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Freddy Adu in prova all'AZ Alkmaar, in Eredivisie
Scritto il 2014-07-07 da Giacomo Costa su Calciomercato
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Dopo tante delusioni Freddy Adu è pronto a ripartire dall'AZ Alkmaar in Eredivisie. Dopo un periodo di allenamento con lo Stabaek di Bob Bradley, Adu è ufficialmente in prova con il club che è allenato da Marco Van Basten.

In carriera Adu ha vestito le maglie del DC United, del Real Salt Lake, del Benfica, del Monaco, del Belenenses, dell'Aris, del Caykur Rizespor, dei Philadelphia Union e del Bahia in Brasile. Più le 17 presenze con la nazionale statunitense, le ultime in un'ottima Gold Cup 2011. Insomma, 9 squadre per un calciatore che ha compiuto 25 anni poco più di un mese fa.

Probabilmente una delle più grandi meteore degli ultimi 15 anni, lo statunitense veniva definito il "nuovo Pelé".

Non c’è nessun bambino nel mondo che, fantasticando tra i pensieri, non abbia sognato almeno una volta di voler diventare un calciatore professionista. C’è chi ci riesce ed entra nell’Olimpo come un Dio, chi fallisce miseramente sotto valanghe di errori personali. E poi, c’è chi il sogno lo raggiunge, per svegliarsi e perderlo rovinosamente qualche istante dopo. Il momento del risveglio, nel quale regnano la paura del fallimento e la consapevolezza di non avercela fatta, pare essere quello più delicato e complicato da superare. Forse è così che dev’essersi sentito Freddy Adu, probabilmente il più grande talento sprecato nella storia del calcio americano. Perché non basta avere i numeri, se la testa è tra le nuvole. Fredua Koranteng Adu nasce nel 1989 a Tema, in Ghana. Si trasferisce però quasi subito negli Stati Uniti, ottenendone la cittadinanza. Gli States, si sa, rappresentano la Terra delle Opportunità. Anche Adu è alla ricerca della sua strada: vuole fare il calciatore., mestiere che fino a qualche anno fa negli U.S.A. pareva essere un ripiego per chi negli altri sport faceva fatica. Ma il movimento calcistico a stelle e strisce avanza e si adegua agli europeismi. Lo stesso Adu ne trae beneficio e fin da ragazzino mette in mostra numeri d’alta scuola e una sagacia tattica che per un trequartista nuovo stampo è fondamentale per adattarsi al gioco di oggi. Adu brucia tutte le tappe possibili nei settori giovanili. E’ semplicemente tre passi avanti ai suoi coetanei, come se un ragazzino delle medie si stesse già per laureare all’Università. Ed è per le sue straordinarie capacità che Adu diventa, a soli 14 anni (!) il calciatore più giovane ad esordire nel campionato professionistico americano. La maglia è quella del D.C. United. Due anni dopo (dunque a 16 anni) esordisce nella Nazionale degli Stati Uniti (altro record, nessuno come lui). Precedentemente, aveva disputato un grandissimo Mondiale Under 20con la Nazionale giovanile, risultando essere uno dei migliori calciatori della competizione volta a lanciare i nuovi campioni del domani. La carriera di Adu appare assolutamente in discesa. Il ragazzo comincia ad essere notato, a diventare famoso. Ci si aspetta la luna da quel piccolo recordman dai piedi preziosi. Il vero problema del talentino si rivelerà essere proprio questa: la troppa responsabilità e i fari puntati sul volto. C’è chi non riesce a gestire la celebrità da adulto, figuriamoci un ragazzino. Il mondo dei grandi rapisce troppo presto il talentuoso Freddy, travolto e portato via dal tornado della notorietà. In Europa c’è la corsa a questo ricchissimo oro nero: ad aggiudicarselo sarà il Benfica, che lo preleva dal Real Salt Lake City nel gennaio del 2007. I portoghesi lo prelevano per 2 milioni di euro. Un affare, considerando che il prezzo di Adu può solo salire. E, in effetti, la stagione con le Aquile Rosse non va neanche malaccio: sono 6 le reti segnate in 20 partite e Adu si toglie anche la soddisfazione dell’esordio in Champions League. Il Benfica però decide di mandarlo in prestito, per farsi le ossa e tornare più forte che mai. Il vero problema è che Freddy Adu al Benfica non tornerà mai più. Ed inizierà un lungo e inesorabile declino. Dal 2008 inizia la fase nomade di Adu: la prima squadra ad accoglierlo è il Monaco, in Francia. 