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DC United, nuova operazione per Pontius: fuori 6 mesi
Scritto il 2014-04-24 da Franco Spicciariello su MLS
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Il centrocampista offensivo del D.C. United, Chris Pontius, una delle stelle della MLS, resterà fuori per un periodo da 4 a 6 mesi a causa di una nuova operazione al tendine, la seconda dal termine della scorsa stagione.

Pontius, selezionato tra le MLS all-star due anni fa, ha già saltato le prime sei partite della stagione, e probabilmente rientrerà solo nel finale, nella speranza che i rossoneri si qualifichino per i playoff.

Nato il 12 maggio 1987 a Yorba Linda, California, 1.83 m, tifoso del Manchester United, Pontius si è formato nella miglior scuola calcistica californiana (in assenza di settori giovanili) la University of California, Santa Barbara, dove è stato eletto Big West Offensive Player of the Year in 2007, e candidato all'Hermann Trophy 2008.

Settima scelta assoluta per DC al 2009 MLS SuperDraft, è un entrocampista offensivo, bravo a giocare sia sulla fascia nel 4-3-3 che dietro le punte anche spalle alla porta, è stato candidato al premio Rookie of the Year 2009 insieme al portiere svizzero del Toronto FC Stefan Frei e al difensore dei galaxy, poi vincitore, Omar Gonzalez.

Inevitabile che le sue prestazioni saltassero all'occhio del CT della Nazionale USA Bob Bradley, che lo convocò nel gennaio 2010 per un'amichevole contro l'Honduras. Ma di lui non si sono accorti solo negli USA. Suo infatti il secondo gol del DC United nel match amichevole di maggio 2010 in cui il team di Washington ha battuto per 3-2 un Milan con in campo i vari Ronaldinho e Pato, che anche se in clima vacanziero si trovavano davanti l'ultima in classifica della MLS. Al di la del gol, quel giorno Pontius è stato autore di una prestazione superba, che ha costretto spesso i difensori milanisti al raddoppio di marcatura e al fallo, meritandosi elogi sperticati da parte dei telecronisti di Mediaset.

Ma gli infortuni in sequenza hanno sino ad ora bloccato una carriera che sembrava lanciata: nel settembre 2010 il tendine della gamba destra, un anno dopo la tibia destra fratturata, nel 2012 è arrivato il suo anno migliore (12 gol e 4 assist), seguito però da numerosi piccoli infortuni nel 2013, sino ad un'operazione a novembre e ad ulteriori problemi risultati in un nuovo intervento.

