo deve prima vedere come finirà la questione dei giocatori extra UE, anche perché per lui potrebbe esserci un ruolo da vice di Daniele De Rossi.

La cosa certa è che però solo uno dei due potrebbe arrivare. Da capire se DiBenedetto preferirà la fantasia di Donovan o la solidità di Bradley.

Lo scandalo FIFA avrà probabilmente conseguenze che si dilungheranno per anni, e quanto accaduto in questi giorni è probabilmente solo la parte iniziale. Lo si può capire anche dalle parole di Jack Warner, l'ex vice-presidente della Fifa e presidente CONCACAF dal 1990 al 2011, arrestato nella sua Trinidad & Tobago e poi rilasciato su cauzione, che ieri ha parlato in televisione e minacciato di rivelare tutto quello che sa alla giustizia USA, aggiungendo inoltre di temere per la sua vita. "Non manterrò più segreti per loro che hanno cercato di distruggere il Paese", ha detto senza specificare di quale Paese si trattasse. E ha aggiunto: "Temo per la mia vita". Oltre a Warner, tutta la struttura che retto la CONCACAF negli ultimi 25 anni è stata decapitata. L'FBI ha cominciato da Chuck Blazer, Segretario Generale della CONCACAF dal 1990 al 2011, membro dell'Esecutivo FIFA dal 1996 all'aprile 2013, sostituito poi dal presidente della USSF Sunil Gulati. Blazer, da tempo malato e sotto inchiesta. è diventato l'informatore su cui il Dipartimento di Giustizia americano ha costruito l'inchiesta FIFA che ha portato alle dimissioni di Blatter. LEGGI: Chuck Blazer, la talpa USA che sta facendo saltare la FIFA Dopo Blazer, il nome di spicco nella lista degli arrestati FIFA è stato quello di Jeffery Webb (Isole Cayman), presidente della CONCACAF e vicepresidente FIFA vicinissimo a Blatter, cui apportava i voti delle piccole - ma numerose - isole caraibiche membre delle Federazione Internazionale che vede più paesi rappresentati di quanti ce ne siano all'ONU. LEGGI: La FIFA spiegata tramite Webb e le Isole Cayman In sintesi la CONCACAF - insieme in parte al Sudamerica - sta risultando il perno di tutta l'inchiesta che, come detto, ora inizierà ad approfondire in maniera più completa ruoli e responsabilità. Sul tema però sarebbe interessante ascoltare il giudizio di qualcuno che vive e lavora in Italia, e che di quanto accaduto negli scorsi anni nella CONCACAF qualcosa almeno dovrebbe sapere, anche solo per sentito dire. Il riferimento è a Italo Zanzi, quarantenne CEO della AS Roma. Italo chi? Fisco possente e bell'aspetto (molto apprezzato dalle signore romane), Zanzi ha alle spalle un passato sportivo nel calcio giovanile e poi come portiere della nazionale a stelle e strisce di pallamano, con cui ha vinto la medaglia di bronzo nel 2003 ai Giochi Panamericani. Laurea in storia dell’arte e master in legge con abilitazione alla professione forense nel 2005 ha vinto l’ambitissimo El Diario Award, assegnato ogni anno dalla comunità ispanica ai volti emergenti di politica, sport e spettacolo, per poi candidarsi al Congresso coi Repubblicani nell’area di NY, facendo commentare al New York Times: «Questo Zanzi non passerà inosservato. È carismatico, istruito, combattivo e anche glamour. Ha un potenziale enorme, può affrontare qualsiasi sfida». Di lì ha preso il volo la sua carriera. Zanzi- scrive il sito della AS Roma - [dal dicembre 2007] fino a ottobre 2011, ha avuto la funzione di Vice Segretario Generale della CONCACAF,  la confederazione calcistica del Nord e Centro America e dei Caraibi. Durante questo incarico, Zanzi ha supervisionato gli eventi e le attività redditizie della confederazione, come la CONCACAF Champions League e la CONCACAF Gold Cup, e ne ha gestito la comunicazione e il marketing: inoltre Italo ha rappresentato la confederazione all’interno della commissione FIFA per il Fair Play e le responsabilità sociali e della commissione dei media.   