9 presenze e 0 reti, il verdetto è già scritto. L’anno dopo ritorna in Portogallo, stavolta al Belenenses. Qui le presenze sono addirittura soltanto 3. Adu è demotivatissimo, nessuno sembra più credere in lui e ciò si riflette nelle sue pochissime partite in prestazioni negative. Si fa un tentativo in Grecia, con l’Aris Salonicco. Inutile dire che va male anche lì. Addirittura Adu finisce in una modesta squadra turca, il Çaykur Rizespor. Qui in 11 partite segna 4 gol ma anche stavolta il club non gli rinnova la fiducia. Il contratto col Benfica è ormai scaduto. Adu prova la carta del ritorno in patria, accasandosi al Philadelphia Union: nel calcio che lo ha lanciato, Adu conta di riprendersi ciò che è suo per poi ripartire alla riconquista dell’Europa. Le cose però sono cambiate: come sentenziato prima, il calcio statunitense si è ormai adeguato ai dettami europei. Adu prima era il più veloce ed i suoi dribbling risultavano fulminanti: adesso è solo un ragazzo con la palla, come tutti gli altri. L’enfant prodige che stracciava primati e record è scomparso, lasciando spazio ad una giovanissima meteora. Senza l’onore delle armi, Adu lascia il suo paese per cercare anche un’avventura brasiliana: al Bahiaperò, dopo sole 2 presenze, verrà presto accantonato. Freddy Adu si ritrova così svincolato a soli 24 anni. Un’eresia vera, considerando tutto ciò che aveva fatto in passato. Di recente, una fiammella di speranza: Adu è stato infatti provinato prima dallo Stabaek, club norvegese, ed in seguito dall’Az Alkmaar (e il club olandese sembrava orientato ad offrirgli un contratto prima di comunicare freddamente che l’ancora giovane ex attaccante statunitense non ce l ‘ha fatta a convincere la dirigenza olandese). Il diamantino grezzo pronto ad essere regalato alle signore del calcio mondiale si è sbriciolato in mille pezzi. Non sappiamo se un po’ di colla basterà, ma tentare è un obbligo. Perché a volte crescere con i dovuti step è fondamentale. E Freddy Adu, il più incredibile spreco di talento mai visto, ha sperimentato quanto possa essere vero sulla sua pelle. Ma “è finita” si dice alla fine. In bocca al lupo Freddy, che tu possa ritrovare i tuoi pensieri felici e spiccare di nuovo il volo. Fonte: Claudio Agave 

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Niente stadio niente team. Il commisisoner della MLS Don Garber ha reiterato ieri - in occasione di un incontro pubblico a Montreal - le condizioni per i futuri expansion team, che permetteranno alla lega di raggiungere quota 24 nel 2020. Al momento, alle 19 già in campo si sono aggiunte New York City FC e Orlando City - con ingresso nel 2015, e Atlanta nel 2017. Qualche serio problema inizia invece ad esserci per Miami, nonostante l'annuncio ufficiale che vorrebbe vedere la squadra di David Beckham pronta a giocare nel 2017. La "Miami Beckham United" si è vista infatti bocciare dalla città di Miami per la seconda volta una proposta relativa all'area dove costruire lo stadio. E sul tema Garber è stato chiaro: “Non possiamo andare a Miami senza uno stadio in un'ottima location al centro di Miami. Se non sei in grado di trovare il posto giusto per giocare, sarebbe un suicidio per noi abdare lì, dove abbiamo già fallito una volta".  Garber ha riaffermato la volontà della MLS di espandersi con tre team nel Southeast degli Stati Uniti dove al momento non ci sono squadre, ma ha ammesso che ci sono ancora grandi aree degli USA libere, e le opzioni non mancano.  “L'esplosione di interesse nei confronti del calcio pro negli ultimi due anni ci ha davvero sorpreso,sia che si parli di match internazionali o di USL PRO, dove c'è Sacramento che attira 20mila spettatori a partita". Ma intanto negli Stati Uniti iniziano a girare voci di un possibile cambio di programma sia della MLS che di Beckham (che però nel caso non sarebbe coinvolto), e volano le prime ipotesi: Sacramento appunto e San Antonio - che già hanno uno stadio o lo stanno costruendo -, Indianapolis,  Austin, St. Louis, Las Vegas, Detroit e Ft. Lauderdale,  AGGIORNAMENTO 13/6: Secondo alcune voci la MLS starebbe proponendo a Beckham di aggiungersi alla cordata asiatica che attualmente sta trattando l'acquisto della franchigia del Chivas USA, che l'anno prossimo verrà rebrandizzata. La lega spera che l'eventuale ingresso di Beckham - cui sarebbero garantiti gli attuali vantaggi previsti dal suo contratto con al MSL per l'acqusito di un club - possa dare maggior forza al gruppo che acquisterà i rivali dei LA Galaxy. I Minnesota Vikings avanzano Intanto proprio ieri Minnesota Vikings hanno organizzato una conferenza stampa per presentare il match di Guinness International Champions Cup tra il Manchester City, recente vincitore della Premier League, e i 41 volte campioni di Grecia dell'Olympiacos, che sarà seguito dalla partita di campionato NASL tra Minnesota United e Ottawa Fury.  A organizzare il match insieme ai Vikings e alla University of Minnesota (che ci mette lo stadio, il TCF Bank) è la Relevant Sports di Charlie Stillitano, manager con un passato tra NY MetroStars e Champions World (era in società con Giorgio Chinaglia), società che a fine anni '90 portava le squadre europee in tour negli USA come oggi. “Il calcio sta crescendo negli USA, e più di tutti nell'area di Minneapolis e St. Paul”, ha dichiarato Stillitano, che con la sua società sta anche lavorando insieme ai Minnesota Vikings per portare la MLS a Minneapolis a giocare nel nuovo stadio di football in costruzione. Da notare che la Relevant Sports è di proprietà della RSE Ventures, che ha tra i principali azionisti il patron dei Miami Dolphins, Stephen Ross.  Obiettivo dei Vikings è chiaramente occupare lo stadio, che sarà costruito con in mente il calcio, e realizzato in modo da essere adatto ad un pubblico di 20/25mila persone, come già fatto al BC Place di Vancouver e come sarà ad Atlanta, con tetto trasparente e apribile. Nel progetto purtroppo non sembra essere coinvolta la proprietà del Minnesota United della NASL, che sta invece lavorando coi Minnesota Twins per costruire uno stadio per il calcio e presentare la propria franchigia alla MLS. A Minneapolis quindi si profila una lotta per portare il calcio in città che è esattamente il risultato di quell'interesse per il soccer esploso negli ultimi anni in America.  

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Se non fossero capitati nel “Group of Death”—quello con Germania, Portogallo e Ghana—avrei dato agli americani buone possibilità di passare agli ottavi, ma Germania e Portogallo sono davvero troppo più attrezzate delle altre due. Certo, tutte e quattro sono buone squadre e sono riuscite a superare il proprio girone nel 2010, però, insomma. Sta di fatto, comunque, che gli americani non vedono l’ora che inizi il Mondiale perché, per la prima volta nella storia, hanno una Nazionale forte guidata da un allenatore europeo che gioca un calcio veloce e intelligente. Da quando Klinsmann è il loro selezionatore, gli Stati Uniti sono riusciti a vincere 12 match di fila—quella che ricordano con più soddisfazione è la vittoria dello scorso settembre, contro il Messico, per 2-0, in Ohio, sul bel pratone del Columbus Crew Stadium, valevole proprio per la qualificazione a Brasile 2014. Il loro miglior risultato in un campionato mondiale risale al 2002 quando arrivò la sconfitta per 1-0 contro la Germania nei quarti di finale. Proprio i quarti di finale, o quantomeno il passaggio del girone, era un obiettivo che sembrava alla portata anche quest’anno. Poi, è arrivato il sorteggio. L’ALLENATORE Jürgen Klinsmann si sente ormai quasi più americano che tedesco, vive da quindici anni in California con la sua famiglia e, anche quando ha allenato la Germania, preferiva volare due o tre volte al mese in Europa piuttosto che abbandonare del tutto gli Stati Uniti. Da quando è stato nominato selezionatore degli Usa nel 2011, il suo obiettivo è sempre stato quello di ringiovanire questa squadra come già successo con la Germania nel 2006, quando quella Nazionale stava vivendo il suo momento più basso e lui decise che, per tornare