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E Charlie Davies se ne va
Scritto il 2007-01-05 da Franco Spicciariello su Calciomercato
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Al 2007 MLS SuperDraft i New England Revolution avrebbero volute scegliere quel giocatore del Boston College che lo scorso 24 aprile mise a segno una doppietta (con un gol in splendida rovesciata) che consentì agli Eagles di battere 3-1 i Revs al completo in un amichevole a campionato avviato.

Quel giocatore si chiama Charlie Davies, nato a Manchester (NH) il 25 giugno 1986 e, come detto, il 12 gennaio non sarà  al SuperDraft perché pochi giorni fa ha lasciato il Boston College per firmare un contratto con gli svedesi dell'Hammarby IF, che giocano nella Allsveskan, la prima divisione.

Ma Davies non è che il primo di una serie di giovani che hanno deciso di crescere calcisticamente all'estero, evitando di andarsi infilare nei contratti capestro e low cost che la MLS fa firmare ai giovani in arrivo dai college. Tra questi ricordiamo il Benny Feilhaber, all'Amburgo allenato dall'ex laziale Thomas Doll, Lee Nguyen del PSV Eindhoven e Robbie Rogers dell'Heerenveen, tutte possibili prime scelte lo scorso anno, ma tutti hanno deciso di provare a farcela in Europa. Ma questi sembrano solo dei segnali di quello che potrebbe essere un fenomeno che nei prossimi anni potrebbe prendere sempre più piede. Ma non perché i
collegiate players snobbino la MLS, ma semplicemente perché vedono più opzioni avanti a loro e perché gli osservatori europei stanno iniziando ad indirizzare le proprie antenne anche su qualche campo universitario.

A detta di Frank Dell'Apa, cronista del Boston Globe, la MLS riconoscendo il valore di Davies a fine novembre gli ha offerto un contratto top: $1 milione in sei anni più altri soldi provenienti da bonus e sponsor, facendogli capire che oltre a credere in lui intendeva promuoverlo in termini di immagine. Ma la MLS non ha volute riconoscere a Davies quello che era stato dato ad Adu nel 2004. Quando Adu partecipò al Draft, le cose furono sistemate in modo che i D.C. United fossero in una posizione tale da poterlo scegliere, e Charlie volevo giocare prorio con gli United o con i Revs, e questo per la MLS non era possibile. E per questo dopo essere stato seguito da Bordeaux, Celtic Glasgow, Zurich FC e anche AS Roma, ai primi di dicembre Davies è prima andatoa St. Louis per l'Hermann Award (dove si classificato secondo dietro Joseph Lapira di Notre Dame) e ha poi quindi preso un aereo ed è andato a fare un provino all'Ajax sotto gli occhi attenti di Aaron Winter, ex di Lazio e Inter. “E' un buonissimo giocatore, ma non abbastanza per noi - ha sentenziato Winter, responsabile delle giovanili dei “lancieri” di Amsterdam -. Noi stiamo cercando rinforzi per la prima squadra“. Vero anche che, come ha detto il coach del Boston College Ed Kelly, “Non sono così tanti i giocatori che passano dal college direttamente a squadre come Manchester United, Ajax o Chelsea”. Ma Davies è uno che non molla mai. Tagliato dalla Under 20 e ripresosi da un serio infortunio al gionocchio, è un giocatore astuto e veloce, capace di giocate spettacolari e con un gran fiuto per il gol. Come dimostrano i 15 gol in 16 partite segnati quest'anno con BC cui si aggiungono 6 in otto partite giocate con la maglia dei semi-pro Westchester Flames.

Quando l'Ajax ha deciso di non ingaggiare Davies, per lui era fondamentale fare la scelta giusta. Non poteva certo passare di provino in provino rischiando di sollevare interrogativi nocivi per la sua carriera. Per questo ha deciso di accettare la corte dell'Hammarby, che gli ha offerto un contratto simile a quello propostogli dalla MLS.

