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La speranza messicana degli USA
Scritto il 2008-05-25 da Franco Spicciariello su Yanks Abroad
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Alcuni in questi giorni sono impegnati nei playoff della Liguilla Mexicana, ma di loro si sa poco e ancor meno se ne legge quando c'è di mezzo la Nazionale USA, in cui vediamo spesso 18enni senza nessuna esperienza esordire, anche solo per la volontà  dei vari CT di dar loro la possibilità  di confrontarsi a livello internazionale in assenza di palcoscenici adeguati all'interno dei vari club, che al di là  della CONCACAF Champions' Cup non hanno altre possibilità  di far crescere i propri frutti migliori.

C'è invece chi, per farsi notare dallo staff tecnico della Nazionale, deve andarsene all'estero, non solo in Europa però, ma anche nel vicino Messico, tanto più quando questi si tratta di ragazzi che affondano le loro origini in quel paese e che confrontandosi in calcio se non migliore quantomeno al momento più competitivo, sono in grado di apportare qualcosa di nuovo alla Nazionale USA.

Un caso esemplare, in positivo, è quello del 22enne difensore Michael Orozco, uno dei protagonisti nelle qualificazioni olimpiche con la Nazionale USA Under 23, con cui in agosto andrà  a Pechino per I giochi. Nel torneo di qualificazione gli USA hanno concesso un solo gol in 4 partite, con Orozco alla guida nominato miglior difensore del torneo.

Incredibile però come Orozco sia arrivato tardi sotto i riflettori dei tecnici USA, e solo dopo essersi guadagnato dallo scorso anno un posto da titolare nel San Luis, club della pria divisione messicana. Il promettente difensore è infatti stato notato solo dopo aver lasciato la natia California del sud all'età  di 18 anni per tentare l'avventura messicana. E se non ci avesse provato, oggi probabilmente non saremmo qui a scrivere di lui. Cresciuto in un team californiano, gli Irvine Strikers, Orozco ha quindi effettuato provini con Chivas USA e Los Angeles Galaxy, ma nessuna delle sue squadre è riuscita a trovargli spazio adeguato.

L'agente Hugo Salcedo, specializzato nello scovare talenti negli USA da piazzare in Messico, gli organizza quindi un provino di 8 giorni col Necaxa, una delle migliori squadre della Liguilla, mentre questa si trova in California per l'Interliga (torneo che qualifica un team messicano alla Copa Libertadores). Il ragazzo piace e viene messo sotto contratto dal Necaxa. Parte così la sua, non facile, avventura. "Mi pagavano $200 al mese più vitto e alloggio. Riuscivo a vivere, ma non era certo facile", ha dichiarato il ragazzo a Soccer America. Il primo impiego per lui è con la squadra riserve, in seconda divisione: "Era frustrante, all'inizio non vedevo l'ora di tornarmene a casa. Stavo ore al telefono con i miei genitori. Ma ho deciso di resistere e fino alla promozione in prima squadra".

Ma purtroppo per lui l'esordio in prima divisione col Necaxa non arriva, ma l'allenatore Raul Arias al momento di cambiare squadra decide di portarsi il ragazzo con sé al San Luis. E finalmente il debutto arriva. E' il 26 agosto 2006, quasi due anni dopo il suo arrivo in Messico, quando al 69' del match fra San Luis e Tigres, in quel momento sul 2-0, subentra al posto di Oscar Mascorro. Ma il passaggio dalla gioia alla disperazione è un attimo. Passano infatti solo 3 minuti e un suo intervento a fermare un avversario diretto in area gli procura un cartellino rosso.

Passano 6 mesi prima che Orozco riveda il campo, a 5 giornate dalla fine del Clausura 2007, e ci vogliono 32 partite prima che il CT dell'Under 23 Piotr Nowak si accorga di lui e lo convochi. Ne bastano poi solo 4 per fare di lui uno dei leader dell'Olimpica USA, insieme a Freddy Adu Jozy Altidore, con cui insieme proverà  a conquistare una medaglia a Pechino. “Sono americano, e giocare per gli USA è sempre stato il mio sogno", dice Orozco. Ma almeno lui è stato chiamato, a differenza di un altro ragazzo di origini messicane, Edgar Castillo, che oggi furoreggia nella primera division messicana.