sullo stesso livello delle altre grandi, bisognasse svecchiare la rosa lasciando a casa la vecchia guardia che era arrivata decisamente alla fine di un ciclo con la finale del 2002. Lo stesso copione è stato utilizzato per la costruzione della nuova Nazionale americana: ha studiato da vicino soprattutto i giocatori emergenti che provengono dalle giovanili della Major League Soccer e scelto di puntare anche su di loro; in ben diciassette hanno così potuto esordire nella Nazionale maggiore dal 2011 a oggi. L’altra mossa è stata quella di scegliere quelli che avessero giocato con regolarità in Europa dove naturalmente i campionati sono più competitivi rispetto alla MLS. In totale sono quattordici i calciatori che provengono dai vari campionati europei e che sono stati inseriti nella lista dei 30 pre-convocati. Rispetto ai suoi predecessori Bruce Arena e Bob Bradley, Klinsmann ha voluto mettere da parte l’atteggiamento difensivista, puntando invece sul possesso palla. Gli Stati Uniti cercano sempre di fare la partita scendendo in campo con un attualissimo 4-2-3-1 che, all’occorrenza, si trasforma in un 4-3-3; i centrocampisti toccano tantissimi palloni, servono velocemente gli esterni o Dempsey che, se è in giornata, ha le qualità per cambiare la partita da solo. Il pressing è il marchio di fabbrica di Klinsmann ma questo gli ha creato non pochi problemi, soprattutto in alcune partite contro squadre un pochino più interessanti di quelle affrontate nel girone di qualificazione mondiale. Contro il Belgio, per esempio, gli americani hanno preso quattro gol molto simili tra loro e la difesa ha sofferto non poco l’atteggiamento propositivo e generoso ma spesso disordinato del resto della squadra. In più, degli 11 difensori inseriti nei 30 da Klinsmann non ce n’è neanche uno con una solida esperienza internazionale. Quindi, sì: la difesa è il punto debole della squadra. Dempsey è l’unico giocatore, nel classico 4-2-3-1 di Klinsmann, a godere di totale libertà di movimento in campo.   Il personaggio più interessante tra i convocati è sicuramente il trentaduenne Kyle Beckerman dei Real Salt Lake, un tizio con i rasta che probabilmente non avete neanche mai sentito nominare ma che è diventato invece una sorta di simbolo della dedizione di questa squadra: è un centrocampista che i critici raccontano lento e senza particolare talento ma che ha da subito colpito Klinsmann per la sua generosità in campo. “Abbiamo scoperto un giocatore che sta facendo un fantastico lavoro per la sua squadra e vogliamo tenercelo stretto”, così parlava Klinsmann nel 2011 dopo aver convocato l’americano per la partita contro l’Ecuador. Oggi Beckerman si gioca un posto con Maurice Edu visto che i titolari saranno Jones e Bradley. Tra i dieci centrocampisti convocati c’è anche il diciottenne Julian Green del Bayern Monaco che ha deciso proprio in questi ultimi mesi di giocare con la Nazionale americana. Nato in Florida ma trasferitosi in Germania a due anni, avrebbe per questo motivo potuto scegliere la Nazionale tedesca ma è stato proprio Klinsmann a convincerlo del progetto americano. Difficilmente lo vedremo tra i 23 che partiranno per il Brasile vista la giovane età ma in molti sono convinti abbia un futuro assicurato. Nelle interviste Klinsmann parla spesso dei movimenti che dovrebbe fare il centrocampo, ritenendolo la zona chiave del suo gioco: “Noto tanta confusione quando si parla di centrocampisti d’attacco e di difesa. Secondo me Bradley e Jones non sono dei giocatori di copertura, come sento spesso dire, ma hanno così tante qualità e potenziale che chiedo loro di partecipare anche alla fase d’attacco della squadra. In generale, dipende sempre dal tipo di avversario che abbiamo di fronte ma non dobbiamo scordarci che il nostro obiettivo è quello di aumentare col tempo la qualità del nostro gioco”. Dalle parole di Klinsmann sembra che la sua sia più una missione che un lavoro vero e proprio; ha evidentemente una gran voglia di cambiare il calcio americano ma sa che per ottenere risultati serve tempo. Proprio per questo ha firmato un rinnovo fino al 2018, indipendentemente da come andrà questo Mondiale.   