La MLS non voleva dare a Charlie quello che voleva, e nemmeno dargli la possibilità  di scegliere dove giocare", ha dichiarato Kofi Davies, il papa di Charlie. "L'Hammarby invece ha fatto l'offerta giusta, ma non solo. Lo hanno trattato come se fossse Pelé".
Uno degli aspetti buoni per Davies di essere finito all'Hammarby invece che all'Ajax è che con gli svedesi ha molte più probabilità  di scendere in campo con una certa continuità , anche perché l'Hammarby sarà  ben contento di vedere Davies segnare e quindi poterlo esporre sul mercato europeo. Perchè la squadra svedese non aspetta altro che qualche club della Premier League o della Bundesliga bussi alla sua porta per comprare il giovane statunitense e riempire le casse del club. Questo a differenza della MLS.

Proprio al riguardo la scelta Davies è stata sicuramente influenzata dalle esperienze di due come Chad Barrett e, più recentemente, Eddie Johnson e Clint Dempsey. Barrett due anni fa era praticamente nella stessa posizione di Davies. Titolare ai Mondiali Under 20 in Olanda, con Davies invece fuori dalla rosa, Barrett firmò con la MLS e in seguito I club europei iniziarono ad interessarsi a lui. Persino il Real Madrid si informò presso un agente USA mettendo a disposizione la cifra di $1 milione. Ma la trattativa si blocco all'origine quando l'agente spiegò al Real che primo, l'offerta andava fatta alla MLS come entità , secondo, molto probabilmente sarebbe stata respinta. Sono passati due anni, e Barrett non è che sia migliorato un granché, ed inoltre ha davanti a sé altri due anni di MLS, a meno di clamorosi cambiamenti, prima di poter eventualmente provare in Europa. Anche Clint Dempsey e Shalrie Joseph dei Revolution hanno avuto gli stessi problemi con la MLS, con Dempsey che solo ora sembra sull'orlo di riuscire a sbarcare in Inghilterra (se otterrà  il permesso di lavoro) e solo dopo aver tirato a lungo la corda con la lega, minacciando di rimanere fermo un anno. L'altro caos clamoroso è quello di Eddie Johnson, per il quale la MLS ha rifiutato un'offerta di $4 milioni del Benfica, mentre nel frattempo il giocatore è praticamente sparito dal calcio giocato.

"Una delle preoccupazioni di Charlie era che sarebbe stato obbligato a rimanere nella MLS per sei anni", ha detto Ed Kelly. "L'osservatore dell'Hammarby Micke "Hella" Hellstrà¶m ha notato Davies durante il torneo dell' Atlantic Coast Conference, del quale è stato nominato Offensive Player of the Year, e lo ha cercato. Inoltre il sogno di Charlie era quello di andare a giocare in Europa. È uno che si prende i suoi rischi dentro e fuori dal campo, e questo fa di lui un giocatore speciale. Non ho dubbi che ce la farà ".

"L'Hammarby ha voluto Davies per lanciarlo e poi rivenderlo", ha dichiarato l'agente Patrick McCabe. “Lo scopo dele squadre svedesi è vendere I giocatori e guadagnarci, come hanno già  fatto mandandone alcuni in Premier League".

Il 20enne Davies differisce da Adu, Barrett e Dempsey perché ha preparato il suo trsaferimento in Europa già  da un po', anche grazie al ruolo giocato dal padre Kofi, nato in Gambia e trasferitosi nel New England una trentina di anni fa. “Una delle ragioni per cui Charlie ha deciso di passare pro in Europa è che punta alle Olimpiadi di Pechino 2008. E tutti quelli che giocano per l'Olimpica sono professionisti. E dopo le Olimpiadi nel 2010 ci saranno i Mondiali, e se lui fosse rimasto al college ancora avrebbe sicuramente perso il treno buono".

Alcuni critici americani avrebbero visto bene Davies nella squadra riserve o nella primavera di qualche società  francese o tedesca, per consentirgli di crescere e abituarsi al calcio europeo. Ma pare che Tony Gustavsson, l'allenatore dell'Hammarby, sembra sia rimasto molto colpito dall'istinto per il gol e dalla velocità  di Davies, per quanto tatticamente il ragazzo debba ancora disciplinarsi, e che dal fatto che Davies fosse proprio il tipo di attaccante che cercava.