Cittadinanza calcistica

Rispetto a quella di Orozco, che mai ha avuto dubbi su quale nazionalità  scegliere, ben diversa è la situazione di chi si trova a dover prendere una decisione non facile. Una decina di anni fa infatti il Governo messicano, che in precedenza scoraggiava la doppia cittadinanza, ha completamente cambiato approccio, consentendo a chiunque sia nato in Messico, o all'estero da genitori messicani, di poter ottenere la cittadinanza anche se ne possiede un'altra. Ciò consente ai "Mexican-Americans" di avere una serie di diritti quali il voto, di comprare proprietà  e di ereditare. Ma non solo, ha consentito anche l'apertura di un nuovo mercato per i team messicani, che adesso possono ingaggiare ragazzi nati negli USA senza dover occupare un posto da straniero come avveniva in passato.

Di conseguenza la misura relative alla cittadinanza e la sempre notevole immigrazione dal Messico agli USA, il tutto combinato con la crescita del movimento calcistico negli USA, ha dato il via ad un'attivissima campagna di ricerca di talenti da parte delle squadre messicane, con osservatori sparsi per tutto il continente nordamericano. Ne è un esempio il torneo denominato Dallas Cup, che attira decine di squadre piene di ragazzi di origine messicana.

Non solo. La doppia cittadinanza consente a giocatori nati negli USA di essere eleggibili per El Tri, la Nazionale messicana. Il caso più noto è quello del giovane terzino Edgar Castillo, nato e cresciuto in New Mexico, che ha trovato la sua via al professionismo col Santos Laguna, ed è oggi considerate uno dei migliori giocatori del campionato.

A lungo ignorato dalle giovanili USA, Castillo è stato ben contento lo scorso di ricevere la chiamata dell'allora CT della Nazionale messicana Hugo Sanchez, che lo ha schierato sulla fascia sinistra del centrocampo. Dopo di allora è stato titolare - andando anche in gol - nel (fallimentare per il Messico) torneo di qualificazione olimpica. La cosa dovrebbe far pensare non poco lo staff tecnico USA, vista anche la cronica mancanza di giocatori di fascia sinistra di livello, con Bob Bradley costretto ancora convocare l'anziano Eddie Lewis, 34enne del Derby County. E meno male che un'altra promessa di origine messicane , il bravo (MLS Rookie of the year 2006) laterale sinistro del Chivas USA Jonathan Bornstein, ha scelto la cittadinanza calcistica americana, anche grazie allo stesso Bradley che è stato suo coach nel 2006 e che lo ha voluto in Nazionale.

In attesa di una chiamata

Un altro giovane talento USA in veloce ascesa è il 20enne texano Jose Francisco Torres, almeno lui notato dai tecnici USA, che però non l'hanno ancora convocato. Ma così rischiano, perché se il ragazzo, che milita nel Pachuca, squadra che negli ultimo anni ha vinto tutto in Messico e a livello internazionale (Concacaf Champions' Cup 2007 e 2008 e Copa Sudamericana nel 2007), continuerà  a far vedere belle cose, sono alte le possibilità  che a breve possa essere chiamato dal Messico.

Nato e cresciuto a Longview, cittadina da 80.000 abitanti nel Texas orientale, è stato avvistato dagli osservatori messicani durante un torneo a Jacksonville (Florida), finendo a giocare a 16 anni nelle giovanili del Pachuca. L'esordio in prima squadra arriva poco dopo il compimento dei 18 anni, contro il Toluca, nelle semifinali del Torneo Apertura 2006. "Eravamo sotto 1-0, e l'allenatore mi ha gridato: 'Gringo! Sarai nervoso all'inizio, ma entra a mostra quello che sai fare'". Detto fatto: suo infatti il cross per Luis Angel Landin,il cui colpo di testa vale il pareggio.

