SPORT
Gli espansionismi della MLS
Scritto il 2006-11-20 da Franco Spicciariello su
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Con la fine del campionato MLS 2006, cresce l'interesse intorno a quello che circonda la crescita della prima lega professionistica calcistica americana costruita secondo seri criteri di business. Notevoli sono le discussioni su forum relative alle possibili expansion cities, cioè quelle città  che in futuro potrebbero diventare parte della MLS.
Major League Soccer, oggi composta da 13 squadre incluso Toronto FC, che ha pianificato un espansione fino a 16 entro il 2010, ma che non esclude un'ulteriore crescita, che però non dovrà  essere scriteriata come quella della NASL (il cui passaggio a 24 squadre del 1978 fu probabilmente fatale) o quella, più recente, della NHL.

Elenco di città  quello che segue che potrebbe diventare interessante tanto più se un giorno, magari non lontano, la MLS dovesse decidere di impiantare una 2nd division oppure integrarsi con la USL, che nel 2007 vedrà  le nuove California Victory (a San Francisco), Carolina Rail Hawks (a Cary, North Carolina) e l'arrivo di una squadra rappresentativa di Bermuda,

Di seguito abbiamo cercato di fare un quadro di tutte le città  di cui, per un motivo o per l'altro si è parlato come di possibili candidate. È chiaro che si è dato spazio più all'aspetto di mercato e di pubblico che a quello tecnico. Ma del resto, siamo nel mondo del calcio business, e per certi versi su questo il soccer USA, la MLS, è probabilmente persino più avanti della calcistica Europa.

Atlanta (GA)

I numeri della città  ci sono, ma i risultati di pubblico dei Silverbacks (USL), la storia (i Chiefs e gli Apollos, nella NASL, oscillavano tra i 4.000 e gli 8.000 di media spettatori) e la popolazione, non incoraggia. Ma Atlanta è considerata la NY del sud, la città  a maggior crescita. Se la MLS decidesse di sbarcare, lo farà  alla grande. A cominciare dallo stadio adatto alla MLS, che per ora manca. Quello delle Atlanta Beat, l'Herndon Stadium è troppo piccolo e non è abbastanza moderno. Però c'è il progetto, che vede al centro i Silverbacks, in un enorme centro sportivo con oggi il piccolo RE/MAX Greater Atlanta Stadium (2.500 posti) e nel 2007 un altro SSS da 20.000, che sembra destinato a portare Atlanta nella MLS.
Certo, per il soccer sfondare ad Atlanta non sarà  facile, vista la concorrenza di Braves, Falcons, Hawks, Thrashers, University of Georgia, Georgia Tech e NASCAR. Ma la MLS vuol scendere a sud di Washington, e farà  di tutto per riuscirci.

Austin (TX)

Con già  due team in Texas, la MLS non ha alcuna intenzione di espandersi ulteriormente nello stato della stella, come anche Garber ha già  dichiarato.

Cleveland (OH)

Garber, il Commissioner della MLS, la considera front runner nell'espansione che andrà  avanti fino al 2010, e da tempo è infatti in trattative con Burnham e Paul A. Garofolo, presidente e C.E.O. del Wolstein Sports and Entertainment Group, LLC, che ad agosto ha presentato la domanda per costruire un soccer specific stadium.
Nella NASL del 1968, si presentarono in media in 6.157 per vedere giocare i Cleveland Stokers, che però fallirono a fine stagione. La città  da allora è cambiata, e anche i tifosi, oggi molto più passionali, come abbiamo potuto vedere la scorsa estate, quando si presentarono in oltre 30.000 al Cleveland Browns stadium per vedere un'amichevole della Nazionale contro il Venezuela. Un sondaggio su BigSoccer.com dà  Forest City o Force come possibile nome scelto dai tifosi, mentre al terzo c'è il vecchio Stokers.

Detroit (MI)

Numeri, etnia (molto europea nei suburbs) e passione ci sarebbero. Ci sono anche i precedenti nella NASL con Detroit Cougars (5.700 spettatori di media nel 1967, primo anno di calcio, 4.266 nel 1968) e Detroit Express (12.1994 nel 1978, 14.058 nel 1979, 11.198 nel 1979). D'accordo poi sulla rivalità  con Chicago e Columbus (e Cleveland). Ci sono nella PDL i Michigan Bucks, ma dietro di loro ci sono molti investitori, tifosi e media che spingono perché Detroit, secondo mercato nazionale privo di una squadra MLS, entri nella lega. MLSDetroit.com

Miami (FL)

La MLS a Miami, anzi in Florida visto che ha fallito anche a Tampa Bay, ci ha già  provato. Ma i pessimi risultati di pubblico hanno costretto la lega a chiudere i Miami Fusion, anche a causa dei disastri causati dal pessimo proprietario, Ken Horowitz. Le scarse presenze per ammirare le gesta di Romario e Zinho con la maglia del Miami FC nella USL 1st, come del resto nella NASL ai tempi di Miami Gatos e Miami Toros (mai oltre i 4.000 spettatori a partita) lasciano pensare che per il soccer a Miami ci sia ben poco spazio. I latinos locali amano il baseball.

