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Frank Borghi, il gremlin americano eroe dei Mondiali 1950
Scritto il 2014-01-22 da Franco Spicciariello su History
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Qualche anno fa vennero a chiedermi che fine avessi fatto e dove fossi finito. Ero sempre stato lì, che novità, nella mia Saint Louis. Avevo aperto un ufficio di pompe funebri, da sempre il ramo di famiglia. Da ragazzino guidavo io il carro per la ditta di mio zio, Paul Calcaterra. Sulla Hill. Eravamo quasi tutti italo-americani in città. I miei figli se ne sono andati a Kansas City, qualcuno aveva cominciato a giocare a calcio come me, poi hanno smesso. Qualche volta il calcio lo guardo in tv. Di tanto in tanto mi fermo a Wilbur Park a fissare i ragazzini che corrono dietro il pallone, li chiamo e gli chiedo "Ehi kids, posso fare il vostro coach?" Loro mi sorridono e continuano a correre, che ne sanno di me, che ne sanno della storia di Frank Borghi.

Mi piaceva molto allenarmi. Era il baseball che amavo. Ma mia madre non voleva, avevo 14 anni quando allontanò uno scout venuto per offrirmi un provino. Che cos’è il baseball, ragazzi, non lo capirete mai. Non avevo i piedi buoni per giocare a calcio, un giorno decisi di provare in porta. Imparai a coprire gli angoli e a tenere gli occhi sulla palla. E’ quello il segreto del baseball. Così imparai a prenderla. Quasi mai la calciavo lontano, temevo che sarebbe salita in cielo e poi cascata giù alle mie spalle. Preferivo allontanarla con le mani, non so come avrei fatto con le regole nuove, sarebbe stato molto rischioso per me. E poi in tv mi piace guardare il calcio femminile. Del resto ogni tanto mi divertivo pure a giocare a softball.

A Saint Louis, sulla montagna, erano arrivati molti italiani da Cuggiono, tanti altri da vicino Milano. Spesso ci trovavamo nella chiesa di Sant’Ambrogio. Un quartiere operaio. Quando scoppiò la crisi economica del ’29, polacchi ebrei e tedeschi lasciarono la città. La Hill si trasformò in un’altra Little Italy. Fu allora che arrivò lui. Dico Joe Causino. Era stato il direttore dell’associazione dei giovani cristiani. Venne e portò lo sport. Non eravamo mai usciti dalle nostre strade. Ci sposavamo fra di noi, gli abruzzesi con le milanesi, i napoletani con le siciliane. Joe ci portò in giro a giocare a calcio contro gli ispanici e gli irlandesi. Vincemmo il campionato del Missouri e poi quello americano, ma in realtà i più bravi di noi nello sport erano Yogi Berra e Joe Garagiola. Uno andò a fare il ricevitore dei New York Yankees, l’altro finì ai Cardinals. Beati loro.

Noi del calcio fummo chiamati dalla nazionale. Eravamo cinque. Tutti dilettanti, e dilettanti erano quelli arrivati dalle altre città. C’era Joe Maca che vendeva carta da parati. Joe Gatjens, originario di Haiti, lavava piatti per pagarsi gli studi di ragioneria alla Columbia University. Harry Keough faceva il postino, Charlie Colombo aveva una macelleria, Walter Bahr insegnava educazione fisica, Gino Pariani era operaio. Ci ritrovammo tutti insieme ai Mondiali del ’50 in Brasile. Ben McLaughlin venne a salutarci alla partenza, disse Ragazzi andate voi, non posso, al lavoro non gli avevano dato le ferie.

Prima di partire, ricordo che perdemmo 5-0 con il Manchester. Gli inglesi dicevano football, noi dicevamo soccer. Il Crusader Clarion mise una nostra foto in pagina e ci chiamò Armata Brancaleone. In effetti. Una volta arrivati in Brasile, perdemmo la prima partita con la Spagna per 3-1. Poi nel girone ci toccò l’Inghilterra che aveva battuto il Cile. Loro avevano inventato il calcio, noi lo giocavamo perché non eravamo né Yogi BerraJoe Garagiola, non eravamo abbastanza buoni per il baseball. Era il primo Mondiale della nazionale inglese. Avevano boicottato le edizioni precedenti, non ritenendo che il mondo fosse alla loro altezza, offesi dalla decisione della Fifa di fargli giocare le qualificazioni. Loro, i Migliori, i Re del calcio, e mi raccomando le maiuscole. Avevano vinto 23 partite su 30 nel dopoguerra, tra cui un 4-0 all’Italia e un 10-0 al Portogallo, a Lisbona.