Nonostante l'ottimo esordio, Torres gioca solo 3 minuti nel Clausura 2007 e due partite nell'Apertura 2007. Le cose iniziano migliorare nel Clausura 2008, con 5 match consecutive e l'esordio in Concacaf Champions Cup, dove l'ottima prova (ha anche colpito una traversa) nel primo match del doppio confronto che ha visto il pachica eliminare il D.C. United, ha attirato l'attenzione di Nowak.

Piccolo di statura, Torres è soprannominato "mosquito", e il suo affermarsi nella miglior squadra del Messico sembra il viatico giusto per un grande futuro con la Nazionale. Ma quale?
Alla domanda se stesse considerando Torres per lo U.S. Olympic team, il CT Nowak ha dichiarato al Washington Post: "Sa che lo stiamo seguendo e che ci interessa. Ma non è un segreto che il ragazzo può scegliere tra Messico USA". Da domandarsi però il perché non sia ancora stato convocato, tanto più che nell'Under 23 vediamo giocatori ancora al college o addirittura senza squadra (come il portiere Dominic Cervi, recentemente in prova al Celtic Glasgow ma ancora senza contratto dopo aver rifiutato le offerte del Chicago Fire).

Il vecchio giaguaro e i giovani virgulti

Un altro "prodotto" americani che gioca in Messico è il veterano di ritorno Daniel Hernandez. Texano, 34 anni, Hernandez ha giocato 6 stagioni nella MLS prima di trasferirsi per il periodo 2003-05 al Necaxa, giocare alter due stagioni con New England per poi tornare nella Liguilla prima al Puebla e poi al Jaguares.Ma il caso di Hernandez è diverso dagli altri, essendo stato ingaggiato quando già  era diventato un calciatore professionista in America.E' l'eccezione, quindi, in un quadro che vede i club messicani portarsi in casa giovani talenti nati negli USA per farli crescere nelle proprie giovanili. Bravi i club in questione a sfruttare l'opportunità , ma va detto che ciò avviene anche a causa dell'incapacità  di molti tecnici americani di individuare giovani di talento, specie se appartenenti a comunità  latinos, costretti quindi ad emigrare a causa della mancanza di opportunità .

E fanno bene, visto che i club messicani presentano settori giovani organizzati all'europea che consentono ai giovani di crescere in un ambiente adeguato ad un giovane calciatore fino ad un eventuale sbarco in prima squadra che vuol dire tanti soldi. Non solo. Mentre anche la MLS presenta le squadre riserve, in Messico queste giocano molte più partite e, sul modello spagnolo, militano all'interno dei regolari campionati dalla seconda divisione in giù. La MLS sta finalmente cercando di rivoltare la situazione, avendo dato il via da due anni ai settori giovanili, novità  assoluta nello sport USA dove gli atleti dei vari sport vengono selezionati attraverso il sistema dei college. Ma ci vorranno anni per vedere i frutti degli investimenti di oggi.

I nomi di Orozco, Castillo e Torres sono solo i più noti tra quelli degli americani in Messico, ma sono vari i ragazzi che meritano attenzione,
a cominciare dal 21enne californiano Jesus Padilla del Chivas Guadalajara, che ha già  messo insieme presenze in Copa Libertadores, Copa Sudamericana e Superliga. Padilla, cresciuto a San Jose, è stato inquadrato nelle giovanili dei Goats all'età  di 14 anni, e solo lo scorso anno è stato approcciato dai tecnici dell'Under 20 USA. Tra l'atro Padilla sta creando notevoli problemi ai Chivas per la sua nascita in California, su cui è in corso una polemica finita su tutti i media nazionali.

Sempre dalla California arriva Sammy Ochoa, 21 anche lui, in campo con la Nazionale USA Under 20 ai Mondiali di categoria del 2005. Ochoa ha debuttato con l'UAG Tecos nel 2006, anno in cui ha messo insieme 12 apparizione, per poi sparite nel 2007 (solo 4 minuti). Nel frattempo però si è messo in luce con le riserve, e per lui è ancora possibile una chiamata per le Olimpiadi.

