SPORT
Esclusiva SoccerItalia.Info: il viaggio di Thomas R. DiBenedetto
Scritto il 2011-03-28 da Arnaldo Selmosson su Soccer Business
Tweet

Dopo alcune ore di indagini tra Alitalia, aeroporto di Fiumicino e qualche chiacchierata con i colleghi presenti nei vari momenti, siamo riusciti a ricostruire le ultime 48 ore di Thomas R. DiBenedetto, dalla sua partenza dalla Florida sino all’arrivo a Via Pinciana, dove si trova lo Studio Grimaldi, sede delle trattative con Unicredit.

Come noto è sbarcato stamattina alle 7.45 a Fiumicino Thomas R. Di Benedetto (nella foto a destra, tratta da Repubblica.it), dopo un lungo viaggio da Boston a Roma, che però in realtà era iniziato già sabato. Infatti, un po’ per sfruttare il fattore sorpresa, il prossimo presidente della AS Roma aveva deciso di partire da Miami – che vicino alla sua residenza di Ft. Myers – passando per Atlanta. Una volta sul volo Delta che da Atlanta porta a Roma qualcosa però non andava dal punto di vista tecnico, e il pilota ha così deciso di atterrare a al Logan International Airport di Boston per i dovuti controlli. Niente di grave per fortuna, solo una toilette rotta, che però non è stato possibile riparare in poco tempo, e che quindi ha impedito all’equipaggio di riprendere il volo negli orari consentiti. E quindi niente Roma di domenica, dove magari avrebbe fatto un passaggio veloce a San Pietro per la messa, da fervente cattolico qual è e con conoscenze importanti anche in Vaticano.

DiBenedetto, la cui città di provenienza è proprio Boston, ma avendo la famiglia in Florida, è stato quindi costretto a soggiornare una notte presso il bellissimo Seaport Boston Hotel situato sul fronte oceanico della città del Massachusetts. E di lì, col supporto di una società di PR americana presente anche in Italia con un partner, ha fatto la lunga chiacchierata sulla Gazzetta dello Sport, che oggi gli ha dato spazio in prima – col titolo “La mia Roma all’americana” - e su due pagine all’interno a cura del cronista della rosea Alessandro Catapano.

Ma le difficoltà del viaggio non sono certo finite lì. A causa dello stop over del giorno prima ha dovuto quindi prendere il volo diretto Alitalia in partenza da Boston nel tardo pomeriggio di ieri (le 23.30 in Italia), che però essendo pieno lo ha visto volare in economy in compagnia di uno dei suoi avvocati. Vestito sportivo, con indosso una felpa arancione dei Red Sox di cui è tra i proprietari, DiBenedetto - che annovera tra i suoi amici Robert Kraft, il proprietario dei New England Revolution della MLS e dei New England Patriots della NFL - è stato ovviamente riconosciuto da qualcuno dei presenti sul volo, e così anche l’avvocato che lo ha accompagnato, inchiodato a parlare dal vicino di seggiolino ovviamente tifoso romanista.

Solo l’inizio dell’assedio per i due che, nonostante la security presente già sotto la scaletta, hanno trovato una trentina tra operatori dell’aeroporto e rampisti fermi lì con i telefonini pronti a scattare, un paio di loro muniti anche di cappelletto della Roma. La domanda sorgerebbe spontanea: ma allora chi lavorava all’aereo? Comunque, a quel punto gli agenti della sicurezza, insieme a quelli della Guardia di Finanza di Fiumicino, hanno provato a depistare i cronisti, prima facendo infilare uno spaurito gruppetto di americani nel pulmino adibito, e poi correndo alle partenze nazionali (inseguiti da due affannati cronisti dell’ANSA un po’ in la con gli anni). Tutto inutile però, perché inevitabilmente le voci corrono in un “piccolo aeroporto”, e all’uscita si contavano a decine fotografi, operatori televisivi e rappresentanti di radio, giornali e blog dedicati alla AS Roma, in una ressa che ha visto qualcuno dei presenti fare anche qualche capitombolo.

Una volta in macchina c’è chi ci ha provato, tra cui una Mini bianca con tanto di telecamera attaccata sopra, ad inseguire le due macchine nere della security, che però sono sfrecciate sull’autostrada per Roma, direzione pare Hotel Excelsior, in Via Veneto, e di lì poi presso lo Studio Cappelli, dove intorno ad un tavolo è iniziata da qualche ora la trattativa finale che porterà finalmente la AS Roma nelle mani di Thomas R. DiBenedetto.