L'Hammarby, fondato nel 1897, è uno dei club svedesi con più storia alle spalle. Dall'Hammarby arrivò all'Inter il mitico Lennart "Nacka" Skoglund negli anni '50, giocatore fantastico capace di geniali invenzioni e gol strepitosi, ma anche indisciplinato e ingenuo fuori dove si distingue per una vita piena di eccessi. Morto in casa a soli 46 anni ufficialmente lo ha stroncato un infarto, ma si parla anche di suicidio. Addirittura il cantante scozzese Rod Stewart, che giocò per un breve periodo con il Brentford FC prima di intraprendere la carriera artistica, fu così impressionato dalla stria di Skoglund che divenne tifoso e investitore della squadra. Ma l'Hammarby, che è una polisportiva, ha un investitore forse meno famoso ma molto noto nel soccer Usa e non solo: l'AEG, Anschutz Entertainment Group, proprietario di vari team della MLS. E non è chiaramente una coincidenza che l'Hammarby andrà  a sostenere parte della sua preparazione precampionato presso l'Home Depot Center, di proprietà  dell'AEG, dal 15 al 30 gennaio. Un maligno potrebbe anche pensare che l'AEG abbia fatto in modo di mettere Davies fuori dal Draft sì da poterlo poi prendere eventualmente in prestito, oppure venderlo e prendersi tutti i soldi, senza doverli condividere con gli altri owner della MLS. Del resto gli affari sono affari.

Con Charlie Davies in Svezia, e con Dempsey in rampa di partenza, le attenzioni degli appassionati di calcio del New England si riversano sul fratello di Charlie, Justin Davies, senior alla Brooks School, che va a finire sotto i riflettori come già  successo al fratello di Freddy Adu, Fro Adu, che è recentemente entrato alla George Mason.

Il 2015 è stato l'anno del boom (atteso da tutti) della Major League Soccer. Ne scrive anche il sito Forbes.com, che spiega come il seguito sia sempre più alto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, mentre è in crollo il baseball. Un boom in corso anche all'estero, con crescita degli ascolti TV del 50% nei 140 paesi in cui sono trasmessi i match MLS, dove in Italia Eurosport è riuscita a valorizzare un prodotto troppo spesso maltrattato da Sky in passato. E sul tema sbarca oggi anche Repubblica.it, che si lascia alle spalle certi toni ironici del passato per passare ad un'analisi più oggettiva. Scrive Nicola Sellitti: Un posto al tavolo delle grandi leghe sportive americane. La Major League Soccer ci sta arrivando, la sfida è lanciata ai colossi Mlb, Nba, Nfl e Nhl. Prima David Beckham, ora Kakà, Frank Lampard, Steven Gerrard e Andrea Pirlo, campioni con il pedigree, assegni circolari di interesse finiti in metropoli glamour - tranne l'ex milanista a Orlando - come New York e Los Angeles. Ma il flusso di stelle dall'Europa verso gli Stati Uniti oppure il format nuovo, da 17 a 19 franchigie con Orlando City e i New York FC in attesa della nuova società a Los Angeles dal 2018, non basta a spiegare il boom del soccer. Sempre Forbes: Con 340 partite trasmesse in diretta tv nell'ultima edizione del torneo, vinta dai Portland Timbers, la MLS presenta un forte seguito soprattutto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, che rappresentano i 2/3 degli spettatori complessivi. Dagli Stati Uniti all'estero, nell'ultima stagione è stata registrata una crescita di ascolti del 50% nei Paesi - oltre 140 - in cui la Lega viene trasmessa (in Europa c'è un accordo quadriennale con Eurosport), con enormi margini di crescita negli altri continenti, grazie anche al supporto delle piattaforme digitali su cui la Lega ha puntato il dollaro, tra contenuti video di partite, allenamenti delle squadre piazzati su Facebook e Twitter. Ancora Rep: Si sta concretizzando solo ora l'investimento sul calcio in America avviato più di due decenni fa che portò la Fifa ad assegnare agli Stati Uniti i Mondiali 1994, mentre ha contribuito alla causa il buon torneo della Nazionale allenata da Jurgen Klinsmann a Brasile 2014, fuori agli ottavi di finale ai supplementari con il Belgio ma con tanti orgogliosi spettatori americani, compreso il presidente Barack Obama, incollati alla tv. Oppure gli americani avevano solo bisogno di tempo per assimilare le leggi non scritte di uno sport culturalmente diverso da basket, baseball o football, che leggono la sconfitta nelle analisi statistiche, mentre nel pallone si può subire l'avversario per 90 minuti, con il bus davanti alla linea di porta e poi vincere con un calcio da fermo. Risultato: ora il pubblico lo guarda in tv e negli stadi, di proprietà delle franchigie, sicuri, moderni, tecnologici, a impatto zero sull'ambiente, di medie dimensioni, senza cattedrali vacanti da 80 mila posti a sedere. Il boom spettatori La media spettatori della Mls 2015 cresce del 12,5% rispetto alla passata stagione, con oltre 21 mila a gara, è stata ancora più alta ai playoffs. La Serie A non è troppo lontana, anzi i Seattle Sounders, con oltre 44 mila spettatori in media (con autoriduzione dello stadio), sarebbero al top anche in Italia, Premier League o Bundesliga. Ma ancora più importante è il tasso di riempimento degli stadi, superiore al 90% (in Italia è al 55%). LEGGI: Nuovo record media spettatori per la MLS! Per continuare a spingere la crescita la MLS ha deciso di continuare ad investire. Per questo il Board of Directors ha messo sul piatto altri 37 milioni di dollari per ingaggi e acquisti, che vanno ad aggiungersi al salary cap e alle spese senza limite per i tre designated player consentiti ad ogni squadra, Una crescita che sarà accompagnata anche dagli ingressi di grandi città come Atlanta (2017), Los Angeles con l'LAFC a far concorrenza ai LA Galaxy dal 2018 magari insieme a Miami (che intanto sbarca nella NASL con Nesta in panchina) con David Beckham pronto ad importare Ibra e Cristiano Ronaldo, e poi Minnesota (2018) , che porteranno la MLS a 24 team. Ma è stato annunciato che si salirà sino a quota 28 squadre, con Sacramento, San Antonio, Las Vegas e una fra St. Louis (la culla del soccer americano, da dove proveniva gran parte dei nazionali che batterono l'Inghilterra nel 1950), Detroit e Phoenix, pronte a mettere 100 milioni di dollari sul tavolo per entrare. Grandi città che servono anche a far crescere il mercato televisivo. Oggi l'accordo con Espn, Fox e Univision porta nelle casse della MLS 90 milioni di dollari l'anno (intesa per otto anni), il triplo del precedente contratto con i network, sette milioni in più di quanto Nbc sborsi per trasmettere le partite della Premier League negli Stati Uniti. Siamo ancora distanti(e ci rimarremo) dalle cifre monstre spese per la NFL, che da Cbs, Fox e Nbc che sborsano oltre tre miliardi di dollari l'anno, e anche dalla NBA, per cui  TNT e Espn pagano 2,6 miliardi di dollari annui per dieci anni. Ma il calcio in America non si ferma più.