Andrea Pirlo lo conosce quel successo di Renato Carosone che fa: «Tu vuo’ fa’ l’americano ma si’ nato in Italy»? «Ma io non voglio fare l’americano. Mi sento un italiano che vive in America per lavoro, come tanti. E comunque in America si sta bene». Cosa apprezza della Grande Mela? «La qualità della vita, la gente. Sono più educati, rispettano le regole». E che cosa le manca dell’Italia? «A parte gli affetti, di questa Italia in questo momento non mi manca niente». Dove ha scelto di vivere a New York? «A Chelsea. Il campo di allenamento non è dietro l’angolo, è a 50 minuti d’auto, un po’ come andare da Milano a Milanello. Ma non mi pesa». Come si passa il tempo a NY? «Faccio la vita che facevo qui in Italia. Solo che a New York c’è più scelta. Vado per musei, per gallerie d’arte. Mi piace passeggiare a Central Park, vado a correre lungo l’Hudson». E con l’inglese come siamo messi? «Se non parlano troppo veloce me la cavo». Sa come si dice cimitero in inglese? «No». Peccato. Avremmo voluto chiederle in inglese se non ha la sensazione di essere finito in un cimitero degli elefanti... «No, nessun cimitero. Il calcio negli States sta crescendo, gli stadi sono sempre pieni. È un’esperienza che mi piace». Consiglierebbe il calcio Usa ai colleghi che giocano in Europa? «Tanti colleghi vorrebbero venire a giocare in America». Qualche nome? «Tanti». La sua squadra è un po’ scarsina. «L’anno scorso siamo andati male ma era il primo anno. Abbiamo potuto comperare soltanto le riserve delle riserve delle altre squadre. Io, Lampard e Villa siamo i tre fuori budget consentiti dai regolamenti. Ora però si parte a pieno regime, con la preparazione e con un allenatore nuovo: Patrick Vieira». È vero che lei, Lampard e David Villa volate in business mentre il resto della squadra si deve accontentare dell’economy? «Vero ma è la Lega a decidere. La MLS ha in mano tutto, anche i biglietti di viaggio e gli alberghi. I voli sono sempre di linea: soltanto due volte in una stagione una squadra può utilizzare un volo charter. Negli Usa i giocatori hanno un contratto con la Lega, non con i club». Qual è il suo nickname negli States? «Per tutti sono il Maestro. Con la emme maiuscola, e scritto all’italiana». L’estate scorsa lei ha lasciato la Juve nonostante un altro anno di contratto. Motivo? «Dopo avere perso la finale di Champions a Berlino ci ho riflettuto un attimo. Sapevo che sarebbe stato difficile ripetere una stagione in cui comunque abbiamo vinto scudetto e Coppa Italia. Dopo certe annate si può solo peggiorare». Quindi? «Quindi sono andato dal presidente e gli ho detto che avrei voluto fare una nuova esperienza, ma non per svernare: per rimettermi in gioco. Andrea Agnelli è una persona in gamba, è bravissimo. Con lui c’era un accordo verbale in base al quale me ne sarei potuto andare. E così è stato». Sia sincero: quando, dopo le incomprensioni milaniste, nell’estate del 2014 Allegri si è materializzato alla Juve, qual è stata la sua reazione? «Allegri mi ha telefonato per avvertirmi. Ci abbiamo messo una pietra sopra. Se non si fa così non si va da nessuna parte». Andrea, gli anni alla Juve sono stati... «Straordinari». E quelli al Milan? «Irripetibili. Storici». Invece non ci saranno altri anni all’Inter. «Esatto. In queste