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Roma e USA, Bradley: La pressione è tutto
Scritto il 2012-12-26 da Jack Bell su Yanks Abroad
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Prima di compiere 20 anni Michael Bradley ha realizzato il suo sogno firmando un contratto con l'Heerenveen, in Olanda. Da allora Bradley, oggi 25enne, ha giocato in Germania (Borussia Mönchengladbach), in In ghilterra (in prestito all'Aston Villa) e in Italia (prima al Chievo Verona e ora con la AS Roma).

La sua passione per il gioco e la sua preferenza per una formazione nel calcio lo hanno portato dalla high school dritto in Major League Soccer, quando a 16 anni è stato chiamato al draft dai MetroStars, nel 2004. Suo padre Bob all'epoca coach del club rossonero (diventato nel 2006 New York Red Bulls) è stato poi lo stesso a dargli la prima maglia della Nazionale nel 2006 da CT USA. Un percorso simile a quello di molti giocatori europei. Da allora Bradley è maturato in un giocatore dalla grande intensità e in una colonna della Nazionale USA.

Sabato scorso Bradley è sceso in campo per 90' nel match vito dalla AS Roma per 4-2 sull'AC Milan, che ha permesso ai giallorossi di chiudere la prima parte della stagione al sesto posto. Dal 27 dicembre Bradley e la Roma si trasferiranno all'ESPN Wide World of Sports Complex del Walt Disney World di Orlando, Fla, per una settimana di allenamento. A febbraio invece, Bradley e isuoi connazionali si avvieranno sulla strada delle qualificazioni per i Mondiali brasiliani 2014. Bradley ha parlato con Jack Bell del The New York Times della sua esperienza in Italia.

Cos'è cambiato nella tua seconda stagione in Italia?
“E' completamente diverso. Il primo anno con il Chievo è stata una grande esperienza, mi ha aiutato a crescere come giocatore e come persona. Quando sono arrivato a Roma, non ci è voluto molto tempo per capire che è un altro mondo. Mi sto godendo ogni secondo. Ti fai un’idea di quanto grande sia il club, quanto siano speciali i tifosi e di come la gente ami la squadra. Per me, è un grande onore essere qui. Sul campo sto migliorando ogni settimana, e abbiamo i giocatori per continuare il a migliorare”.

Cosa hai dovuto maggiormente modificare?
“Ho fatto un’intervista l'altro giorno e ho detto che quando si arriva a giocare per un grande club si impara ciò che si può solo imparare in un grande club. La realtà è che, fino a quando non giochi in una squadra come questa, non c'è modo di provare queste cose. L’idea di calpestare ogni settimana il campo con la pressione di dover vincere, indipendentemente dalla squadra che stai affrontando o dal fatto che si giochi in casa o in trasferta. La pressione c’è sempre. C’è una competizione vera per giocare, con due o tre giocatori per ogni ruolo. Ti puoi allenare al meglio ogni giorno ma anche così le decisioni possono andare contro di te. Devi essere pronto ogni volta ci sia bisogno di te, magari nell’ultima mezz’ora di gara oppure come titolare nella partita successiva. Devi farei conti con il fatto che una squadra ha tanti giocatori, non si può spiegare. Per capire devi vivere qui e vivere la quotidianità”.

Molti americani sono andati in Europa e hanno fallito. Tu hai iniziato in un club piccolo, l’Heerenveen, in una piccola divisione olandese…
“Ho iniziato nei MetroStars a New York e, come altri giocatori americani, ho sempre saputo che per fare un’ottima carriera mi sarei dovuto trasferire in Europa. Per metterti alla prova, devi venire in Europa. La prima opportunità fu in Olanda. Non c'erano 20 squadre tra cui scegliere per un ragazzo di 17-18 anni, che aveva giocato un anno o due in MLS. Ho avuto così la possibilità di stabilirmi in Europa ed è stato il primo grande passo. Da lì provi a valutare ogni mossa da fare, di volta in volta. Non ho mai voluto fare il passo più lungo della gamba. Migliorando e crescendo l’obiettivo è di giocare al più alto livello possibile nel miglior club nel mondo, giocare la Champions e la Coppa del Mondo. Bisogna cercare di migliorarsi ogni giorno”.