Philadelphia (PA)

Philadelphia è insieme ad Atlanta e Detroit il mercato più importante che manca alla MLS. Purtroppo la Rowan University, con cui la MLS aveva costruito un piano per portare il soccer professionistico nel mercato di Philadelphia (seppur con una squadra basata nel sud del New Jersey) non è stata in grado di supportare l'investimento previsto ai fini della costruzione di un SSS nel proprio campus, ma Garber insiste su Philly. Molte le trattative in corso, tutte però legate alla possibilità  di costruire uno stadio.
Nel calcio professionistico, i primi a Philadelphia furono gli Spartans, nel 1967 (5.261 di media), ma chiusero subito. Nel 1973 arrivarono i Philadelphia Atoms, che vinsero il Soccer Bowl con una squadra di quasi soli americani (raro ai tempi), e con il record di spettatori della lega di quell'anno, 11.501. Ma anche l'avventura degli Atoms si chiuse. Era il 1977. Nel 1978, dalle ceneri degli Atoms, nascono i Philadelphia Fury, ma durano solo tre anni e mai portano più di 8.000 persone allo stadio. Ma il mercato c'è, e la MLS lo vuole. Philly Soccer

Millwakee (WI)

Il soccer ha buoni precedenti (per successi) a Millwakee: i Milwaukee Rampage hanno vinto due volte la A-League, ma sono falliti nel 2002 per lo scarso pubblico (sotto i 4.000), sostituiti dai Milwaukee Wave United, andati anche peggio nella United Soccer Leagues 1st. Allo stesso tempo, sempre a Milwaukee giocano i Millwakee Wave, la squadra con più successi negli USA nella storia del soccer indoor, sempre presenti dalla stagione 1984/85, che portano fino a 7.000 spettatori a partita.
In città  stanno lavorando alacremente per far arrivare la MLS. Sembra che Peter Wilt (già  GM di Milwaukee Wave e Chicago Power nell'indoor, dei Minnesota Thunder nella A-League e dei Chicago Fire nella Major League Soccer), che lo scorso anno ha accettato il posto di CEO del Milwaukee Professional Soccer, stia per ottenere il via alla costruzione di un SSS da 20.000 posti, con il progetto di ottenere una franchigia a partire dal 2008. E se lo stadio si farà , Garber gli ha detto che la MLS arriverà . Millwakee Pro Soccer

Minneapolis (MN)

Quello dei Minnesota Kicks della NASL fu un fenomeno impressionante. Più di 23.000 spetttatori alla nascita, nel 1976, più di 32.000 nel 1977, ancora 30.000 nel 1978, scendendo poi fino a i 16.000 nel 1981, anno del fallimento. Numeri unici, Cosmos a parte. Oggi ci sono i Minnesota Thunder, che veleggiano sotto i 4.000 a partita. Quella formula magica di fine anni '70 sembra smarrita. Qualche rumour sulla proprietà  dei Thunder che punta alla MLS è uscito, ma di stadi non c'è notizia, e da parte di Garber il silenzio su Minneapolis è totale.

Montreal (Quebec, CA)

I primi furono i Montreal Olympique, nel periodo 1971-73, con mai più di 4.000 spettatori a partita. Ma poi la NASL è cresciuta, e anche il pubblico della francofona Montreal, che con la nascita dei Manic nel 1981 e 1982 si presenta in oltre 22.000 di media. Nel 1983, il crollo. Quelli erano anni in cui l'indipendentismo del Quebec era in grande ascesa, ma qualche furbo dirigente decise di ripetere l'operazione (fallimentare) del Team USA, facendo diventare i Manic una sorta di Team Canada. E così allo stadio, sempre in media, ci andarono solo in 7.910, e fu il fallimento. Nella USL 1st di oggi, Montreal ha il pubblico top dal 2003, dopo un pallido inizio, con quasi 12.000 spettatori a partita per gli Impact. In Canada, la Maple Leafe Ent. ha l'esclusiva, con il Toronto FC, garantita dalla MLS, che scade però nel 2009. E, su spinta anche della Canadian Soccer Association, è assai probabile che la seconda città  canadese nella MLS, sarà  Montreal (anche se la Bank of Montreal ha acquistato i naming rights per lo stadio di Toronto!).

New York (NY)

Di una seconda squadra nell'area di New York (e non nel NJ com i Red Bulls) si parla da quando la Red Bull ha acquistato i MetroStars. Si è persino ipotizzato l'uso dello Shea Stadium, ovviamente ristrutturato per il calcio. Del resto la rivalità  tra Galaxy e Chivas USA sta funzionando a Los Angeles, e chissà  che non si possa trovare facilmente a NY qualcuno che non ha simpatia per una società  che sul nome della Grande Mela ha messo quello di una bibita energetica. Purtroppo il brand dei Cosmos è inutilizzabile (l'attuale detentore Pinton, vuole $2 milioni!), ma certo sarebbe un'operazione interessante. Sembra infine che l'inglese AJX Media, società  che si occupa di calcio e business, stia lavorando per portare una nuova franchigia, il New York City FC prima nella USL dal prossimo anno e poi, dal 2011, nella MLS.

Oklahoma City (OK)

A Oklahoma City non ci sono precedenti per il calcio professionistico. In passato si è parlato di un coinvolgimento della Express Sports e del possible utilizzo, temporaneo, del Wantland Stadium, 10.000 posti, di proprietà  della University of Central Oklahoma. Ma non sembra che vi sia spazio per possibili sviluppi.

