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Week #16, LA e Seattle pari, RSL rimonta
Scritto il 2011-07-05 da Franco Spicciariello su MLS
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Si chiude sullo 0-0 il match di vertice tra Los Angeles Galaxy e Seattle Sounders.

Ottimo esordio in porta per LA per la giovane promessa (21 anni) Brian Perk, ex UCLA, brvisimo al 18' nel bloccare un penalty dell'attaccante colombiano Fredy Montero, causato da un fallo di mano di A.J. de la Garza su cross di Roger Levesque.

David Beckham, dopo aver saltato le ultime due partite dei Galaxy a causa di una piccola frattura da stress alla schiena, si è rivisto al 79' quando è entrato al posto di Mike Magee.

Più preoccupante per LA il doppio infortunio dei difensori centrali A.J. de la Garza, a seguito di un calcio in testa al 24' e sostituito dal 38enne Gregg Berhalter, e Omar Gonzalez, striratosi al 79', al suo posto Bryan Jordan.

Con il pareggio i Galaxy portano a 11 la serie positiva e rimangono primi assoluti con 36 punti, mentre Seattle insegue a 4 punti.

Le due squadre si riaffronteranno allo Starfire Complex di Tukwila (WA) martedì prossimo per gli ottavi di Lamar Hunt U.S. Open Cup.

Guarda gli highlights del match.

Pareggio e delusione anche per il Real Salt Lake, che ieri notte al Rio Tinto Stadium di Sandy (UT) ha chiuso 3-3  il posticipo contro il New England Revolution.

RSL parte male, con l'arbitro - protagonista in negativo della serata - che dopo soli 3 minuti fischia un rigore d espelle il difensore Nat Borchers.

I Revs vanno quindi in vantaggio con il rigore dell'attaccante danese di origini montenegrine Rajko Lekic e poco  dopo è il 25enne difensore Chris Tierney a raddoppiare, dando l'idea di aver chiuso la partita.

Ma il Real Salt Lake non molla e rimonta fino al 2-2. Shalrie Joseph porta però di nuovo in vantaggio New England, poi in 10 per l'espulsione di Ryan Cochrane,  ma il Real Salt Lake agguanta il pari definitivo all'83' con un colopo di testo dell'argentino Fabian Espindola.

Guarda gli highlights del match.