Welcome to Rome Tom. Questo è solo l’inizio…

Arnaldo Selmosson è un giovane collaboratore esterno di SoccerItalia.Info. Appassionato di Roma e di USA, come deducibile dal suo cognome e un lontano parente dell'ex giocatore svedese di Roma e Lazio negli anni '50. Con questo articolo iniza la sua collaborazione con SoccerItalia.Info, con focus sulle vicende del primo proprietario americano di un club italiano. Soccer Business, appunto.

Lo scandalo FIFA avrà probabilmente conseguenze che si dilungheranno per anni, e quanto accaduto in questi giorni è probabilmente solo la parte iniziale. Lo si può capire anche dalle parole di Jack Warner, l'ex vice-presidente della Fifa e presidente CONCACAF dal 1990 al 2011, arrestato nella sua Trinidad & Tobago e poi rilasciato su cauzione, che ieri ha parlato in televisione e minacciato di rivelare tutto quello che sa alla giustizia USA, aggiungendo inoltre di temere per la sua vita. "Non manterrò più segreti per loro che hanno cercato di distruggere il Paese", ha detto senza specificare di quale Paese si trattasse. E ha aggiunto: "Temo per la mia vita". Oltre a Warner, tutta la struttura che retto la CONCACAF negli ultimi 25 anni è stata decapitata. L'FBI ha cominciato da Chuck Blazer, Segretario Generale della CONCACAF dal 1990 al 2011, membro dell'Esecutivo FIFA dal 1996 all'aprile 2013, sostituito poi dal presidente della USSF Sunil Gulati. Blazer, da tempo malato e sotto inchiesta. è diventato l'informatore su cui il Dipartimento di Giustizia americano ha costruito l'inchiesta FIFA che ha portato alle dimissioni di Blatter. LEGGI: Chuck Blazer, la talpa USA che sta facendo saltare la FIFA Dopo Blazer, il nome di spicco nella lista degli arrestati FIFA è stato quello di Jeffery Webb (Isole Cayman), presidente della CONCACAF e vicepresidente FIFA vicinissimo a Blatter, cui apportava i voti delle piccole - ma numerose - isole caraibiche membre delle Federazione Internazionale che vede più paesi rappresentati di quanti ce ne siano all'ONU. LEGGI: La FIFA spiegata tramite Webb e le Isole Cayman In sintesi la CONCACAF - insieme in parte al Sudamerica - sta risultando il perno di tutta l'inchiesta che, come detto, ora inizierà ad approfondire in maniera più completa ruoli e responsabilità. Sul tema però sarebbe interessante ascoltare il giudizio di qualcuno che vive e lavora in Italia, e che di quanto accaduto negli scorsi anni nella CONCACAF qualcosa almeno dovrebbe sapere, anche solo per sentito dire. Il riferimento è a Italo Zanzi, quarantenne CEO della AS Roma. Italo chi? Fisco possente e bell'aspetto (molto apprezzato dalle signore romane), Zanzi ha alle spalle un passato sportivo nel calcio giovanile e poi come portiere della nazionale a stelle e strisce di pallamano, con cui ha vinto la medaglia di bronzo nel 2003 ai Giochi Panamericani. Laurea in storia dell’arte e master in legge con abilitazione alla professione forense nel 2005 ha vinto l’ambitissimo El Diario Award, assegnato ogni anno dalla comunità ispanica ai volti emergenti di politica, sport e spettacolo, per poi candidarsi al Congresso coi Repubblicani nell’area di NY, facendo commentare al New York Times: «Questo Zanzi non passerà inosservato. È carismatico, istruito, combattivo e anche glamour. Ha un potenziale enorme, può affrontare qualsiasi sfida». Di lì ha preso il volo la sua carriera. Zanzi- scrive il sito della AS Roma - [dal dicembre 2007] fino a ottobre 2011, ha avuto la funzione di Vice Segretario Generale della CONCACAF,  la confederazione calcistica del Nord e Centro America e dei Caraibi. Durante questo incarico, Zanzi ha supervisionato gli eventi e le attività redditizie della confederazione, come la CONCACAF Champions League e la CONCACAF Gold Cup, e ne ha gestito la comunicazione e il marketing: inoltre Italo ha rappresentato la confederazione all’interno della commissione FIFA per il Fair Play e le responsabilità sociali e della commissione dei media.   Zanzi è stato quindi per quattro anni il vice di Chuck Blazer (segretario generale CONCACAF dal 1990 al 2011) durante la presidenza Warner, e poi per alcuni mesi ha collaborato con il nuovo segretario ad interim Ted Howard (diventato poi vice a sua volta con la nomina di Enrique Sanz) e il neo presidente (dal maggio 2012) Jeffrey Webb. Un rapporto stretto anche quello con Webb, visto che - secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport - questi lo avrebbe voluto alla FIFA per assumere un incarico qualora fosse riuscito ad ereditare il trono di Joseph Blatter. In quegli anni Zanzi ha avuto la fortuna di affiancare Blazer nel lavoro e nei viaggi - immortalati nel blog del paffuto ex dirigente USA, "Travels with Chuck Blazer and his Friends..." - e ieri negli USA è stato reso noto il verbale