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Philadelphia, Soumare il rinforzo in difesa
Scritto il 2012-06-26 da Arnaldo Selmosson su MLS
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La Philadelphia Union punta su un nome già noto in MLS per rinforzare la difesa. Il team di coach John Hackworth ha infatti ingaggiato l'ex difensore centrale del Chicago Fire Bakary Soumare, 26enne del Mali, ma titolare di green card.

Chiamato da Chicago nel SuperDraft 2007, dopo due ottime stagioni si è trasferito ai francesi del Boulogne per una cifra di circa due milioni di dollari. Dopo due campionati che hanno visto il Boulogne scendere di due divisioni, Soumare lo scorso gennaio è andato in prestito al Karlsruhe, club della Zweite Bundesliga.

Per avere Soumare Philadelphia ha dovuto sborsare della cd. allocation money ai Vancouver Whitecaps, che erano in testa alla lista per reclamare i diritti sul giocatore, voluto dalla Union per sostituire l'ex nazionale USA Danny Califf (ceduto in precedenza da Nowak).

Andrea Pirlo lo conosce quel successo di Renato Carosone che fa: «Tu vuo’ fa’ l’americano ma si’ nato in Italy»? «Ma io non voglio fare l’americano. Mi sento un italiano che vive in America per lavoro, come tanti. E comunque in America si sta bene». Cosa apprezza della Grande Mela? «La qualità della vita, la gente. Sono più educati, rispettano le regole». E che cosa le manca dell’Italia? «A parte gli affetti, di questa Italia in questo momento non mi manca niente». Dove ha scelto di vivere a New York? «A Chelsea. Il campo di allenamento non è dietro l’angolo, è a 50 minuti d’auto, un po’ come andare da Milano a Milanello. Ma non mi pesa». Come si passa il tempo a NY? «Faccio la vita che facevo qui in Italia. Solo che a New York c’è più scelta. Vado per musei, per gallerie d’arte. Mi piace passeggiare a Central Park, vado a correre lungo l’Hudson». E con l’inglese come siamo messi? «Se non parlano troppo veloce me la cavo». Sa come si dice cimitero in inglese? «No». Peccato. Avremmo voluto chiederle in inglese se non ha la sensazione di essere finito in un cimitero degli elefanti... «No, nessun cimitero. Il calcio negli States sta crescendo, gli stadi sono sempre pieni. È un’esperienza che mi piace». Consiglierebbe il calcio Usa ai colleghi che giocano in Europa? «Tanti colleghi vorrebbero venire a giocare in America». Qualche nome? «Tanti». La sua squadra è un po’ scarsina. «L’anno scorso siamo andati male ma era il primo anno. Abbiamo potuto comperare soltanto le riserve delle riserve delle altre squadre. Io, Lampard e Villa siamo i tre fuori budget consentiti dai regolamenti. Ora però si parte a pieno regime, con la preparazione e con un allenatore nuovo: Patrick Vieira». È vero che lei, Lampard e David Villa volate in business mentre il resto della squadra si deve accontentare dell’economy? «Vero ma è la Lega a decidere. La MLS ha in mano tutto, anche i biglietti di viaggio e gli alberghi. I voli sono sempre di linea: soltanto due volte in una stagione una squadra può utilizzare un volo charter. Negli Usa i giocatori hanno un contratto con la Lega, non con i club». Qual è il suo nickname negli States? «Per tutti sono il Maestro. Con la emme maiuscola, e scritto all’italiana». L’estate scorsa lei ha lasciato la Juve nonostante un altro anno di contratto. Motivo? «Dopo avere perso la finale di Champions a Berlino ci ho riflettuto un attimo. Sapevo che sarebbe stato difficile ripetere una stagione in cui comunque abbiamo vinto scudetto e Coppa Italia. Dopo certe annate si può solo peggiorare». Quindi? «Quindi sono andato dal presidente e gli ho detto che avrei voluto fare una nuova esperienza, ma non per svernare: per rimettermi in gioco. Andrea Agnelli è