Calcio - Socceritalia

Mai la Major League Soccer (MLS) aveva visto un'estate di fuochi d'artificio come quella del 2015 nemmeno nel 1996, al punto di attrarre l'attenzione di media e fans di tutto il mondo. Del resto se tutto insieme si vede scendere in campo gente quale i campioni del mondo Andrea Pirlo e David Villa (sbarcato già a febbraio), o quale gli ex capitani di Liverpool e Chelsea Steven Gerrard e Frank Lampard, il suo compagno di sempre nei Blues Didier Drogba (che esordirà a giorni), l'ex Pallone d'Oro rossonero Kakà (anche lui presente da inizio campionato), fino ad un giovanotto di 26 anni adorato dalle folle messicane quale Giovani dos Santos, allora qualcosa deve essere successo oltre oceano. LEGGI: Riuscirà Giovani dos Santos a far amare la MLS ai messicani? Mai si erano viste infatti per una città come New York tante magliette con sulle spalle nomi quali "Villa", "Lampard" e ora "Pirlo", tutti del New York City FC, laddove in precedenza né i NY MetroStars poi NY Red Bulls erano riusciti a sfondare (dura se ti chiami col nome di un energy drink) nonostante grandi quali Yuri Djorkaeff o Thierry Henry. A qualcuno questa lunga serie di sbarchi di nomi altisonanti farà certamente venire in mente la NASL degli anni '70, quando nel giro di due anni a NY si palesarono prima Pelé e poi Giorgio Chinaglia e i capitani campioni del mondo di Germania e Brasile, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto, tutti in maglia Cosmos. A fianco a loro in quegli anni il pubblico americano poté ammirare quel che restava dei vari Johann Cruyff, George Best, Gerd Muller, Kazimierz Deyna, fino ai fantasisti inglesi negletti da Don Revie, quali ad esempio Rodney Marsh, Peter Osgood e Charlie George. Il primo della nouvelle vague dei grandi nomi MLS fu David Beckham nel 2007, che accese i riflettori sulla lega USA. Oggi Gerrard, Pirlo e Lampard non hanno certo il suo appeal, ma la strada è quella indicata dall'ex United e Real Madrid, il cui trasferimento a LA mentre era ancora in piena carriera rese "legittima" la MLS agli occhi dei suoi colleghi in giro per il mondo. E al primo giro Becks fu seguito dai vari Juan Pablo Angel (ex Aston Villa), il messicano Cuauhtemoc Blanco (capace di riempire solo lui lo stadio del Chicago Fire), il deludente brasiliano Denilson a Dallas, Guillermo Barros Schelotto protagonista nella MLS Cup vinta da Columbus, e altri, fino a Thierry Henry. LEGGI: Garber: Al top grazie a Beckham e ai fans Le cifre di oggi corrispondono a quelle guadagnate da Beckham, se non di più a livello base: Pirlo guadagnerà sugli 8,5 milioni più 2 di bonus; Lampard e Gerrad intorno ai 6. Tutte cifre extra salary cap, dato che ognuno di loro peserà massimo $436,250 sui $3.49 milioni assegnati ad ogni squadra per gli ingaggi. Il resto è paato dai titolari delle singole franchigie. Il timore di alcuni oggi è che la MLS possa essere avviata sullo stesso percorso che portò la NASL al fallimento a inizio anni '80, diventando una "retirement league". LEGGI: Stipendi MLS, Gerrard e Lampard giù dal podio. Kakà il più pagato Ma sarebbe un errore pensarlo, in quanto le condizioni e i tempi sono estremamente diversi rispetto ad allora. Innanzitutto in America è completamente cambiata la demografia, con una crescita esponenziale della popolazione di origine latinos. Inoltre, da oltre una decade il pubblico americano è sottoposto ad un bombardamento calcistico quotidiano, con centinaia di migliaia di persone che ogni sabato e domenica mattina si riversano nei pub per guardare i campionati europei o interrompono il lavoro per guardarsi un match di Champions League. L'opposto di quanto accadeva 30 anni fa, quando al massimo negli USA si riusciva a vedere qualche finale o un programma sulla Bundesliga sulla PBS, il servizio pubblico. E poi, altro punto fondamentale per un paese come gli Stati Uniti, c'è una Nazionale - guidata da un nome top come Jurgen Klinsmann, CT anche della Germania nel 2006 - sempre presente ai Mondiali dall'edizione 1990, giunta sino ai quarti nel 2002 e capace di creare ormai problemi a chiunque, con alcuni dei propri giocatori cresciuti nella MLS (ad es. Tim Howard, Clint Dempsey, Michael Bradley, ecc.) e poi protagonisti anche in Europa. In sintesi, è un altro mondo.   