Viaggio nella squadra con il tifo più "europeo" della MLS, espressione di una città con una grande cultura sportiva: il futuro del calcio degli States, visto oggi. «Posso solo dire che sono contento di esser stato parte di tutto questo, di aver visto questa cosa, come dire, nella mia vita», dice un signore attempato, sulla sessantina, con in testa un cappellino dei Seattle Sounders, la squadra di calcio della capitale dello Stato di Washington. «Perché io ho visto i momenti brutti. Ho visto… il niente. E ora vedo questo, e dico Grazie, Grazie, ogni volta che entro nello stadio, perché non avevo mai sperato di poter vedere una cosa del genere nella mia vita». A parlare è Frank MacDonald, ex-direttore Pr dei Seattle Sounders, dei primi Sounders, quelli fondati nel 1974 e disciolti nel 1983, nell’allora NASL, la prima grande Lega americana di calcio, che era, per dirla con un eufemismo, “in anticipo sui tempi”. Lo fa ai microfoni di Copa90, un’interessante web-series di documentari calcistici. MacDonald esprime un pensiero abbastanza tipico nella sua generazione di persone del calcio in America, quelli che hanno visto il calcio fallire per tanti anni (prima con la NASL, poi con la prima versione della MLS, quella, per dirla in parole povere, “pre-Beckham”). Ma se la gioia, o per giunta l’incredulità, per l’ora-assodato successo del calcio in America è sentimento abbastanza tipico per un appassionato di calcio americano di sessant’anni, non c’è niente di tipico quando si parla di calcio, e di sport, nella città di Seattle. Seattle non è una città immensa. Non conta più 650.000 persone. Eppure, ha sempre avuto una cultura sportiva, e soprattutto di tifo, straordinaria. Il sentimento cittadino per i tristemente defunti Sonics, ex-squadra della NBA, era calorosissimo, era parte del tessuto sociale urbano, e la loro morte ha creato un vero e proprio trauma collettivo, da cui è poi nato un movimento per riportare il basket a Seattle, che si corona con la produzione di un documentario, SonicsGate: Requiem for a Team, che illustra in maniera lampante le irregolarità del team di investitori capitanato da Clay Bennet che finirono per sancire l’addio definitivo da Seattle e l’approdo nell’Oklahoma, dove diventarono i preferiti di tutti gli hipster del basket, gli Oklahoma City Thunder. Una cosa del genere, in altre città orfane di squadre di basket, non è mai successa: non a St. Louis, non a Cincinnati. Ma Seattle è speciale: ama il suo sport. Tutto il suo sport. Prendiamo il football americano: i Seattle Seahawks, vincitori del Superbowl del 2014, godono di una delle fan-base più rumorose e calorose di tutta l’NFL: talmente rumorosi che sono noti come The 12th Man, Il Dodicesimo Uomo, e talmente fondamentali per i successi della squadra che la maglia numero 12 è stata ritirata dalla proprietà, manco fosse quella di Baresi, proprio in segno di rispetto verso i tifosi. E tutto questo alla faccia del fatto che stiamo parlando di football americano a Seattle; un luogo talmente poco storicamente legato allo Sport Nazionale del Mid-West che nella fantastica serie Friday Night Lights (la miglior serie tv a sfondo sportivo mai creata) i riferimenti al football a Seattle sono un running joke in più puntate della serie. Do they even have football in Seattle? chiede la moglie del coach, ridendo, in una scena memorabile. La risposta è chiara: eccome se c’è, e, a giudicare da come vanno i Cowboys, meglio rendersene conto, amici texani. Il discorso vale anche per il calcio. I tifosi dei Sounders sono diversi da tutti gli altri tifosi di calcio in America. C’è un articolo, sul sito di approfondimento sportivo americano Bleacher Report, dal titolo Seattle Sounders have the Best Fans in Pro-Sports. Non è cosa da poco: fermatevi un attimo a ragionare su cosa voglia dire per un sito di sport americano, un sito che quindi parla di football, hockey, baseball e basket, uscire con un articolo con un titolo del genere. E la cosa bella è che non si tratta del tipico esempio di “giornalismo” sensazionalistico dell’era di internet e del click-baiting – es. Questo pipistrello che mangia una banana è la cosa più dolce del mondo – no: è proprio la verità. Non esiste niente di simile, in America, e forse al mondo. Prima di tutto, i tifosi marciano allo stadio tutti assieme, ogni partita, dietro enormi striscioni, suonando tamburi, e cantando. Dal centro allo stadio. E quando ci arrivano, non smettono mai di cantare, dall’inizio alla fine. In tanti. Presente quando si urla Tutto lo stadio? Bene, a Seattle è letteralmente così. Cantano tutti, e stanno tutti in piedi, anche in tribuna. In una partita importante, vedere meno di sessantamila tifosi paganti al Century Link Field sarebbe una delusione. Anche il numero di tifosi paganti medi è pazzesco: quarantottomila, un dato sensazionale, se si pensa che l’attendance media nelle partite di MLS è meno della metà, e che è più di quanto non faccia l’AC Milan, che invece ha a sua disposizione uno stadio da quasi novantamila posti e una città con una cultura calcistica secolare. I tifosi dei Sounders, poi, sono diversi da quelli delle altre squadre della MLS: perché sembrano dei tifosi veri. Dei tifosi europei. Anche meglio dei tifosi europei medi: sono proprietari di parte della società, e hanno diritto di voto per l’elezione del General Manager ogni quattro anni, e quattro occasioni d’incontro con la dirigenza all’anno. Sono organizzati, sono strutturati, sono inclusivi, anti-fascisti, anti-omofobici e anti-razzisti. Lo dicono loro stessi, e con l’accento americano suona strano: We are antifa supporters. Hanno dei veri gruppi (non userei la parola ultras, perché sono civili) con dei veri nomi. Il gruppo più grande sono gli Emerald City Supporters, ma ci sono anche i Gorilla FC, e i La Barra Furza Verde (il gruppo ispanico).  Il quoziente ispanico è particolarmente rilevante, come in tutto il calcio americano, ma i Sounders hanno un’altra cosa che le altre squadre non hanno: il loro capo-curva è una donna. Una donna ispanica. Poi, ovviamente, i ragazzi che suonano i tamburi dall’inizio alla fine sono filippini. L’esperienza del tifo a Seattle è collettiva, e trasversale, taglia la città dall’alto al basso, dai quartieri ispanici a quelli filippini, dai bianchi agli afro-americani. E tutti quanti cantano e ballano e, a un certo punto,pogano. L’unica altra squadra nella MLS che può contare su un tifo anche vagamente paragonabile sono i Portland Timbers. Ma non è un caso: i Timbers sono i rivali dei Sounders. E rivalità, in America, vuol dire qualcosa di diverso che qui da noi. Gli elementi base sono gli stessi, chiaro, ma la rivalità è vista diversamente che da noi, o forse non è corretto dire “vista”, piuttosto, è “raccontata” in modo diverso.  Un esempio: la storica rivalità tra i Brooklyn Dodgers e i New York Giants. È nota come la miglior rivalità negli sport americani. Ed è una cosa importante. Talmente importante che, quando i Giants si spostarono a San Francisco, l’allora presidente dei Dodgers decisedi spostare a sua volta la squadra a Los Angeles per permettere alla rivalità di continuare. Non c’è molto altro da dire, oltre a questo, se non che in America si possono fare discorsi qualitativi sulle rivalità (fate una ricerca su Google scrivendo Which sports rivalry is the best rivalry e vedete cosa viene fuori), che sono una parte fondamentale dell’esperienza sportiva americana, parte della narrazione, a tal punto che i palinsesti televisivi sono strutturati apposta per ricreare il più possibile questo modello di racconto sportivo. E si ripresenta a tutti i livelli. La rivalità tra i Lakers e i Celtics è nota a tutti, ma per fare audience ESPN trasmette ogni anno la partita tra Ole Miss e Alabama nel college football, oppure quella tra Missouri contro Nebraska, o North Carolina contro Virginia. Queste rivalità hanno un nome proprio: ad esempio, quella (meravigliosa) tra Auburn e Georgia si chiama “Deep South’s Oldest Rivalry”. La cosa arriva fino alle High-school texane e alle loro assurde rivalità decennali con la squadra di football del paese affianco. Nel calcio ce n’è una sola: quella tra i Seattle Sounders e i Portland Timbers. È una cosa seria: ha pure una sua pagina dedicata su Wikipedia (conta ben sei capitoli e quindici sottosezioni). Nel primo paragrafo si legge che «la rivalità tra Timbers e Sounders è una delle più intense dell’intero panorama sportivo americano». È l’unica paragonabile a un derby europeo. Ed è nata, in parte, dalle ceneri dell’acerrima rivalità tra i Seattle SuperSonics e i Portland TrailBlazers nella NBA – rivalità che è stata sfortunatamente interrotta, appunto, quando i Sonics sono diventati i Thunder di Oklahoma City. Una rivalità che sta rinascendo, oggi, sul campo da calcio. Quindi, sì, è chiaro, l’abbiamo detto noi e lo stanno dicendo in tanti, da tanti anni: il calcio negli Stati Uniti sta cambiando, l’attenzione sta aumentando, il livello tecnico sta migliorando, i soldi stanno girando, la gente lo segue sempre di più, ovunque. Ma se vogliamo vedere, oggi, uno spaccato di cosa potrebbe essere il calcio in America nei prossimi anni, non serve una macchina del tempo. Se vogliamo vedere dei veri tifosi, una squadra veramente amata, uno stadio pieno, un vero derby, be’, non ci sono altre scelte. Basta andare a Seattle, oggi, per vedere una città che vive per il calcio. Non è più un sogno di pochi calciofili di vecchia data come il signor MacDonald. È una realtà. Una città Americana che ama il calcio. Chi l’avrebbe mai detto? Fonte: Timothy Small - Rivista Undici