settimane mi hanno chiamato un po’ di squadre». Ad esempio? «Un po’ di squadre. Tante. Ma ho fatto una scelta e non mi è parso il caso di rinnegarla dopo pochi mesi. È anche una questione di rispetto nei confronti di chi ha investito su di me». Cinque scudetti consecutivi (Milan più quattro Juve) e uno, quello del 2004 in rossonero, che si perde nella notte dei tempi. Qual è il più bello? «Il primo con la Juve. Non abbiamo mai perso, non abbiamo mai mollato. Eppure il Milan era più forte di noi. È stato uno scudetto inaspettato: era il primo anno di Conte, la Juve era reduce da due settimi posti». E quell’anno lei ha capito che Conte era un fenomeno? «Veramente l’ho capito dal primo allenamento». E gli scudetti con il Milan? «Con il Milan la gioia più grande l’ho provata a Manchester, quando abbiamo vinto la prima Champions League. Una Champions League è più importante di uno scudetto». Nesta e De Rossi restano i suoi amici del cuore? «Nesta lo vedo spesso, siamo vicini. Io a New York, lui a Miami. Due ore di aereo». E De Rossi? «Spero di rivederlo presto in nazionale». Quindi il sogno azzurro resiste. «Gioco per andare all’Europeo. Io sono sempre a disposizione, in Nazionale ci vado volentieri». Però per venirla a visionare negli Usa Conte dovrebbe spendere una barca di quattrini. «Ma le partite del campionato americano si possono vedere in tv. Su Eurosport». La Juve è sempre bella vispa anche se non ci siete più lei, Tevez e Vidal... «È ancora la squadra più forte. È la squadra da battere. L’ho sempre detto, anche quando era 15 punti dietro. Se le altre non sono riuscite a darle il colpo di grazia in quei momenti...». Quindi quinto scudetto consecutivo... «Si. Il Napoli gioca bene, può tenere, ma alla fine la Juve è abituata a vincere». E Dybala come lo inquadra? «È bravo. Sta dimostrando di valere quello che è costato». Il Milan, l’altra sua squadra di riferimento, non se la passa benissimo. «In effetti è un po’ in difficoltà. Però non è che si può cambiare allenatore ogni anno e fare la rivoluzione. Bisogna avere un programma». Gli allenatori preferiti? «Conte e Ancelotti. Quello di Lippi invece è un discorso a parte, al Mondiale di Germania abbiamo fatto la storia. Quando siamo a Ibiza ogni tanto vado a trovarlo a casa sua». A quasi 37 anni ha già messo a fuoco il suo futuro? «Non ci ho ancora pensato, davvero. Per ora mi diverto a giocare. Vedremo. Di sicuro mi piacerebbe rimanere nel calcio... Dirigente magari». Allenatore? «Per adesso no». Dove investe i suoi guadagni il Maestro Pirlo? «Nella società di famiglia. Prodotti siderurgici, acciaio, tondini di ferro. Io ho delle quote da sempre. E poi nell’azienda vitivinicola che abbiamo ingrandito di recente acquistando nuovi terreni». Nome dell’azienda? Vini prodotti? «L’azienda si chiama Pratum Coller. Produciamo bianco, rosso, rosato e passito. Ora abbiamo iniziato con lo champagne metodo rosso». In questi mesi le si sarà spalancato il mercato americano. «Già esportiamo in Cina e in Giappone. In effetti ho ricevuto svariate richieste dagli Usa. Stiamo lavorando». Andrea, se fra trent’anni i suoi nipotini le chiederanno chi è stato e che cosa ha fatto il loro nonno, lei come risponderà? «Andate a vedere su Internet...». Fonte: Corriere della Sera