In alcune recenti gare con la Nazionale americana, molti commentatori hanno notato i tuoi miglioramenti sotto il profilo tattico, dovuti alla tua esperienza italiana, dove proprio l’aspetto tattico viene enfatizzato…
“Per essere onesti, quando mi si parla dei miei miglioramenti tattici la vedo in due modi differenti. È un complimento e significa che la gente nota quanto io stia crescendo. All’inizio penso di aver portato qualcosa alla mia Nazionale. Sicuramente, in Italia viene enfatizzata molto la parte tattica: gli allenatori, i giocatori, i tifosi, tutti vogliono essere preparati. Per loro è un modo per avere le migliori possibilità di vittoria. Non vuoi arrivare ad una partita e vedere la squadra impreparata. Per ora, ho giocato in due team differenti in Italia, ogni club ha un modo diverso di fare le cose e la tattica gioca un ruolo importante. Per alcuni osservatori, che ne parlano di continuo, è un’ossessione ma sicuramente è una parte del gioco. Quando guardi i migliori club italiani, la Nazionale o i migliori club giocare c’è però molto di più. Gran parte del gioco è fatto di abilità, tecnica e capacità fisica che si accordano con la tattica. Le migliori squadre italiane hanno poi la mentalità. Per me è un peccato che alcuni vogliano parlare di quanto le squadre italiane siano troppo tattiche: non si ha così un quadro generale”.

Quando tuo padre è diventato il tecnico degli Stati Uniti è stato difficile affrontare questa situazione?
“Una delle prime cose che si impara nel calcio professionistico è quella di essere forti mentalmente. Quando le cose vanno male devi credere in te stesso. Certamente la gente parlava del fatto che mio padre fosse il coach ma la verità è che ogni giocatore deve abituarsi a questo genere di cose: è il modo in cui gira il mondo. La gente fa presto a dire che non sei bravo quando giochi male. Al contrario, quando giochi bene, la gente fa altrettanto preso a definirti il migliore al mondo. Bisogna avere un carattere forte per non curarsi di queste cose. Io lavoro duramente e do il massimo. Quando mio padre allenava la Nazionale o quando poi è andato via per me, a livello di mentalità, non è cambiato nulla. Ho sempre voluto aiutare la Nazionale a vincere e questo non cambierà mai”.

Stai pensando alle qualificazioni mondiali?

Il 2013 sarà molto importante. E' normale che l'anno successivo ai Mondiali ci sia un rallentamento, con spazio alle amichevoli e alla costruzione della squadra per i quattro anni successivi. E' quello che abbiamo cercato di fare nella seconda parte del 2013 durante il primo step delle qualificazioni. Ovviamente questo ci ha portato a lasciare qualche punto, ma sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto e di come ci siamo qualificati tranquillamente.

Adesso arriva l'Hexagonal, e i ragazzi sanno quanto sarà difficile. Ci aspettano dieci partite, e quelle in trasferta saranno molto dure, ci aspettano. Le nazionali che partecipano all'Hexagonal [USA, Messico, Giamaica, Honduras, Costarica e Panama] sono senza dubbio le sei più forti della Concacaf al momento. C'è poco spazio per gli errori e dovremo far punti anche nei giorni in cui non giocheremo al meglio. Dobbiamo vincere e qulificarci per i Mondiali. E' una grande sfida, ma questa è la parte più eccitante. La squadra la vedo bene, sta crescendo e migliorando continuamente.

Hai mai rimpianti quando ripensi alla tua carriera fino ad oggi?
“ No, sono orgoglioso di chi sono ma non sono il tipo che guarda spesso dietro di sé. Ci sarà molto tempo per farlo quando la mia carriera sarà conclusa. Nel frattempo, sono più determinato che mai”.

