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Del Piero non smette: "Voglio giocare negli Stati Uniti"
Scritto il 2014-05-15 da Arnaldo Selmosson su Calciomercato
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Alex Del Piero è tornato in Italia, a Milano, ma solo momentaneamente, per partecipare alla Giornata Nazionale della Previdenza. Inevitabile però che finisse a parlare di calcio e del suo futuro, a cominciare dalla chiusura del suo rapporto con il Sydney, durato due stagioni. "In Australia c'è un grande benessere - ha detto Del Piero - e la gente ha un approccio positivo. Anche il calcio lì è un riferimento importante per la cultura. In Australia il clima è davvero bello e la sua cultura fa crescere a livello interiore". Lasciato il Sydney FC, Del Piero non ha ancora deciso quale sarà il suo futuro. Ma se chiamasse una squadra italiana? "La mia carriera in Italia è finita con la Juventus".

L'ex capitano juventino, che a novembre compirà 40 anni, ha anticipato le sue intenzioni: "La mia ambizione è quella di continuare a giocare, non è un segreto che Los Angeles mi piaccia, gli Stati Uniti sono interessanti così come il Giappone. La scelta non è solo quella di giocare a pallone, ma a 360 gradi". Un suo sbarco a LA sarebbe però problematico, visto che sia i Galaxy che il Chivas USA hanno sotto contratto tre Designated Players, con unica possibilità che proprio il team di Bruce Arena ceda il difensore Omar Gonzalez dopo i Mondiali.

"L'Italia mi manca - ha aggiunto l'ex numero 10 della Nazionale campione del mondo 2006 - E' sempre bello tornare qui. La Juventus? Ha fatto un grande campionato, ma i miei complimenti vanno anche alla AS Roma".

Il discorso si sposta poi sul Mondiale in Brasile, cui manca ormai meno d'un mese... "La Coppa del Mondo è un torneo dove serve un rendimento al 100%, perché tutto si concentra in poco tempo. Questo Mondiale, poi, sarà speciale, perchè il Brasile è il paese del calcio".

Corradi: "Del Piero spot per l'Italia negli USA"

Della possibilità di vedere Alex Del Piero in MLS ha parlato Bernardo Corradi . L'ex attaccante della Lazio infatti ha chiuso la carriera al Montreal Impact l'anno scorso: "Sinceramente che Del Piero avesse la possibilità di andare negli Stati Uniti l'avevo intuito. Insomma, sapevo che nella sua idea c'era quella di andare negli USA, poi ha avuto la possibilità di andare in Australia e ha fatto la differenza, nonostante non avesse la brillantezza dei vent'anni. Quel che posso dire è che gli consiglio di fare quest'esperienza. Un campione come lui darebbe anche una bella immagine al calcio italiano negli Stati Uniti. Circa la mia esperienza posso dire di essere stato benissimo a Montreal e ancora ringrazio il loro presidente per avermi dato l'opportunità di questa esperienza di vita".