Zanzi è stato quindi per quattro anni il vice di Chuck Blazer (segretario generale CONCACAF dal 1990 al 2011) durante la presidenza Warner, e poi per alcuni mesi ha collaborato con il nuovo segretario ad interim Ted Howard (diventato poi vice a sua volta con la nomina di Enrique Sanz) e il neo presidente (dal maggio 2012) Jeffrey Webb. Un rapporto stretto anche quello con Webb, visto che - secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport - questi lo avrebbe voluto alla FIFA per assumere un incarico qualora fosse riuscito ad ereditare il trono di Joseph Blatter. In quegli anni Zanzi ha avuto la fortuna di affiancare Blazer nel lavoro e nei viaggi - immortalati nel blog del paffuto ex dirigente USA, "Travels with Chuck Blazer and his Friends..." - e ieri negli USA è stato reso noto il verbale delle dichiarazioni di Blazer, in cui si può leggere: "I and others agreed to accept bribes and kickbacks in conjunction with the broadcast and other rights to the 1996, '1998, 2000, 2002, and 2003 Gold Cups. Beginning in or around 2004 and continuing through 2011, I and others on the FIFA executive committee agreed to accept bribes in conjunction with the selection of South Africa as the host nation for the 2010 World Cup. Among other things, my actions described above had common participants and results." Quindi, nel periodo 2007-2011, mentre Zanzi era il vice di Blazer questi si faceva corrompere dal Sudafrica per l'assegnazione dei Mondiali 2010. Non solo. Negli anni da vicesegretario generale Zanzi aveva come compito, tra gli altri, quello di occuparsi di comunicazione e marketing anche della Gold Cup, sui cui Blazer ha ammesso di aver "guadagnato" illegalmente fino all'edizione 2003 (prima quindi dell'arrivo di Zanzi). Temi peraltro per i quali era stato voluto da Blazer stesso, che nel comunicato di presentazione della sua nomina aveva detto: “I am very pleased to announce that Italo Zanzi will join us from his role at Major League Baseball in the USA, in the capacity of Deputy General Secretary. Italo’s experience in international TV and sponsorship in sport will prove an invaluable asset to CONCACAF as we enter a new phase for the Confederation; we are pleased that Italo will be joining our team in New York and everyone is excited by the work that lies ahead.” A questo punto la domanda sorge spontanea, pur nel massimo rispetto dei principi del garantismo: ma in tutti quegli anni lavorando e viaggiando insieme, sedendo agli stessi tavoli, con le stesse persone - Blazer, Webb e Warner - con anche sulle spalle responsabilità importanti sul business della Confederazione, possibile che non si fosse accorto di nulla? Che non avesse sentito nulla? Che i manager TV con cui si confrontava non avessero proferito parola sui kickbacks dati al suo capo Chuck Blazer? La questione è seria, in quanto l'inchiesta è comunque agli inizi e molti nomi devono ancora uscire, come ha sottolineato Jack Warner, e come si deduce dal verbale di Blazer quando dice "I and others" riguardo le operazioni illegali compiute, senza dare specifiche. Ed è ancor più seria per una società come l'AS Roma che tiene molto alla sua immagine internazionale, specie a quella negli USA dove si sta svolgendo l’inchiesta, paese della proprietà guidata dal finanziere Jim Pallotta. LEGGI: Zanzi, AS Roma: "MLS nostra alleata. Possiamo aiutarci a vicenda" Lascia perplessi che in questi primi giorni nessuno in Italia si sia posto domande su Zanzi o ne abbia fatte. Sul tema basterebbe peraltro una dichiarazione del CEO della AS Roma (sul modello di quelle, ad esempio, del presidente della USSF, Sunil Gulati) che spiegasse bene il suo ruolo nella CONCACAF e i suoi rapporti con i soggetti coinvolti nell'inchiesta, a lui superiori funzionalmente nella CONCACAF, per dissolvere ogni possibile dubbio di chiunque, che al momento sarebbe basato sul nulla. Certo, poi sarebbe farsi delle domande sulle sue capacità manageriali, se nella posizione di vicesegretario generale in carico del business per quattro anni Zanzi non ha mai sentito, visto o saputo nulla. Ultimo spunto: è di questi giorni la notizia che la AS Roma avrebbe scelto come nuovo Team Manager (sorta di responsabile di tutta la logistica) Manolo Zubiria (a destra nella foto), entrato nelle fila giallorosse già nel 2013 come "Head of Special Projects". Zubiria, come Zanzi, è un ex CONCACAF, dove dal 2008 al 2013  - tre anni con Blazer e Warner e due con Webb quindi - è stato "Managing Director of CONCACAF Marketing and TV, responsible for TV distribution and production of CONCACAF’s international soccer competitions, as well as the sponsorship sales business. Negotiate broadcast rights deals directly with television networks in North, Central America and Caribbean to increase the coverage and exposure of the competitions and the CONCACAF brand", come riporta il suo profilo LinkedIn. Anche qui, nulla da dire? La precisazione di Italo Zanzi all'ANSA Fifa: Zanzi, indagini non mi riguardano Il ceo della Roma, non sono coinvolto nell'inchiesta in corso (ANSA) - ROMA, 9 GIU - "In riferimento a quanto riportato recentemente da alcuni media, tengo a precisare di non essere in alcun modo coinvolto nelle indagini riguardanti Fifa e Concacaf". Dopo essere stato accostato al terremoto che sta sgretolando la Fifa, il ceo della Roma Italo Zanzi precisa la sua posizione all'Ansa. "Poiché è in corso un'inchiesta, sarebbe inappropriato ogni altro commento", conclude il dirigente giallorosso che, prima di arrivare nella Capitale, era stato vicesegretario generale della Concacaf.

Calcio - Socceritalia

Nel marzo del 2015 la nuova MLS riaprirà i battenti non solo con due nuove franchigie (Orlando e NY), una manciata di campioni (Lampard, David Villa) e un nuovo logo molto elegante, ma anche con una stella in meno: Landon Donovan. E quando, a undici minuti dal termine della finale dell’ultima MLS Cup, l’ultima partita di Donovan, Chris Tierney, prodotto del vivaio dei New England Revolution, ha pareggiato una gara fino a quel momento saldamente nelle mani dei Los Angeles Galaxy, gli sceneggiatori si sono guardati con sospetto: chi stava sabotando l’happy ending? Donovan è l’uomo che è riuscito a fare per il calcio USA negli anni zero, quello che Michael Jordan, con le dovute proporzioni, ha fatto per il basket negli anni Novanta: fomentare la passione fino a cementificarla nel mito. Se oggi la MLS può permettersi di dire: «Esistiamo da vent’anni, non abbiamo bisogno di farti vedere un pallone e uno scarpino per farti capire che parliamo di soccer», buona parte del merito è di Landon Donovan, il miglior marcatore e assistman assoluto non solo della Lega, ma anche dello USMNT, ovvero la Nazionale di calcio maschile. Per questo, l’ultima stagione non ammetteva finali alternativi: Donovan si era preparato un’uscita di scena, a suo modo, hollywoodiana. I Los Angeles Galaxy si sarebbero giocati la possibilità di laurearsi campioni degli States per la quinta volta, più di ogni altra squadra, sul proprio campo: lo StubHub Centre di Carson sul quale nessuno riusciva a batterli dal Marzo scorso. Figuriamoci nella finale, e nell’atto finale della carriera di Donovan. Così è finita sotto una pioggia di lustrini dorati, con Robbie Keane, il capitano, che ha alzato la coppa e si è voltato a cercare Landon, nascosto tra gli altri compagni quasi a voler cercare un fade out clandestino, e lo ha reclamato sul fronte del palco. Gli sceneggiatori si sciolgono in un sorriso disteso: nessuno può sabotare un happy ending. Negli ultimi quindici anni Donovan è stato lo specchio del processo di maturazione del calcio yankee, una linea di spartiacque acuta e ripida (come lo slash che divide il nuovo logo in due quadranti); ha saputo trasformare il soccer da elettromagnete per eurofili a sport tipicamente nordamericano, al pari (non del tutto, ma quasi, in prospettiva) del baseball o del basket. Sarebbe bello se un giorno, nel quadrante immacolato del nuovo logo, la MLS introducesse una silhouette – come Jerry West per l’NBA o Harmon Killebrew per la MLB – di Landon Donovan. Donovan è il simbolo di un passaggio epocale per il calcio in America e se adesso è diventato uno sport di un certo rilievo, addirittura “cool”, è anche un po’ merito di LD. Come testimonia la foto con Obama e Beckham: Landon Donovan non sfigura. Forse è appena troppo basso. In ogni caso, senza di lui, la combinazione “Soccer” + “Presidente degli States” avrebbe avuto lo stesso effetto di George W. Bush Sr. che