una persona in gamba, è bravissimo. Con lui c’era un accordo verbale in base al quale me ne sarei potuto andare. E così è stato». Sia sincero: quando, dopo le incomprensioni milaniste, nell’estate del 2014 Allegri si è materializzato alla Juve, qual è stata la sua reazione? «Allegri mi ha telefonato per avvertirmi. Ci abbiamo messo una pietra sopra. Se non si fa così non si va da nessuna parte». Andrea, gli anni alla Juve sono stati... «Straordinari». E quelli al Milan? «Irripetibili. Storici». Invece non ci saranno altri anni all’Inter. «Esatto. In queste settimane mi hanno chiamato un po’ di squadre». Ad esempio? «Un po’ di squadre. Tante. Ma ho fatto una scelta e non mi è parso il caso di rinnegarla dopo pochi mesi. È anche una questione di rispetto nei confronti di chi ha investito su di me». Cinque scudetti consecutivi (Milan più quattro Juve) e uno, quello del 2004 in rossonero, che si perde nella notte dei tempi. Qual è il più bello? «Il primo con la Juve. Non abbiamo mai perso, non abbiamo mai mollato. Eppure il Milan era più forte di noi. È stato uno scudetto inaspettato: era il primo anno di Conte, la Juve era reduce da due settimi posti». E quell’anno lei ha capito che Conte era un fenomeno? «Veramente l’ho capito dal primo allenamento». E gli scudetti con il Milan? «Con il Milan la gioia più grande l’ho provata a Manchester, quando abbiamo vinto la prima Champions League. Una Champions League è più importante di uno scudetto». Nesta e De Rossi restano i suoi amici del cuore? «Nesta lo vedo spesso, siamo vicini. Io a New York, lui a Miami. Due ore di aereo». E De Rossi? «Spero di rivederlo presto in nazionale». Quindi il sogno azzurro resiste. «Gioco per andare all’Europeo. Io sono sempre a disposizione, in Nazionale ci vado volentieri». Però per venirla a visionare negli Usa Conte dovrebbe spendere una barca di quattrini. «Ma le partite del campionato americano si possono vedere in tv. Su Eurosport». La Juve è sempre bella vispa anche se non ci siete più lei, Tevez e Vidal... «È ancora la squadra più forte. È la squadra da battere. L’ho sempre detto, anche quando era 15 punti dietro. Se le altre non sono riuscite a darle il colpo di grazia in quei momenti...». Quindi quinto scudetto consecutivo... «Si. Il Napoli gioca bene, può tenere, ma alla fine la Juve è abituata a vincere». E Dybala come lo inquadra? «È bravo. Sta dimostrando di valere quello che è costato». Il Milan, l’altra sua squadra di riferimento, non se la passa benissimo. «In effetti è un po’ in difficoltà. Però non è che si può cambiare allenatore ogni anno e fare la rivoluzione. Bisogna avere un programma». Gli allenatori preferiti? «Conte e Ancelotti. Quello di Lippi invece è un discorso a parte, al Mondiale di Germania abbiamo fatto la storia. Quando siamo a Ibiza ogni tanto vado a trovarlo a casa sua». A quasi 37 anni ha già messo a fuoco il suo futuro? «Non ci ho ancora pensato, davvero. Per ora mi diverto a giocare. Vedremo. Di sicuro mi piacerebbe rimanere nel calcio... Dirigente magari». Allenatore? «Per adesso no». Dove investe i suoi guadagni il Maestro Pirlo? «Nella società di famiglia. Prodotti siderurgici, acciaio, tondini di ferro. Io ho delle quote da sempre. E poi nell’azienda vitivinicola che abbiamo ingrandito di recente acquistando nuovi terreni». Nome dell’azienda? Vini prodotti? «L’azienda si chiama Pratum Coller. Produciamo bianco, rosso, rosato e passito. Ora abbiamo iniziato con lo champagne metodo rosso». In questi mesi le si sarà spalancato il mercato americano. «Già esportiamo in Cina e in Giappone. In effetti ho ricevuto svariate richieste dagli Usa. Stiamo lavorando». Andrea, se fra trent’anni i suoi nipotini le chiederanno chi è stato e che cosa ha fatto il loro nonno, lei come risponderà? «Andate a vedere su Internet...». Fonte: Corriere della Sera