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Per Jurgen Klinsmann la Gold Cup 2015 era la priorità, ma gli USA sono andati malissimo La Gold Cup 2015 verrà ricordata come un vero e proprio fallimento per la Nazionale USA. Reduci da un Mondiale da cui è stata eliminata solo ai supplementari dal Belgio, gli Stati Uniti hanno invece messo in campo nel torneo continentale una serie di prove nettamente al di sotto delle possibilità del gruppo di giocatori a disposizione del CT tedesco. LEGGI: Gold Cup, USA eliminati dalla Giamaica Le recenti vittorie su Germania, Olanda e Messico avevano lasciato sperare in una crescita post Mondiale, dimostrandosi invece di aver unicamente nascosto una serie di problemi che gli USA si sono portati dietro nei 12 mesi post Mondiali. Un periodo fatto di ben 13 amichevoli, durante il quale gli uomini di Klinsmann poche volte hanno fatto vedere buone cose, a parte i flash europei e in Messico, sino alla meritata eliminazione in semifinale di Gold Cup contro la Giamaica, rafforzata dalla partecipazione alla Copa America. Nel torneo CONCACAF la Nazionale USA è apparsa assolutamente non pronta, iniziando ogni partita fin troppo lentamente (Cuba a parte, ma non fa testo), e di questo Klinsmann delle colpe le ha di certo, anche se difficilmente lo si sentirà fare autocritica. Autocritica che invece sarebbe utile anche per togliere un po' di pressioni dalle spalle dei giocatori. La "Pantegana" aveva dichiarato che il suo primo ciclo Mondiali avrebbe messo giù le fondamenta del suo programma, mentre in questo secondo avrebbe costruito. Oggi, più di un anno nel secondo ciclo, qualche dubbio invece inizia a sorgere, specie per alcune scelte del CT. DIFESA SBAGLIATA. A parte la porta, copertissima con Brad Guzan (Aston Villa) e il rientrante Tim Howard (Everton), la difesa è il problema. Klinsmann aveva chiarito prima del torneo che la coppia centrale in difesa sarebbe stata composta dal "tedesco" John Brooks e dal "messicano" Ventura Alvarado. Perché? Alvarado ha alle spalle un totale di 1.317 minuti nella Liga MX. Dopo aver esordito a marzo con gli USA, è stato spesso scostante nel rendimento, a parte la vittoria di aprile in Messico,  casa sua. Giocatore con potenziale, ma forse il suo lancio nel ruolo da titolare è stato troppo veloce, e la ragione non è affatto chiara. Il suo compagno Brooks, reduce da una Bundesliga con qualche ottima prova con la maglia dell'Hertha Berlino, anche lui in Nazionale è apparso spesso incerto, spaventando compagni e tifosi nei match ad esempio contro Danimarca, Olanda e Svizzera. Inoltre Brooks aveva alle spalle un solo match ufficiale da titolare, negli scorsi Mondiali, in cui era anche andato in gol. Alvarado non ne aveva nessuno, e anche a livello di club poca roba. Una coppia decisamente inesperta e probabilmente non del livello adeguato. Una scommessa persa per JK. A questo punto rimane l'interrogativo del perché Klinsmann proprio non creda nei centrali di casa, gli esperti Matt Besler (Sporting KC) e Omar Gonzalez (LA Galaxy), che bene avevano fatto ai Mondiali e in passato in CONCACAF, o anche Tim Ream del Bolton. CENTROCAMPO STANCO. A centrocampo il problema è stato un Kyle Beckerman apparso a 33 anni in netto calo. Da oltre un decennio leale guerriero al servizio dei CT USA, in Gold Cup si è trovato spesso in difficoltà contro avversari più giovani e veloci. A questo punto Klnsmann