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Michael Bradley, l’atteso
Scritto il 2007-01-24 da Franco Spicciariello su Yanks Abroad
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Michael Bradley, talentuoso mediano nato a Princeton, nello stato del New Jersey, il 31 Luglio 1987, e conserva proprio nel suo anno di nascita il rimpianto più grande. Essendo nato nell'87 avrebbe fatto veramente comodo alla Nazionale Under 20 che ha appena ottenuto la qualificazione per la 2007 U-20 FIFA World Cup, cui sicuramente Bradley non mancherà , avendo superato agevolmente il girone composto oltre agli USA da Guatemala, Haiti e Panama.

Purtroppo l'assenza in questa manifestazione del figlio dell'attuale head coach della nazionale maggiore degli Stati Uniti Bob Bradley, può essere considerata figlia delle stesse ambizioni del giovane talento di Princeton, poichè accettando di misurarsi in un club appartenente alla realtà  europea è andato automaticamente a scontrarsi con una regola non scritta del nostro continente, e cioè la solita prevezione nell'accettare di mandare un proprio giocatore in Nazionale a seguito di una convocazione. In questo caso il club del ragazzo ,l'olandese Heerenveen, non ha voluto privarsi di un giocatore che coach Gertjan Verbeek inizia a ritenere importante anche a livello di undici iniziale. Il mancato foglio di via per l'under 20 non ha comunque compromesso i rapporti tra i vertici federali dello U.S. soccer e quelli del club, poichè per quanto riguarda un'altro giocatore dell'Heerenveen, Robbie Rogers, non è stato posto alcun veto e di conseguenza la giovane punta si è potuta mettere in mostra nel gitone di qualificazione vestendo la casacca della Nazionale.

Michael Bradley sarebbe stato un autentico lusso, almeno nelle qualificazioni, per questa già  di per sé forte selezione, poichè avendo dalla sua parte esperienza, seppur breve a livello europeo, è stato già  convocato nella squadra maggiore dall' allora head coach Bruce Arena (attualmente in carica ai New York Red Bulls). Il suo esordio avvenne precisamente il 26 maggio 2006 quando al 44° minuto del secondo tempo gli vennero concessi pochi scampoli nella partita di preparazione ai Mondilai contro il Venezuela, anche se al momento già  avviata verso il 2-0 finale (reti di Brian Ching al 36' p.t. e Clint Dempsey al 24' s.t.) al posto di una “bandiera” dei D.C. United, il rude centrocampista Ben Olsen.

Due giorni dopo la partita vinta a Cleveland (a proposito,uno dei suoi idoli da piccolo era proprio l'italo-venezuelano ex bomber dei MetroStars, Giovanni Savarese) l'allenatore Bruce Arena gli concesse il bis facendolo entrare nel match giocato il 28 maggio a East Hartford contro la Lettonia al 38' del secondo tempo al posto di uno stremato Pablo Mastroeni,che per tutta la partita dovette “raddoppiare” insieme a Eddie Pope su un pericoloso Maris Verpakovskis oltre a fare come al solito da guardiano per il centrocampo. Nei pochi minuti che Bradley è stato utilizzato non ha affatto sfigurato e convinto Arena della bontà  della sua convocazione. Per la cronaca comunque quel giorno gli States s'imposero 1-0 con una rete al 43° minuto del primo tempo di Brian McBride e sconfissero una squadra, la Lettonia,che proprio in questi anni, dopo la partecipazione agli ultimi europei in Portogallo, sta vivendo i suoi migliori anni dalla sua formazione come Nazionale autonoma.

Il cambio sulla panchina della Nazionale maggiore non ha naturalmente danneggiato le prospettive di Bradley poichè, ringraziato Arena del suo lavoro, è subentrato Bob Bradley uno che sicuramente conosce potenzialità  e limiti, propensioni e difetti del giovane figlio.
Non era naturalmente preventivabile per la poca esperienza internazionale e ad alto livello la sua presenza al Mondiale di Germania giocato immediatamente dopo i due match amichevoli effettuati contro Venezuela e Lettonia. Non sarà  tantomeno un problema la convocazione in Nazionale e in “famiglia” da parte di Bradley padre nei confronti del figlio perchè comunque negli ultimi tempi ci sono stati parecchi esempi di rapporti padre-figlio in squadre di club e anche nella stessa nazionale come ha dimostrato la presenza nel già  citato ultimo mondiale del CT Zlatko Kranjkar e di suo figlio Niko tra le file della Croazia.