COME IL CALCIO SUPERA IL FOOTBALL AMERICANO La missione di Klinsmann è molto simile a quella intrapresa da un gruppo di persone capitanate da Don Garber—oggi commissioner della MLS—che, a metà anni ’90, ha voluto impiantare il calcio in America. Se oggi ESPN Sport Poll, un servizio del famoso canale tv che studia gli interessi e le preferenze degli sportivi negli Stati Uniti, ci dice che a vent’anni da Usa ’94 la Major League Soccer ha raggiunto come numero di tifosi quelli della Major League Baseball, il merito è sicuramente loro. Il 18% dei ragazzi e delle ragazze dai 12 ai 17 anni, infatti, affermano di seguire ormai regolarmente tanto il baseball quanto il calcio: sono la prima generazione che non conosce l’America senza il pallone (e qui ci sarebbero da fare una serie di considerazioni, che rimandiamo, sulle meraviglie del progresso e del calcio moderno). Secondo la National Sporting Goods Association, quattordici milioni di americani dai sette anni in su praticano il calcio dalle due alle tre volte a settimana mentre gli altri sport registrano un forte calo di partecipazione. Quello che sembra risentirne di più è sorprendentemente il football e la sua lega, la NFL. Dal 2008 a oggi, infatti, il numero delle persone che praticano questo sport è calato del 5% e, secondo le previsioni, la percentuale è destinata in futuro ad aumentare. Ma quali sono le cause alla base di questo progressivo allontanamento dal football? Da una parte, la crisi economica americana l’ha trasformato in uno sport costoso (per giocare, per esempio, serve un’attrezzatura particolare, necessaria per evitare danni fisici anche gravi, d’altronde è un’attività un filo… rude, diciamo); dall’altra pesa l’ascesa del calcio, che è sì di contatto come il football ma anche decisamente meno violento. Insomma, gli americani si sono resi conto che si può correre dietro a un pallone senza rischiare di spezzarsi la schiena e che questo tipo di attività permette comunque di diventare professionisti. Gli Stati Uniti, infatti, sono pieni di scuole calcio riconosciute dalla Lega, dove i ragazzi, proprio come i loro coetanei europei, possono sperare di essere chiamati in prima squadra. Oltretutto, particolare non da poco, queste scuole accolgono anche quelli che hanno deciso di abbandonare gli studi mentre la NFL permette l’accesso al professionismo solo tramite il college (attraverso il draft). Se oggi il calcio è così seguito e praticato negli Stati Uniti tanto merito va dato alle televisioni che, soprattutto negli ultimi anni, hanno investito un sacco di soldi nei diritti dei campionati esteri dando la possibilità di seguire la Premier League o la Liga ovunque negli Stati Uniti. Secondo Bloomberg Business nel 2015 il calcio sarà lo sport più seguito in tv in tutto il Paese e per questo NBC, superando la concorrenza del gruppo Fox, ha deciso di renderlo l’evento di punta del palinsesto del suo nuovo canale sportivo comprando, per 250 milioni di dollari, i diritti di tre stagioni della Premier League. Per fare qualche esempio, nelle sole prime tre settimane del 2013/2014 il campionato inglese è stato seguito da circa 16 milioni di spettatori, il doppio dell’anno precedente. Da North End Boston a Downtown Brooklyn, da Belltown Seattle a Central San Jose, oggi gli Stati Uniti sono pieni di Sports Bar dov’è possibile seguire le partite in qualsiasi ora della giornata. Naturalmente la MLS non riesce ancora a eguagliare i rating televisivi dei campionati europei e la qualità del gioco è decisamente inferiore rispetto a ciò che vediamo in Premier o in Bundesliga ma alcuni fattori ci aiutano a capire come il movimento calcistico sia in crescita. Per fare qualche esempio: la scorsa stagione a Seattle è stato raggiunto il record di tifosi nella storia della MLS, con 44mila spettatori di media presenti sugli spalti in tutte le partite in casa dei Sounders (numeri che qui in Italia ormai ci sogniamo, per inciso) ed è di pochi giorni fa l’accordo tra MLS e le emittenti Fox,ESPN e Univision che permetterà agli americani di poter vedere da casa