delle dichiarazioni di Blazer, in cui si può leggere: "I and others agreed to accept bribes and kickbacks in conjunction with the broadcast and other rights to the 1996, '1998, 2000, 2002, and 2003 Gold Cups. Beginning in or around 2004 and continuing through 2011, I and others on the FIFA executive committee agreed to accept bribes in conjunction with the selection of South Africa as the host nation for the 2010 World Cup. Among other things, my actions described above had common participants and results." Quindi, nel periodo 2007-2011, mentre Zanzi era il vice di Blazer questi si faceva corrompere dal Sudafrica per l'assegnazione dei Mondiali 2010. Non solo. Negli anni da vicesegretario generale Zanzi aveva come compito, tra gli altri, quello di occuparsi di comunicazione e marketing anche della Gold Cup, sui cui Blazer ha ammesso di aver "guadagnato" illegalmente fino all'edizione 2003 (prima quindi dell'arrivo di Zanzi). Temi peraltro per i quali era stato voluto da Blazer stesso, che nel comunicato di presentazione della sua nomina aveva detto: “I am very pleased to announce that Italo Zanzi will join us from his role at Major League Baseball in the USA, in the capacity of Deputy General Secretary. Italo’s experience in international TV and sponsorship in sport will prove an invaluable asset to CONCACAF as we enter a new phase for the Confederation; we are pleased that Italo will be joining our team in New York and everyone is excited by the work that lies ahead.” A questo punto la domanda sorge spontanea, pur nel massimo rispetto dei principi del garantismo: ma in tutti quegli anni lavorando e viaggiando insieme, sedendo agli stessi tavoli, con le stesse persone - Blazer, Webb e Warner - con anche sulle spalle responsabilità importanti sul business della Confederazione, possibile che non si fosse accorto di nulla? Che non avesse sentito nulla? Che i manager TV con cui si confrontava non avessero proferito parola sui kickbacks dati al suo capo Chuck Blazer? La questione è seria, in quanto l'inchiesta è comunque agli inizi e molti nomi devono ancora uscire, come ha sottolineato Jack Warner, e come si deduce dal verbale di Blazer quando dice "I and others" riguardo le operazioni illegali compiute, senza dare specifiche. Ed è ancor più seria per una società come l'AS Roma che tiene molto alla sua immagine internazionale, specie a quella negli USA dove si sta svolgendo l’inchiesta, paese della proprietà guidata dal finanziere Jim Pallotta. LEGGI: Zanzi, AS Roma: "MLS nostra alleata. Possiamo aiutarci a vicenda" Lascia perplessi che in questi primi giorni nessuno in Italia si sia posto domande su Zanzi o ne abbia fatte. Sul tema basterebbe peraltro una dichiarazione del CEO della AS Roma (sul modello di quelle, ad esempio, del presidente della USSF, Sunil Gulati) che spiegasse bene il suo ruolo nella CONCACAF e i suoi rapporti con i soggetti coinvolti nell'inchiesta, a lui superiori funzionalmente nella CONCACAF, per dissolvere ogni possibile dubbio di chiunque, che al momento sarebbe basato sul nulla. Certo, poi sarebbe farsi delle domande sulle sue capacità manageriali, se nella posizione di vicesegretario generale in carico del business per quattro anni Zanzi non ha mai sentito, visto o saputo nulla. Ultimo spunto: è di questi giorni la notizia che la AS Roma avrebbe scelto come nuovo Team Manager (sorta di responsabile di tutta la logistica) Manolo Zubiria (a destra nella foto), entrato nelle fila giallorosse già nel 2013 come "Head of Special Projects". Zubiria, come Zanzi, è un ex CONCACAF, dove dal 2008 al 2013  - tre anni con Blazer e Warner e due con Webb quindi - è stato "Managing Director of CONCACAF Marketing and TV, responsible for TV distribution and production of CONCACAF’s international soccer competitions, as well as the sponsorship sales business. Negotiate broadcast rights deals directly with television networks in North, Central America and Caribbean to increase the coverage and exposure of the competitions and the CONCACAF brand", come riporta il suo profilo LinkedIn. Anche qui, nulla da dire? La precisazione di Italo Zanzi all'ANSA Fifa: Zanzi, indagini non mi riguardano Il ceo della Roma, non sono coinvolto nell'inchiesta in corso (ANSA) - ROMA, 9 GIU - "In riferimento a quanto riportato recentemente da alcuni media, tengo a precisare di non essere in alcun modo coinvolto nelle indagini riguardanti Fifa e Concacaf". Dopo essere stato accostato al terremoto che sta sgretolando la Fifa, il ceo della Roma Italo Zanzi precisa la sua posizione all'Ansa. "Poiché è in corso un'inchiesta, sarebbe inappropriato ogni altro commento", conclude il dirigente giallorosso che, prima di arrivare nella Capitale, era stato vicesegretario generale della Concacaf.