deve trovare un sostituto all'altezza, più atletico: Danny Williams o Perry Kitchen del DC United sono due dei nomi in cima alla lista. Per fortuna Michael Bradley continua a reggere a grandi livelli, mentre si spera che Jermaine Jones possa riprendersi dall'infortunio, anche se l'età non lo aiuterà di certo. ATTACCO ANEMICO. A parte i sei gol contro la povera Cuba, l'attacco americano si appoggiato totalmente sulle spalle di Clint Dempsey. Punto. L'attaccante dei Seattle Sounders ha segnato tutte le reti della squadra, a parte quella di Michael Bradley contro Panama, peraltro proprio su assist di Dempsey. Notevole la delusione per le prestazioni del centravanti Jozy Altidore, fuori forma e rispedito a Toronto prima del tempo. Meglio è andato l'avanti dell'AZ Alkmaar Aron Johannsson, che ha messo in mostra qualche flash, ma che non è riuscito ad infilare le reti necessarie nei momenti cruciali. Il problema è che Dempsey ha già 32 anni, e che in Russia ne avrà 35, con i due dietro che al momento non sembrano in grado di sostituirlo al meglio (si spera più in Johannsson che in Altidore ormai, troppo spesso deludente), e alle loro spalle a parte il 19enne Rubio Rubin dell'Utrecht sembra esserci poco altro.   POCO GIOCO. Nel fallimento complessivo è finito inevitabilmente anche il gioco. Mancano le ali. In Gold Cup Klinsmann ha cercato di supplire con Alejandro Bedoya (che gioca in mezzo al Nantes), Gyasi Zardes (attaccante nei LA Galaxy) e DeAndre Yedlin (terzino destro al Tottenham). Non sorprende che il risultato non sia stato un granché. Si spera nel rientro di Graham Zusi dello Sporting KC, ad oggi - almeno dal punto di vista tecnico-tattico - unico possibile erede di Landon Donovan. Rimane un mistero poi l'insistere sul terzino del Norimberga, Timothy Chandler. Fuori con la Giamaica per infortunio, è ancora lui il titolare a destra. Giocatore ormai esperto con 124 match in Bundesliga sulle spalle, in Nazionale non ha mai convinto pienamente, mentre gente quale Eric Lichaj (Nottingham Forest) non viene nemmeno messa alla prova. Ma ciò che preoccupa più in generale è l'assoluta mancanza di progressi dal Mondiale, sotto tutti gli aspetti, considerando che JK è anche direttore tecnico e pure le giovanili dei problemi li hanno messi in evidenza. IL FUTURO E' ADESSO. Klinsmann certamente non si muove dalla panchina, come confermato ufficialmente - e senza alcun dubbio - da parte del presidente della USSF, Sunil Gulati. La figura di JK è centrale ormai nella struttura del calcio americano. Del resto Gulati lo avrebbe voluto già nel 2006 (e forse anche prima), e in lui crede tantissimo per lanciare la Nazionale USA nell'empireo del calcio mondiale. Ad ottobre però arriverà un momento cruciale per Klinsmann e gli USA, che ad ottobre affronteranno il Messico vincitore della Gold Cup per conquistare il posto CONCACAF nella 2017 Confederations Cup in Russia; nello stesso mese l'U23 parteciperà alle Qualificazioni per le Olimpiadi di Rio 2016, dopo aver saltato Londra 2012. Dovessero portare a casa il risultato, allora la Giamaica sarà solo un brutto ricordo. Ma avendo considerato priorità top queste due competizioni, per Klinsmann la vera valutazione arriverà su queste. Un fallimento sarebbe pesante anche in ottica Mondiali, avendo molte meno possibilità di misurarsi al top nei prossimi anni, visto anche che la Copa America Centenario sembra ancora a rischio.