Michael Bradley iniziò a giocare a calcio nelle giovanili dei Chicago Sockers e dopo due anni di frequentazione della Bradenton academy venne scelto per il programma Project-40 della Mls e in seguito selezionato dagli allora MetroStars di New York. L'allora coach era guardacaso suo padre Bob che lo scelse alla 36a posizione.Dopo una controversa carriera nella MLS condita da poche reti e qualche assist,con il suo esordio contro i New England Revolutions, fu invitato a sostenere un primo provino proprio con gli olandesi dell'Heerenveen. In realtà  gli olandesi non furono gli unici a godere delle prestazioni in prova del centrocampista poichè poche settimane dopo effettuò un periodo di scrutinio anche nelle file del Birmingham dove strinse una profonda amicizia con il bomber di allora,il finlandese Mikaà«l Forssell, e in quelle dell'Allemania Aachen nell'antico stadio “Tivoli”. Dopo questi tre provini tornò nella squadra che lo aveva scelto e dopo l'apparizione nei playoff dei MetroStars proprio contro la squadra che lo aveva visto esordire nella MLS, i Revolutions, ricevette la notizia che dalla fine di quella stagione negli States poteva aggregarsi alla rosa della squadra olandese. Esordì a Febbraio in una partita del campionato primavera contro i pari età  del Willem II e il suo nuovo team concluse la partita con una vittoria per tre a zero premiata proprio da un suo goal,da uno dal rientrante da un infortunio Georgios Samaras (attaccante greco attualmente in forza al Manchester City e compagno di un suo altro grande amico,DeMarcus Beasley) e dalla rete finale siglata dall' altro giovanissimo difensore danese Timmi Johansen. Il suo esordio nella Eerste divisie avvenne in aprile contro l'AZ 67 Alkmaar guidato da Louis Van Gaal su un campo reso a momenti inpraticabile dalla neve.Buona comunque la sua partita anche se sulle sue tracce in marcatura si mise niente di meno che il nazionale olandese e noto “mastino” di mediana Barry Van Galen.

All'inizio di questa stagione altro passo in avanti nella sua carriera con l'iniziale partecipazione ai playoff della coppa Uefa dove la squadra della Frisia ha affrontato prima i portoghesi del Vitòria Setubal sconfitti tre a zero all'andata con un pareggio per 0-0 nel ritorno e successivamente nella fase a gironi gli scontri con gli spagnoli dell'Osasuna, i danesi dell' OB Odense, i francesi del Lens e Parma.

Al suo arrivo, oltre le naturali difficoltà  nell'ambientarsi in una realtà  totalmente differente da quella della metropoli dalla quale proveniva e il problema della lingua in una città  che non essendo Amsterdam e in una squadra che essendosi solo ultimamente issata a discreti livelli europei non possedeva e possiede nella sua rosa elementi di livello internazionale come l'Ajax, il PSV e il Feyenoord e non necessitava dunque di allenatori e giocatori che si esprimessero in inglese durante gli allenamenti o gli intervalli delle partite. Ha dovuto di conseguenza ricominciare da zero, ma grazie al suo carattere gioviale e anticonformista, e non certo chiuso, non ha avuto difficoltà  a legare con i suoi nuovi compagni di squadra e soprattutto con quelli naturalmente della sua età  o giù di lì come il giovane bravissimo centravanti Klaas Jan Huntelaar (ora all' Ajax) ,il già  citato Johansen e i canadesi Will Johnson e Rob Friend.

Michael Bradley fa parte di quella nuova generazione di calciatori emergenti statunitensi che decidono di intraprendere la carriera europea saltando anni e stagioni di MLS o passando certe volte direttamente dal college al “vecchio” continente. Oltre a lui e al suo compagno Robbie Rogers, altro chiaro esempio e dimostrato da Preston Zimmerman, solido attaccante in forza ai tedeschi dell' Amburgo, ma per ora solo a livello giovanile (eccellente la sua ultima prova contro la primavera del Wolfsburg in una partita valida per il campionato Regionalliga under 21 finita tre a zero con un tris realizzato proprio dalla talentuosa punta nata negli States).