i prossimi campionati e tutte le partite della Nazionale, fino al 2020. La struttura della MLS. GLI INIZI La storia della MLS è piuttosto tormentata e, probabilmente, se non fosse stato per una visione illuminata di alcuni suoi dirigenti, il torneo avrebbe chiuso i battenti dopo poche edizioni, quando in molti pensavano fosse impossibile imporre questo sport agli americani. La storia del campionato statunitense comincia suppergiù con l’assegnazione dei Mondiali del ’94, quando la United Soccer Federation promette alla FIFA di creare il suo campionato maggiore: il 6 aprile 1996 i San Jose Clash ospitano i DC United nello Spartan Stadium e inizia ufficialmente la MLS. Dopo solo due anni di vita il torneo però registra un forte calo di pubblico causato da vari fattori tra cui l’impossibilità per le società, al tempo, di costruirsi un proprio stadio. Le squadre infatti giocano esclusivamente nei giganteschi impianti della NFL con i conseguenti enormi spazi vuoti sugli spalti che rendono l’esperienza poco coinvolgente sia per i calciatori in campo che per i già pochi tifosi presenti. Inoltre si cerca di “americanizzare” il calcio: vengono introdotti sia gli shootout per le partite che terminano in pareggio che il countdown dei novanta minuti. Il risultato è un ibrido che, in pratica, non viene più seguito neanche dagli appassionati degli inizi. Il torneo è in quel momento una specie di macchina senza controllo, i dirigenti sono piuttosto spaesati e lo schianto sembra inevitabile. Nel 2000 la MLS è in perdita di circa 250milioni di dollari, la media degli spettatori non supera i tredicimila a partita e gli ascolti tv sono in caduta libera. Il 2002 è l’anno nero: viene annunciato il fallimento dei Tampa Bay Mutiny e i Miami Fusion a causa di perdite finanziare insanabili e i giocatori vengono a sapere addirittura dai giornali che a breve nessuno gli avrebbe più aperto il cancello dei rispettivi centri sportivi. Nick Rimando, portiere dei Fusion, racconta così quei momenti: “Ero a Claremont in California per partecipare al primo raduno della Nazionale di quell’anno. Quando ci diedero la notizia pensai ‘adesso non ho più un lavoro, non ho un team. Cosa faccio?’” Gli elementi avrebbero portato chiunque a chiedersi perché continuare a investire tempo e soldi in un prodotto che—ormai era evidente—non riusciva proprio a funzionare. L’unico che crede ancora in quello che agli occhi di tutti sembra un progetto fallimentare è Don Garber, uno dei più alti dirigenti della Major, in quel momento ancora convinto che “in pochi decenni il calcio diventerà uno degli sport più seguiti in America”. Così la MLS, sull’orlo del fallimento, spara l’ultima cartuccia. LA RINASCITA Garber si spende perché arrivino investimenti, soprattutto nel settore delle infrastrutture. Intanto, in poco tempo la lega raggiunge un accordo economico con ABC e ESPN per trasmettere tutto il campionato e vengono acquisiti i diritti per i Mondiali del 2006. Oltre a questo, nasce anche la Soccer United Marketing, una società che cercherà di sviluppare il brand sotto il profilo commerciale. In pochi anni cresce il numero delle squadre che, nel 2007, diventano quattordici con l’apertura totale al Canada. A Los Angeles arriva David Beckham grazie alla Designated Player Rule, una regola sul tetto salariale cambiata in corsa proprio per cercare di attirare i top player europei. Il 2007 è anche l’anno della nascita della Red Bull Arena in New Jersey che entra ufficialmente in funzione nel 2010, anno nel quale arriva un’altra grande stella europea, Thierry Henry, ai New York Red Bulls. Qualcosa finalmente si muove e le parole di qualche anno prima di Don Garber sembrano all’improvviso trovare un senso. Nel 2011 i Vancouver Whitecaps FC diventano la seconda squadra canadese a entrare nella MLS dopo i Toronto FC. Nello stesso periodo, la leggenda irlandese Robbie Keane decide di chiudere la carriera nei Los Angeles Galaxy. Nel 2011 la media spettatori live della Major League Soccer supera quella dell’NBA e dell’NHL, ponendola dietro solo a NFL e MLB. L’anno successivo, il Montreal Impact, la