Calcio - Socceritalia

L'annuncio arriva il 27 gennaio 1983, con La Stampa di Torino che titola così: "Bettega al Toronto dopo 13 anni di Juve" che ne racconta la bellissima carriera in una sorta di "coccodrillo". Grazie ai meccanismi dello svincolo (ha 32 anni), che per lui diventerà operante quest'anno, il giocatore bianconero sarà libero e potrà trasferirsi in Nord America. Non è una novità che Bettega abbia già allacciato rapporti con il Cosmos. Ma questa ipotesi è svanita, davanti ad un'offerta molto più allettante propostagli dal Toronto Blizzard, la società canadese che ha già tesserato in passato giocatori della Juventus, come Francesco Morini, ora d.s. del club bianconero, e Giampaolo Boniperti, figlio del presidente. [...] Bettega vuole fare una nuova esperienza di vita, in un Paese dove potrebbe fra l'altro perfezionare la lingua inglese [...] Un distacco consensuale, reso necessario da due esigenze: quella del giocatore, che sente giustamente il bisogno di giocare ancora, e quella della Juventus che nei suoi programmi intende, nella maniera meno dolorosa possibile, apportare alcuni ritocchi di restauro alla squadra per allungare un ciclo che ha già dato tanti frutti e moltissimi scudetti. Bettega è uno degli ultimi grandi nomi a sbarcare in Nordamerica. Nel 1983 infatti, il soccer aveva ormai preso la china discendente, e il campionato avrebbe chiuso di lì a due anni. A Toronto si ritrova in una squadra di buon livello per la NASL (North American Soccer League) costruita da Clive Toye, il manager che aveva reso i grandi i Cosmos portando Pelé, Giorgio Chinaglia, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto a New York. Di giocatori "veri" a fianco però se ne trova pochi, tra cui il portiere svedese Jan Moller, ex Malmoe, e i difensori Conny Carlsson e il nordirlandese Jimmy Nicholl, ex Manchester United e reduce dai Mondiali di Spagna, oltre al sudafricano Ace Ntsoelengoe. In panchina Bobby Houghton, ex calciatore del Fulham e in seguito una carriera da allenatore giramondo che nel 1996 lo ha visto poi passare anche per la i Colorado Rapids nella neonata MLS, e guidare le nazionali di Cina, India e Uzbekistan. L'idea Toronto è proposta a Bettega (e lo stesso fece poi con Del Piero nel 2012, senza successo però) dal suo ex compagno di squadra Francesco "Morgan" Morini, che in Canada era andato a chiudere la carriera nel 1980: "Se vuoi un'esperienza nuova potresti provare con il Canada. Ti ricordi che sono stato una stagione nella Nasl, due anni fa... esperienza stupenda. A Toronto ci sono tanti italiani, poi puoi imparare l'inglese, magari a te che vuoi fare il dirigente potrebbe servire, al tuo posto ci farei un pensierino". La trattativa inizia nell'aprile 1982, come racconta la "Toronto Gazette", e presto i canadesi prevalgono su un Cosmos ormai in via di dismissione, allora in mano a Chinaglia. Bettega termina la stagione con la Juventus in maniera amara - Scudetto alla AS Roma e Coppa dei Campioni persa in finale ad Atene per il gol fantasma di Felix Magath - e sbarca in Canada a stagione in corso (il campionato americano a giugno è già a metà strada. L'esordio arriva in amichevole, il 2 giugno 1983, in un 2-1 contro il Nottingham Forest (squadra oggi relegato nell'oscurità del Championship, ma che con in panchina il mitico Brian Clough vinse la Coppa dei Campioni nel 1979 e 1980, e fu semifinalista UEFA nel 1984), con Bobby-gol ormai trasformato in centrocampista. L'esordio vero pochi giorni dopo, migliore in campo (nonostante le vesciche causate dal sintetico), ma con Toronto sconfitto 4-1 ai rigori dai Vancouver Whitecaps. Commenta così Bettega a La Stampa dell'8 giugno 1983: «E' calcio vero anche sulla moquette. Sapevo che non sarebbe stata una passeggiata, ma non Immaginavo che, a trentatré anni, avrei quasi dovuto ricominciare da capo. Non è un calcetto, come qualcuno in Italia può pensare: è vero football — assicura Bettega —. La matrice è tipicamente inglese, il pallone non si ferma mai e viaggia