calcia goffamente un pallone sul prato poco curato della villa di un amico in Texas vestito da maratoneta col k-way:   L’adolescenza ai tempi del pionierismo. A qualche miglio più a sud dall’inizio del tratto californiano della Route 66 si trova la cittadina di Redlands, “Capitale Mondiale delle Arance Navel”, nebbiosa e operaia manciata di case della suburbia losangelina in cui Landon è cresciuto frequentando il college da studente modello, prendendo lezioni di violino, distribuendo giornali come molti ragazzini dell’America bene. I genitori avevano divorziato quando lui aveva solo due anni: il padre Tim, giocatore dilettante di hockey su ghiaccio, si era trasferito in Nebraska dove si era fatto una nuova famiglia. Landon è cresciuto con la madre Donna e i quattro fratelli: Sheri e Tim, già più grandi, Josh e la sorella gemella Tristan, nata un minuto esatto prima di lui. Negli anni in cui Landon è un ragazzino, negli States, il calcio è poco più che una terapia, un rimedio all’iperattività in età scolare: permette ai piccoli di bruciare energie, li stanca. Senza dover pensare per forza al professionismo. Per questo le mamme lo scelgono per i loro figli: gite fuori porta con il van, sedie pieghevoli, succo d’arancia in cartone, molta spensieratezza e novanta minuti di corse confuse che sfiancano i bambini. Per questo Donna lo sceglie per il figlio. Josh gli insegna i fondamentali: come si stoppa il pallone, come si tira. Allo svezzamento provvedono i Cal Heat di Rancho Cucamonga, la sua prima squadra. Quando guidi verso L.A., attraversando San Bernardino, Pomona, Pasadena hai come l’impressione di essere già, per una qualche ragione, in una propaggine d’America Latina: i gommisti, i colorifici, i fruttivendoli, tutte le insegne sui muri, dipinte a vernice, sono in spagnolo. Nei Cal Heat Landon divide il campo con ragazzini messicani, costarricensi, honduregni: «Ho dovuto imparare lo spagnolo se volevo che mi passassero la palla». Secondo Richard Motzkin, il primo agente di Donovan, la caratteristica principale del Landon ragazzino era quella di suscitare una specie di Landonmania ovunque andasse. Tutti i coetanei volevano essere Landon Donovan. Le ragazze lo amavano. I ragazzi più grandi lo ammiravano e le mamme lo adoravano. A quindici anni Landon è stato accettato nell’Olympic Development Program per il calcio negli States. «Anche se conoscevo a malapena i nomi di 5 squadre in tutto il mondo, mi piaceva molto giocare a calcio», dice a un certo punto di “The Finish Line”, il documentario che gli ha dedicato Grantland. E poi è uno dei primi storici allievi della IMG Bradenton Academy, in Florida. La Bradenton non è che la Bollettieri Academy raccontata da André Agassi in “Open”, solo che per i giovani calciatori, a differenza dei tennisti, il clima è molto più disteso, non c’è competitività ma spirito di squadra e molta goliardia, anche quando per rilassarsi si gioca a golf. Landon, un giorno, per rincorrere una pallina colpita da un compagno si avventura in uno stagno, e quasi finisce per farsi azzannare da un alligatore (è una scena che Filip Bondy ha raccontato nel suo libro “Chasing the game”). Landon vuole diventare un calciatore di successo, ovviamente in Europa. Vuole guadagnarsi il rispetto che all’epoca non era concesso ai calciatori yankee. Mi sono imbattuto in un questionario compilato durante un ritiro con le nazionali giovanili – deve risalire a qualche tempo prima del Mondiale U-17 disputato nel 1999 in Nuova Zelanda – che secondo me tra le righe racconta molto del Donovan calciatore, della sua fama di ambizione, dei suoi modelli di riferimento. Il suo calciatore preferito, dice, è Roberto Baggio. Mi sono immaginato un piccolo Donovan durante il Mondiale del ’94, folgorato dalle giocate del fantasista italiano, piangere per il rigore sbagliato nel catino rovente del Rose Bowl di Pasadena. E ancora nel questionario: «Cosa sai del Campionato del Mondo giovanile?». «Che lo vinceremo». Quell’U-17 riuscirà in una serie di imprese, come battere una squadra di “grandi” (i Tampa Bay Mutiny, che militavano nella