Carlos Borja, 20 anni, è stato compagno di squadra di Padilla nel Tapatio (le riserve del Chivas) ed è già  passato per le giovanili USA (l'Under 17), firmando poi un contratto col Chivas USA, venendo però presto prelevato dai fratelli maggiori del Chivas, dove dallo scorso marzo gioca nelle riserve, dove almeno gicva un calcio abbastanza competitivo, cosa che probabilmente non avrebbe avuto possibilità  di fare con le riserve del Chivas USA.

In seconda divisione infine, ma in piena lotta per salire in prima, troviamo Marco Antonio Vidal, 21enne centrocampista titolare degli Indios Ciudad Juarez, con cui ha disputato un ottimo campionato. Prima di sbarcare Juarez, Vidal nel 2006 è stato 4 messi in prova al FC Dallas, ma l'ex coach Colin Clarke non gli ha trovato un posto in squadra. Motivo? L'ex assistente di Clarcke, Oscar Pareja, oggi assistant della Nazionale USA under-17, lo valutava troppo piccolo per il calcio pro. E pensare che a 13 anni il ragazzo era entrato nelle giovanili del Chivas, dov'è rimasto due anni prima di tornare a Dallas per nostalgia e nel 2005 lo cercava anche il Tigres. Ma lui voleva Dallas. Ma grazie a Clarcke e Pareja, un altro bravo giocatore è finito oltre confine.

I casi di cui abbiamo parlato sono sicuramente la punta di un iceberg di cui ancora non sono note le dimensioni. Quanti sono i ragazzi di talento spersi per le enormi periferie di città  come Los Angeles, Chicago, Houston o Albuquerque? Di certo ad individuarli contribuirà  sicuramente l'attività  degli esperti osservatori messicani, aiutati anche dagli investimenti su squadre satellite in corso da parte di molte squadre del sud del confine USA, che cercheranno di rimpolpare le proprie giovanili con giovani di belle speranze per una sorta di migrazione al contrario.

Se da una parte l'impossibilità  per molti ragazzi di trovare uno sbocco nel soccer professionistico USA è una cattiva notizia (ma le cose miglioreranno), quella buona è che finalmente anche in America iniziano a sbocciare talenti locali, nell'attesa che un giorno quel grande campione americano che possa dare l'accelerazione definitiva ad uno sport che ha solo bisogno di un eroe, magari figlio d'immigrati, per diventare veramente nazionale. E poi in fondo (fatte le dovute proporzioni), a parte l'Europeo del 1984, che diavolo aveva vinto la Francia senza i ragazzi figli di immigrati che hanno rappresentato la spina dorsale della Francia campione del mondo e d'Europa, oggi stabilmente tra le grandi dopo quasi un secolo d'anonimato calcistico?