Ottawa (Ontario, CA)

Capitale e seconda città  per abitanti del Canada, nonostante un bello stadio da 30.000 posti, che ospiterà  anche partite del Mondiale Under 20 2007, non esistono praticamente speranze per la capitale canadese di accedere alla MLS. Si aggiungano i non buonissimi risultati di pubblico della NHL, una tradizione calcistica locale inesistente, e la precedenza per Montreal. Risultato: no.

Portland (OR)

Soprannominata "soccer city", la città  ha attualmente solo un team che gioca nella USl 1st Division, i Portland Timbers, che ogni settimana hanno circa 6.000 anime fedeli sedute sugli spalti. Nella NASL la franchigia aveva lo stesso nome, e nel 1976 portava più di 20.000 persone a partita. La passione della città  e il potenziale pubblico quindi ci sono, come anche le basi, a livello di college dalla presenza della University of Portland. La città  è nel mirino di Garber, e la vecchia rivalità  con Seattle e Vancouver, simbolizzata dalla Cascadia Cup, aiuta a mantenercela. Ci sarebbe anche lo stadio, PGE Park (19.000 posti), pronto e solo da riconvertire, ma la mancanza di investitori dalle giuste possibilità , il disinteresse degli sponsor, e il rischio di veder morire i Timbers in caso di passaggio alla MLS, sembrano impedimenti insuperabili.

Rochester (NY)

Ex casa dei Lancers nella NASL (tra i 5.000 e gli 8.000 di media dal 1970 al 1980) e oggi dei Raging Rhinos nella USL 1st (sempre sopra i 10.000 dal 1997 ad oggi), hanno anche recentemente (3 giugno 2006) inaugurato un nuovo stadio, il PaeTec Park, da 15.000 posti, ampliabile. Ci sarebbe anche la formazione base e il derby pronto con Toronto FC (250 km soli di distanza). Contro: il mercato in termini di TV di Rochester è sceso al 79° posto negli ultimi 12 mesi, dietro persino a Omaha, Sposane e Springfield (Missouri); popolazione in calo e, fondamentale, i proprietari non hanno intenzione di svenarsi per l'entrance fee.

San Antonio (TX)

Nel 2004 si era parlato molto della possibilità  che San Antonio potesse entrare nella MLS, anche grazie al ruolo svolto dall'ex sindaco Ed Garza, e pare che ra città  e MLS fosse stato raggiunto un accordo per portare una franchigia a San Antonio. Ma l'elezione di un nuovo sindaco, che ha subito affermato di voler ridiscutere l'accordo con la MLS, ha portato Garber ha stracciare l'accordo stesso e a trasferire i San Jose Earthquakes sempre in Texas, ma a Houston. Come per Austin, e visto anche il clima politico, è altamente improbabile che San Antonio finisca sulla mappa della MLS.

San Diego (CA)

I San Diego Toros nel 1968 portavano solo 4.245 spettatori a partita. I Jaws nel 1976 già  meglio: 6.152. Nel 1978 tocca invece ai Sockers di Hugo Sanchez, che passano da 5.000 a quasi 15.000 spettatori a partita, nel 1982. Ma era la NASL.
Più recentemente, la Soccer United Marketing, braccio commerciale della MLS, ha organizzato alcune partite di grande successo a San Diego, grazie in particolare al pubblico dei latinos, ma dopo l'occasione persa con i Chivas USA, con Vergara che ha preferito Los Angeles, e addirittura il fallimento (momentaneo) dei Sockers nella MISL (indoor), sembra difficile immaginare un team nel sud estremo della California. Ma San Diego, col suo bacino, rimane in piedi come possibile opzione.

San Jose (CA)

La MLS ha un accordo di esclusiva per tre anni con Lew Wolff e John Fisher, proprietari degli Oakland Athletics, per riportare il soccer nella Bay Area. Gli Earthquakes, trasferitisi in blocco a Houston lo scorso anno, e con due MLS Cup alle spalle, potrebbero tornare già  nel 2008, essendo stati approvati i piani per un SSS a Freemont (CA), dove gli Earthquakes giocheranno in condominio con gli A's. Per tenersi aggiornati, c'è anche una newsletter: San Jose Earthquakes

St. Louis (MO)

Anche St. Louis è considerata da Garber una front runner per le prossime espansioni. Esistono già  dei piani per un stadio di calcio adeguato. Del resto St. Louis è una città  storica per il soccer. Da lì provenivano molti dei membri della Nazionale che ai Mondiali del 1950 batté i Maestri inglesi. St. Louis è stata nella NASL dalle origini, 1967, con i St. Louis Stars (7.607 spettatori di media, crollo sotto i 3.000 nel 1969, ma nel 1972 è addirittura prima, con oltre 7.700 a partita, fino a più di 9.000 nel 1979), fino al '79. Nella MISL gli Steamers hanno sempre avuto un notevole pubblico (5.675 di media nel 2005/06), nonostante lo stop delle attività  di quest'anno. Vedremo.