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Dopo aver onorato per anni unicamente le stelle di Redskins, Senators, Nationals, Capitals, Wizards, la Washington D.C. Sports Hall of Fame vedrà finalmente un giocatore del D.C. United essere nominato nei suoi ranghi, con tanto di cerimonia il 17 luglio prima del match Nats-Pirates e con un banner commemorativo al Nationals Park (stadio di baseball). E il DCU non poteva che entrare nella HoF se non con la stella più lucente della sua storia: "El Diablo", Marco Etcheverry, vincitore coi rossoneri di 3 MLS Cup (1996, ’97 e ’99), una US Open Cup (’96), una CONCACAF Champions’ Cup e una Copa Interamericana (1998), oltre ad essere nominato MLS MVP nel 1998. Sarà il terzo personaggio nella HoF legato al calcio, dopo il coach della Howard University James ‘Ted’ Chambers e l'ex allenatore dei NY Cosmos e della Nazionale USA Gordon Bradley. “Ha fatto così tanto per me, per la squadra e per il calcio di questo paese", disse nel 2004 - in occasione dell'addio al calcio del giocatore - Bruce Arena, ex coach del DC United e oggi ai LA Galaxy. “Non credo che le persone riusciranno a capire... Non vedremo un giocatore così in MLS per molti anni a venire". E Arena fu profeta. LA STORIA Ottimo dribbling e tecnica sopraffina, Etcheverry è cresciuto nell'Academia Tahuichi, forse il più grande serbatoio di calcio giovanile del Sudamerica. Ha fallito il tentativo di sfondare in Europa (è stato solo per pochi mesi nell'Albacete, in Spagna), ha però trascinato la Bolivia alla - fino ad oggi almeno - sua ultima partecipazione ai Mondiali, a USA 1994, in cui però giocò solo 5 minuti per un'espulsione per fallaccio di reazione su Lothar Matthaeus all'esordio. Ma sempre con la Nazionale boliviana (13 gol in 71 partite) nel 1997 sfiora la vittoria nella Copa America casalinga, perdendo in finale col Brasile. Due anni dopo i Mondiali ecco lo sbarco in America, dove Marco Antonio Etcheverry scrive la storia degli albori della Major League Soccer, rendendo il D.C. United una potenza della nuova lega. In 191 match a Washington D.C. “El Diablo” segna 32 gol, piazzando 101 assist, la gran parte dei quali per il suo connazionale, il centravanti Jaime Moreno, a lungo top scorer assoluto della MLS. Oltre ai due boliviani, lo United dell'epoca presenta molti giocatori di buon livello: John Harkes (che giocò anche con lo Sheffield Wednesday), Eddie Pope, Jeff Agoos, Roy Lassiter (recordman di gol in una stagione MLS con 27, meteora al Genoa) e Raúl Díaz Arce, per nominarne alcuni, ma è Etcheverry la vera spinta di un motore inarrestabile. Un'avventura di successo quella col DCU, iniziata però molto male. “Iniziammo col piede sbagliato", ha [in realtà 7 delle prime 9, NdR]. Eravamo una buona squadra, con un buon allenatore, ma non stava funzionando nulla. Fossimo stati in un altro paese sarebbe crollato tutto. Fu dura, ma alla fine vincemmo la MLS Cup 1996, mostrando di essere i migliori”. Molti non ricordano quella che ad oggi rimane la più incredibile vittoria di una squadra americana, e cioè la oggi defunta Copa Interamericana nel 1998, che metteva di fronte i vincitori della Copa Libertadores contro quelli della CONCACAF Champions’ Cup. E il D.C. fu capace di superare per 2-1 tra andata e ritorno il Vasco de Gama, che presentava gente quale Mauro Galvão, Donizete, Guilherme, Luizão e un giovane Juninho Pernambucano (finito in seguito ai NY Red Bulls nel 2013). LEGGI: Interamericana, quando DC battè il Vasco de Gama “Eravamo in qualche modo diventati il miglior team delle Americhe battendo il Vasco de Gama che aveva appena perso la finale di Coppa Intercontinentale con il Real Madrid. Mostrammo di essere ad un livello più alto", ricorda Etcheverry, che insieme ad un gruppo di grandi giocatori, americani e stranieri, ha seminato la rinascita del calcio in America dopo il crollo della NASL all'inizio degli anni '80. "Quando arrivai in America non c'erano campi né stadi per il calcio. Oggi vedi campi ovunque e sempre pieni. C'è grande passione per il calcio negli USA. Facemmo il lavoro sporco insieme a ‘El Pibe’ [Carlos Valderrama], [Jorge] Campos, [Roberto] Donadoni – giocatori straordinari. Ma alla fine nessuno di noi lavora in MLS oggi sì da continuare ad ispirare talenti", spiegò a FIFA.com. Oggi Etcheverry vive in West Virginia, ed è rimasto rossonero: "Questo è il mio club. Il mio cuore e la mia anima saranno sempre col DC United”. LA SCHEDA Bolivia. Santa Cruz de la Sierra, 26 settembre 1970 • Ruolo: attaccante • Squadre di appartenenza: 1985-87: Academia Tahuichi; 1987-89: Destroyers; 1990-91: Bolívar; 1991-92: Albacete; 1992: Bolívar; 1993-94: Colo Colo; 1995: América Calí; 1996-97: DC United Washington; 1997-98: Barcelona (Ecuador); 1999: DC United Washington; 2000: Oriente Petrolero; 2001: DC United Washington • In nazionale: 70 presenze e 13 reti (esordio: 22 giugno 1989, Bolivia-Cile, 0-1) • Vittorie: 2 Campionati boliviani (1991, 1992), 1 Campionato cileno (1993), 1 Campionato ecuadoregno (1997), 3 Campionati statunitensi (1996, 1997, 1999)