MLS) o i pari età argentini, vieppiù in Argentina. Ai Mondiali arriveranno quarti. In quel periodo Landon portava i capelli biondi ossigenati, come il primo Billie Joe dei Green Day o Eminem ai tempi di Slim Shady, e già da sei mesi viveva e faceva il calciatore in Germania. Di quella U-17 statunitense facevano parte anche Oguchi Onyewu, DaMarcus Beasley e Kyle Beckerman, nella foto con Landon. Poi c’erano Danny Bolin, che è diventato elicotterista nella Air Force; Filippo Chillemi, che ha giocato in Italia con l’Olbia e il Mazzara; e infine Jordan Cila, oggi analista contabile alla Goldman&Sachs. In Germania, a diciassette anni. Forse è solo una storiella, però funziona bene in ciò per cui è stata concepita, cioè illustrare il livello di ingenuità di Donovan non in quanto Donovan, ma in quanto Diciassettenne Calciatore Negli States Di Fine Ventesimo Secolo: quando l’osservatore del Bayer Leverkusen lo ha contattato, sembra che LD abbia risposto: «Bayer chi? Leverkusen? Non so cosa sia». Ambientarsi in Germania è complicato: Landon soffre la lontananza dalla famiglia, dai suoi luoghi. La madre, per farlo sentire a casa, gli spedisce pacchi di Cinnamon Toast Crunch e bottiglie di Ranch Dressing per le insalate. Il padre è felice per il figlio, perché ha avuto «la chance di fare esattamente quello che io speravo di fare». Il sentimento della madre è ambiguo e ondivago, come tutti i sentimenti delle madri. «Mi dispiace un po’ che ora consideri il calcio un business. Ho paura che un giorno possa dirmi “Mamma, perché mi hai lasciato andare?”». Ma anche: «Ho pianto per due giorni [quando il figlio ha deciso di partire, NdR]. Ma non voglio che tra qualche anno possa dirmi “Hai distrutto le mie possibilità”». Landon gioca con la squadra riserve del Bayer: «Devo dimostrare qualcosa ogni giorno. In allenamento, sul bus, in aereo». Quando contro l’Essen segna una tripletta c’è chi lo paragona a Ulf Kirsten. «Raramente offriamo un contratto così oneroso [400mila dollari l’anno, NdR] a un calciatore così giovane; ma in ventun anni che lavoro con i ragazzi raramente ne ho visto uno con un potenziale del genere», dice Michael Reschke, direttore del settore giovanile delle “Aspirine” all’epoca, a Marc Spiegler di Sports Illustrated. «Chiamavo la palla, i ragazzi mi vedevano ma di proposito non me la passavano». Le immagini sono di “The Finish Line”. Nella lunga intervista concessa a Spiegler dice invece: «Una parte di me pensava: te la stanno rendendo difficile perché sei americano. Non riuscivo a capire che forse mi sarei solo dovuto impegnare di più». Il primo ritorno a casa: San José Earthquakes. Nel 2001 il Bayer vuole provare a vedere se c’è una qualche maniera di salvare il talento del giovane Landon dalle ganasce della nostalgia. L’investimento monetario deve per forza essere controbilanciato da un investimento umano: per questo viene ceduto in prestito per una stagione ai San José Earthquakes, California, MLS. >>> continua a leggere su L'Ultimo Uomo  Fabrizio Gabrielli scrive e traduce dei libri. Ha tradotto Lugones e collaborato con i blog di Finzioni, Edizioni Sur e Fútbologia occupandosi di Sudamerica, calcio e letteratura, anche in combine. Il suo ultimo libro si intitola "Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no" (Piano B, 2012).- See more at: http://www.ultimouomo.com/the-legend/#sthash.zFHnJ2tt.dpuf  Fabrizio Gabrielli scrive e traduce dei libri. Ha tradotto Lugones e collaborato con i blog di Finzioni, Edizioni Sur e Fútbologia occupandosi di Sudamerica, calcio e letteratura, anche in combine. Il suo ultimo libro si intitola "Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no" (Piano B, 2012).- See more at: http://www.ultimouomo.com/the-legend/#sthash.zFHnJ2tt.dpuf __________________________________________ Fabrizio Gabrielli scrive e traduce dei libri. Ha tradotto Lugones e collaborato con i blog di Finzioni, Edizioni Sur e Fútbologia occupandosi di Sudamerica, calcio e letteratura, anche in combine. Il suo ultimo libro si intitola "Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no" (Piano B, 2012).