Seattle (WA)

Quella di Seattle è una vicenda controversa. Franchigia storica, competeva con i Cosmos per il Soccer Bowl, e dal grande pubblico (nel periodo 1976 - 1980 fino a 24.000 a partita), in questi anni di USL sembra essersi persa, nonostante la vittoria della 1st division 2005. Il mercato del nordovest è quello che veramente manca alla MLS, e Garber ci tiene. Da anni sono in cortso trattative con Adrian Hanauer, proprietario degli attuali Sounders, ma questi non pare disponibile a pagare l'expansion fee, come dichiarato anche a noi in un'intervista di alcuni mesi fa. Gli ultimi rumors sembrano portare i Sounders in provincia, a Kitsap, con nuovi investitori pronti per lanciare la MLS a Seattle, nuovo stadio incluso. La speranza è che, almeno per il 2010, “the emerald city ” possa farcela.

Vancouver (British Columbia, CA)

I Vancouver Whitecaps sono la squadra canadese con più tradizione. Presenti già  nella NASL, vinsero anche un Soccer Bowl nel 1979 contro Tampa Bay, portando allo stadio fino a quasi 30.000 spettatori a partita nel 1983. Quest'anno i Whitecaps hanno vinto la USL 1st, dove militano dal 2001, ma i numeri sono ben più bassi, intorno ai 5.000 a partita. Attualmente i Whitecaps giocano al Swangard Stadium (15.000 posti), che però dal 2009 sarà  sostituito dal nuovo Whitecaps Waterfront Stadium, anche questo da 15.000 posti ma espandibile fino a 30.000.
Il problema Vancouver è che alla proprietà , come affermato recentemente dal GM Lenarduzzi, la MLS non interessa. La società  punta più ad un rafforzamento della USL per valutare in futuro possibili collaborazioni tra le due leghe.