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Il 2015 è stato l'anno del boom (atteso da tutti) della Major League Soccer. Ne scrive anche il sito Forbes.com, che spiega come il seguito sia sempre più alto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, mentre è in crollo il baseball. Un boom in corso anche all'estero, con crescita degli ascolti TV del 50% nei 140 paesi in cui sono trasmessi i match MLS, dove in Italia Eurosport è riuscita a valorizzare un prodotto troppo spesso maltrattato da Sky in passato. E sul tema sbarca oggi anche Repubblica.it, che si lascia alle spalle certi toni ironici del passato per passare ad un'analisi più oggettiva. Scrive Nicola Sellitti: Un posto al tavolo delle grandi leghe sportive americane. La Major League Soccer ci sta arrivando, la sfida è lanciata ai colossi Mlb, Nba, Nfl e Nhl. Prima David Beckham, ora Kakà, Frank Lampard, Steven Gerrard e Andrea Pirlo, campioni con il pedigree, assegni circolari di interesse finiti in metropoli glamour - tranne l'ex milanista a Orlando - come New York e Los Angeles. Ma il flusso di stelle dall'Europa verso gli Stati Uniti oppure il format nuovo, da 17 a 19 franchigie con Orlando City e i New York FC in attesa della nuova società a Los Angeles dal 2018, non basta a spiegare il boom del soccer. Sempre Forbes: Con 340 partite trasmesse in diretta tv nell'ultima edizione del torneo, vinta dai Portland Timbers, la MLS presenta un forte seguito soprattutto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, che rappresentano i 2/3 degli spettatori complessivi. Dagli Stati Uniti all'estero, nell'ultima stagione è stata registrata una crescita di ascolti del 50% nei Paesi - oltre 140 - in cui la Lega viene trasmessa (in Europa c'è un accordo quadriennale con Eurosport), con enormi margini di crescita negli altri continenti, grazie anche al supporto delle piattaforme digitali su cui la Lega ha puntato il dollaro, tra contenuti video di partite, allenamenti delle squadre piazzati su Facebook e Twitter. Ancora Rep: Si sta concretizzando solo ora l'investimento sul calcio in America avviato più di due decenni fa che portò la Fifa ad assegnare agli Stati Uniti i Mondiali 1994, mentre ha contribuito alla causa il buon torneo della Nazionale allenata da Jurgen Klinsmann a Brasile 2014, fuori agli ottavi di finale ai supplementari con il Belgio ma con tanti orgogliosi spettatori americani, compreso il presidente Barack Obama, incollati alla tv. Oppure gli americani avevano solo bisogno di tempo per assimilare le leggi non scritte di uno sport culturalmente diverso da basket, baseball o football, che leggono la sconfitta nelle analisi statistiche, mentre nel pallone si può subire l'avversario per 90 minuti, con il bus davanti alla linea di porta e poi vincere con un calcio da fermo. Risultato: ora il pubblico lo guarda in tv e negli stadi, di proprietà delle franchigie, sicuri, moderni, tecnologici, a impatto zero sull'ambiente, di medie dimensioni, senza cattedrali vacanti da 80 mila posti a sedere. Il boom spettatori La media spettatori della Mls 2015 cresce del 12,5% rispetto alla passata stagione, con oltre 21 mila a gara, è stata ancora più alta ai playoffs. La Serie A non è troppo lontana, anzi i Seattle Sounders, con oltre 44 mila spettatori in media (con autoriduzione dello stadio), sarebbero al top anche in Italia, Premier League o Bundesliga. Ma ancora più importante è il tasso di riempimento degli stadi, superiore al 90% (in Italia è al 55%). LEGGI: Nuovo record media spettatori per la MLS! Per continuare a spingere la crescita la MLS ha deciso di continuare ad investire. Per questo il Board of Directors ha messo sul piatto altri 37 milioni di dollari per ingaggi e acquisti, che vanno ad aggiungersi al salary cap e alle spese senza limite per i tre designated player consentiti ad ogni squadra, Una crescita che sarà accompagnata anche dagli ingressi di grandi città come Atlanta (2017), Los Angeles con l'LAFC a far concorrenza ai LA Galaxy dal 2018 magari insieme a Miami (che intanto sbarca nella NASL con Nesta in panchina) con David Beckham pronto ad importare Ibra e Cristiano Ronaldo, e poi Minnesota (2018) , che porteranno la MLS a 24 team. Ma è stato annunciato che si salirà sino a quota 28 squadre, con Sacramento, San Antonio, Las Vegas e una fra St. Louis (la culla del soccer americano, da dove proveniva gran parte dei nazionali che batterono l'Inghilterra nel 1950), Detroit e Phoenix, pronte a mettere 100 milioni di dollari sul tavolo per entrare. Grandi città che servono anche a far crescere il mercato televisivo. Oggi l'accordo con Espn, Fox e Univision porta nelle casse della MLS 90 milioni di dollari l'anno (intesa per otto anni), il triplo del precedente contratto con i network, sette milioni in più di quanto Nbc sborsi per trasmettere le partite della Premier League negli Stati Uniti. Siamo ancora distanti(e ci rimarremo) dalle cifre monstre spese per la NFL, che da Cbs, Fox e Nbc che sborsano oltre tre miliardi di dollari l'anno, e anche dalla NBA, per cui  TNT e Espn pagano 2,6 miliardi di dollari annui per dieci anni. Ma il calcio in America non si ferma più.

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