Inghilterra-Stati Uniti. Giocammo a Belo Horizonte, Estadio Independencia, il campo faceva schifo, noi eravamo abituati. Gli inglesi lasciarono a riposo un po’ di giocatori, compreso il più grande di tutti al mondo, Stanley Matthews. Intendevano risparmiarlo per il turno successivo. Matthews era arrivato in Brasile in ritardo, reduce da una turnée in Canada. Quel giorno, il 29 giugno del ’50, rimase a guardare. Bill Jeffrey, il nostro coach, prima della partita disse ai giornalisti che eravamo vitelli pronti per il macello. Il Daily Express scrisse che sarebbe stato giusto darci tre gol di vantaggio e poi cominciare a giocare. Gli inglesi avevano la maglia blu, vinsero il sorteggio e preferirono battere la palla al centro, io scelsi la porta in favore di vento, e lì mi sistemai. Nei primi 12 minuti l’Inghilterra colpì due pali, una traversa e tirò sei volte in porta. Ma in porta c’ero io. Dopo 37 minuti scoprimmo che c’era pure un’altra metà del campo. Il professore Walter ricevette un lancio da 25 metri e calciò, Joe [Gaetjens] il lavapiatti si lanciò in tuffo sulla palla, poteva essere a quattordici-quindici metri dalla porta, la sfiorò di un niente, quel tanto per spiazzare il loro portiere. Dio mio, avreste dovuto vedere la loro faccia. Furiosi. E come delle furie attaccarono. Per tutto il secondo tempo. Loro dicevano football, noi dicevamo soccer. Parai tutto. Compreso un colpo di testa di Jimmy Mullen sulla linea di porta, anche se gli inglesi protestarono, convinti che la palla fosse entrata. Tom Finney, alla fine, disse alla stampa che in porta per gli Stati Uniti aveva giocato un gremlin.

Il nostro team manager Chubby Lions si portò via il pallone. Il pubblico invase il campo, la gente del Brasile mi portò in trionfo. C’era un solo giornalista americano a quei Mondiali, si chiamava Dent McSkimming, scriveva per il St. Louis Post-Dispatch. Si disse che si era pagato il viaggio di tasca sua. La sua è la sola cronaca che negli Usa esiste di quella partita, una delle sorprese più grandi nella storia della Coppa del mondo. The Miracle Match. I quotidiani inglesi all’epoca avevano una sola pagina di sport, quel giorno la usarono per raccontare la sconfitta della nazionale di cricket contro le Indie occidentali. Quando nelle redazioni arrivò il dispaccio con la notizia del risultato sulle telescriventi, i capiredattori pensarono a un errore, 0-1 non era possibile, Sarà saltata una cifra pensarono, di certo è finita 10-1. E scrollarono le spalle.

Passo davanti ai ragazzini che oggi giocano a Wilbur Park e mi chiedo se sanno tutto questo. Se sanno che il mio amico Joe, quattordici anni dopo il miracolo, venne arrestato ad Haiti dai Tonton Macoutes, la polizia di Duvalier, e da loro ucciso. Mi domando se qualcuno di loro ha mai visto il film sulla nostra storia, The Game of Their Lives. Per la mia parte hanno scelto Gerard Butler. Peccato che gli sceneggiatori abbiano commesso un errore. Si sono inventati che il capitano era Walter Bahr. Invece quel giorno era Ed McIlvenny, demmo la fascia a lui in via del tutto straordinaria perché era scozzese e ci teneva. La povera vedova, quando ha visto il film, s’è molto dispiaciuta. Del resto, da Hollywood, che cosa ti puoi aspettare?

(Come per l’intera serie, le parole liberamente attribuite a Frank Borghi sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti)

Fonte: Repubblica.it - Il Puliciclone è anche su Twitter e su Facebook

Con la morte del portiere inglese Bert Williams, di quella storica partita sono ancora in vita solo gli inglesi Tom Finney e Roy Bentley e gli americani Walter Bahr e Frank Borghi, essendo purtroppo Harry Keough e John Souza scomparsi a distanza di un mese nel 2012.