Viaggio nella squadra con il tifo più "europeo" della MLS, espressione di una città con una grande cultura sportiva: il futuro del calcio degli States, visto oggi. «Posso solo dire che sono contento di esser stato parte di tutto questo, di aver visto questa cosa, come dire, nella mia vita», dice un signore attempato, sulla sessantina, con in testa un cappellino dei Seattle Sounders, la squadra di calcio della capitale dello Stato di Washington. «Perché io ho visto i momenti brutti. Ho visto… il niente. E ora vedo questo, e dico Grazie, Grazie, ogni volta che entro nello stadio, perché non avevo mai sperato di poter vedere una cosa del genere nella mia vita». A parlare è Frank MacDonald, ex-direttore Pr dei Seattle Sounders, dei primi Sounders, quelli fondati nel 1974 e disciolti nel 1983, nell’allora NASL, la prima grande Lega americana di calcio, che era, per dirla con un eufemismo, “in anticipo sui tempi”. Lo fa ai microfoni di Copa90, un’interessante web-series di documentari calcistici. MacDonald esprime un pensiero abbastanza tipico nella sua generazione di persone del calcio in America, quelli che hanno visto il calcio fallire per tanti anni (prima con la NASL, poi con la prima versione della MLS, quella, per dirla in parole povere, “pre-Beckham”). Ma se la gioia, o per giunta l’incredulità, per l’ora-assodato successo del calcio in America è sentimento abbastanza tipico per un appassionato di calcio americano di sessant’anni, non c’è niente di tipico quando si parla di calcio, e di sport, nella città di Seattle. Seattle non è una città immensa. Non conta più 650.000 persone. Eppure, ha sempre avuto una cultura sportiva, e soprattutto di tifo, straordinaria. Il sentimento cittadino per i tristemente defunti Sonics, ex-squadra della NBA, era calorosissimo, era parte del tessuto sociale urbano, e la loro morte ha creato un vero e proprio trauma collettivo, da cui è poi nato un movimento per riportare il basket a Seattle, che si corona con la produzione di un documentario, SonicsGate: Requiem for a Team, che illustra in maniera lampante le irregolarità del team di investitori capitanato da Clay Bennet che finirono per sancire l’addio definitivo da Seattle e l’approdo nell’Oklahoma, dove diventarono i preferiti di tutti gli hipster del basket, gli Oklahoma City Thunder. Una cosa del genere, in altre città orfane di squadre di basket, non è mai successa: non a St. Louis, non a Cincinnati. Ma Seattle è speciale: ama il suo sport. Tutto il suo sport. Prendiamo il football americano: i Seattle Seahawks, vincitori del Superbowl del 2014, godono di una delle fan-base più rumorose e calorose di tutta l’NFL: talmente rumorosi che sono noti come The 12th Man, Il Dodicesimo Uomo, e talmente fondamentali per i successi della squadra che la maglia numero 12 è stata ritirata dalla proprietà, manco fosse quella di Baresi, proprio in segno di rispetto verso i tifosi. E tutto questo alla faccia del fatto che stiamo parlando di football americano a Seattle; un luogo talmente poco storicamente legato allo Sport Nazionale del Mid-West che nella fantastica serie Friday Night Lights (la miglior serie tv a sfondo sportivo mai creata) i riferimenti al football a Seattle sono un running joke in più puntate della serie. Do they even have football in Seattle? chiede la moglie del coach, ridendo, in una scena memorabile. La risposta è chiara: eccome se c’è, e, a giudicare da come vanno i Cowboys, meglio rendersene conto, amici texani. Il discorso vale anche per il calcio. I tifosi dei Sounders sono diversi da tutti gli altri tifosi di calcio in America. C’è un articolo, sul sito di approfondimento sportivo americano Bleacher Report, dal titolo Seattle Sounders have the Best Fans in Pro-Sports. Non è cosa da poco: fermatevi un attimo a ragionare su cosa voglia dire per un sito di sport americano, un sito che quindi parla di football, hockey, baseball e basket, uscire con un articolo con un titolo del genere. E la cosa bella è che non si tratta del tipico esempio di “giornalismo” sensazionalistico dell’era di internet e del click-baiting – es. Questo pipistrello che mangia una banana è la cosa più dolce del mondo – no: è proprio la verità. Non esiste niente di simile, in America, e forse al mondo. Prima di tutto, i tifosi marciano allo stadio tutti assieme, ogni partita, dietro enormi striscioni, suonando tamburi, e cantando. Dal centro allo stadio. E quando ci arrivano, non smettono mai di cantare, dall’inizio alla fine. In tanti. Presente quando si urla Tutto lo stadio? Bene, a Seattle è letteralmente così. Cantano tutti, e stanno tutti in piedi, anche in tribuna. In una partita importante, vedere meno di sessantamila tifosi paganti al Century Link Field sarebbe una delusione. Anche il numero di tifosi paganti medi è pazzesco: quarantottomila, un dato sensazionale, se si pensa che l’attendance media nelle partite di MLS è meno della metà, e che è più di quanto non faccia l’AC Milan, che invece ha a sua disposizione uno stadio da quasi novantamila posti e una città con una cultura calcistica secolare. I tifosi dei Sounders, poi, sono diversi da quelli delle altre squadre della MLS: perché sembrano dei tifosi veri. Dei tifosi europei. Anche meglio dei tifosi europei medi: sono proprietari di parte della società, e hanno diritto di voto per l’elezione del General Manager ogni quattro anni, e quattro occasioni d’incontro con la dirigenza all’anno. Sono organizzati, sono strutturati, sono inclusivi, anti-fascisti, anti-omofobici e anti-razzisti. Lo dicono loro stessi, e con l’accento americano suona strano: We are antifa supporters. Hanno dei veri gruppi (non userei la parola ultras, perché sono civili) con dei veri nomi. Il gruppo più grande sono gli Emerald City Supporters, ma ci sono anche i Gorilla FC, e i La Barra Furza Verde (il gruppo ispanico).  Il quoziente ispanico è particolarmente rilevante, come in tutto il calcio americano, ma i Sounders hanno un’altra cosa che le altre squadre non hanno: il loro capo-curva è una donna. Una donna ispanica. Poi, ovviamente, i ragazzi che suonano i tamburi dall’inizio alla fine sono filippini. L’esperienza del tifo a Seattle è collettiva, e trasversale, taglia la città dall’alto al basso, dai quartieri ispanici a quelli filippini, dai bianchi agli afro-americani. E tutti quanti cantano e ballano e, a un certo punto,pogano. L’unica altra squadra nella MLS che può contare su un tifo anche vagamente paragonabile sono i Portland Timbers. Ma non è un caso: i Timbers sono i rivali dei Sounders. E rivalità, in America, vuol dire qualcosa di diverso che qui da noi. Gli elementi base sono gli stessi, chiaro, ma la rivalità è vista diversamente che da noi, o forse non è corretto dire “vista”, piuttosto, è “raccontata” in modo diverso.  Un esempio: la storica rivalità tra i Brooklyn Dodgers e i New York Giants. È nota come la miglior rivalità negli sport americani. Ed è una cosa importante. Talmente importante che, quando i Giants si spostarono a San Francisco, l’allora presidente dei Dodgers decisedi spostare a sua volta la squadra a Los Angeles per permettere alla rivalità di continuare. Non c’è molto altro da dire, oltre a questo, se non che in America si possono fare discorsi qualitativi sulle rivalità (fate una ricerca su Google scrivendo Which sports rivalry is the best rivalry e vedete cosa viene fuori), che sono una parte fondamentale dell’esperienza sportiva americana, parte della narrazione, a tal punto che i palinsesti televisivi sono strutturati apposta per ricreare il più possibile questo modello di racconto sportivo. E si ripresenta a tutti i livelli. La rivalità tra i Lakers e i Celtics è nota a tutti, ma per fare audience ESPN trasmette ogni anno la partita tra Ole Miss e Alabama nel college football, oppure quella tra Missouri contro Nebraska, o North Carolina contro Virginia. Queste rivalità hanno un nome proprio: ad esempio, quella (meravigliosa) tra Auburn e Georgia si chiama “Deep South’s Oldest Rivalry”. La cosa arriva fino alle High-school texane e alle loro assurde rivalità decennali con la squadra di football del paese affianco. Nel calcio ce n’è una sola: quella tra i Seattle Sounders e i Portland Timbers. È una cosa seria: ha pure una sua pagina dedicata su Wikipedia (conta ben sei capitoli e quindici sottosezioni). Nel primo paragrafo si legge che «la rivalità tra Timbers e Sounders è una delle più intense dell’intero panorama sportivo americano». È l’unica paragonabile a un derby europeo. Ed è nata, in parte, dalle ceneri dell’acerrima rivalità tra i Seattle SuperSonics e i Portland TrailBlazers nella NBA – rivalità che è stata sfortunatamente interrotta, appunto, quando i Sonics sono diventati i Thunder di Oklahoma City. Una rivalità che sta rinascendo, oggi, sul campo da calcio. Quindi, sì, è chiaro, l’abbiamo detto noi e lo stanno dicendo in tanti, da tanti anni: il calcio negli Stati Uniti sta cambiando, l’attenzione sta aumentando, il livello tecnico sta migliorando, i soldi stanno girando, la gente lo segue sempre di più, ovunque. Ma se vogliamo vedere, oggi, uno spaccato di cosa potrebbe essere il calcio in America nei prossimi anni, non serve una macchina del tempo. Se vogliamo vedere dei veri tifosi, una squadra veramente amata, uno stadio pieno, un vero derby, be’, non ci sono altre scelte. Basta andare a Seattle, oggi, per vedere una città che vive per il calcio. Non è più un sogno di pochi calciofili di vecchia data come il signor MacDonald. È una realtà. Una città Americana che ama il calcio. Chi l’avrebbe mai detto? Fonte: Timothy Small - Rivista Undici