Non è stato un grande anno per la Nazionale a stelle e strisce, proprio no. Nonostante alcuni grandi momenti, tutti gli obiettivi sono stati mancati, lasciando molti interrogativi sul lavoro del CT Jurgen Klinsmann. E dopo un 2014 decisamente positivo, l'anno che si sta chiudendo appare invece un deciso passo indietro. Il quadro preciso lo ha dato Grant Wahl  di Sports Illustrated: "C'è molto di cui essere preoccupati riguardo l'intero programma della Nazionale USA. In termini di match ufficiali il 2015 è stato un anno terribile. Gli USA hanno chiuso al quarto posto la Gold Cup e hanno perso il playoff di qualificazione alla Confederations Cup contro il Messico- Inoltre, la squadra è stata messa sotto da praticamente ogni squadra decente affrontata. Il trend preso non è per niente bello" La parte bella. Il migliori momenti della stagione sono stati segnato da alcune amichevoli fatte di risultati sorprendenti e protagonisti ancor di più. Basti pensare ai gol vittoria segnati entrambi nel finale dal carneade Bobby Wood (gioca in 2.Bundesliga con l'Union Berlin) contro Olanda e Germania lo scorso giugno, o il gol d'apertura del giovane Jordan Morris - che ancora gioca al college, con la Stanford University - contro il Messico a San Antonio, nel suo primo match dall'inizio con la maglia della Nazionale. Un altra buona notizia per la Nazionale è l'impegno preso dal promettente regista dell'Arsenal (attualmente in prestito ai Rangers Glasgow) di giocare con gli USA, scelti rispetto a Germania ed Etiopia. E qualcosa ci si può aspettare anche da Darlington Nagbe, liberiano naturalizzato americano dei Portland Timbers vincitori della MLS Cup, centrocampista offensivo capace di colpi notevoli, che ha già impressionato nel suo primo ritiro. Bene, ma era il minimo, anche i quattro punti ottenuti nei primi due match di qualificazione mondiale, anche se ci si aspetterebbe un percorso netto quando gli avversari si chiamano Guatemala, Saint Vincent e Grenadine, e Trinidad & Tobago. L'anno comunque si chiude con 10 vittorie, 6 sconfitte e 4 pari, anche se i numeri dicono poco. La parte brutta. Il vero obiettivo dell'annno era uno: vincere la CONCACAF Gold Cup per assicurarsi un posto nella Confederations Cup 2017 di preparazione ai Mondiali di Russia del 2018. Ma saltato l'obiettivo a causa di un'orrenda prestazione contro la Giamaica, a quel punto il nuovo obiettivo è diventato battere il Messico nel playoff. Ma al Rose Bowl di Pasadena la partita l'ha fatta il Messico, e l'ha anche vinta meritatamente, seppur ai supplementari. Inevitabili a quel punto le critiche per Klinsmann, difeso dal presidente della US Soccer Federation Sunil Gulati in una situazione nella quale la grande maggioranza dei CT sarebbe stata licenziata in tronco, viste anche le scelte molto discutibili in termini di convocazioni da parte dell'ex attaccante dell'Inter. Da un certo punto di vista la posizione di Gulati è sensata, visto che JK è stato preso con un ottica di lungo periodo, ma certo per lui è arrivato il tempo dei risultati. L'avvio delle qualificazioni ai Monidali 2018 era l'occasione per ripartire, ma i problemi non potevano certo sparire in un secondo, come si è visto quando Saint Vincent e Grenadine è andata in gol dopo soli 5 minuti dall'inizio del match contro gli Stati Uniti in quel di St. Louis. Poi gli USA hanno preso il controllo e vinto, ma i segnali d'allarme rimangono, come anche la pressione su Klinsmann. Anche perché è proprio il trend che preoccupa. Negli ultimi 15 anni raramente gli USA hanno lasciato punti contro squadre CONCACAF (escluso il messico, ovviamente) snei match su suolo