terza squadra canadese, debutta nel suo stadio davanti a 58mila – cinquantottomila! – spettatori. Il 2011 è così ricordato come l’anno della svolta, anche perché almeno un terzo di tutte le partite sono sold out. Alla fine di questa stagione le squadre che hanno giocato in stadi costruiti esclusivamente per il calcio sono quindici su un totale di diciannove e nove di questi impianti sono nati negli ultimi cinque anni. A tutto ciò si aggiungono le televisioni. Gli investimenti della MLS stessa funzionano: nel 2011 viene firmato un contratto di tre anni da 30 milioni di dollari l’anno con la NBC e alcuni accordi supplementari con ESPN, Fox e Univision. Il calcio diventa così un prodotto non solo di consumo ma anche di socializzazione: entra nelle case e nei locali, la gente si riunisce per tifare la propria squadra e aumentano anche i gruppi ultras e le rivalità tra città. Gli stadi diventano sempre più affollati e il tifo è un mix perfetto di ciò che vediamo in giro per il mondo: il calore in curva è molto simile a quello sudamericano, i cori sembrano essere un’evoluzione di quelli cantati in Premier League e le coreografie sono strepitose tanto quanto quelle che osserviamo nei più caldi derby europei, solo senza hooligans. Oggi le squadre che partecipano alla MLS sono 19, nel 2015 diventeranno 21 con la nascita dei New York City FC e degli Orlando City Soccer Club mentre, due anni più tardi, tornerà anche Miami grazie a David Beckham e a Marcelo Claure, un imprenditore boliviano. Don Garber ha affermato recentemente che l’obiettivo è di arrivare a quota 24 squadre entro il 2020.DC United e Los Angeles Galaxy sono le squadre che hanno vinto più titoli (4 ciascuno). Le prime 5 squadre di conference vanno ai playoff.   PROPRIETARI Nei suoi primi dieci anni di storia la MLS ha chiamato a raccolta i maggiori imprenditori americani chiedendo loro di investire soldi nel calcio. L’appello è stato preso piuttosto alla lettera—infrastrutture e merchandise hanno fatto gola da subito a grandi gruppi industriali—tanto che a un certo punto Don Garber ha dovuto addirittura invitarli a mollare la presa. C’è stato infatti, e in parte c’è ancora, un problema di conflitto d’interessi: per fare qualche esempio, gli Hunt, una ricca famiglia di petrolieri, possedevano contemporaneamente i Dallas FC, i Kansas City Wizard (poi diventati Sporting Kansas City) e i Columbus Crew. Oggi sono proprietari solo della prima di queste squadre, le altre due sono state vendute rispettivamente alla Cerner Corporation e alla Precourt Sports Venture un anno fa. Discorso simile per i Los Angeles Galaxy, i DC United e gli Houston Dynamo, tutte e tre di proprietà della AEG (un colosso nel campo sportivo e musicale). Tra l’altro, il nome DC United dovrebbe esserci familiare, essendo una delle società rilevate per il 60%, dal “nostro” Erik Thohir nel 2012. Galaxy e metà dei Dynamo, invece, sono ancora di proprietà della AEG. I proprietari sono quasi tutti americani tranne in pochissimi casi, tra cui i DC United—che hanno, come detto, un socio indonesiano—e i New York Red Bulls di Dietrich Mateschitz, l’austriaco inventore dell’energy drink più famoso al mondo. Stanley Kroenke, con un patrimonio di più di 5 miliardi di dollari, è proprietario dei Colorado Rapids, dei St. Louis Rams (NFL), dei Colorado Avalanche (NHL) e dei Denver Nuggets (NBA) mentre Robert Kraft possiede sia i New England Revolution che i New England Patriots (NFL) che, tra le altre cose, dividono anche lo stesso stadio, il Gillette Stadium. Quest’anno a New York sono sbarcati anche gli sceicchi del Manchester City e hanno fondato i New York FC. Insomma, cinque anni fa una squadra di MLS valeva, in media, 37 milioni di dollari, oggi ne vale 103. GUARDARE AVANTI In molti considerano necessario il passo verso l’allineamento temporale della stagione con i campionati europei. Oggi, le diciannove squadre fanno parte, secondo la loro posizione geografica, di due campionati diversi, Eastern e Western Conference, e il torneo è poi diviso in due fasi: la Regular Season, dove ogni squadra disputa 34 partite (24 nella