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Il 2015 è stato l'anno del boom (atteso da tutti) della Major League Soccer. Ne scrive anche il sito Forbes.com, che spiega come il seguito sia sempre più alto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, mentre è in crollo il baseball. Un boom in corso anche all'estero, con crescita degli ascolti TV del 50% nei 140 paesi in cui sono trasmessi i match MLS, dove in Italia Eurosport è riuscita a valorizzare un prodotto troppo spesso maltrattato da Sky in passato. E sul tema sbarca oggi anche Repubblica.it, che si lascia alle spalle certi toni ironici del passato per passare ad un'analisi più oggettiva. Scrive Nicola Sellitti: Un posto al tavolo delle grandi leghe sportive americane. La Major League Soccer ci sta arrivando, la sfida è lanciata ai colossi Mlb, Nba, Nfl e Nhl. Prima David Beckham, ora Kakà, Frank Lampard, Steven Gerrard e Andrea Pirlo, campioni con il pedigree, assegni circolari di interesse finiti in metropoli glamour - tranne l'ex milanista a Orlando - come New York e Los Angeles. Ma il flusso di stelle dall'Europa verso gli Stati Uniti oppure il format nuovo, da 17 a 19 franchigie con Orlando City e i New York FC in attesa della nuova società a Los Angeles dal 2018, non basta a spiegare il boom del soccer. Sempre Forbes: Con 340 partite trasmesse in diretta tv nell'ultima edizione del torneo, vinta dai Portland Timbers, la MLS presenta un forte seguito soprattutto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, che rappresentano i 2/3 degli spettatori complessivi. Dagli Stati Uniti all'estero, nell'ultima stagione è stata registrata una crescita di ascolti del 50% nei Paesi - oltre 140 - in cui la Lega viene trasmessa (in Europa c'è un accordo quadriennale con Eurosport), con enormi margini di crescita negli altri continenti, grazie anche al supporto delle piattaforme digitali su cui la Lega ha puntato il dollaro, tra contenuti video di partite, allenamenti delle squadre piazzati su Facebook e Twitter. Ancora Rep: Si sta concretizzando solo ora l'investimento sul calcio in America avviato più di due decenni fa che portò la Fifa ad assegnare agli Stati Uniti i Mondiali 1994, mentre ha contribuito alla causa il buon torneo della Nazionale allenata da Jurgen Klinsmann a Brasile 2014, fuori agli ottavi di finale ai supplementari con il Belgio ma con tanti orgogliosi spettatori americani, compreso il presidente Barack Obama, incollati alla tv. Oppure gli americani avevano solo bisogno di tempo per assimilare le leggi non scritte di uno sport culturalmente diverso da basket, baseball o football, che leggono la sconfitta nelle analisi statistiche, mentre nel pallone si può subire l'avversario per 90 minuti, con il bus davanti alla linea di porta e poi vincere con un calcio da fermo. Risultato: ora il pubblico lo guarda in tv e negli stadi, di proprietà delle franchigie, sicuri, moderni, tecnologici, a impatto zero sull'ambiente, di medie dimensioni, senza cattedrali vacanti da 80 mila posti a sedere. Il boom spettatori La media spettatori della Mls 2015 cresce del 12,5% rispetto alla passata stagione, con oltre 21 mila a gara, è stata ancora più alta ai playoffs. La Serie A non è troppo lontana, anzi i Seattle Sounders, con oltre 44 mila spettatori in media (con autoriduzione dello stadio), sarebbero al top anche in Italia, Premier League o Bundesliga. Ma ancora più importante è il tasso di riempimento degli stadi, superiore al 90% (in Italia è al 55%). LEGGI: Nuovo record media spettatori per la MLS! Per continuare a spingere la crescita la MLS ha deciso di continuare ad investire. Per questo il