dalla difesa agli attaccanti, che fanno da "sponda" un po' come Withe, il centravanti dell'Aston Villa, per favorire le conclusioni del centrocampisti. Poiché non esiste il pareggio, prevalgono la mentalità offensiva, il ritmo e la corsa. Per ora il problema maggiore è il campo, una "moquette" sottile incollata al cemento, sulla quale il pallone rimbalza moltissimo: sull'erba 1 valori tecnici emergono di più, ma questa nuova esperienza mi eccita, cosi come mi piace lo spirito della squadra, la combattività, la voglia di vincere che l'anima e che mi contagia». Pochi giorni dopo arriva anche una serataccia al Giants Stadium, dove i Toronto Blizzard ne prendono 5 (a 1) dai NY Cosmos - doppiette di Chinaglia e del paraguayano Roberto Cabanas - guidati da un grande Franz Beckenbauer, anche lui autore di una rete. ''Franz può ancora giocare così bene" spiega Bettega al NY Times del 20 giugno 1983. "Come ai vecchi tempi, sembrava volesse attaccare tutto il tempo". L'8 agosto ecco l'amichevole deis entimenti contro la Juventus, alla prima stagione dopo tanto tempo senza lui e Zoff. Un match finito 0-0 tra i fischi dei 42 mila spettatori, in larga maggioranza immigrati, delusi non tanto dal gioco quanto per la mancanza di gol. Bettega ancora una volta è tra i migliori in campo, anche se Juventus dei campioni del mondo Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Paolo Rossi, oltre a Michel Platinì e Zibi Boniek, almeno per un'ora ha fatto valere i diritti della classe superiore nonostante il pessimo «turf» e i pochi giorni di preparazione alle spalle. "Sull'erba anche se a corto di allenamento, i bianconeri avrebbero sicuramente vinto con almeno tre reti di scarto" la sentenza di Omar Sivori (all'epoca collaboratore del Toronto Italia), autore del calcio d'inizio. Da notare che in campo con la Juve c'era anche Nicola Caricola, che nel 1996 volerà ai NY MetroStars nell'anno di fondazione della MLS. La franchigia di Toronto centra il traguardo dei play-off con una regular season di 16 vittorie e 14 sconfitte, ed una media di 51 goal segnati e 48 subiti, chiudendo al terzo posto la Eastern Conference, e con una media spettatori a partita di 11.630. Nella prima dei playoff il Blizzard perde contro i Vancouver Whitecaps (che presentavano un giovane Peter Bearsdley in prestito, l'olandese Frans Thijssen e il tedesco ex Ajax Arno Steffenhagen) per 1-0, ma vince al ritorno per 4-3, determinando così un altro match di spareggio con risultato che arride ai Blizzard per 1-0. Nelle semifinali Toronto sconfigge i Golden Bay (ex San Jose) Eearthquakes di Slavisa Zungul (probabilmente il più grande calciatore 'indoor' della storia) per 1-0 e 2-0. Nel frattempo i Cosmos di Giorgio Chinaglia all'ultima stagione in campo finiscono fuori subito, sconfitti dal Montreal Manic allenato da Eddie Firmani, mentre la sorpresa arriva dai Tulsa Roughnecks che eliminando proprio Montreal finisco a giocarsi il Soccer Bowl 1983 a Vancouver contro Toronto. Il gruppo di Bettega arriva alla finale da netto favorito, grazie anche ad un super Ntsolengoe rientrato dopo un'operazione in tempo per i playoff, e con davanti una squadra di sconosciuti - gli stessi Roughnecks si definivano "un pugno di scarti" - in cui dovrebbe essere assente anche il centravanti e cannoniere Ron Futcher, squalificato per somma di ammonizioni. Ma evidentemente per Bettega non è l'anno buono: prima il commissioner della NASL Howard Samuels decide di annullare la squalifica di Futcher"per il bene del gioco", e poi  Tulsa va a vincere 2-0 il Soccer Bowl con i gol dello jugoslavo (cresciuto nel Queens) Njega Pesa al 56' e proprio del "graziato" Futcher al 62' davanti ai 53.326 del vecchio B.C. Place Stadium di Vancouver, dove i tifosi erano ancora arrabbiati per l'eliminazione subita dai Caps con Toronto. In tutto Bettega mette insieme 16 presenze con 2 gol e 8 assist, e a ottobre torna in Italia, allenandosi con la Juventus per tenersi in forma. Sulla NASL ha le idee chiare: "Indipendentemente