Dalle stelle alle statue. Gol fantastici e mani galeotte. Conto in banca generoso e avaro di sorrisi: mai visto, nei tempi moderni, un campione così serio nei festeggiamenti. Una bella storia di calcio finita ieri, con un annuncio alla sua maniera: «È stato bello, ma dopo vent’anni mi ritiro. È stato un viaggio incredibile. Spero di avervi divertito». Firmato, Thierry Henry. L’abbandono era annunciato: si aspettava la fine del campionato statunitense. Ma anche così, la notizia fa il botto. In Inghilterra, segna la giornata sportiva. In Francia, si saluta il miglior realizzatore di sempre. In Italia, lo abbiamo visto poco e non fu colta in pieno la sua grandezza: un litigio con Luciano Moggi provocò l’addio. «Mi mancò di rispetto. Io sono una persona onesta. Senza quel fattaccio sarei restato», raccontò nove anni dopo il trasferimento dalla Juventus all’Arsenal. Ma a Torino non c’è solo il litigio con Moggi. Henry ebbe problemi anche con Lippi: «Non mi faceva giocare. Non mi vedeva. Con Ancelotti invece le cose andarono meglio». A Barcellona si sono goduti il suo tramonto: con Messi ed Eto’o, un trio da favola. A New York [con i Red Bulls, NdR] gli ultimi lampi di un campione, entrato nella storia del calcio con numeri da abbassare il cappello: 917 partite e 411 gol, senza contare la valanga di trofei con i club e l’accoppiata mondiale europeo in Nazionale, tra 1998 e 2000.
LA MACCHIA Una cavalcata straordinaria, con una macchia: il doppio tocco di mano nel ritorno dei playoff mondiali contro l’Irlanda di Trapattoni, nel novembre 2009, che permise a Gallas di firmare il 21 e di portare la Francia in Sudafrica. Un gesto profondamente antisportivo, che indignò non solo gli irlandesi, ma provocò un putiferio anche in Inghilterra e creò problemi seri alla Fifa. «Non ho imbrogliato», la sua difesa, ma il gesto resta, come la qualificazione della Francia. A sua scusante, una considerazione: quanti si sarebbero comportati come lui, in una situazione come quella, con un mondiale che stava sfuggendo? Fare i moralisti in poltrona è sempre facile.
IL RAZZISMO Ma Henry non è stato solo carnefice: è stato anche vittima. Nel 2004, fu insultato dal c.t. spagnolo Aragones che rivolgendosi ad un suo giocatore, Reyes, disse: «Dì a quel negro di merda che sei molto meglio di lui. Diglielo da parte mia. Devi credere in te, sei migliore di quel negro...». L’episodio fece di lui un’icona della lotta al razzismo. Henry si è impegnato in prima persona, coinvolgendo altri colleghi e dando vita al progetto Stand Up Speak Up. L’Henry migliore è stato quello dell’Arsenal, dove nel 1999 ritrovò Arséne Wenger, conosciuto ai tempi di Monaco, dove era approdato grazie alla segnalazione dell’osservatore Arnold Catalano. Wenger fece la cosa più semplice: spostò Thierry dall’esterno al centro dell’attacco e, d’incanto, per almeno sette anni l’Arsenal si godette i gol di uno dei migliori bomber del mondo. Del resto, bastava ascoltare la definizione che dava Henry di sé: «Come gioco? Giro lontano dall’area, ma mi piace segnare». Rimase a secco le prime otto gare, poi si sbloccò e non si fermò più. Un fuoriclasse, con il vezzo di festeggiare senza sorrisi («è colpa di mio padre Antoine se non riesco a godermi questi momenti»), lasciandosi andare ad una scivolata in ginocchio sull’erba: la statua in bronzo all’esterno dell’Emirates, realizzata dagli scultori Margot Roulleau Galais e Oan Lander, lo raffigura così. Non ha avuto un’infanzia facile, Thierry Daniel Henry, nato nel sobborgo parigino di Les Ulis, figlio di padre guadalupense e madre martinicana. La banlieu della capitale francese ti fa crescere in fretta, ma lascia ferite profonde nell’anima. Il calcio ha allontanato Henry dalle sue origini, portandolo nel club ristretto dei dieci calciatori più ricchi al mondo. Abbandonata l’attività, è già inserito nello staff dei commentatori di Sky. Ma lui non si accontenta: vuole allenare. Wenger, il padre putativo, lo ha avvertito: «Deve capire che per allenare non basta essere stato un grande campione. Bisogna studiare e cambiare modo di pensare».
STILE UNICO Cresciuto con Van Basten come modello, Henry si consegna alla storia del calcio come uno dei pochi interpreti moderni capaci di incantare. Il senso innato del dribbling e la rapidità nell’uno contro uno, sorretti dalla capacità di ripetere all’infinito scatti di trentaquaranta metri, hanno reso unico il suo stile. Henry ha riempito gli occhi di chi ama il calcio. Ora, al momento dell’addio, il mondo del football lo omaggia. Per Gary Lineker, è uno dei più grandi di tutti tempi. Aaron Ramsey e Mesut Özil lo definiscono «leggenda». Per Theo Walcott, «è il mio modello». In Francia, l’ex juventino Lilian Thuram ha detto «tra noi c’è un legame particolare, sono fiero di lui», mentre Sylvain Wiltord ha raccontato «con Platini e Zidane è il più grande giocatore del calcio francese di tutti i tempi». Henry su twitter ringrazia tutti. Ma è il calcio che deve ringraziare lui: sono campioni come Thierry Henry che fanno la storia.
Fonte: Stefano Boldrini - Gazzetta dello Sport










