In Olanda oltre ai due già  citati scalpita per un posto in prima squadra nel PSV Eindhoven anche l' altro statunitense dell' ottantasei Lee Nguyen (una sola presenza nel passato campionato), il diciannovenne canadese, ma di scuola americana Jonathan De Guzman del Feyenoord e l'altro canadese formatosi nello Utah Josh Wagenaar, terzo portiere dell'Ado Den Haag. Questi giovanissimi “Yanks Abroad” sono degni eredi di quella prima generazione di giocatori americani pressochè sconosciuti al di fuori dei confini nordamericani, ma talvolta anche negli stessi States, che decisero di intraprendere l' avventura in Europa al seguito di squadre di molta tradizione e poca fama che però gli consentirono di accumulare esperienza per difendere la maglia della Nazionale nelle competizioni internazionali e al ritorno nei patri confini e nell' allora neonata MLS.

Il riferimento è dedicato a giocatori storici come Thomas Dooley e Jovan Kirosvski in Germania e John Harkes in Inghilterra tra quelli che hanno ottenuto un discreto successo. Ma il riferimento può essere benissimo allargato a chi invece a sfondare non ci è riuscito, come i provini falliti da Tony Meola con i tedeschi del Friburgo o di Jeff Agoos con gli inglesi del Coventry. La generazione di Bradley e Zimmerman è però figlia di un progetto tecnico diverso e più approfondito con canoni di gioco e allenamento adottati da college e team della MLS sempre più simili a quelli applicati dalle nazionali e dai top team europei. Insomma, i giovani americani di adesso si trovano con qualche passo di vantaggio rispetto ai precursori di fine anni novanta che se la dovevano “cavare” solo con un sano spirito di avventura e la propria bravura e intelligenza. Per questo dunque, avvantaggiato dal progresso tecnico e dal padre allenatore e dunque provido di suggerimenti e consigli, credo che l'ottimo Michael Bradley dimenticherà  presto la mancata partecipazione alle qualificazioni della zona Concacaf e si concentrerà  più profondamente sulla sua carriera europea e sulla riconquista del posto in Nazionale maggiore, oltre ad aiutare i suoi compagni nella sfida che li aspetta giugno in Canada, per la quale gli USA hanno grandi aspettative.