Non è stato un grande anno per la Nazionale a stelle e strisce, proprio no. Nonostante alcuni grandi momenti, tutti gli obiettivi sono stati mancati, lasciando molti interrogativi sul lavoro del CT Jurgen Klinsmann. E dopo un 2014 decisamente positivo, l'anno che si sta chiudendo appare invece un deciso passo indietro. Il quadro preciso lo ha dato Grant Wahl  di Sports Illustrated: "C'è molto di cui essere preoccupati riguardo l'intero programma della Nazionale USA. In termini di match ufficiali il 2015 è stato un anno terribile. Gli USA hanno chiuso al quarto posto la Gold Cup e hanno perso il playoff di qualificazione alla Confederations Cup contro il Messico- Inoltre, la squadra è stata messa sotto da praticamente ogni squadra decente affrontata. Il trend preso non è per niente bello" La parte bella. Il migliori momenti della stagione sono stati segnato da alcune amichevoli fatte di risultati sorprendenti e protagonisti ancor di più. Basti pensare ai gol vittoria segnati entrambi nel finale dal carneade Bobby Wood (gioca in 2.Bundesliga con l'Union Berlin) contro Olanda e Germania lo scorso giugno, o il gol d'apertura del giovane Jordan Morris - che ancora gioca al college, con la Stanford University - contro il Messico a San Antonio, nel suo primo match dall'inizio con la maglia della Nazionale. Un altra buona notizia per la Nazionale è l'impegno preso dal promettente regista dell'Arsenal (attualmente in prestito ai Rangers Glasgow) di giocare con gli USA, scelti rispetto a Germania ed Etiopia. E qualcosa ci si può aspettare anche da Darlington Nagbe, liberiano naturalizzato americano dei Portland Timbers vincitori della MLS Cup, centrocampista offensivo capace di colpi notevoli, che ha già impressionato nel suo primo ritiro. Bene, ma era il minimo, anche i quattro punti ottenuti nei primi due match di qualificazione mondiale, anche se ci si aspetterebbe un percorso netto quando gli avversari si chiamano Guatemala, Saint Vincent e Grenadine, e Trinidad & Tobago. L'anno comunque si chiude con 10 vittorie, 6 sconfitte e 4 pari, anche se i numeri dicono poco. La parte brutta. Il vero obiettivo dell'annno era uno: vincere la CONCACAF Gold Cup per assicurarsi un posto nella Confederations Cup 2017 di preparazione ai Mondiali di Russia del 2018. Ma saltato l'obiettivo a causa di un'orrenda prestazione contro la Giamaica, a quel punto il nuovo obiettivo è diventato battere il Messico nel playoff. Ma al Rose Bowl di Pasadena la partita l'ha fatta il Messico, e l'ha anche vinta meritatamente, seppur ai supplementari. Inevitabili a quel punto le critiche per Klinsmann, difeso dal presidente della US Soccer Federation Sunil Gulati in una situazione nella quale la grande maggioranza dei CT sarebbe stata licenziata in tronco, viste anche le scelte molto discutibili in termini di convocazioni da parte dell'ex attaccante dell'Inter. Da un certo punto di vista la posizione di Gulati è sensata, visto che JK è stato preso con un ottica di lungo periodo, ma certo per lui è arrivato il tempo dei risultati. L'avvio delle qualificazioni ai Monidali 2018 era l'occasione per ripartire, ma i problemi non potevano certo sparire in un secondo, come si è visto quando Saint Vincent e Grenadine è andata in gol dopo soli 5 minuti dall'inizio del match contro gli Stati Uniti in quel di St. Louis. Poi gli USA hanno preso il controllo e vinto, ma i segnali d'allarme rimangono, come anche la pressione su Klinsmann. Anche perché è proprio il trend che preoccupa. Negli ultimi 15 anni raramente gli USA hanno lasciato punti contro squadre CONCACAF (escluso il messico, ovviamente) snei match su suolo