dalla mia venuta, a Toronto s'è rivitalizzato il calcio per merito dei dirigenti. Ma Toronto è un'isola in un oceano immenso e quanto sta accadendo qui non ha riflessi negli Stati Uniti. Ogni squadra respira il suo ambiente. Calcisticamente è un pianeta nato con grandi errori di base. Si dovrebbe dare un colpo di spugna per cancellarli" Non accadrà, purtroppo. Intanto il Toronto riprende la preparazione per la stagione successiva partendo dall'Italia. I primi di aprile Bettega torna infatti in campo al Dall'Ara di Bologna controla  Juve (0-0), mentre tre giorni dopo ad Alassio affronta la Sampdoria del suo ex compagno Liam Brady (vittoria 3-2 dei blucerchiati con gol di Gianfranco Bellotto, Trevor Francis [anche lui ex NASL coi Detroit Express] e Francesco Casagrande, Bettega di testa e Randy Ragan per Toronto). Segue una serie di sconfitte con Inter (2-0), Triestina (3-0) e Livorno (4-0). La NASL avvia la stagione 1984 con solo 9 squadre, quattro delle quali - Chicago, San Diego, Tampa Bay e Tulsa - a serio rischio finanziario, mentre la franchigia Montreal - grande successo in campo e fuori - viene rinominata "Team Canada": non certo una scelta intelligente in un Quebec francofono che tanto canadese non si è mai sentito. E infatti il pubblico abbandona presto la squadra, che chiuderà a fine stagione. Ad agosto intanto Bettega affronta ancora una volta la Juventus, volata in Nordamerica per una torunée. Stavolta i bianconeri vincono per 2-1 con reti di Boniek al 27° e di Antonio Cabrini al 61° e del sudafricano Ntsoelangoe, con qualche colpo proibito tra i vecchi amici Bettega e Sergio Brio (con lo stopper che ci ha anche rimesso un dente). Chiusa la Eastern Conference dietro Chicago e battuti in semifinale i San Diego Sockers del polacco Kazimierz Deyna (autore del secondo gol nel match che ha eliminato gli Azzurri ai Mondiali 1974), per la seconda volta consecutiva Toronto vola sino alla finale, grazie ai gol di Bettega e dell'inglese David Byrne, e alle parate essenziali dell'ex Crystal Palace Paul Hammond. In finale l'avversario stavolta è il Chicago Sting del cannoniere tedesco Karl-Heintz Granitza e del polacco Seninho (già Porto e NY Cosmos), ma si gioca al meglio dei tre match per la prima volta dal 1975. Toronto parte di nuovo favorita, ma in entrambi i match finisce sconfitta: 2-1 a Chicago e 3-2 in casa il 21 settembre, match in cui il Blizzard va sotto due volte, al 73' proprio Bettega firma il momentaneo 2-2, fino al gol vittoria dell'argentino Pato Margetic, autore di una doppietta (e nel 1988/89 finito al Borussia Dortmund). Per Bettega termina una stagione in cui fa vedere di essere ancora un campione, con prestazioni all'altezza della propria fama, come dimostrano anche i numeri: 28 presenze, 8 gol e 13 assist. Allo stesso tempo si chiude così quello che sarebbe stato l'ultimo campionato del calcio professionistico sino alla nascita della MLS nel 1996. A fine stagione infatti Tulsa chiude, e in inverno decidono di passare indoor San Diego, Chicago, Minnesota e NY Cosmos (che però falliranno a metà stagione 1985) . Rimangono le sole Toronto, Tampa Bay, Vancouver e Golden Bay, ma è la fine della NASL e dell'esperienza di Bettega in Canada, anche se sul momento lui non ci crede, avendo un contratto fino al 1985, indeciso se continuare indoor nella MISL o tornare in Italia durante il mercato di "riparazione" (si chiamava così) di ottobre per indossare le maglie di Udinese o Cremonese. Racconta infatti in un'intervista a La Stampa il 23 ottobre 1984: «C'è il rischio — ammette Bettega — che si riprenda a giocare solo a metà giugno ma anche se, per assurdo, la 'League' dovesse ridursi a due sole squadre, onorerò fino in fondo il mio impegno. E non è asso- lutamente vero che mi trovo male a Toronto, città bellissima: sarebbe un insulto a gente che mi ha accolto a braccia aperte. Piuttosto il 'feeling' fra squadre e tifosi, a parte le minoranze etniche dei Paesi dove il calcio è amato, non è mai stato ottimo. Gli americani