Board of Directors ha messo sul piatto altri 37 milioni di dollari per ingaggi e acquisti, che vanno ad aggiungersi al salary cap e alle spese senza limite per i tre designated player consentiti ad ogni squadra, Una crescita che sarà accompagnata anche dagli ingressi di grandi città come Atlanta (2017), Los Angeles con l'LAFC a far concorrenza ai LA Galaxy dal 2018 magari insieme a Miami (che intanto sbarca nella NASL con Nesta in panchina) con David Beckham pronto ad importare Ibra e Cristiano Ronaldo, e poi Minnesota (2018) , che porteranno la MLS a 24 team. Ma è stato annunciato che si salirà sino a quota 28 squadre, con Sacramento, San Antonio, Las Vegas e una fra St. Louis (la culla del soccer americano, da dove proveniva gran parte dei nazionali che batterono l'Inghilterra nel 1950), Detroit e Phoenix, pronte a mettere 100 milioni di dollari sul tavolo per entrare. Grandi città che servono anche a far crescere il mercato televisivo. Oggi l'accordo con Espn, Fox e Univision porta nelle casse della MLS 90 milioni di dollari l'anno (intesa per otto anni), il triplo del precedente contratto con i network, sette milioni in più di quanto Nbc sborsi per trasmettere le partite della Premier League negli Stati Uniti. Siamo ancora distanti(e ci rimarremo) dalle cifre monstre spese per la NFL, che da Cbs, Fox e Nbc che sborsano oltre tre miliardi di dollari l'anno, e anche dalla NBA, per cui  TNT e Espn pagano 2,6 miliardi di dollari annui per dieci anni. Ma il calcio in America non si ferma più.

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Stanotte LA sarà impegnata a Dallas in uno scontro fondamentale per la conquista della testa della Western Conference, attualmente occuopata dai Vancouver Whitecaps. Tra i protagonisti più attesi della serata, oltre all'ex capitano del Liverpool Steven Gerrard, sicuramente l'attaccante messicano Giovani dos Santos, grande promessa di El Tri mai esplosa del tutta in Europa e da poco sbarcata (a caro prezzo) a LA. Uno sbarco avvenuto nel migliore dei modi, visti i due gol segnati nelle prime due partite tra CONCACAF Champions League e MLS. Dos Santos rappresenta per i LA Galaxy l'ennesimo tentativo di conquistarsi il pubblico ispanico: sono ben 9 milioni i Latinos, in gran parte di origine messicana, che vivono nelle cinque contee di Los Angeles. Il problema è che il 99% dei tifosi di calcio di origine ispanica rimane legato ai club che seguiva nel proprio paese o in quello dei propri genitori, come dimostra anche la scelta del Messico di giocare quasi tutte le amichevoli negli USA per sfruttare la passione locale e guadagnare un sacco di soldi. Ma con Dos Santos qualcosa potrebbe cambiare, almeno a livello di club. LEGGI: Ufficiale: Giovani Dos Santos ai LA Galaxy [VIDEO] “I tifosi messicani e messicano-americani non vedono l'ora di seguire Gio sul campo", ha dichiarato al LA Times un membro della LA Riot Squad, gruppo di tifosi "caldi" dei Galaxy. "Non molti dei miei amici messicani seguono la MLS e i Galaxy, ma penso che l'arrivo di Gio li attirerà, aumentando anche le presenze allo stadio". Il problema è che i messicani non vedono ancora la MLS come una lega di livello, principalmente perché seguono sempre i rispettivi club: dal Chvas de Guadalajara al Club America, passando per il Tigres finalista di Copa Libertadores sino al recente Club Tijuana, capace di attrarre tanti tifosi che vivono intorno al confine. LEGGI: Tijuana, terra di mezzo tra USA e Messico In passato, nelle prime 5 stagioni in MLS, i Galaxy hanno ingaggiato tre tra i più famosi calciatori della Nazionale di El Tri, ma senza ottenere risultati sul campo, come nemmeno in termini di seguito. In Messico qualcuno ha addirittura scritto "Galaxy, la tumba de