americano. Ma nel 2015, dopo due vittorie, ne è seguita una sola in sei partite casalinghe contro team CONCACAF. E l'unica vittoria è stata un 6-0 su Cuba. A parte quella: due pareggi con Panama (inclusa la finale per il terzo posto della Gold Cup, poi persa ai rigori), la semifinale persa con la Giamaica, il playoff perso col Messico e pure un pari in amichevole col Costarica! Un anno che si chiude quindi con gli USA maramaldeggianti con le grandi ma poi dimentichi di curarsi del giardino di casa propria, col risultato di perdere il posto in Confederations Cup, accumulando anche tanti punti interrogativi. Ancora Michael Bradley. Quasi inevitabile la vittoria del premio "US Soccer Player of the Year" per Michael Bradley, vero fulcro del progetto di Klinsmann. Leader in campo e fuori, tatticamente bravissimo, difficilmente sbaglia una partita, e quest'anno è riuscito nell'impresa "leggendaria" di portare il Toronto FC ai playoff per la prima volta. Forse non la sua miglior stagione, ma nel grigio panorama USA 2015 il suo standard lo eleva sul piano più alto del podio. Ciò nonostante Clint Dempsey abbia messo a segno 9 gol (7 in Gold Cup), ma la stagione di quest'ultimo è stata segnata dal brutto incidente con l'arbitro in US Open Cup. Inoltre i grandi giocatori si vedono nei momenti importanti, e lui nella semifinale con la Giamaica e nel playoff col Messico è mancato totalmente. L'altro candidato era Fabian Johnson, che ha avuto un'ottima stagione col Borussia Monchengladbach, andando anche in gol in Champions League, ma messo da parte da Klinsmann dopo aver chiesto di essere sostituito nel match col Messico ai supplementari senza nemmeno essere infortunato. Che sarà nel 2016? Il momento più importante dell'anno a venire sarà sicuramente la Copa America Centenario, che si giocherà proprio negli USA, che avranno l'occasione di misurarsi con alcune delle migliori Nazionali al mondo. Gli stadi americani potranno quindi ammirare le gesta dei vari Leo Messi, Neymar, Luis Suarez e Jaime Rodriguez, e gli Stati Uniti non possono permettersi brutte figure dopo quanto accaduto tra Gold Cup e mancata Confederations, tanto più che affronteranno il sorteggio da teste di serie insieme a Argentina, Brasile e Messico, trovando quindi un girone gestibile. Il 2016 prenderà il via il 4 gennaio col classico ritiro invernale, che prevede anche due amichevoli: il 31 gennaio contro l'Islanda e il 4 febbraio contro il Canada. A marzo poi ci sarà il doppio match di qualificazione mondiale contro il Guatemala. Ancora un paio di match a settembre e poi via all'Hexagonal finale di qualificazione a novembre. Nel mezzo sicuramente Klinsmann vorrà organizzare qualche amichevole di alto profilo, anche se dovrà utilizzare date non previste dalla FIFA, con inevitabili restrizioni nella scelta dei giocatori. E questo sarà anche l'anno in cui probabilmente si vedranno molti cambiamenti, con l'ingresso di tanti giovani. Non per niente Klinsmann ha decisio che il ritiro di gennaio vedrà insieme i "grandi" e gli under 23, che dovranno prepararsi per il doppio playoff di marzo contro la Colombia di qualificazione alle Olimpiadi di Rio 2016. E' quindi probabile che qualche veterano inizi a rimanere a casa, specie dopo la Copa America. Un nome per tutti: Clint Dempsey. L'attaccante dei Seattle Sounders è a soli 9 gol dal record di segnature in nazionale di Landon Donovan, ma senza la Confederations Cup nel 2017, e con 35 anni sulle spalle nel 2018, è assai probabile che Klinsmann decida di guardare oltre. E l'esclusione nel primo match di qualificazione mondiale è stato un chiaro segnale al riguardo.