sembrano gradire il 'calcetto' [riferendosi al soccer indoor, NdR] con la formula mista che ricorda il basket e l'hockey». Bettega, che ha rinunciato ad aprire a Toronto una scuola a livello giovanile, ricorda che il «soccer» è boicottato, come lo è stato alle Olimpiadi, e che a coltivarlo sono rimasti in pochi. «C'è perfino chi ha proposto di inserire nel campionato anche le squadre messicane e Haiti ma i viaggi annullerebbero gli incassi: .Tra un paio di mesi saprò se non c'è più vero calcio. Mi spiacerebbe smettere con quello classico per fare esperienza al coperto. E non sarei più utile a nessuno in Italia: sarebbe assurdo giocare solo nel girone di ritorno». Ma il 2 novembre 1984 è ancora una volta la sfortuna a dare lo stop, stavolta definitivo, alla carriera di Bobby Gol, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto firmare per l'Udinese di Zico e dell'ex compagno Franco Causio, convinto dall'ex compagno nel Varese Ariedo Braida (in seguito colonna della dirigenza del Milan berlusconiano). La sua auto, una A112, esce infatti di strada sull'autostrada Torino-Milano, e il giocatore finisce grave in prognosi riservata all'ospedale con  un forte trauma cranico con frattura dell' occipite. Bettega si riprende, e a Capodanno è ancora convinto di tornare a giocare a Toronto, ma per lui è la fine di una fantastica carriera raccontata così da La Stampa: Roberto Bettega, dopo essere cresciuto nelle minori bianconere, fu dirottato (1969) per una stagione al Varese, in serie B, dove ebbe come allenatore Nils Liedholm. Bettega vinse la classifica dei cannonieri (13 gol) e tornò alla Juventus. Cominciò una stupenda carriera, «macchiata» nell'inverno del '72 da una grave malattia, alla quale reagì con una straordinaria forza d'animo. Riprese a giocare all'inizio della stagione '72/73 e il suo talento ebbe modo di esaltarsi attraverso un campionario eccezionale. Divenne presto un uomo guida; i suoi gol, di testa o di piede, erano quasi sempre determinanti. Intelligente e tatticamente impeccabile, costruiva e finalizzava il gioco come se leggesse in un libro calcistico. E nella Juventus ha vinto sette scudetti. Ha debuttato nella Nazionale di Bearzot il 5 giugno del '75, toccando i vertici durante la fase di qualificazione ai mondiali di Argentina e a Buenos Aires. Nel '79-80, con 16 reti, vinse la classifica cannonieri in serie A. Nell'autunno dell'81, in uno scontro con Munaron dell'Anderlecht, il «bomber» juventino denunciò un grave infortunio al ginocchio sinistro. Fu operato con felice esito dal prof. Pizzetti. La convalescenza fu lunga [e gli costò i Mondiali 1982, NdR]. Ed ancora una volta il suo carattere è stato superiore alla sfortuna. Nell'agosto dell'82 la ripresa [...] Sono dati che si commentano da soli e che qualificano la carriera di un campione, protagonista del calcio italiano degli Anni 70-80 e uno dei più grandi di sempre. Una carriera lunga 13 anni, fatta di 481 match ufficiali (326 partite in campionato, 73 in Coppa Italia, 82 nelle grandi manifestazioni internazionali), 178 gol  (129 in campionato, 22 in Coppa Italia e 27 sulle ribalte europee); 7 Scudetti (il primo nel '72, l'ultimo nell'82), due Coppa Italia (nel 1979 e 1983), una Coppa Uefa (nel 1977), due finali di Coppa dei Campioni (oltre alla finale dell'83 con l'Amburgo, quella persa - sempre ad Atene - contro l'Ajax di Johann Cruyff il 30 maggio del '73). Vai alla Photo Gallery di Roberto Bettega Lasciato il calcio giocato, mentre ad agosto si parla per lui di un ruolo di amministratore delegato alla Juve, a settembre diventa presentatore i canali Fininvest (rifiutando l'offerta della RAI e facendo inalberare Tito Stagno), dove conduce "Caccia al 13", e poi inizia una lunga collaborazione di successo con Moggi e Giraudo [la Triade, NdR], insieme i quali conquista tanti trofei, lasciando però dopo Calciopoli (da cui esce pulito). Nel dicembre 2009 torna in società come vice direttore generale, fino al saluto definitivo (per ora?) nell'estate del 2010.