Mai la Major League Soccer (MLS) aveva visto un'estate di fuochi d'artificio come quella del 2015 nemmeno nel 1996, al punto di attrarre l'attenzione di media e fans di tutto il mondo. Del resto se tutto insieme si vede scendere in campo gente quale i campioni del mondo Andrea Pirlo e David Villa (sbarcato già a febbraio), o quale gli ex capitani di Liverpool e Chelsea Steven Gerrard e Frank Lampard, il suo compagno di sempre nei Blues Didier Drogba (che esordirà a giorni), l'ex Pallone d'Oro rossonero Kakà (anche lui presente da inizio campionato), fino ad un giovanotto di 26 anni adorato dalle folle messicane quale Giovani dos Santos, allora qualcosa deve essere successo oltre oceano. LEGGI: Riuscirà Giovani dos Santos a far amare la MLS ai messicani? Mai si erano viste infatti per una città come New York tante magliette con sulle spalle nomi quali "Villa", "Lampard" e ora "Pirlo", tutti del New York City FC, laddove in precedenza né i NY MetroStars poi NY Red Bulls erano riusciti a sfondare (dura se ti chiami col nome di un energy drink) nonostante grandi quali Yuri Djorkaeff o Thierry Henry. A qualcuno questa lunga serie di sbarchi di nomi altisonanti farà certamente venire in mente la NASL degli anni '70, quando nel giro di due anni a NY si palesarono prima Pelé e poi Giorgio Chinaglia e i capitani campioni del mondo di Germania e Brasile, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto, tutti in maglia Cosmos. A fianco a loro in quegli anni il pubblico americano poté ammirare quel che restava dei vari Johann Cruyff, George Best, Gerd Muller, Kazimierz Deyna, fino ai fantasisti inglesi negletti da Don Revie, quali ad esempio Rodney Marsh, Peter Osgood e Charlie George. Il primo della nouvelle vague dei grandi nomi MLS fu David Beckham nel 2007, che accese i riflettori sulla lega USA. Oggi Gerrard, Pirlo e Lampard non hanno certo il suo appeal, ma la strada è quella indicata dall'ex United e Real Madrid, il cui trasferimento a LA mentre era ancora in piena carriera rese "legittima" la MLS agli occhi dei suoi colleghi in giro per il mondo. E al primo giro Becks fu seguito dai vari Juan Pablo Angel (ex Aston Villa), il messicano Cuauhtemoc Blanco (capace di riempire solo lui lo stadio del Chicago Fire), il deludente brasiliano Denilson a Dallas, Guillermo Barros Schelotto protagonista nella MLS Cup vinta da Columbus, e altri, fino a Thierry Henry. LEGGI: Garber: Al top grazie a Beckham e ai fans Le cifre di oggi corrispondono a quelle guadagnate da Beckham, se non di più a livello base: Pirlo guadagnerà sugli 8,5 milioni più 2 di bonus; Lampard e Gerrad intorno ai 6. Tutte cifre extra salary cap, dato che ognuno di loro peserà massimo $436,250 sui $3.49 milioni assegnati ad ogni squadra per gli ingaggi. Il resto è paato dai titolari delle singole franchigie. Il timore di alcuni oggi è che la MLS possa essere avviata sullo stesso percorso che portò la NASL al fallimento a inizio anni '80, diventando una "retirement league". LEGGI: Stipendi MLS, Gerrard e Lampard giù dal podio. Kakà il più pagato Ma sarebbe un errore pensarlo, in quanto le condizioni e i tempi sono estremamente diversi rispetto ad allora. Innanzitutto in America è completamente cambiata la demografia, con una crescita esponenziale della popolazione di origine latinos. Inoltre, da oltre una decade il pubblico americano è sottoposto ad un bombardamento calcistico quotidiano, con centinaia di migliaia di persone che ogni sabato e domenica mattina si riversano nei pub per guardare i campionati europei o interrompono il lavoro per guardarsi un match di Champions League. L'opposto di quanto accadeva 30 anni fa, quando al massimo negli USA si riusciva a vedere qualche finale o un programma sulla Bundesliga sulla PBS, il servizio pubblico. E poi, altro punto fondamentale per un paese come gli Stati Uniti, c'è una Nazionale - guidata da un nome top come Jurgen Klinsmann, CT anche della Germania nel 2006 - sempre presente ai Mondiali dall'edizione 1990, giunta sino ai quarti nel 2002 e capace di creare ormai problemi a chiunque, con alcuni dei propri giocatori cresciuti nella MLS (ad es. Tim Howard, Clint Dempsey, Michael Bradley, ecc.) e poi protagonisti anche in Europa. In sintesi, è un altro mondo.   Altro mondo testimoniato anche dalla televisione. La MLS ha chiuso accordi per trasmettere i match di campionato in 86 paesi: dal Regno Unito all'Italia (Eurosport) e i nel resto d'Europa, arrivando sino ad Australia, Cina, Medio Oriente, Nordafrica e Brasile! Ma per riuscirci la MLS ha dovuto cambiare strategia negli ultimi anni. Dopo la crisi che portò nel 2002 alla chiusura delle franchigie di Miami e Tampa, la lega - sotto la guida saggia di Don Garber, ex capo di NFL Europe - ha avviato un processo di crescita lento ma costante, che dalle 10 squadre rimaste nel 2002 vedrà la MLS arrivare a 24 entro il 2020, e probabilmente ognuna col proprio stadio, dopo i primi anni in cui tutte erano costrette a giocare nei cavernosi stadi da football, con atmosfere totalmente diverse da quelle spettacolari (e televisive) di stadi come lo StubHub Center dei LA Galaxy, lo Sporting KC Park (considerato lo stadio più tecnologicamente avanzato al mondo) o la Red Bull Arena. LEGGI: Ultimissimo stadio: lo Sporting KC Park   Ma dopo aver portato la gente allo stadio negli USA e avviato due generazioni di calciatori, investendo poi pesantemente in centri di allenamento e academy, era arrivato il momento di costruirsi un profilo internazionale. Per questo, dopo aver riportato a casa alcuni dei migliori nazionali - Dempsey, Bradley, Jozy Altidore - strapagandoli anche per dare l'idea di una MLS quale "destination league" per i talenti nazionali, la lega ha deciso di puntare al top possibile. Un top che inevitabilmente non può che passare per giocatori con alle spalle il meglio della propria carriera, ma ancora in grado di