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La Nasl, lega nata nel 2009 da una scissione della USL, capitanata allora dal commissioner Francisco Marcos sta attraversando un periodo più che mai incerto, sia per via della USL, che spalleggiata dalla MLS è arrivata a contenere ben 24 squadre tra nuove franchigie e squadre B della prima divisione su modello tedesco, che dalla MLS stessa che cerca di minare le basi della Nasl cercando di inglobare le due franchigie o di aprire nuovi team spalleggiati da tycoon dei media o impresari di altre franchigie delle leghe pro sport americane più radicate quali NFL ed NBA in testa. Così nel 2017 il patron degli Atlanta Falcons, Arthur Blank, inaugurerà sia un nuovo stadio per la sua franchigia di football utilizzabile anche per il soccer, sport per il quale saranno disponibili 23.000 posti ma in caso che la comunità locale, invero mai interessata al soccer, dovesse innamorarsi della nuova franchigia pro soccer che debutterà nello stesso anno di inaugurazione della nuova casa dei Falcons come è successo in quel di Seattle, allora altri anelli verrebbero aperti e resi disponibili per i nuovi amanti dello sport mondiale e non più straniero. Certamente Atlanta ha una tradizione alle spalle, qui nacquero gli Atlanta Chiefs, capitanati allenati e poi gestiti dal compianto Phil Woosnam, commissioner della NASL originale che proprio nei sotterranei del Fulton County Stadium teneva i primi congressi della lega negli anni più difficili. A livello di pubblico però sia i Chiefs della lega calcistica più famosa d’America che gli Atlanta Silverbacks, militanti prima nella USL ed approdati poi nella nuova Nasl dopo uno stop di due anni, non hanno mai brillato per pubblico al seguito, ma si era già detto anni addietro, l’arrivo della MLS e dei grandi sponsor potrebbe cambiare le cose come si è già visto in passato. Grazie alle conoscenze nel mondo dell’economia e delle corporazioni del fondatore Alan Rothenberg e in un passato più recente dell’attuale commissioner Don Garber, la MLS ha saputo creare franchigie di successo sia a livello di palmares che di pubblico laddove non c’era un seguito né una tradizione calcistica, Columbus e Salt Lake City in testa, ma tralasciando alcune città quali Montreal, Seattle e Portland, dove anche a livelli di divisioni minori le squadre locali registravano discreti exploit di pubblico, una delle storie più di successo create dalla MLS è stata quella del Toronto FC, squadra che dall’anno della sua fondazione non ha mai raggiunto i play-off ma che è mediamente seguita da ben ventunomila tifosi che affollano il BMO Field. Ciò laddove il Toronto Lynx della USL, squadra dove ha esordito la vedette della nazionale canadese Dwayne De Rosario, riusciva a portare nel proprio stadio appena duemila spettatori, questo perché la presenza di una lega di prima divisione con copertura televisiva e grandi sponsor solleva l’interesse della comunità sportiva locale e fa si che tutto ciò inneschi un circolo virtuoso che porta all’aumento di interesse per il soccer, maggiore copertura, spondor, redditività, merchandising venduto, e conseguente innalzamento del livello di gioco espresso in campo anche (ma non solo) attraverso l’acquisto sia di stelle straniere alcune al termine della carriera altre con ancora molto da dire, che del richiamo in patria di molti giocatori della nazionale maggiore e under 20 che sempre più si fanno rispettare in Europa. In tutta questa situazione la Nasl del commissioner Bill Peterson rischia di rimanere schiacciata, perché sicuramente con l’arrivo dei big boys nella capitale della Georgia i Silverbacks dovranno chiudere o rilocarsi, ma ancor più male fa la recente notizia che dal 2018 una delle franchigie più di successo della lega, vale a dire i Minnesota United, già Minnesota Stars, abbandoneranno la Nasl per approdare in MLS. Il commento rilasciato dal commissioner Bill Peterson trasuda amarezza da tutti i pori quasi a voler dire che i Minnesota United si sono venduti la primogenitura per un piatto di lenticchie, affermando che negli Usa il passaggio da una lega all’altra non è determinato dalla competitività ma dall’ammontare di soldi che la MLS avrebbe offerto al patron Bill McGuire per passare da una lega all’altra. L’amarezza del front office della Nasl è comprensibile visto che il Minnesota United è uno dei fiori all’occhiello della lega e quando la società versava in brutte acque fu la Nasl stessa a gestirla per evitarne il fallimento il che sarebbe stato una brutta macchia per la giovane lega visto che gli allora Minnesota NSC Stars erano nati sulle ceneri degli storici Minnesota Thunder, che durante la scissione avvenuta nel 2009 avevano optato di entrare nella nuova Nasl ma erano falliti prima di poterne far parte. Ma analizzando la situazione si comprende che al di là delle parole di Peterson la realtà è diversa. Certamente a livello competitivo alcune squadre della Nasl possono competere con la MLS, New York Cosmos in testa ma anche gli stessi Minnesota United, San Antonio Scoprions e Fort Lauderdale Strikers, ma le altre franchigie difficilmente lascerebbero gli ultimi posti della propria conference semmai approdassero in MLS con le rose attuali. In più la scelta