americano. Ma nel 2015, dopo due vittorie, ne è seguita una sola in sei partite casalinghe contro team CONCACAF. E l'unica vittoria è stata un 6-0 su Cuba. A parte quella: due pareggi con Panama (inclusa la finale per il terzo posto della Gold Cup, poi persa ai rigori), la semifinale persa con la Giamaica, il playoff perso col Messico e pure un pari in amichevole col Costarica! Un anno che si chiude quindi con gli USA maramaldeggianti con le grandi ma poi dimentichi di curarsi del giardino di casa propria, col risultato di perdere il posto in Confederations Cup, accumulando anche tanti punti interrogativi. Ancora Michael Bradley. Quasi inevitabile la vittoria del premio "US Soccer Player of the Year" per Michael Bradley, vero fulcro del progetto di Klinsmann. Leader in campo e fuori, tatticamente bravissimo, difficilmente sbaglia una partita, e quest'anno è riuscito nell'impresa "leggendaria" di portare il Toronto FC ai playoff per la prima volta. Forse non la sua miglior stagione, ma nel grigio panorama USA 2015 il suo standard lo eleva sul piano più alto del podio. Ciò nonostante Clint Dempsey abbia messo a segno 9 gol (7 in Gold Cup), ma la stagione di quest'ultimo è stata segnata dal brutto incidente con l'arbitro in US Open Cup. Inoltre i grandi giocatori si vedono nei momenti importanti, e lui nella semifinale con la Giamaica e nel playoff col Messico è mancato totalmente. L'altro candidato era Fabian Johnson, che ha avuto un'ottima stagione col Borussia Monchengladbach, andando anche in gol in Champions League, ma messo da parte da Klinsmann dopo aver chiesto di essere sostituito nel match col Messico ai supplementari senza nemmeno essere infortunato. Che sarà nel 2016? Il momento più importante dell'anno a venire sarà sicuramente la Copa America Centenario, che si giocherà proprio negli USA, che avranno l'occasione di misurarsi con alcune delle migliori Nazionali al mondo. Gli stadi americani potranno quindi ammirare le gesta dei vari Leo Messi, Neymar, Luis Suarez e Jaime Rodriguez, e gli Stati Uniti non possono permettersi brutte figure dopo quanto accaduto tra Gold Cup e mancata Confederations, tanto più che affronteranno il sorteggio da teste di serie insieme a Argentina, Brasile e Messico, trovando quindi un girone gestibile. Il 2016 prenderà il via il 4 gennaio col classico ritiro invernale, che prevede anche due amichevoli: il 31 gennaio contro l'Islanda e il 4 febbraio contro il Canada. A marzo poi ci sarà il doppio match di qualificazione mondiale contro il Guatemala. Ancora un paio di match a settembre e poi via all'Hexagonal finale di qualificazione a novembre. Nel mezzo sicuramente Klinsmann vorrà organizzare qualche amichevole di alto profilo, anche se dovrà utilizzare date non previste dalla FIFA, con inevitabili restrizioni nella scelta dei giocatori. E questo sarà anche l'anno in cui probabilmente si vedranno molti cambiamenti, con l'ingresso di tanti giovani. Non per niente Klinsmann ha decisio che il ritiro di gennaio vedrà insieme i "grandi" e gli under 23, che dovranno prepararsi per il doppio playoff di marzo contro la Colombia di qualificazione alle Olimpiadi di Rio 2016. E' quindi probabile che qualche veterano inizi a rimanere a casa, specie dopo la Copa America. Un nome per tutti: Clint Dempsey. L'attaccante dei Seattle Sounders è a soli 9 gol dal record di segnature in nazionale di Landon Donovan, ma senza la Confederations Cup nel 2017, e con 35 anni sulle spalle nel 2018, è assai probabile che Klinsmann decida di guardare oltre. E l'esclusione nel primo match di qualificazione mondiale è stato un chiaro segnale al riguardo.