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Il Torino, l'Atalanta e, ultima della lista, il Chievo Verona. Tanto l'interesse per Diego Fagundez, 21enne centrocampista avanzato e originariamente attaccante uruguagio del New England Revolution, squadra per la quale conta oltre 118 partite e 28 gol. Giocatore brevilineo che fa della visione del gioco la sua arma di forza. Nella stagione 2013 ha dimostrato anche una certa abilità realizzativa andando in goal 13 volte, per non parlare dei 7 assist serviti. Nel 2014 non si è confermato siglando 5 reti e servendo 4 assist in 31 partite (2142 minuti), perdendo il posto da titolare, per poi ripartire alla grande nel 2015, diventando l'arma in più della squadra di Jay Heaps. Calciatore dal grandissimo potenziale "costretto" a giocare come centrocampista sinistro nel centrocampo a 5 per esigenze tattiche, ma che potrebbe tranquillamente essere schierato come trequartista, ruolo più indicato a lui. Nato in Uruguay, è figlio di Washington Fagundez, portiere professionista che gli diede il nome in omaggio al compagno Diego Dorta. Cresciuto col mito di Luis Suarez, l'esordio con la maglia dei New England Revolution arriva a soli 16 anni ed ora è alla quinta stagione con il club di Boston, di cui è diventato un protagonista assoluto negli ultimi due anni, dopo che da bambino aveva avuto la possibilità di emigrare in Italia, al Milan. Stellina della Sub-20 dell'Uruguay, preferito agli USA si cui è ancora in attesa del passaporto (pur avendo indossato la maglia a stelle e strisce nelle giovanili), deve però ancora crescere (177cm per 64kg) fisicamente - mentre emotivamente ha dimostrato di reggere bene la pressione - ma il suo talento ha già conquistato tanti club in Serie A e non solo.