Calcio - Socceritalia

Tutto esaurito allo StubHub Center di Carson (CA), stadio dei LA Galaxy, con anche un migliaio di tifosi al seguito dei Revs, per la finale di MLS Cup tra Galaxy e New England Revolution, la terza tra le due squadre, che si sono già affrontate nel 2002 e 2005 (vittoria LA in entrambi i casi). I galaxy sono alla ricerca della quinta MLS Cup, per New England è invece la quinta finale, dopo aver perso le quattro precedenti. Higlights: LA Galaxy vs New England Revolution 2-1 (dts) "Padroni di casa", guidati in panchina da un Bruce Arena in cerca della quinta MLS Cup personale (due già vinte con DC e due con LA),  con Penedo in porta; difesa in linea con Leonardo, Gonzales, De La Garza, e Robbie Rogers terzno sinistro; centrocampo tutta tecnica con Donovan a sinistra, Juninho e Sarvas a giostrare, e lo svedese Ishizaki; in attacco Keane a svariare e Zardes centravanti puro. Heaps schiera i Revs in formazione tipo con Shuttleworth in porta, Farrell e Rowe sulle fasce con coppia centrale formata da Goncalves ed AJ Soares; a centrocampo Caldwell e Tierney  sulle fasce e Jones e Nguyen a supporto delle due frecce Bunbury e Davies. Si parte e dopo nemmeno un minuto Donovan dà una palla perfetta a Robbie Rogesrs che entra in area e tira piano, la palla trotterella verso la porta, ma la difesa dei Revs salva. New England appare comunque più organizzata, con un centrocampo in cui Jermaine Jones e Lee Nguyen gestiscono bene il gioco, con Farrell e Tierney a spingere sulle fasce. Da parte sua però LA va a folate, con Keane e Donovan che svariano alla ricerca di spazi, ma la difesa è spesso in difficoltà per gli errori gratuiti di Omar Gonzalez, che troppo spesso regala palla agli avversari. A metà del primo tempo il tiki taka California style dei Galaxy, con ottimo lavoro in mezzo dei due brasiliani Marcelo Sarvas e Juninho. Al 21' Keane dal limite spara, ma Shuttleworth è ben posizionato e respinge. Trenta secondi e stavolta è Zardes a sfiorare la rete, con Farrelll che salva in angolo. New England sembra ferma e incapace di ripartire, ma poi un lancio lungo mette Charlie Davies solo davanti a Penedo, ma è bravo De La Garza a salvare in scivolata. E' però solo una fimamta, perché il match riprende come prima, con LA a giostrare e New England in attesa. Al 38' Donovan va via di classe in mezzo alla difesa dei Revs, allunga per Zardes che però tira male e perde una grande occasione. Di lì sino alla fine del primo tempo è solo un tran tran, un po' per il caldo, un po' per la tesnone. Si chiude con LA certamente più in possesso, ma senza mai creare pericoli eccessivi per la porta dei Revs. Si riparte a tutt'altro ritmo, con anche qualche scontro duro a centrocampo, come quando un'entrata forbice di Jones su Donovan viene graziata dall'arbitro. E' prima Nguyen a spaventare la difesa dei Galaxy, ma prima di chiudere viene bloccato (fallosamente?) da De La Garza. Ma al 52' arriva il vantaggio di LA: palla lunga in area per Giasy Zardes, che se la aggiusta sul sinistro e dal lato dell'area piccola mette sul secondo palo per l'1-0. New England sembra tramortita. I Galaxy provano a sfruttare il momento favorevole e si riversano in avanti. Al 57' per i Revs fuori Caldwell e dentro