di McGuire era obbligata, in quanto la MLS era seriamente intenzionata ad approdare a Minneapolis, e se il Minnesota United avesse detto di no il loro destino sarebbe stato segnato in quanto era già presente una cordata capitanata dalla franchigia di football dei Minnesota Vikings pronta ad impiantare una squadra MLS, così come è accaduto ad Atlanta e come potrebbe forse accadere un giorno non lontano a San Antonio, dove già gli Spurs si erano detti anni fa interessati a creare una franchigia pro soccer partendo forse dalla USL Pro per arrivare successivamente in MLS, e tutt’ora Don Garber ha rivelato che nei prossimi anni la MLS potrebbe espandersi fino a comprendere ben 3o squadre, sul modello della NBA. Con l’arrivo di Atlanta ed il L.A.F.C., nuova squadra di Los Angeles che prenderà il posto dei derelitti Chivas Usa, senza scordare Minnesota il posto disponibile per la ventiquattresima franchigia è in bilico tra Miami, dove David Beckham sta cercando tra serie difficoltà di portare la MLS da dove manca dal 2001, Sacramento, dove la neonata squadra militante in USL  recante il nome di Sacramento Republic ha registrato un notevole successo sia sul campo, dove si è aggiudicata la finale USL Pro battendo i favoriti Orlando City, che in termini di pubblico superando in alcune occasioni le ventimila persone. In questa situazione la Nasl se vuole sopravvivere deve giocare d’astuzia e riuscire ad espandersi in fretta a Est ma non solo se vuole evitare di finire travolta dalla diarchia MLS-USL. Una notizia buona per la lega è il contratto firmato con la rete ESPN3 che darà così visibilità a buona parte delle squadre Nasl molte delle quali senza un contratto televisivo o legate ad emittenti locali che trasmettono solo le partite in casa. L’assenza di un contratto televisivo nazionale fu una della cause della fine della vecchia NASL , mentre la lega omonima in questo modo si assicura la visibilità sul territorio nazionale e non solo. In più è arrivata la notizia che finalmente la expansion franchise di Oklahoma City ha finalmente trovato uno stadio in cui giocare, ovvero il Miller Stadium, sito nella contea di Yukon e con una capienza di 6500 posti, il che da più credibilità alla nuova squadra in procinto di nascere, anche se sia Oklahoma City che i Virginia Cavalry che avrebbero dovuto debuttare già nella stagione 2015 non stanno scaldando gli animi delle comunità locali e sono state accolte con sostanziale indifferenza, forse perché i Cavalry sono comunque troppo vicini alla franchigia MLS di Washington. Ad Oklahoma City la USL ha già impiantato gli Oklahoma City Energy i quali stanno riscontrando un buon successo locale e sarà dura per i nuovi arrivati fare proseliti. Come diceva il presidente cinese Mao Zedong, dalle difficoltà nascono le opportunità e forse il futuro della Nasl potrebbe essere più roseo di quanto non si possa pensare se Bill Peterson studierà le dovute contromosse e verrà un po’ aiutato dalla dea bendata. Sebbene passati alla MLS i Minnesota United militeranno nella Nasl per altre tre stagioni, durante le quali la squadra sarà sempre presente nei media attendendo la loro ascesa nel calcio che conta, dando esposizione indiretta anche alla Nasl la quale potrà vendere bene la storia della franchigia di successo costruita dal niente e diventata una tipica favola americana, in più i posti in MLS non sono infiniti per cui chi vorrà investire nel soccer e non vorrà investire in quella che ora è la brutta copia della MLS ma preferirà un modello più dinamico e competitivo più vicino alla mentalità americana dovrà per forza investire nella Nasl, la quale tra le altre cose ha visto il suo livello di gioco crescere a livelli esponenziali e grazie anche ad alcune mosse di mercato e non solo continua a far parlare di se. Sicuramente l’acquisto dello spagnolo Raul da parte dei Cosmos (i quali sarebbero ancora sulle tracce dell’italiano Di Natale) ha fatto si che i media nazionali ed esteri parlassero della nuova Nasl, ma un altro avvenimento ugualmente importante anche se non si tratta dell’acquisto dell’ennesimo fuoriclasse in cerca degli ultimi ingaggi è l’acquisizione di una quota di minoranza dei Fort Lauderdale Strikers del brasiliano già di Barcellona, Inter e Real Madrid Luis Nazario Da Lima conosciuto dai più come Ronaldo. La sua presenza nell’organigramma della squadra ha sicuramente dato una mano non indifferente alla credibilità della lega, e a parte la boutade di un suo possibile ritorno al calcio giocato se gli Strikers arrivassero alle semifinali, il suo arrivo in Florida ha fatto si che tre giocatori brasilani di esperienza internazionale indosseranno quest’anno la casacca a righe giallorosse, ovvero il centrocampista Leo Moura, con esperienza e passata militanza nei più prestigiosi club brasiliani quali Vasco De Gama, Botafogo, Sao Paulo, Palmeiras, Fluminense ed anche un anno trascorso in Olanda vestendo la casacca gialloverde dell’ADO Den Haag, Marlon Freitas, anche lui centrocampista in prestito dal Fluminense e l’attaccante Stefano Pinho, lo scorso anno in Finlandia tra le fila del MYPA. Anche se non si tratta di fuoriclasse di levatura internazionale sicuramente aiuteranno gli Strikers a vincere sul campo e la lega a crescere