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Accordo fino a giugno 2017 tra il Coventry City e il centrocampista australiano Andy Rose Gli Sky Blues hanno chiuso un accordo che vedrà il venticinquenne volare a Coventry a partire dal 2 gennaio 2016, al termine del suo accordo con i Seattle Sounders. Rose era da alcune settimane in prova Inghilterra, dopo aver giocato 25 partite a Seattle nell'ultima stagione, e aver impressionato il boss del City Tony Mowbray. Originario di Melbourne, Rose si è form si è formato nella Bristol City Academy, prima di trasferirsi in America per iniziare la sua carriera di calciatore pro. Dopo esperienze con le maglie di Seattle Wolves e Ventura County Fusion, Rose era stato ingaggiato dai Seattle Sounders nel marzo 2012, e da allora ha giocato 80 volte col team Leo González es el nuevo refuerzo del @CS_Herediano. pic.twitter.com/qmUFG7b5JS Vía @CS_Herediano— QueLindoSerHerediano (@QLSerHerediano) 21 Dicembre 2015 Saluta i Sounders, dopo sette stagioni a Seattle, anche il veterano difensore Leo Gonzalez, tornato a in Costarica al CS Herediano, ensuring the longtime Sounders FC stalwart will end his career in his native Costa Rica after seven seasons in Seattle. 35 anni, Gonzalez torna nel club col quale aveva iniziato la propria carriera da professionista nel 2000, e con cui aveva giocato per otto anni prima di volare negli Stati Uniti nel 2009

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