dare qualcosa sul campo. Del resto Pirlo ha giocato la finale di Champions solo due mesi fa ed è (per ora) titolare nell'Italia, mentre Lampard e Gerrard sono stati comunque tra i protagonisti dell'ultima Premier League. E con loro la MLS si è lanciata definitivamente, come si può vedere anche dall'enorme interesse mediatico, con stampa e siti di tutti i paesi a coprire risultati e giocatori d'oltre oceano, quando - ad esempio in Italia - il solo www.SoccerItalia.it (in precedenza c'era solo una rubrica MLS su www.playitusa.com) se ne occupava fino a pochi anni fa. Del resto nel 2007 il Commissioner della MLS Don Garber disse allo scrivente: "Se un giorno acquistare Kakà o uno come lui dovesse per noi avere un senso dal punto di vista del business, non avremmo certo problemi a farlo. Basti dare un'occhiata agli azionisti della MLS titolari delle franchigie". E quel giorno è evidentemente arrivato. LEGGI: Garber e la MLS: i 15 anni del Don (SI.com) L'unico rischio per la MLS è che la mossa di investire sui grandi nomi possa identificarla troppo con una "retirement league", sul modello di quelle mediorientali tipo Qatar o Emirati, e ciò anche a causa di molti giornalisti che non conoscono o non capiscono regole e meccanismi. Per questo comunque la lega ha deciso di puntare anche su giovani ottimi giocatori quali Giovani dos Santos o Sebastian Giovinco, ad oggi vera stella del campionato, che sta illuminando con tutto il suo talento troppo spesso soffocato dai tattici allenatori italiani. E il mix sembra funzionare. Si prendano i LA Galaxy, dove accanto a due campioni un po' in la con gli anni quali Steven Gerrard e Robbie Keane (l'anno scorso miglior giocatore della lega), ecco una stellina come dos Santos e giovani promesse americane come Gyasi Zardes e Jose Villareal cresciute nell'Academy, o professionisti usciti dal Draft quali Omar Gonzalez (a suo tempo vicino anche alla AS Roma) e AJ De La Garza, o ottimi "lavoratori" del campo scovati in giro come Juninho (cresciuto nel Sao paulo) e Marcelo Sarvas. Non lo stesso si può dire ancora per il NYCFC, dove effettivamente a parte i gol di Villa, Pirlo è appena arrivato e Lampard è stato sempre infortunato, ma coach Kreis ha puntato anche sul giovane nazionale USA Mix Diskerud, su un veterano come Ned Grabavoy, e sta assistendo all'esplosione di Poku. Ma certo non è facile assemblare una squadra dal nulla. LEGGI: MLS MVP 2014: Robbie Keane (LA Galaxy) Nel mezzo di questa strategia qualche errore certo è stato fatto. Si pensi al Toronto, dove il management non è stato sempre il top. Prima il fallimento Danny Koevermans, poi l'arrivo stellare del cannoniere della nazionale inglese Jermain Defoe, immalinconitosi però dopo il cambio allenatore e ceduto al Sunderland. Mentre meglio è andata con Michael Bradley e, principalmente, Sebastian Giovinco, mentre Jozy Altidore si sta ancora riadattando dopo gli anni europei. Tutti nomi importanti, ma per Toronto e il calcio canadese e la MLS è forse ancor più importante l'investimento fatto da Toronto per la costruzione di un centro tecnico all'avanguardia affiancato da un'Academy considerata il futuro della squadra e della Nazionale della foglia d'acero (a fiabco dell'Academy dei Vancouver Whitecaps). Dal punto di vista del business le cose stanno andando sempre meglio per la MLS, anche se alcuni club,quelli senza stadio come il DC United, continuano a perdere soldi, ma la direzione imboccata è certamente quella giusta. Una direzione secondo alcuni simile - fatte le dovute distinzioni - a quella presa dalla Premier League. Fondata nel 1992, il calcio inglese era reduce dagli anni delle violenze degli hooligans, con anche l'addio al calcio europeo per i propri club. Per lanciare la Premier alcuni club puntarono proprio su grand giocatori, alcuni anche un po' in la con gli anni, in arrivo da quello che allora era il campionato top nel mondo la Serie A: ed ecco che per la prima volta sui giornali nostrani si iniziò a leggere delle vicende dei vari Paolo Di Canio, capace di appassionare i tifosi di Sheffield Wednesday, Celtic Glasgow, West Ham e Charlton (che lasciò insieme au milione e mezzo di contratto per tornare alla Lazio nel 2004), e grande rimpianto di Alex Ferguson allo United; Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e l'ex laziale Roberto Di Matteo al Chelsea; Fabrizio Ravanelli al Boro; Attilio Lombardo; l'ex parmense Tino Asprilla; o anche gli olandesi Ruud Gullit, reduce dai successi col Milan di Sacchi, e Dennis Bergkamp, che invece all'Inter aveva fallito e che all'Arsenal cambiò la storia e l'immagine noiosa dei Gunners insieme a Thierry Henry, altro ad aver fatto male in Italia alla Juve, con Arséne Wenger in panchina. Grandi nomi accompagnati tutti da una rivoluzione iniziata da stadi nuovi (o rinnovati) e bellissimi, capaci di attrarre un pubblico grande ma diverso dal passato, senza più violenza. E così la Premier divenne un campionato di sapore internazionale dopo un secolo di quasi autarchia. Che la MLS possa essere destinata allo stesso futuro è forse improbabile, sia per ragioni storiche che finanziarie (lega chiusa, salary cap), oltre al fatto che per guadagnarsi davvero la rispettabilità nel mondo i suoi club dovrebbero iniziare a vincere la CONCACAF Champions League (e magari un giorno la Copa Libertadores, dove le messicane partecipano ma non vincono) e ben figurare nel Mondiale per Club. Realista peraltro Garber, che parla sempre di una lega nella top 10 mondiale nel 2020, ma non certo di più. Ma la differenza col resto del mondo è che la MLS può solo crescere, e che gli USA rimangono un'attrazione enorme per i giocatori di tutto il mondo come luogo per vivere e per pagare (meno) tasse sugli ingaggi. E già si parla dello sbarco di Zlatan Ibrahimovic nel 2016 e di Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney nel 2018. Sotto a chi tocca.