mexicanos". Gli appassionati ricorderanno il coloratissimo (in termini di divise) portiere - che però voleva fare l'attaccante -Jorge Campos, primo straniero ingaggiato dalla MLS. Titolare col Messico ai Mondiali americani del 1994, giocò con i Galaxy nel 1996 e 1997, sbrigandosi però sempre a volare a casa durante la offseason per giocare nella LigaMX, fino alla cessione al Chicago Fire. Nel 1998 toccò all'attaccante Carlos Hermosillo, all'epoca capocannoniere del Messico, ma deludente in MLS con soli 14 gol nelle 34 partite giocate lungo due stagioni. A sua giustificazione le 34 primavere sulle spalle al momento del suo arrivo e una certa incompatibilità con l'ex nazionale USA e allora capitano dei Galaxy Cobi Jones, che lo limitava nel ricevere palloni adeguati per un attaccante delle sue caratteristiche. Terzo tentativo, ed ultimo fino a poco fa, Luis Hernandez, per la cui chioma bionda i Galaxy rinunciarono addirittura un paio di giocatori per farlo rientrare nel salary cap. Arrivato 32enne a LA nel 2000, dopo che solo due anni prima aveva messo a segno 4 gol ai Mondiali di Francia con la Nazionale, negli States di gol invece ne segnò 12, ma in tre stagioni in cui scese in campo solo 30 volte, con tanto di finale persa nel 2001 coi Quakes. E di lui a LA ricordano più le sue scorribande per locali che quelle in campo. Da allora, al termine della stagione 2002, i Galaxy non hanno più schierato giocatori messicani. “E' per questo motivo che molti messicani sono così distaccati da Galaxy", ha scritto Hoy, il settimanale in spagnolo del Los Angeles Times. “Ma un giocatore come Gio può attirarli. E' diverso da Campos, Hermosillo o Luis Hernandez, arrivati quando avevano già dato il meglio". Dos Santos ha infatti solo 26 anni  e già tanta esperienza. Per lui il top è ancora lontano, e i Galaxy sperano possa raggiungerlo a LA. Anche perché il messicano arriva poi a LA a tre anni di distanza dall'ingresso in MLS di un nuovo competitor, l'LAFC (ma il nome deve ancora essere scelto), che sostituirà l'ormai defunto Chivas USA, tentativo abortito di portare allo stadio tifosi messicani sfruttando il legame col solo Guadalajara. LEGGI: Addio al Chivas USA, la MLS cambia E ai Galaxy qualcuno è preoccupato dell'arrivo di un competitor dalla proprietà importante (Magic Johnson, il presidente del Cardiff City Vincent Tan, Mia Hamm, ecc.), al punto che c'è chi dice che l'LAFC potrebbe essere stato un fattore decisivo nel cambio di strategia dei Galaxy. Ma il presidente del club Chris Klein nega: "Non prendiamo decisioni basate sul marketing". Curiosa un'affermazione del genere fatta proprio da Klein, diventato il miglior amico a LA di David Beckham, il vero colpo di marketing oltre che calcistico (era ancora al top) che ha messo la MLS e i LA Galaxy sotto i riflettori del calcio mondiale. Colpo però reso un po' problematico dai due prestiti in offseason al Milan (dove si infortunò gravemente), ma valso due MLS Cup nelle ultime due stagioni prima dell'anno d'addio al PSG. E a LA tutti sperano che Giovani dos Santos, che ha ricevuto la "benedizione" di Becks la scorsa settimana allo StubHub Center di Carson, possa almeno replicare quei successi. Ma per arrivare ad essere "rispettati" dai tifosi di origine messicana, i LA Galaxy dovranno iniziare a battere con regolarità i club di oltre confine. E quindi, ancor più che ai tempi di Beckham, il vero obiettivo con l'arrivo di Giovani dos Santos a fianco di Steven Gerrad e Robbie Keane, deve essere la CONCACAF Champions League e il conseguente Mondiale per Club. Solo allora i bambini latinos probabilmente inizeranno a diventare tifosi dei Galaxy e a seguire con "rispetto" i club MLS.

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