Non è stato un grande anno per la Nazionale a stelle e strisce, proprio no. Nonostante alcuni grandi momenti, tutti gli obiettivi sono stati mancati, lasciando molti interrogativi sul lavoro del CT Jurgen Klinsmann. E dopo un 2014 decisamente positivo, l'anno che si sta chiudendo appare invece un deciso passo indietro. Il quadro preciso lo ha dato Grant Wahl  di Sports Illustrated: "C'è molto di cui essere preoccupati riguardo l'intero programma della Nazionale USA. In termini di match ufficiali il 2015 è stato un anno terribile. Gli USA hanno chiuso al quarto posto la Gold Cup e hanno perso il playoff di qualificazione alla Confederations Cup contro il Messico- Inoltre, la squadra è stata messa sotto da praticamente ogni squadra decente affrontata. Il trend preso non è per niente bello" La parte bella. Il migliori momenti della stagione sono stati segnato da alcune amichevoli fatte di risultati sorprendenti e protagonisti ancor di più. Basti pensare ai gol vittoria segnati entrambi nel finale dal carneade Bobby Wood (gioca in 2.Bundesliga con l'Union Berlin) contro Olanda e Germania lo scorso giugno, o il gol d'apertura del giovane Jordan Morris - che ancora gioca al college, con la Stanford University - contro il Messico a San Antonio, nel suo primo match dall'inizio con la maglia della Nazionale. Un altra buona notizia per la Nazionale è l'impegno preso dal promettente regista dell'Arsenal (attualmente in prestito ai Rangers Glasgow) di giocare con gli USA, scelti rispetto a Germania ed Etiopia. E qualcosa ci si può aspettare anche da Darlington Nagbe, liberiano naturalizzato americano dei Portland Timbers vincitori della MLS Cup, centrocampista offensivo capace di colpi notevoli, che ha già impressionato nel suo primo ritiro. Bene, ma era il minimo, anche i quattro punti ottenuti nei primi due match di qualificazione mondiale, anche se ci si aspetterebbe un percorso netto quando gli avversari si chiamano Guatemala, Saint Vincent e Grenadine, e Trinidad & Tobago. L'anno comunque si chiude con 10 vittorie, 6 sconfitte e 4 pari, anche se i numeri dicono poco. La parte brutta. Il vero obiettivo dell'annno era uno: vincere la CONCACAF Gold Cup per assicurarsi un posto nella Confederations Cup 2017 di preparazione ai Mondiali di Russia del 2018. Ma saltato l'obiettivo a causa di un'orrenda prestazione contro la Giamaica, a quel punto il nuovo obiettivo è diventato battere il Messico nel playoff. Ma al Rose Bowl di Pasadena la partita l'ha fatta il Messico, e l'ha anche vinta meritatamente, seppur ai supplementari. Inevitabili a quel punto le critiche per Klinsmann, difeso dal presidente della US Soccer Federation Sunil Gulati in una situazione nella quale la grande maggioranza dei CT sarebbe stata licenziata in tronco, viste anche le scelte molto discutibili in termini di convocazioni da parte dell'ex attaccante dell'Inter. Da un certo punto di vista la posizione di Gulati è sensata, visto che JK è stato preso con un ottica di lungo periodo, ma certo per lui è arrivato il tempo dei risultati. L'avvio delle qualificazioni ai Monidali 2018 era l'occasione per ripartire, ma i problemi non potevano certo sparire in un secondo, come si è visto quando Saint Vincent e Grenadine è andata in gol dopo soli 5 minuti dall'inizio del match contro gli Stati Uniti in quel di St. Louis. Poi gli USA hanno preso il controllo e vinto, ma i segnali d'allarme rimangono, come anche la pressione su Klinsmann. Anche perché è proprio il trend che preoccupa. Negli ultimi 15 anni raramente gli USA hanno lasciato punti contro squadre CONCACAF (escluso il messico, ovviamente) snei match su suolo americano. Ma nel 2015, dopo due vittorie, ne è seguita una sola in sei partite casalinghe contro team CONCACAF. E l'unica vittoria è stata un 6-0 su Cuba. A parte quella: due pareggi con Panama (inclusa la finale per il terzo posto della Gold Cup, poi persa ai rigori), la semifinale persa con la Giamaica, il playoff perso col Messico e pure un pari in amichevole col Costarica! Un anno che si chiude quindi con gli USA maramaldeggianti con le grandi ma poi dimentichi di curarsi del giardino di casa propria, col risultato di perdere il posto in Confederations Cup, accumulando anche tanti punti interrogativi. Ancora Michael Bradley. Quasi inevitabile la vittoria del premio "US Soccer Player of the Year" per Michael Bradley, vero fulcro del progetto di Klinsmann. Leader in campo e fuori, tatticamente bravissimo, difficilmente sbaglia una partita, e quest'anno è riuscito nell'impresa "leggendaria" di portare il Toronto FC ai playoff per la prima volta. Forse non la sua miglior stagione, ma nel grigio panorama USA 2015 il suo standard lo eleva sul piano più alto del podio. Ciò nonostante Clint Dempsey abbia messo a segno 9 gol (7 in Gold Cup), ma la stagione di quest'ultimo è stata segnata dal brutto incidente con l'arbitro in US Open Cup. Inoltre i grandi giocatori si vedono nei momenti importanti, e lui nella semifinale con la Giamaica e nel playoff col Messico è mancato totalmente. L'altro candidato era Fabian Johnson, che ha avuto un'ottima stagione col Borussia Monchengladbach, andando anche in gol in Champions League, ma messo da parte da Klinsmann dopo aver chiesto di essere sostituito nel match col Messico ai supplementari senza nemmeno essere infortunato. Che sarà nel 2016? Il momento più importante dell'anno a venire sarà sicuramente la Copa America Centenario, che si giocherà proprio negli USA, che avranno l'occasione di misurarsi con alcune delle migliori Nazionali al mondo. Gli stadi americani potranno quindi ammirare le gesta dei vari Leo Messi, Neymar, Luis Suarez e Jaime Rodriguez, e gli Stati Uniti non possono permettersi brutte figure dopo quanto accaduto tra Gold Cup e mancata Confederations, tanto più che affronteranno il sorteggio da teste di serie insieme a Argentina, Brasile e Messico, trovando quindi un girone gestibile. Il 2016 prenderà il via il 4 gennaio col classico ritiro invernale, che prevede anche due amichevoli: il 31 gennaio contro l'Islanda e il 4 febbraio contro il Canada. A marzo poi ci sarà il doppio match di qualificazione mondiale contro il Guatemala. Ancora un paio di match a settembre e poi via all'Hexagonal finale di qualificazione a novembre. Nel mezzo sicuramente Klinsmann vorrà organizzare qualche amichevole di alto profilo, anche se dovrà utilizzare date non previste dalla FIFA, con inevitabili restrizioni nella scelta dei giocatori. E questo sarà anche l'anno in cui probabilmente si vedranno molti cambiamenti, con l'ingresso di tanti giovani. Non per niente Klinsmann ha decisio che il ritiro di gennaio vedrà insieme i "grandi" e gli under 23, che dovranno prepararsi per il doppio playoff di marzo contro la Colombia di qualificazione alle Olimpiadi di Rio 2016. E' quindi probabile che qualche veterano inizi a rimanere a casa, specie dopo la Copa America. Un nome per tutti: Clint Dempsey. L'attaccante dei Seattle Sounders è a soli 9 gol dal record di segnature in nazionale di Landon Donovan, ma senza la Confederations Cup nel 2017, e con 35 anni sulle spalle nel 2018, è assai probabile che Klinsmann decida di guardare oltre. E l'esclusione nel primo match di qualificazione mondiale è stato un chiaro segnale al riguardo.