Altro mondo testimoniato anche dalla televisione. La MLS ha chiuso accordi per trasmettere i match di campionato in 86 paesi: dal Regno Unito all'Italia (Eurosport) e i nel resto d'Europa, arrivando sino ad Australia, Cina, Medio Oriente, Nordafrica e Brasile! Ma per riuscirci la MLS ha dovuto cambiare strategia negli ultimi anni. Dopo la crisi che portò nel 2002 alla chiusura delle franchigie di Miami e Tampa, la lega - sotto la guida saggia di Don Garber, ex capo di NFL Europe - ha avviato un processo di crescita lento ma costante, che dalle 10 squadre rimaste nel 2002 vedrà la MLS arrivare a 24 entro il 2020, e probabilmente ognuna col proprio stadio, dopo i primi anni in cui tutte erano costrette a giocare nei cavernosi stadi da football, con atmosfere totalmente diverse da quelle spettacolari (e televisive) di stadi come lo StubHub Center dei LA Galaxy, lo Sporting KC Park (considerato lo stadio più tecnologicamente avanzato al mondo) o la Red Bull Arena. LEGGI: Ultimissimo stadio: lo Sporting KC Park   Ma dopo aver portato la gente allo stadio negli USA e avviato due generazioni di calciatori, investendo poi pesantemente in centri di allenamento e academy, era arrivato il momento di costruirsi un profilo internazionale. Per questo, dopo aver riportato a casa alcuni dei migliori nazionali - Dempsey, Bradley, Jozy Altidore - strapagandoli anche per dare l'idea di una MLS quale "destination league" per i talenti nazionali, la lega ha deciso di puntare al top possibile. Un top che inevitabilmente non può che passare per giocatori con alle spalle il meglio della propria carriera, ma ancora in grado di dare qualcosa sul campo. Del resto Pirlo ha giocato la finale di Champions solo due mesi fa ed è (per ora) titolare nell'Italia, mentre Lampard e Gerrard sono stati comunque tra i protagonisti dell'ultima Premier League. E con loro la MLS si è lanciata definitivamente, come si può vedere anche dall'enorme interesse mediatico, con stampa e siti di tutti i paesi a coprire risultati e giocatori d'oltre oceano, quando - ad esempio in Italia - il solo www.SoccerItalia.it (in precedenza c'era solo una rubrica MLS su www.playitusa.com) se ne occupava fino a pochi anni fa. Del resto nel 2007 il Commissioner della MLS Don Garber disse allo scrivente: "Se un giorno acquistare Kakà o uno come lui dovesse per noi avere un senso dal punto di vista del business, non avremmo certo problemi a farlo. Basti dare un'occhiata agli azionisti della MLS titolari delle franchigie". E quel giorno è evidentemente arrivato. LEGGI: Garber e la MLS: i 15 anni del Don (SI.com) L'unico rischio per la MLS è che la mossa di investire sui grandi nomi possa identificarla troppo con una "retirement league", sul modello di quelle mediorientali tipo Qatar o Emirati, e ciò anche a causa di molti giornalisti che non conoscono o non capiscono regole e meccanismi. Per questo comunque la lega ha deciso di puntare anche su giovani ottimi giocatori quali Giovani dos Santos o Sebastian Giovinco, ad oggi vera stella del campionato, che sta illuminando con tutto il suo talento troppo spesso soffocato dai tattici allenatori italiani. E il mix sembra funzionare. Si prendano i LA Galaxy, dove accanto a due campioni un po' in la con gli anni quali Steven Gerrard e Robbie Keane (l'anno scorso miglior giocatore della lega), ecco una stellina come dos Santos e giovani promesse americane come Gyasi Zardes e Jose Villareal cresciute nell'Academy, o professionisti usciti dal Draft quali Omar Gonzalez (a suo tempo vicino anche alla AS Roma) e AJ De La Garza, o ottimi "lavoratori" del