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Il debutto ufficiale in campo di Giuseppe Rossi, dopo aver saltato l’intera stagione, avviene sul campetto di Nike Field, incastrato in mezzo a Christie street, a un passo da Chinatown. L’occasione è la ottava edizione di "Showdown in Chinatown", la partitella di beneficenza fra un manipolo di star miste fra giocatori di basket e di soccer, radunati da Steve Nash, il due volte MVP della NBA, e organizzata da Venanzio Ciampa, un italiano che a New York è una sorta di guru del marketing. Le due squadre erano divise fra team internazionale, in maglia nera, capitanato da Alex Del Piero, comprendente anche Massimo Gobbi e fra i baskettari, Nash, Luol Deng dei Miami Heat (passato anche per le giovanili dell'Arsenal) e il protagonista delle ultime finali, l’australiano Matthew DellaVedova dei Cleveland Cavaliers. Mentre dall’altra parte, in maglia bianca, c’era il team Usa, comandato dal ragazzo del New Jersey, Giuseppe Rossi, insieme a Chris Mullin, ex All-Star di Golden State, Ricky Williams e Kyle Martino, che facevano parte della nazionale Usa. Finisce 8-5 per Rossi, ma la gara giocata otto contro otto è in equilibrio fino ai minuti conclusivi. Anche al campetto ai margini della China- twown di Manhattan, dove si gioca lo Showdown di Steve Nash, il due volte MVP della NBA, l’argomento caldo è Andrea Pirlo, che pe- rò preferisce non farsi vedere. Alex Del Piero è l’attrazione: vive a Los Angeles dallo scorso agosto, ha aper- to scuole calcio (le sue Academy), e anni fa aveva flirtato con la possibilità di giocare nella Mls. Per questo, più di altri, comprende la decisione dell’ex compagno. Non lo ha sentito, s’informa se sia già ufficiale. «Però, so che è stato qui. Penso che se arriverà, la sua sarà una decisione fantastica, anche se soltanto lui potrà sapere se sarà quella giusta. Un fatto è certo: la Lega sta crescendo tantissimo». Intanto la Lega, la MLS, sgombra ogni dubbio: Pirlo potrà firmare il nuovo contratto con loro dall’8 luglio, alla riapertura della finestra trasferimenti, e prima di poter essere utilizzato deve aver ottenuto il visto di lavoro. Da «americano», Giuseppe Rossi è entusiasta: «Sicuramente la MLS farà un salto di qualità. Sappiamo che calciatore è Andrea e ciò che può dare. Anche per lui sarà una bella esperienza. Credo che da solo possa portare almeno cinquemila persone in più allo stadio, se non di più. E’ un talento mondiale, uno che ha vinto tutto: New York ha fatto un grande affare». E il suo prossimo com- pagno di squadra, Chris Wingert, che aveva affrontato l’ex juventino in una partita Usa- Italia Under 23 del 2002 lo aspetta a braccia aperte: «Finì 2-0 per loro e già a quei tempi capivi che era un ragazzo con della stoffa. Sarà fantastico averlo a fianco, molti di noi avranno tanto da imparare». E pure Steve Nash dice: «Un salto di qualità notevole per il movimento calcistico Usa». È direttamente interessato perché è proprietario dei Vancouver Whitecaps, team di Mls. L’Mvp va a John Nash, il papà, autore di una rete splendida e calciatore professionista in Inghilterra, Sudafrica e Canada, il vero motivo per cui Steve è un amante di questo sport. Fonte: Gazzetta dello Sport