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Il 2015 è stato l'anno del boom (atteso da tutti) della Major League Soccer. Ne scrive anche il sito Forbes.com, che spiega come il seguito sia sempre più alto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, mentre è in crollo il baseball. Un boom in corso anche all'estero, con crescita degli ascolti TV del 50% nei 140 paesi in cui sono trasmessi i match MLS, dove in Italia Eurosport è riuscita a valorizzare un prodotto troppo spesso maltrattato da Sky in passato. E sul tema sbarca oggi anche Repubblica.it, che si lascia alle spalle certi toni ironici del passato per passare ad un'analisi più oggettiva. Scrive Nicola Sellitti: Un posto al tavolo delle grandi leghe sportive americane. La Major League Soccer ci sta arrivando, la sfida è lanciata ai colossi Mlb, Nba, Nfl e Nhl. Prima David Beckham, ora Kakà, Frank Lampard, Steven Gerrard e Andrea Pirlo, campioni con il pedigree, assegni circolari di interesse finiti in metropoli glamour - tranne l'ex milanista a Orlando - come New York e Los Angeles. Ma il flusso di stelle dall'Europa verso gli Stati Uniti oppure il format nuovo, da 17 a 19 franchigie con Orlando City e i New York FC in attesa della nuova società a Los Angeles dal 2018, non basta a spiegare il boom del soccer. Sempre Forbes: Con 340 partite trasmesse in diretta tv nell'ultima edizione del torneo, vinta dai Portland Timbers, la MLS presenta un forte seguito soprattutto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, che rappresentano i 2/3 degli spettatori complessivi. Dagli Stati Uniti all'estero, nell'ultima stagione è stata registrata una crescita di ascolti del 50% nei Paesi - oltre 140 - in cui la Lega viene trasmessa (in Europa c'è un accordo quadriennale con Eurosport), con enormi margini di crescita negli altri continenti, grazie anche al supporto delle piattaforme digitali su cui la Lega ha puntato il dollaro, tra contenuti video di partite, allenamenti delle squadre piazzati su Facebook e Twitter. Ancora Rep: Si sta concretizzando solo ora l'investimento sul calcio in America avviato più di due decenni fa che portò la Fifa ad assegnare agli Stati Uniti i Mondiali 1994, mentre ha contribuito alla causa il buon torneo della Nazionale allenata da Jurgen Klinsmann a Brasile 2014, fuori agli ottavi di finale ai supplementari con il Belgio ma con tanti orgogliosi spettatori americani, compreso il presidente Barack Obama, incollati alla tv. Oppure gli americani avevano solo bisogno di tempo per assimilare le leggi non scritte di uno sport culturalmente diverso da basket, baseball o football, che leggono la sconfitta nelle analisi statistiche, mentre nel pallone si può subire l'avversario per 90 minuti, con il bus davanti alla linea di porta e poi vincere con un calcio da fermo. Risultato: ora il pubblico lo guarda in tv e negli stadi, di proprietà delle franchigie, sicuri, moderni, tecnologici, a impatto zero sull'ambiente, di medie dimensioni, senza cattedrali vacanti da 80 mila posti a sedere. Il boom spettatori La media spettatori della Mls 2015 cresce del 12,5% rispetto alla passata stagione, con oltre 21 mila a gara, è stata ancora più alta ai playoffs. La Serie A non è troppo lontana, anzi i Seattle Sounders, con oltre 44 mila spettatori in media (con autoriduzione dello stadio), sarebbero al top anche in Italia, Premier League o Bundesliga. Ma ancora più importante è il tasso di riempimento degli stadi, superiore al 90% (in Italia è al 55%). LEGGI: Nuovo record media spettatori per la MLS! Per continuare a spingere la crescita la MLS ha deciso di continuare ad investire. Per questo il Board of Directors ha messo sul piatto altri 37 milioni di dollari per ingaggi e acquisti, che vanno ad aggiungersi al salary cap e alle spese senza limite per i tre designated player consentiti ad ogni squadra, Una crescita che sarà accompagnata anche dagli ingressi di grandi città come Atlanta (2017), Los Angeles con l'LAFC a far concorrenza ai LA Galaxy dal 2018 magari insieme a Miami (che intanto sbarca nella NASL con Nesta in panchina) con David Beckham pronto ad importare Ibra e Cristiano Ronaldo, e poi Minnesota (2018) , che porteranno la MLS a 24 team. Ma è stato annunciato che si salirà sino a quota 28 squadre, con Sacramento, San Antonio, Las Vegas e una fra St. Louis (la culla del soccer americano, da dove proveniva gran parte dei nazionali che batterono l'Inghilterra nel 1950), Detroit e Phoenix, pronte a mettere 100 milioni di dollari sul tavolo per entrare. Grandi città che servono anche a far crescere il mercato televisivo. Oggi l'accordo con Espn, Fox e Univision porta nelle casse della MLS 90 milioni di dollari l'anno (intesa per otto anni), il triplo del precedente contratto con i network, sette milioni in più di quanto Nbc sborsi per trasmettere le partite della Premier League negli Stati Uniti. Siamo ancora distanti(e ci rimarremo) dalle cifre monstre spese per la NFL, che da Cbs, Fox e Nbc che sborsano oltre tre miliardi di dollari l'anno, e anche dalla NBA, per cui  TNT e Espn pagano 2,6 miliardi di dollari annui per dieci anni. Ma il calcio in America non si ferma più.