campo scovati in giro come Juninho (cresciuto nel Sao paulo) e Marcelo Sarvas. Non lo stesso si può dire ancora per il NYCFC, dove effettivamente a parte i gol di Villa, Pirlo è appena arrivato e Lampard è stato sempre infortunato, ma coach Kreis ha puntato anche sul giovane nazionale USA Mix Diskerud, su un veterano come Ned Grabavoy, e sta assistendo all'esplosione di Poku. Ma certo non è facile assemblare una squadra dal nulla. LEGGI: MLS MVP 2014: Robbie Keane (LA Galaxy) Nel mezzo di questa strategia qualche errore certo è stato fatto. Si pensi al Toronto, dove il management non è stato sempre il top. Prima il fallimento Danny Koevermans, poi l'arrivo stellare del cannoniere della nazionale inglese Jermain Defoe, immalinconitosi però dopo il cambio allenatore e ceduto al Sunderland. Mentre meglio è andata con Michael Bradley e, principalmente, Sebastian Giovinco, mentre Jozy Altidore si sta ancora riadattando dopo gli anni europei. Tutti nomi importanti, ma per Toronto e il calcio canadese e la MLS è forse ancor più importante l'investimento fatto da Toronto per la costruzione di un centro tecnico all'avanguardia affiancato da un'Academy considerata il futuro della squadra e della Nazionale della foglia d'acero (a fiabco dell'Academy dei Vancouver Whitecaps). Dal punto di vista del business le cose stanno andando sempre meglio per la MLS, anche se alcuni club,quelli senza stadio come il DC United, continuano a perdere soldi, ma la direzione imboccata è certamente quella giusta. Una direzione secondo alcuni simile - fatte le dovute distinzioni - a quella presa dalla Premier League. Fondata nel 1992, il calcio inglese era reduce dagli anni delle violenze degli hooligans, con anche l'addio al calcio europeo per i propri club. Per lanciare la Premier alcuni club puntarono proprio su grand giocatori, alcuni anche un po' in la con gli anni, in arrivo da quello che allora era il campionato top nel mondo la Serie A: ed ecco che per la prima volta sui giornali nostrani si iniziò a leggere delle vicende dei vari Paolo Di Canio, capace di appassionare i tifosi di Sheffield Wednesday, Celtic Glasgow, West Ham e Charlton (che lasciò insieme au milione e mezzo di contratto per tornare alla Lazio nel 2004), e grande rimpianto di Alex Ferguson allo United; Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e l'ex laziale Roberto Di Matteo al Chelsea; Fabrizio Ravanelli al Boro; Attilio Lombardo; l'ex parmense Tino Asprilla; o anche gli olandesi Ruud Gullit, reduce dai successi col Milan di Sacchi, e Dennis Bergkamp, che invece all'Inter aveva fallito e che all'Arsenal cambiò la storia e l'immagine noiosa dei Gunners insieme a Thierry Henry, altro ad aver fatto male in Italia alla Juve, con Arséne Wenger in panchina. Grandi nomi accompagnati tutti da una rivoluzione iniziata da stadi nuovi (o rinnovati) e bellissimi, capaci di attrarre un pubblico grande ma diverso dal passato, senza più violenza. E così la Premier divenne un campionato di sapore internazionale dopo un secolo di quasi autarchia. Che la MLS possa essere destinata allo stesso futuro è forse improbabile, sia per ragioni storiche che finanziarie (lega chiusa, salary cap), oltre al fatto che per guadagnarsi davvero la rispettabilità nel mondo i suoi club dovrebbero iniziare a vincere la CONCACAF Champions League (e magari un giorno la Copa Libertadores, dove le messicane partecipano ma non vincono) e ben figurare nel Mondiale per Club. Realista peraltro Garber, che parla sempre di una lega nella top 10 mondiale nel 2020, ma non certo di più. Ma la differenza col resto del mondo è che la MLS può solo crescere, e che gli USA rimangono un'attrazione enorme per i giocatori di tutto il mondo come luogo per vivere e per pagare (meno) tasse sugli ingaggi. E già si parla dello sbarco di Zlatan Ibrahimovic nel 2016 e di Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney nel 2018. Sotto a chi tocca.