propria Conference, 10 fuori Conference) e, successivamente, i Playoff, giocati dalle migliori dieci squadre della Regular, che decretano la vincitrice. Il campionato inizia a marzo e finisce a ottobre per evidenti motivi climatici (anche se poi i Playoff continuano, di solito, fino a dicembre). Toronto, Montreal, Chicago e altre squadre della Eastern Conference infatti vivono i loro mesi più freddi, con temperature sotto lo zero per molte settimane, proprio nel periodo in cui la MLS non va in scena. Disputare queste partite in contemporanea con l’Europa significherebbe, tra le altre cose, obbligare alcune squadre a giocare su campi innevati e a chiamare a raccolta il tifo su spalti ghiacciati. In più, accettando questo spostamento, suggerito, tra gli altri, anche dal presidente della FIFA Joseph Blatter, la MLS rischierebbe di scontrarsi con la stagione dei grandi sport americani—la NFL, per esempio, si svolge in gran parte proprio in questi mesi—e il rischio potrebbe essere quello di registrare un calo di presenze dei tifosi allo stadio e davanti alla tv. La proposta però non è stata ancora archiviata; Garber e gli altri dirigenti ne stanno discutendo e in molti pensano che alla fine verrà trovata una soluzione per rendere più globale ed esportabile il calcio americano con l’ideazione, ad esempio, di infrastrutture accoglienti anche in condizioni climatiche estreme. L’altra grande sfida (decisamente la più difficile) è quella di trasformare la MLS in un torneo più competitivo. La stessa illuminante pianificazione portata avanti negli ultimi anni per dotare le squadre di un proprio stadio, secondo molti dovrebbe essere oggi utilizzata anche per aumentare il livello di professionalità nel torneo, ma la MLS ha sempre mostrato una certa resistenza all’idea di aumentare gli stipendi di giocatori, allenatori, dirigenti e arbitri. Per adesso, oltre ai cinque-sei nomi conosciuti nel resto del mondo, non ci sono giocatori tecnicamente interessanti e, anche qui, tutto dipende principalmente dal fatto che vengono investiti pochi soldi per rinforzare le rose e sono solo una decina i calciatori che guadagnano più di 1 milione di dollari l’anno. La torta è spartita con poco equilibrio tra tutti gli atleti visto che gli stipendi di sette di loro (Bradley, Dafoe, Dempsey, Donovan, Keane, Henry e Cahill) sommati rappresenta il 31% degli stipendi di tutti i giocatori della MLS messi insieme. In generale, la media stipendio è salita da 165mila a 207mila dollari, quest’anno, ma pesano molto i contratti faraonici degli ultimi arrivati come Bradley o Defoe, perché i numeri dicono che quasi l’80% dei calciatori ha comunque un guadagno al di sotto della media del campionato. A pesare su questa situazione è la regola del salary cap, che prevede un tetto massimo (di 387,500 mila dollari l’anno) per ciascuno dei primi venti calciatori in rosa di ogni squadra, senza contare naturalmente quelli citati qualche riga fa che rientrano tra idesignated player. L’accordo collettivo scadrà a fine 2014 e la trattativa andrà avanti finché non si troverà una soluzione che permetta di avere un po’ più di equilibrio tra tutti i protagonisti in campo. Ma il messaggio, per ora, è chiaro: solo gli investitori, alcuni dirigenti del torneo e pochissime star in campo hanno la possibilità di spartirsi gli introiti della crescita di questo sport, mentre agli altri rimangono, per adesso, solo le briciole. Se consideriamo che in Premier, di media, vengono spesi 100 milioni di sterline in stipendi a squadra, e che nella MLS la cifra non riesce ad arrivare neanche a 5 milioni di dollari, capiamo come la vera sfida sia proprio quella di catalizzare gli investimenti verso la sfera tecnico-sportiva. Anche qui, la domanda è quando, non se. ___________________________________________________________________________________ Camilla Spinelli, nata a Roma nel 1983, dopo aver girato il mondo suonando ha deciso di fermarsi: ora scrive e parla di calcio, attualità e costume qua e là. Conduce SuperSantos su ReteSport.Fonte: ultimouomo.com

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