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Dopo la vittoria contro la Colombia conquistata grazie ad un gol dell'attaccante dell'Utrecht Rubio Rubin, i ragazzi di Tab Ramos ci speravano. Oggi invece l'avventura americana si è infranta nei quarti contro la Serbia, uscita vincitrice dopo i calci di rigore. Ne sono serviti ben nove per assegnare il posto in semifinale, al termine di un match in cui gli Stati Uniti sono arrivati privi di ben quattro titolari: Jamieson e Tall infortunati, Allen e Acosta squalificati). Bella e combattuta la partita, con la Serbia più propositiva e gli USA bravi di rimessa. Prima occasione per Antonov, su cui salva Steffen - l'eroe del rigore decisivo parato alla Colombia - mentre poi tocca a Thompson spedire di poco a lato. Ancora Steffen para alla grande su una punizione bassa e angolata di Živković, mentre Rajković blocca su Rubin, su bell'assist dell'ala del Tijuana Paul Arriola. A Tommy Thompson (San Jose Earthquakes) arriva poi la palla del match, ma l'errore è macroscopico. Si va ai supplementari. La Serbia che va vicinissima alla rete con Saponjic che in scivolata a porta vuota manda la sfera fuori incredibilmente da due passi su cross Mandic, col difensore del Tottenham Cameron Carter-Vickers che sporca la palla sulla linea. Dall'altra parte gli americani hanno la palla della vittoria quando il difensore serbo Babic toglie dalla testa di Rubin una possibile conclusione in rete. E quindi i rigori. Errore di Rubin. Il portiere e capitano della Serbia, Predrag Rajković,  para e sbaglia un rigore decisivo, come anche Joel Soñora (Boca Juniors). Ma poi John Anthony Requejo, Jr., 19enne terzino sinistro del Club Tijuana, si fa parare il tiro e  regala la semifinale ai suoi contro il Mali. Si chiude così un buon Mondiale U20 per gli USA, che però non riescono a superare lo scoglio quarti ancora una volta, e a superare così il miglior risultato ottenuto al 1989 FIFA World Youth Championship in cui chiusero quarti assoluti dopo aver perso la finalizza col Brasile. In quell'edizione l'ex attaccante dello Standard Liegi Steve Snow si classificò secondo nella classifica marcatori con tre reti. ________________________________________________________________________ USA vs. SERBIA: 5-6 d.c.r. (0-0) Marcatori: – Rigori: Rubin (USA, parato), Zdjelar (S, gol), Payne (USA, gol), Mandić (S, fuori), Arriola (USA, gol), Babić (S, gol), Hyndman (USA, gol), Grujić (S, gol), Zelalem (USA, gol), Živković (S, gol), Soñora (USA, traversa), Rajković (S, parato), Delgado (USA, gol), Antonov (S, gol), Caster-Vickers (USA, fuori), Veljkovic (S, parato), Requejo (USA, parato), Maksimović (S, gol) USA (4-2-3-1): Steffen; Payne, Miazga, Carter-Vickers, Requejo; Hyndman, Delgado; Arriola, Thompson (103′ Soñora), Zelalem; Rubin. A disp.: Moore, Olsen, Donovan, Palmer-Brown, Caldwell, Jamieson. All.: Ramos Serbia (4-2-3-1): Rajković; Stevanović, Veljkovic, Babić, Antonov; Zdjelar, Maksimović; Živković, S. Savić (111′ Grujić), Gaćinović (68′ Šaponjić); Mandić. A disp.: Manojlović, Milošević, Pankov, V. Savić, Ilić, Janković, Jovanović. All.: Paunović Arbitro: Artur Dias (Portogallo) Note: ammonizioni: Requejo (USA), Antonov, Mandić (S)