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Grazie alla vittoria sugli USA per 3-2 ai tempi supplementari ieri notte al Rose Bowl di Pasadena, sarà il Messico a rappresentare la CONCACAF alla prossima Confederations Cup. Denominato CONCACAF Cup, il match di ieri era infatti lo spareggio tra le vincitrici delle ultime due Gold Cup per inviare la numero uno del continente a Russia 2017, per la gioia del pubblico messicano che occupava gran parte dello stadio teatro della finale mondiale 1994 persa dall'Italia ai rigori (errori di Franco Baresi e Roberto Baggio) contro il Brasile. Messico in vantaggio con l'attaccante del Wolfsburg Javier "Chicharito" Hernandez già al 10'. Passano solo cinque minuti e gli Stati Uniti pareggiano con il difensore dello Stoke City Geoff Cameron, di testa su un perfetto cross di Michael Bradley. Il Messico domina nel secondo tempo, riuscendo però a trovare il gol con Oribe Peralta nel primo tempo supplementare. A sorpresa arriva però il pari dell'attaccante USA Bobby Wood - subentrato ad un Jozy Altidore inesistente - su cross del terzino degli Spurs DeAndre Yedlin. Ma ad esultare per ultima è El Tri, che col terzino destro Paul Aguilar con un gran tiro al volo al 118' prenota il viaggio per la Russia, dopo che nelle ultime due edizioni era toccato agli USA rappresentare la CONCACAF. Olimpiadi 2016 a rischio La giornata di Klinsmann era iniziata male, con l'Under 23 guidata dal suo vice, l'austriaco Andreas Herzog, battuta per 2-0 dall'Honduras, una sconfitta che pone a serio rischio la qualificazione alle Olimpiadi 2016. Per volare a Rio infatti gli USA dovranno ora battere il Canada e poi nel caso vincere lo spareggio contro la Colombia a marzo. Una giornata nera quindi per il soccer USA e per l'ex attaccante di Inter e Samp, che è sia CT che direttore tecnico delle Nazionali statunitensi, su cui ormai da più parti piovono richieste di esonero immediato, al momento escluse dal presidente della US Soccer Federation, Sunil Gulati. _________________________________________________________ Rose Bowl, Pasadena (CA) - 10 ottobre, 2015 USA vs Messico 2-3 d.t.s. (1-1 rt) Marcatori: MES - Hernandez 10' USA - Cameron 15' MES - Peralta 96' USA - Wood 108 MES - Aguilar 118 USA -- Guzan; Johnson (Evans 111), Cameron, Besler, Beasley; Jones, Beckerman, Bradley, Zardes (Yedlin 78); Dempsey, Altidore (Wood, 98). MESSICO -- Munoz, Reyes, Layun, Aguilar, Moreno; Marquez (Rivas, 76), Herrera, Guardado (Guemez, 80); Peralta, Jimenez, Hernandez (Corona, 97). Arbitro: Joel Aguilar (El Salvador). Spettatori: 93,723.