Calcio - Socceritalia

Il 2015 è stato l'anno del boom (atteso da tutti) della Major League Soccer. Ne scrive anche il sito Forbes.com, che spiega come il seguito sia sempre più alto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, mentre è in crollo il baseball. Un boom in corso anche all'estero, con crescita degli ascolti TV del 50% nei 140 paesi in cui sono trasmessi i match MLS, dove in Italia Eurosport è riuscita a valorizzare un prodotto troppo spesso maltrattato da Sky in passato. E sul tema sbarca oggi anche Repubblica.it, che si lascia alle spalle certi toni ironici del passato per passare ad un'analisi più oggettiva. Scrive Nicola Sellitti: Un posto al tavolo delle grandi leghe sportive americane. La Major League Soccer ci sta arrivando, la sfida è lanciata ai colossi Mlb, Nba, Nfl e Nhl. Prima David Beckham, ora Kakà, Frank Lampard, Steven Gerrard e Andrea Pirlo, campioni con il pedigree, assegni circolari di interesse finiti in metropoli glamour - tranne l'ex milanista a Orlando - come New York e Los Angeles. Ma il flusso di stelle dall'Europa verso gli Stati Uniti oppure il format nuovo, da 17 a 19 franchigie con Orlando City e i New York FC in attesa della nuova società a Los Angeles dal 2018, non basta a spiegare il boom del soccer. Sempre Forbes: Con 340 partite trasmesse in diretta tv nell'ultima edizione del torneo, vinta dai Portland Timbers, la MLS presenta un forte seguito soprattutto tra i giovani, nella fascia 18-34 anni, che rappresentano i 2/3 degli spettatori complessivi. Dagli Stati Uniti all'estero, nell'ultima stagione è stata registrata una crescita di ascolti del 50% nei Paesi - oltre 140 - in cui la Lega viene trasmessa (in Europa c'è un accordo quadriennale con Eurosport), con enormi margini di crescita negli altri continenti, grazie anche al supporto delle piattaforme digitali su cui la Lega ha puntato il dollaro, tra contenuti video di partite, allenamenti delle squadre piazzati su Facebook e Twitter. Ancora Rep: Si sta concretizzando solo ora l'investimento sul calcio in America avviato più di due decenni fa che portò la Fifa ad assegnare agli Stati Uniti i Mondiali 1994, mentre ha contribuito alla causa il buon torneo della Nazionale allenata da Jurgen Klinsmann a Brasile 2014, fuori agli ottavi di finale ai supplementari con il Belgio ma con tanti orgogliosi spettatori americani, compreso il presidente Barack Obama, incollati alla tv. Oppure gli americani avevano solo bisogno di tempo per assimilare le leggi non scritte di uno sport culturalmente diverso da basket, baseball o football, che leggono la sconfitta nelle analisi statistiche, mentre nel pallone si può subire l'avversario per 90 minuti, con il bus davanti alla linea di porta e poi vincere con un calcio da fermo. Risultato: ora il pubblico lo guarda in tv e negli stadi, di proprietà delle franchigie, sicuri, moderni, tecnologici, a impatto zero sull'ambiente, di medie dimensioni, senza cattedrali vacanti da 80 mila posti a sedere. Il boom spettatori La media spettatori della Mls 2015 cresce del 12,5% rispetto alla passata stagione, con oltre 21 mila a gara, è stata ancora più alta ai playoffs. La Serie A non è troppo lontana, anzi i Seattle Sounders, con oltre 44 mila spettatori in media (con autoriduzione dello stadio), sarebbero al top anche in Italia, Premier League o Bundesliga. Ma ancora più importante è il tasso di riempimento degli stadi, superiore al 90% (in Italia è al 55%). LEGGI: Nuovo record media spettatori per la MLS! Per continuare a spingere la crescita la MLS ha deciso di continuare ad investire. Per questo il Board of Directors ha messo sul piatto altri 37 milioni di dollari per ingaggi e acquisti, che vanno ad aggiungersi al salary cap e alle spese senza limite per i tre designated player consentiti ad ogni squadra, Una crescita che sarà accompagnata anche dagli ingressi di grandi città come Atlanta (2017), Los Angeles con l'LAFC a far concorrenza ai LA Galaxy dal 2018 magari insieme a Miami (che intanto sbarca nella NASL con Nesta in panchina) con David Beckham pronto ad importare Ibra e Cristiano Ronaldo, e poi Minnesota (2018) , che porteranno la MLS a 24 team. Ma è stato annunciato che si salirà sino a quota 28 squadre, con Sacramento, San Antonio, Las Vegas e una fra St. Louis (la culla del soccer americano, da dove proveniva gran parte dei nazionali che batterono l'Inghilterra nel 1950), Detroit e Phoenix, pronte a mettere 100 milioni di dollari sul tavolo per entrare. Grandi città che servono anche a far crescere il mercato televisivo. Oggi l'accordo con Espn, Fox e Univision porta nelle casse della MLS 90 milioni di dollari l'anno (intesa per otto anni), il triplo del precedente contratto con i network, sette milioni in più di quanto Nbc sborsi per trasmettere le partite della Premier League negli Stati Uniti. Siamo ancora distanti(e ci rimarremo) dalle cifre monstre spese per la NFL, che da Cbs, Fox e Nbc che sborsano oltre tre miliardi di dollari l'anno, e anche dalla NBA, per cui  TNT e Espn pagano 2,6 miliardi di dollari annui per dieci anni. Ma il calcio in America non si ferma più.