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La prima volta è stata in occasione dell'amichevole del giugno 2013, vinta dagli USA per 4-3 al RFK Stadium di Washington nel giorno dei festeggiamenti per il Centenario della US Soccer Federation.  L'anno scorso invece c'è stata Recife, con vittoria stavolta della Germania ma qualificazione degli Stati Uniti agli ottavi di finale. Oggi la trilogia di partite di Jurgen Klinsmann contro la Nazionale da lui guidata ai Mondiali 2006 si chiuderà a Colonia, stavolta contro una Germania diventata nel frattempo campione del mondo.Il match sarà l'ultimo per gli USA prima che il CT scelga i 23 per la CONCACAF Gold Cup (una lista preliminare di 35 giocatori è stata consegnata il 7 giugno scorso). L'amichevole marcherà inoltre la fine dell'anno di transizione post Mondiale, che ha visto notevoli cambiamenti di calciatori e di tattica per gli USA, con una serie notevole di alti e bassi, inclusa una serie di cinque match senza vittorie tra ottobre e dicembre, fino all'incredibile 4-3 inflitto all'Olanda venerdì scorso. LEGGI: Vittoria USA! Battuta la Germania 4-3 Per gli USA, il calcio tedesco è  molto meno alieno di quanto si pensi e di quanto lo sia quello di altri paesi. Già negli anni 70 gli americani potevano seguire il programma TV “Soccer Made in Germany" in onda sulla TV pubblica PBS, mentre poi i vari Franz Beckenbauer (NY Cosmos), Gerd Müller (Ft. Lauderdale Strikers) e Karl-Heinz Granitza (Chicago Sting) andarono a giocare nella NASL, seguiti anche da allenatori come Hennes Weiswaler, il creatore del grande Borussia Moenchenglandbach, Manny Schellscheidt e Lothar Osiander. La Germania è stata poi spesso il porto d'attracco per i primi americani d'esportazione come Eric Wynalda, Paul Caligiuri, Joe-Max Moore e Claudio Reyna, tra gli altri, in un'epoca in cui non era facile vederne. A farsi onore ci hanno pensato Steve Cherundolo, per anni capitano e poi soprannominato "sindaco di Hannover", Jovan Kirovski, che ha vinto la Coppa Intercontinentale da giovanissimo col Borussia Dortmund, o il portiere della Nazionale Kasey Keller, capitano del Borussia Mönchengladbach che viveva in un castello. LEGGI: La Germania vince con Müller, ma gli USA si qualificano Oggi i legame è persino più forte. Klinsmann, campione del mondo con la Germania nel 1990, all'ultimo Mondiale ha portato cinque tedesco-americani, e cinque (due nomi nuovi però) ce ne saranno nel match di Colonia. Una familiarità che da più parti si spera possa limitare l'impatto psicologico, visto che comunque la differenza di talento è enorme, anche se le statistiche non lo dicono visto che gli USA hanno battuto la Germania tre volte in totale (7 le sconfitte, zero i pareggi). “Mi aspetto solo che tutti coloro che sono coinvolti, specie i giocatori, si divertano. Giocheranno contro i campioni del mondo, che altro vogliono?", ha detto Klinsmann al sito ussoccer.com. "Sarà un giorno speciale in particolare per i tedesco-americani della squadra. Per noi è la possibilità di lanciare un segnale prima della Gold Cup, quindi voliamo far bene. Vogliamo un buon risultato e lasciare una buona impressione, e poi prenderemo le snottier decisioni per la Gold Cup. Vogliamo rivedere la Germania in due anni da ora, quando giocheremo la Confederations Cup in Russia.” Il gruppo di Klinsmann ha dimostrato in questi anni di saper ottenere risultati inaspettati, come mostrato in occasione delle vittorie in casa di Italia e Messico, o in quella contro la Bosnia nel 2013 o contro la Repubblica Ceca lo scorso settembre. La più recente è della scorsa settimana contro l'Olanda, con una rimonta da 3-1 coronata da una vittoria ottenuta nel finale, grazie ad un'intensità mantenuta sino alla fine nonostante un gruppo formato da molti giocatori inesperti in campo. Una vittoria che è il modo migliore per arrivare ad affrontare i campioni del mondo in casa loro, specie per la fiducia che ha regalato ad una squadra incapace di vincere sino a pochi mesi fa. LEGGI: Hannover, Cherundolo saluta il calcio. "Danke, Captain!" "Sicuramente ci ha dato fiducia", ha detto il portiere dell'Aston Villa Brad Guzan. “Ci