ulteriormente a livello di gioco. In più nello stato della Florida oltre le storiche presenze di Fort Lauderdale Strikers e dei loro rivali Tampa Bay Rowdies si sono uniti gli esordienti Jacksonville Armada, i quali sembrano aver fatto breccia nel cuore degli sportivi della città, per cui i neopromossi (anche se non si tratta di una promozione ottenuta sul campo visto il differente sistema sportivo americano rispetto al resto del mondo) Orlando City dovranno contendersi i tifosi con ben tre franchigie Nasl due delle quali radicate nelle comunità locali, e se Beckham non dovesse riuscire ad aprire il suo club MLS la battaglia della Florida volgerebbe a favore della Nasl, con uno smacco non indifferente per la lega di Don Garber. Spostando lo scontro a New York, i Cosmos continuano a far parlare di se e non solo per Raul, ma per il ritorno alla politica internazionale delle origini, la quale ha fatto si che la squadra di Savarese disputasse amichevoli internazionali in Cina ed America latina, e la notizia che il 2 Giugno disputeranno un’amichevole contro la nazionale cubana in quello che è stato uno degli stati canaglia più odiati dagli Usa fin dal 1960, anno della rivoluzione castrista, li ha sicuramente (ri)consegnati ad una dimensione storica che trascende lo sport, dando ancora una volta grande visibilità alla Nasl che specie a New York è schiacciata tra due fuochi, i New York Red Bulls ed i neonati New York City F.C., franchigia satellite degli inglesi del Manchester City che al loro esordio casalingo allo Yankee Stadium hanno totalizzato ben quarantatremila spettatori. La sopravvivenza dei Cosmos e della Nasl nella grande mela dipenderà molto dalla costruzione dello stadio nella contea di Belmont che aspetta l’approvazione da ben due anni. Erik Stover, direttore generale dei Cosmos si è pubblicamente lamentato dei tempi di attesa eccessivamente lunghi, parere condiviso anche dalla società concorrente che vorrebbe costruire nello stesso lotto edilizia residenziale e casinò. Questo lasso di tempo eccessivo ha fatto si che anche più politici di schieramenti diversi  prendessero in esame la questione, per cui sicuramente i tempi di attesa si accorceranno considerevolmente, e se i Cosmos riusciranno a costruire il proprio stadio si saranno assicurati la sopravvivenza e quella della lega in cui militano con un’altra spina nel fianco di Don Garber. In ogni caso la Nasl sa che se vuole crescere deve farlo in tempi brevi, l’ora delle decisioni irrevocabili è vicina e Bill Peterson parla già di una possibile nuova espansione in Canada, con possibili scelte Hamilton e Calgary. La città di Calgary ospitò nel 1982 i Calgary Boomers, che sebbene durarono un solo anno totalizzarono una presenza media di diecimila spettatori, non male per una lega in profonda crisi ed una squadra non eccezionale, per cui se la lega capitanata da Peterson riuscisse a creare una terza squadra canadese oltre le già esistenti Edmonton ed Ottawa creerebbe un altro contraltare alla MLS che nel paese della foglia d’acero ha Montreal, Toronto e Vancouver. A mio parere personale però la lega dovrebbe, visto che si parla da tempo di una nuova espansione ad est in quel di Los Angeles probabilmente revitalizzando gli Aztecs, coinvolgere David Beckham in caso non avesse successo a Miami approfittando della sua popolarità maturata in sei anni di militanza nei Galaxy schiaffeggiando così la MLS, coinvolgere Las Vegas in una possibile nuova expansion franchise visto il rifiuto degli alti papaveri della MLS, spostare le franchigie di Oklahoma e Virginia – a meno che inaspettatamente si rivelassero squadre di grande successo a livello di pubblico  - a Des Moines e Detroit, magari creando una nuova incarnazione dei Detroit Express. In Iowa la franchigia dei  Des Moines Menace milita in PDL e riesce a portare allo stadio mediamente dalle tremila alle quattromila persone  pertanto la nascita di una franchigia pro soccer con la giusta visibilità e sponsorizzazioni creerebbero lo stesso effetto della nascita del Real Salt Lake nello Utah, uno stato sostanzialmente senza una tradizione calcistica di livello. A Detroit il soccer professionista manca da troppi anni, ed una rivitalizzazione degli Express in chiave un po’ vintage anche a ricordare gli anni d’oro della città, ora in profonda crisi economica e sociale, potrebbe avvicinare al neonato sodalizio Nasl una considerevole moltitudine di appassionati che si stringerebbero attorno ai loro beniamini togliendo alla MLS una città dove hanno dichiarato più volte di potersi espandere. Con il 2017 anche i Silverbacks dovranno rilocarsi e il posto migliore dove andare sarebbe a mio avviso la california, Oakland o Anaheim, dove già la NASL originale creò gli Oakland Clippers e Oakland Stompers e i California Surf o perché no San Diego ricreando i mitici Sockers con una partnership con l’attuale squadra indoor omonima, La MLS è già presente con Los Angeles Galaxy e San Jose Earthquakes e dal 2017 arriverà anche l’L.A.F.C., ma l’amore dei californiani di nuova generazione per il soccer, unito ad una sempre più numerosa presenza di latinos ed una sapiente campagna di marketing e pubbliche relazioni farebbe si che ci sarebbe posto anche per la Nasl, chi vivrà vedrà.