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Michael Bradley, ex centrocampista della AS Roma e capitano della Nazionale di Jurgen Klinsmann, è stato votato come miglior giocatore statunitense del 2015. E' la prima volta che Bradley, compagno di squadra di Sebastian Giovinco a Toronto, si aggiudica questo riconoscimento. Per lui il 43% delle preferenze che gli ha permesso di battere la concorrenza di Fabian Johnson (33%) del del Borussia Mönchengladbach e Clint Dempsey (20%) dei Seattle Sounders. Per il figlio dell'ex CT USA Bob Bradley (attuale allenatore dei francesi del Le Havre) è l'ennesimo riconoscimento di una carriera già molto lunga nonostante i 27 anni. Bradley si era già aggiudicato il premio giovane dell’anno ricevuto nel 2007, mentre nel 2012, era stato proclamato vincitore della prima edizione dell’American Player of the Year Award. Nel 2014 la celebre rivista Forbes lo ha inserito, per la seconda volta, nella lista dei 30 sportivi under 30 più influenti dell’anno. “Essere votato Player of the Year mi rende molto orgoglioso. E' stato un anno brutto a livello di squadra, e sarà ciò che ricorderò di più. Nelle partite importanti siamo mancati, e il dispiacere è ancora lì”, ha dichiarato al Toronto Sun. Centrocampista del Toronto FC e della nazionale USA (di cui è capitano), fu ingaggiato dalla AS Roma il 15 luglio 2012 a fronte di 3 milioni versati nelle casse del Chievo (quando avrebbe potuto prenderlo l'anno prima quasi a zero, ma Franco Baldini disse no) e di un quadriennale. Finito in seconda linea con l'arrivo di Radja Nainggolan a Roma, per lui il DS Walter Sabatini non poté rifiutare la super offerta da 10 milioni dei canadesi, che lo portarono a Toronto nel gennaio 2014 insieme all'attaccante inglese Jermaine Defoe.

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