ha fatto capire che quando ci sono match difficili, con grands quadre, in stadi complicati, possiamo vincere”. "Quando giochi coi top team mondiali puoi sempre perdere o fare brutta figura. Ma quando vinci, sorprendi queste grandi squadre, quei match ti dicono che sei in grado di farcela", ha spiegato Klinsmann. Uno dei punti di JK di questi anni è stata proprio la fede e il suo affidarsi ai giovani. Un modello speculare a quello messo in piedi nella costruzione della Germania del periodo 2004/06, base di quella che poi ha vinto nel 2014 in Brasile. Questo il senso del portare agli scorsi Mondiali giovani quali Julian Green, DeAndre Yedlin e John Brooks, cui se ne sono aggiunti tanti altri in 12 mesi, e serve pazienza. Una pazienza che sta pagando. Per esempio, Jordan Morris - ancora universitario - è andato in gol in Messico ad aprile e ha piazzato un assist vincente ad Amsterdam. Gyasi Zardes, promettente attaccante dei LA Galaxy, è stato un pericolo costante contro l'Olanda, trovandosi spesso coi compagni. Persino lo spesso deludente Bobby Wood ha fatto vedere flash che danno speranza. “Quello che devono fare è mantenere lo standards che hanno appena mostrato, La nostra speranza è che continuino a fare quello che stanno facendo". LEGGI: Olanda vs USA 3-4. Gli Stati Uniti espugnano Amsterdam per la prima volta! Klinsmann è uno che ama sperimentare, e mentre viene accurate di non dare identità alla Nazionale USA, questa in realtà ore mostra di essere molto flessibile. Il 4-1-4-1 presentato ad Amsterdam sembra ideale per i match in cui gli americani non si aspettano di tenere palla. Uno schema che intasa il centrocampo dando anche più scelta nel passaggio, e con le ali adatte può evolvere in un 4-3-3 d'attacco. Il problema venerdì è stata però la difficoltà di limitare i rifornimenti agli attaccanti olandesi, come dimostra la doppietta di Huntelaar. Come correzione basterebbe però una maggior aggressività in copertura. Inoltre lo schema ha permesso a tutti i giocatori USA di giocare nel ruolo preferito. Michael Bradley si è sentito libero nel suo muoversi box-to-box grazie alla copertura garantita da Kyle Beckerman e dal supporto in avanti di Alfredo Morales, riuscendo a dedicarsi alla costruzione del gioco ed agli assist per i compagni, in cui è il migliore dei suoi. Klisnmann spera di vedere un match simile da parte dell'ex romanista anche a Colonia, come darà uno sguardo più intenso a Danny Williams, il mediano del Reading che ha mostrato del potenziale da quando è rientrato in Nazionale lo scorso marzo. Qualche problema rimane in difesa, in cui Brooks, Ventura Alvarado e Brek Shea devono ancora crescere. Molti i problemi messi in mostra contro l'Olanda, con avversari lasciti spesso troppo liberi. Per questo ​Klinsmann potrebbe rispedire Fabian Johnson in difesa. Nonostante sia capace di rendersi pericoloso in fase propositiva, il laterale dei Mönchengladbach sembra al momento capace di dare maggiori garanzie del terzino destro del Norimberga, Timothy Chandler, sino ad oggi ancora incapace di una prestazione convincente in maglia a stelle e strisce. Della Germania si sa tutto. Con in vista il match di qualificazione ad Euro 2016 contro Gibilterra, vittoria scontata per i tedeschi che però in questo momento sono secondi nel gruppo A dietro la Polonia e a pari merito con la Scozia a dimostrazione del fatto che la compagine teutonica ha sofferto un po nel post mondiale dove di fatto è cominciato un nuovo ciclo con il ritiro di alcuni senatori come capitan Lahm e il grandissimo Miro Klose che ha appena deciso di continuare un altro ann con la Lazio. il team del CT Joachim Löw avrà a disposizione al RheinEnergie Stadion molti dei suoi migliori, come Bastian Schweinsteiger, Mesut Özil, il neo juventino Sami Khedira, André Schürrle e Mario Götze. Non ci sarà il viola Mario Gomez, mentre sarà presente l'interista Lucas Podolski. Assenti numerosi nomi di primo piano, come il portiere Neuer, Muller e Tony Kroos. Negli ultimi otto scontri diretti si registrano tre successi degli Usa e cinque della Germania (zero i pareggi).

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