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Dopo aver assistito in prima persona al successo dello sbarco dell'Orlando City in Major League Soccer, l'MLS Commissioner Don Garber ha confermato pubbliciamente che il nome del prossimo expansion team sarà reso noto di qui a “45-60 giorni”. La MLS vede attuamente 20 squadre per il 2015, con LA ed Atlanta pronte ad entrare nel 2017. Ci sarebbe poi Miami, la franchigia di David Beckham, già annunciata un anno fa ma al momento in grossa difficoltà a causa della mancanza di uno stadio. Al momento comunque la MLS cerca la franchigia numero 24, che entrerà nel campionato entro il 2020. LEGGI: MLS Expansion: Minneapolis, Miami e Sacramento per due posti Al Citrus Bowl di Orlando erano presenti i rappresentanti di entrambi i gruppi di Minneapolis e poi Sacramento, St. Louis e San Antonio. Ecco le parole di Garber: “Nei prossimi 45/60 giorni, senza alcun dubbio, annunceremo l'espansione. C'è così tanto interesse nell'expansion che dobbiamo stare attenti. Dobiamo pensare ad un piano che ci consenta di catturare quest'enorme interesse che siamo riusciti ad attrarre”. Dato che ormai Las Vegas è fuori dalla corsa per il 2020, ma non è del tutto fuori obiettivo, non è da escludere che la MLS possa allargare i propri obiettivi, e si parla già di una possibile quota 28 squadre entro il 2022, considerato il sempre maggior numero di città e di investitori pronti a mettere i soldi necessari ($100 milioni) per l'expansion fee e per costruire uno stadio. LEGGI: Expansion MLS, i Minnesota Vikings insistono Con Sacramento, Minneapolis e San Antonio che già vedono dei team di successo nelle divisioni inferiori USL e NASL, è facile vedere già delle nuove franchigie pronte alla MLS. A queste potrebbero far seguito Indianapolis, che fa grandi numeri nella NASL e sta per avere un proprio stadio, e magari St. Louis, la culla del soccer USA, a completare la presenza della lega nel Midwest. In tutto questo entusiasmo da expansion chi preoccupa è però è Miami, che nonostante la spinta della lega e di David Beckham, al momento non sembra avere un futuro certo. Dopo i due no ricevuti su due aree per lo stadio, la prossima deve essere la volta buona. “La prossima scelta deve andare in fondo", ha dichiarato una fonte vicina a Becks al Guardian. “Non ci sarà una quarta opzione. Non ci sarà un'altra possibilità. Lo stadio della Florida International University potrà essere considerato solo in via temporanea”. Il problema è che senza stadio, a Miami non ci sarà alcuna franchigia MLS, che non intende replicare il fallimento che costrinse alla chiusra del Miami Fusion nel 2002.  

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Serie A: Calendario e Classifica del Campionato 2015-2016

 


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