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Stanotte LA sarà impegnata a Dallas in uno scontro fondamentale per la conquista della testa della Western Conference, attualmente occuopata dai Vancouver Whitecaps. Tra i protagonisti più attesi della serata, oltre all'ex capitano del Liverpool Steven Gerrard, sicuramente l'attaccante messicano Giovani dos Santos, grande promessa di El Tri mai esplosa del tutta in Europa e da poco sbarcata (a caro prezzo) a LA. Uno sbarco avvenuto nel migliore dei modi, visti i due gol segnati nelle prime due partite tra CONCACAF Champions League e MLS. Dos Santos rappresenta per i LA Galaxy l'ennesimo tentativo di conquistarsi il pubblico ispanico: sono ben 9 milioni i Latinos, in gran parte di origine messicana, che vivono nelle cinque contee di Los Angeles. Il problema è che il 99% dei tifosi di calcio di origine ispanica rimane legato ai club che seguiva nel proprio paese o in quello dei propri genitori, come dimostra anche la scelta del Messico di giocare quasi tutte le amichevoli negli USA per sfruttare la passione locale e guadagnare un sacco di soldi. Ma con Dos Santos qualcosa potrebbe cambiare, almeno a livello di club. LEGGI: Ufficiale: Giovani Dos Santos ai LA Galaxy [VIDEO] “I tifosi messicani e messicano-americani non vedono l'ora di seguire Gio sul campo", ha dichiarato al LA Times un membro della LA Riot Squad, gruppo di tifosi "caldi" dei Galaxy. "Non molti dei miei amici messicani seguono la MLS e i Galaxy, ma penso che l'arrivo di Gio li attirerà, aumentando anche le presenze allo stadio". Il problema è che i messicani non vedono ancora la MLS come una lega di livello, principalmente perché seguono sempre i rispettivi club: dal Chvas de Guadalajara al Club America, passando per il Tigres finalista di Copa Libertadores sino al recente Club Tijuana, capace di attrarre tanti tifosi che vivono intorno al confine. LEGGI: Tijuana, terra di mezzo tra USA e Messico In passato, nelle prime 5 stagioni in MLS, i Galaxy hanno ingaggiato tre tra i più famosi calciatori della Nazionale di El Tri, ma senza ottenere risultati sul campo, come nemmeno in termini di seguito. In Messico qualcuno ha addirittura scritto "Galaxy, la tumba de mexicanos". Gli appassionati ricorderanno il coloratissimo (in termini di divise) portiere - che però voleva fare l'attaccante -Jorge Campos, primo straniero ingaggiato dalla MLS. Titolare col Messico ai Mondiali americani del 1994, giocò con i Galaxy nel 1996 e 1997, sbrigandosi però sempre a volare a casa durante la offseason per giocare nella LigaMX, fino alla cessione al Chicago Fire. Nel 1998 toccò all'attaccante Carlos Hermosillo, all'epoca capocannoniere del Messico, ma deludente in MLS con soli 14 gol nelle 34 partite giocate lungo due stagioni. A sua giustificazione le 34 primavere sulle spalle al momento del suo arrivo e una certa incompatibilità con l'ex nazionale USA e allora capitano dei Galaxy Cobi Jones, che lo limitava nel ricevere palloni adeguati per un attaccante delle sue caratteristiche. Terzo tentativo, ed ultimo fino a poco fa, Luis Hernandez, per la cui chioma bionda i Galaxy rinunciarono addirittura un paio di giocatori per farlo rientrare nel salary cap. Arrivato 32enne a LA nel 2000, dopo che solo due anni prima aveva messo a segno 4 gol ai Mondiali di Francia con la Nazionale, negli States di gol invece ne segnò 12, ma in tre stagioni in cui scese in campo solo 30 volte, con tanto di finale persa nel 2001 coi Quakes. E di lui a LA ricordano più le sue scorribande per locali che quelle in campo. Da allora, al termine della stagione 2002, i Galaxy non hanno più schierato giocatori messicani. “E' per questo motivo che molti messicani sono così distaccati da Galaxy", ha scritto Hoy, il settimanale in spagnolo del Los Angeles Times. “Ma un giocatore come Gio può attirarli. E' diverso da Campos, Hermosillo o Luis Hernandez, arrivati quando avevano già dato il meglio". Dos Santos ha infatti solo 26 anni  e già tanta esperienza. Per lui il top è ancora lontano, e i Galaxy sperano possa raggiungerlo a LA. Anche perché il messicano arriva poi a LA a tre anni di distanza dall'ingresso in MLS di un nuovo competitor, l'LAFC (ma il nome deve ancora essere scelto), che sostituirà l'ormai defunto Chivas USA, tentativo abortito di portare allo stadio tifosi messicani sfruttando il legame col solo Guadalajara. LEGGI: Addio al Chivas USA, la MLS cambia E ai Galaxy qualcuno è preoccupato dell'arrivo di un competitor dalla proprietà importante (Magic Johnson, il presidente del Cardiff City Vincent Tan, Mia Hamm, ecc.), al punto che c'è chi dice che l'LAFC potrebbe essere stato un fattore decisivo nel cambio di strategia dei Galaxy. Ma il presidente del club Chris Klein nega: "Non prendiamo decisioni basate sul marketing". Curiosa un'affermazione del genere fatta proprio da Klein, diventato il miglior amico a LA di David Beckham, il vero colpo di marketing oltre che calcistico (era ancora al top) che ha messo la MLS e i LA Galaxy sotto i riflettori del calcio mondiale. Colpo però reso un po' problematico dai due prestiti in offseason al Milan (dove si infortunò gravemente), ma valso due MLS Cup nelle ultime due stagioni prima dell'anno d'addio al PSG. E a LA tutti sperano che Giovani dos Santos, che ha ricevuto la "benedizione" di Becks la scorsa settimana allo StubHub Center di Carson, possa almeno replicare quei successi. Ma per arrivare ad essere "rispettati" dai tifosi di origine messicana, i LA Galaxy dovranno iniziare a battere con regolarità i club di oltre confine. E quindi, ancor più che ai tempi di Beckham, il vero obiettivo con l'arrivo di Giovani dos Santos a fianco di Steven Gerrad e Robbie Keane, deve essere la CONCACAF Champions League e il conseguente Mondiale per Club. Solo allora i bambini latinos probabilmente inizeranno a diventare tifosi dei Galaxy e a seguire con "rispetto" i club MLS.

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