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Doppio posticipo domenicale per la MLS. Una doppietta di Chris Rolfe permette al DC United di recuperare lo svantaggio col New England Revolution e di rafforzarsi in testa alla classifica della Eastern Conference. Un risultato non sorprendente vista la capacità mostrata dal team di Ben Olsen di rimontare - è la terza volta in quattro match casalinghi -  mentre i Revs, dopo il vantaggio di Charlie Davies dopo soli 10 minuti sono sembrati sedersi una volta arrivato il pari dello United. Grazie alla sconfitta di Orlando a Montreal, New England mantiene comunque un margine sul secondo posto, nell'attesa che tra poco più di un mese rientri l'infortunato centrocampista della Nazionale Jermaine Jones. Highlights - DC United vs New England Revolution 2-1 Seraccata invece per lo Sporting KC, che vede fermarsi una serie di 8 match senza sconfitte col 2.1 subito ieri notte al Rio Tinto Stadium col Real Salt Lake, con gol al 93' di Olmes Garcia su un tiro deviato. Le due rivali della Western Conference si sono date battaglia da subito, con le segnature aperte al 15' dal Designated Player del RSL, il 28enne attaccante ex Argentinos Jr. Sebastian Jaime. Ma al 30' è il centravanti di KV Dom Dwyer a pareggiare i conti. Ma in pieno recupero Garcia, entrato da pochi minuti, spara in porta cuna palla che rimbalza su Kevin Ellis e inganna Tim Melia. La vittoria permette al Real Salt Lake, terzultimo, di rivedere quota playoff ora distante solo tre punti. Per lo Sporting KC invece, persa l'occasione di balzare al terzo posto con una partita da recuperare su Vancouver. Highlights - Real Salt Lake vs Sporting KC 2-1

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