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5-5-5. No, non è il famosissimo modulo di Oronzo Canà ne L'allenatore nel pallone, ma il bilancio, dopo 15 partite, di Orlando. La franchigia della Florida, alla sua prima stagione nella Major League Soccer, occupa il terzo posto nella Eastern Conference alle spalle dei New England Revolution, secondi, e del DC United. Questa notte la squadra di Ricardo Kakà ha battuto proprio la capolista, un 1-0 che porta la firma dell'ex fuoriclasse del Milan, che regala un dispiacere a Thohir, presidente dell'Inter e del DC United. LEGGI: MLS Week #17, Kakà trascina l'Orlando City al terzo posto BRAZILIAN PRIDE - Settimo gol stagionale per Kakà, leader maximo della Beautiful City. Il Purple Pride, che ad inizio stagione aveva invaso la Florida, sta aumentando sempre più, come le prestazioni del numero 10 brasiliano e le ambizioni della squadra. 4 reti nelle ultime 5 partite e un dato che mostra ulteriormente la sua importanza: quando va in gol, la squadra non perde mai. Sempre in campo dall'inizio, mai una panchina, con la fascia da capitano al braccio, idolo incontrastato di un pubblico adorante, è stato ad un passo dalla convocazione con la Nazionale per la Coppa America: ad Orlando City, ora come ora, comanda lui. VECCHI COMPAGNI - Nel 4-2-3-1 di mister Heath, Kakà gioca alle spalle dell'unica punta. Un vero numero 9 manca a questa squadra, in quanto il giovane Larin è pur sempre al primo anno tra i professionisti. Un centravanti boa che possa dare una mano in fase realizzativa. In Italia ci sono 3 vecchi compagni di Kakà ai tempi del Milan, pronti a dire ancora la loro. Il primo è Marco Borriello, in scadenza di contratto con il Genoa, che ha già provato un'esperienza all'estero, poco fortunata, al West Ham; il secondo è Alberto Gilardino, sotto contratto con il Guangzhou sino al 2016, protagonista di una stagione positiva a Firenze; il terzo è Giampaolo Pazzini, alla ricerca di un ruolo da protagonista dopo un anno passato in naftalina al Milan. Walt Disney, che in Florida ha costruito il Wat Disney Resort, diceva: "Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra, ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà". A Kakà, per costruire un sogno, basta un numero 9.   Fonte: Calciomercato.com

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