Calcio - Socceritalia

Certamente Mia Hamm è la stella più luminosa della gloriosa storia del soccer femminile USA, e a 10 anni dal suo ritiro la sua immagine pubblica è ancora molto forte, nonostante negli ultimi anni si sia dedicata molto alla vita familiare col marito, l'ex stella del baseball Nomar Garciaparra, e il loro tre bambini: le gemelle Ava e Grace di 7 anni, e il figlio Garrett, 2. Nell'ultima settimana però, due importanti fatti hanno riportato Mia Hamm sulle prime pagine dei media che seguono il calcio. Prima è arrivata la nomina nel board della AS Roma, e subito dopo è entrata nella lista degli investitori del nuovo club di Los Angeles che sbarcherà in MLS nel 2017. In particolare la sua connection con la AS Roma ha sorpreso molti in Italia, ma alcune sue parole a Sports Illustrated chiariscono molto la situazione. Infatti la Hamm ha rivelato che i suoi genitori si trasferirono a Roma il giorno dopo la fine delle sue scuole superiori, e che in questi anni ha viaggiato nella Città Eterna due volte l'anno. “La cosa accadde con una tempistica perfetta, visto che c'erano i Mondiali del 1990 in Italia. In televisione poi guardavo sempre la Roma quando ero lì. Suoi erano i colori che vedevo in città, ed era uno dei club di Serie A che seguivo". Tre settimane fa James Pallotta, presidente della AS Roma con base a Boston, ha letto un articolo che faceva riferimento alla connection tra la città di Roma e Mia Hamm, che aveva già incontrato alcune volte attraverso Garciaparra (che ha militato nei Boston Red Sox dal 1996 al 2004), inoltre due anni era presente a Disneyworld - quando le fu consengnato il premio Disney Soccer Showcase Lifetime Achievement - in contemporanea alla AS Roma, e un mese fa era intervenuta al premio Golden Foot di Montecarlo lanciando grandi lusinghe al club italiano. Di lì l'idea. “Una lampadina si è spenta e mi sono chiesto se Mia avrebbe accettato di entrare nel Consiglio di Amministrazione della AS Roma", ha dichiarato Pallotta a Sports Illustrated. “Il potenziale di avere Mia nel Board della AS Roma per me era ovvio. Quello che lei ha dimenticato in 30 anni di calcio io devo ancora impararlo". Pallotta ha aggiunto che Mia Hamm potrebbe avere un grande impatto nell'accrescere la visibilità della AS Roma negli Stati Uniti, mentre l'ex capitano della Nazionale USA femminile ha anticipato che sarà a Roma una volta ogni sei settimane per le riunioni del CdA, ed oltre ad essere interessata alle vicende del gruppo guidato da Rudi Garcia (è una fan di Francesco Totti e  Daniele De Rossi) vuole capire di più dell'interesse dei giallorossi per il calcio femminile. E' infatti in arrivo una Polisportiva della AS Roma.

Calcio - Socceritalia

Login
SOCCERITALIA
SPORT
Tweet di @MLSsocceritalia
Serie A: Calendario e Classifica del Campionato 2015-2016

 


Questa opera è pubblicata nel rispetto delle licenze Creative Commons.

© 2016 Nanalab S.r.l.. Tutti i diritti riservati.

P.IVA 09996640018