il più offensivo centrocampista giapponese Daigo Kobayashi, ma non succede nulla fino al 66', quando una fiammata di Bunbury sorprende De La Garza, ma ci mette una pezza Penedo in uscita. Al 69' Keane se ne va tutto solo verso la porta difesa da Shuttleworth, ma al momento del tiro invece di passarla a Donovan tutto solo accanto a lui perde il tempo e si fa respingere. Sulla ripartenza è invece il Revs Rowe a sfiorare con un destro a girare con Penedo in tuffo ad accompagnare. Altro cambio per Jay Heaps, che richiama un evanescente Charlie Davies sostituendolo col rookie Patrick Mullins, centravanti di grande movimento, ed è proprio lui al 78' ad andarsene sulla sinistra, palla indietro per l'accorrente Tierney che trova davanti a sé solo un Leonardo inritardo ed infila per l'1-1, inaspettato da entrambe le parti.   LA va in bambola e inizia a sbagliare. All'84' Nguyen in mezzo dà Bunbury sulla sinistra, e l'ex Sporting KC spara un tiro cross he scavalca Penedo ma finisce sulla traversa. Su quel passaggio il raggazzo di origini vietnamite forse si infortuna, e al 90' Heaps lo richiama per sostituirlo con l'esperto gallese Andy Dorman, ultimo rappresentante dei Revs in campo nella finale persa nel 2005 proprio contro i Galaxy. Ma non succede nulla e si va ai supplementari. Ancora 30' minuti quindi per la carriera di Landon Donovan. Arena fa quindi i primi due cambi, mettendo dentro Alan Gordon per Ishizaki e Dan Gargan a fare il terzino al posto di Robbie Rogers, con Leonardo che però va a sinistra.  Gordon si piazza subito al centro dell'attacco, con Zardes e Donovan sulle fasce, mentre Keane si piazza nel ruolo di rifinitore, e per rincorrere senza successo Jones in copertura si fa anche ammonire. Dopo quasi 6 minuti si fa male Juninho e tocca a Baggio Husidic, ma prima Jones di punta sfiora il palo, e poi ancora Mullins rischia il raddoppio con un un gran tiro al volo dalla sinistra, ma Penedo è bravo ad allungarsi e a deviare. Parte il secondo tempo supplementare. Cinque minuti e Robbie Keane s'invola in posizione regolare sul lancio di AJ De La Garza, se ne va tutto solo e infila Shuttleworth per il 2-1 che piega il New England. Ancora Keane, come nel 2012. L'arbitro dà tre minuti di recupero, e la tensione allo StubHub center è altissima, con tutti i Revs che si riversano in avanti. Ma è inutile, e Boston è costretta a piangere per la quinta volta su cinque. Una maledizione che continua. Al fischio finale tutti corrono ad abbracciare un Landon Donovan emozionatissimo, mentre il premio di MVP della finale viene assegnato a Robbie Keane. Ed è proprio l'irlandese, stasera capitano, ad alzare la quinta MLS Cup dei LA Galaxy - la quarta in sei anni - che diventano così il club più vincente della lega superando finalmente il DC United. Donovan, nascosto in mezzo ai suoi copmagni, viene quindi chiamato per alzare il trofeo, e solo a quel punto nello stadio parte "We Are the Champions". Lacrime di gioia per LA.

Calcio - Socceritalia

Login
SOCCERITALIA
SPORT
Tweet di @MLSsocceritalia
Serie A: Calendario e Classifica del Campionato 2015-2016

 


Questa opera è pubblicata nel rispetto delle licenze Creative Commons.

© 2016 Nanalab S.r.l.. Tutti i diritti riservati.

P.IVA 09996640018