Calcio - Socceritalia

Mai la Major League Soccer (MLS) aveva visto un'estate di fuochi d'artificio come quella del 2015 nemmeno nel 1996, al punto di attrarre l'attenzione di media e fans di tutto il mondo. Del resto se tutto insieme si vede scendere in campo gente quale i campioni del mondo Andrea Pirlo e David Villa (sbarcato già a febbraio), o quale gli ex capitani di Liverpool e Chelsea Steven Gerrard e Frank Lampard, il suo compagno di sempre nei Blues Didier Drogba (che esordirà a giorni), l'ex Pallone d'Oro rossonero Kakà (anche lui presente da inizio campionato), fino ad un giovanotto di 26 anni adorato dalle folle messicane quale Giovani dos Santos, allora qualcosa deve essere successo oltre oceano. LEGGI: Riuscirà Giovani dos Santos a far amare la MLS ai messicani? Mai si erano viste infatti per una città come New York tante magliette con sulle spalle nomi quali "Villa", "Lampard" e ora "Pirlo", tutti del New York City FC, laddove in precedenza né i NY MetroStars poi NY Red Bulls erano riusciti a sfondare (dura se ti chiami col nome di un energy drink) nonostante grandi quali Yuri Djorkaeff o Thierry Henry. A qualcuno questa lunga serie di sbarchi di nomi altisonanti farà certamente venire in mente la NASL degli anni '70, quando nel giro di due anni a NY si palesarono prima Pelé e poi Giorgio Chinaglia e i capitani campioni del mondo di Germania e Brasile, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto, tutti in maglia Cosmos. A fianco a loro in quegli anni il pubblico americano poté ammirare quel che restava dei vari Johann Cruyff, George Best, Gerd Muller, Kazimierz Deyna, fino ai fantasisti inglesi negletti da Don Revie, quali ad esempio Rodney Marsh, Peter Osgood e Charlie George. Il primo della nouvelle vague dei grandi nomi MLS fu David Beckham nel 2007, che accese i riflettori sulla lega USA. Oggi Gerrard, Pirlo e Lampard non hanno certo il suo appeal, ma la strada è quella indicata dall'ex United e Real Madrid, il cui trasferimento a LA mentre era ancora in piena carriera rese "legittima" la MLS agli occhi dei suoi colleghi in giro per il mondo. E al primo giro Becks fu seguito dai vari Juan Pablo Angel (ex Aston Villa), il messicano Cuauhtemoc Blanco (capace di riempire solo lui lo stadio del Chicago Fire), il deludente brasiliano Denilson a Dallas, Guillermo Barros Schelotto protagonista nella MLS Cup vinta da Columbus, e altri, fino a Thierry Henry. LEGGI: Garber: Al top grazie a Beckham e ai fans Le cifre di oggi corrispondono a quelle guadagnate da Beckham, se non di più a livello base: Pirlo guadagnerà sugli 8,5 milioni più 2 di bonus; Lampard e Gerrad intorno ai 6. Tutte cifre extra salary cap, dato che ognuno di loro peserà massimo $436,250 sui $3.49 milioni assegnati ad ogni squadra per gli ingaggi. Il resto è paato dai titolari delle singole franchigie. Il timore di alcuni oggi è che la MLS possa essere avviata sullo stesso percorso che portò la NASL al fallimento a inizio anni '80, diventando una "retirement league". LEGGI: Stipendi MLS, Gerrard e Lampard giù dal podio. Kakà il più pagato Ma sarebbe un errore pensarlo, in quanto le condizioni e i tempi sono estremamente diversi rispetto ad allora. Innanzitutto in America è completamente cambiata la demografia, con una crescita esponenziale della popolazione di origine latinos. Inoltre, da oltre una decade il pubblico americano è sottoposto ad un bombardamento calcistico quotidiano, con centinaia di migliaia di persone che ogni sabato e domenica mattina si riversano nei pub per guardare i campionati europei o interrompono il lavoro per guardarsi un match di Champions League. L'opposto di quanto accadeva 30 anni fa, quando al massimo negli USA si riusciva a vedere qualche finale o un programma sulla Bundesliga sulla PBS, il servizio pubblico. E poi, altro punto fondamentale per un paese come gli Stati Uniti, c'è una Nazionale - guidata da un nome top come Jurgen Klinsmann, CT anche della Germania nel 2006 - sempre presente ai Mondiali dall'edizione 1990, giunta sino ai quarti nel 2002 e capace di creare ormai problemi a chiunque, con alcuni dei propri giocatori cresciuti nella MLS (ad es. Tim Howard, Clint Dempsey, Michael Bradley, ecc.) e poi protagonisti anche in Europa. In sintesi, è un altro mondo.   Altro mondo testimoniato anche dalla televisione. La MLS ha chiuso accordi per trasmettere i match di campionato in 86 paesi: dal Regno Unito all'Italia (Eurosport) e i nel resto d'Europa, arrivando sino ad Australia, Cina, Medio Oriente, Nordafrica e Brasile! Ma per riuscirci la MLS ha dovuto cambiare strategia negli ultimi anni. Dopo la crisi che portò nel 2002 alla chiusura delle franchigie di Miami e Tampa, la lega - sotto la guida saggia di Don Garber, ex capo di NFL Europe - ha avviato un processo di crescita lento ma costante, che dalle 10 squadre rimaste nel 2002 vedrà la MLS arrivare a 24 entro il 2020, e probabilmente ognuna col proprio stadio, dopo i primi anni in cui tutte erano costrette a giocare nei cavernosi stadi da football, con atmosfere totalmente diverse da quelle spettacolari (e televisive) di stadi come lo StubHub Center dei LA Galaxy, lo Sporting KC Park (considerato lo stadio più tecnologicamente avanzato al mondo) o la Red Bull Arena. LEGGI: Ultimissimo stadio: lo Sporting KC Park   Ma dopo aver portato la gente allo stadio negli USA e avviato due generazioni di calciatori, investendo poi pesantemente in centri di allenamento e academy, era arrivato il momento di costruirsi un profilo internazionale. Per questo, dopo aver riportato a casa alcuni dei migliori nazionali - Dempsey, Bradley, Jozy Altidore - strapagandoli anche per dare l'idea di una MLS quale "destination league" per i talenti nazionali, la lega ha deciso di puntare al top possibile. Un top che inevitabilmente non può che passare per giocatori con alle spalle il meglio della propria carriera, ma ancora in grado di dare qualcosa sul campo. Del resto Pirlo ha giocato la finale di Champions solo due mesi fa ed è (per ora) titolare nell'Italia, mentre Lampard e Gerrard sono stati comunque tra i protagonisti dell'ultima Premier League. E con loro la MLS si è lanciata definitivamente, come si può vedere anche dall'enorme interesse mediatico, con stampa e siti di tutti i paesi a coprire risultati e giocatori d'oltre oceano, quando - ad esempio in Italia - il solo www.SoccerItalia.it (in precedenza c'era solo una rubrica MLS su www.playitusa.com) se ne occupava fino a pochi anni fa. Del resto nel 2007 il Commissioner della MLS Don Garber disse allo scrivente: "Se un giorno acquistare Kakà o uno come lui dovesse per noi avere un senso dal punto di vista del business, non avremmo certo problemi a farlo. Basti dare un'occhiata agli azionisti della MLS titolari delle franchigie". E quel giorno è evidentemente arrivato. LEGGI: Garber e la MLS: i 15 anni del Don (SI.com) L'unico rischio per la MLS è che la mossa di investire sui grandi nomi possa identificarla troppo con una "retirement league", sul modello di quelle mediorientali tipo Qatar o Emirati, e ciò anche a causa di molti giornalisti che non conoscono o non capiscono regole e meccanismi. Per questo comunque la lega ha deciso di puntare anche su giovani ottimi giocatori quali Giovani dos Santos o Sebastian Giovinco, ad oggi vera stella del campionato, che sta illuminando con tutto il suo talento troppo spesso soffocato dai tattici allenatori italiani. E il mix sembra funzionare. Si prendano i LA Galaxy, dove accanto a due campioni un po' in la con gli anni quali Steven Gerrard e Robbie Keane (l'anno scorso miglior giocatore della lega), ecco una stellina come dos Santos e giovani promesse americane come Gyasi Zardes e Jose Villareal cresciute nell'Academy, o professionisti usciti dal Draft quali Omar Gonzalez (a suo tempo vicino anche alla AS Roma) e AJ De La Garza, o ottimi "lavoratori" del campo scovati in giro come Juninho (cresciuto nel Sao paulo) e Marcelo Sarvas. Non lo stesso si può dire ancora per il NYCFC, dove effettivamente a parte i gol di Villa, Pirlo è appena arrivato e Lampard è stato sempre infortunato, ma coach Kreis ha puntato anche sul giovane nazionale USA Mix Diskerud, su un veterano come Ned Grabavoy, e sta assistendo all'esplosione di Poku. Ma certo non è facile assemblare una squadra dal nulla. LEGGI: MLS MVP 2014: Robbie Keane (LA Galaxy) Nel mezzo di questa strategia qualche errore certo è stato fatto. Si pensi al Toronto, dove il management non è stato sempre il top. Prima il fallimento Danny Koevermans, poi l'arrivo stellare del cannoniere della nazionale inglese Jermain Defoe, immalinconitosi però dopo il cambio allenatore e ceduto al Sunderland. Mentre meglio è andata con Michael Bradley e, principalmente, Sebastian Giovinco, mentre Jozy Altidore si sta ancora riadattando dopo gli anni europei. Tutti nomi importanti, ma per Toronto e il calcio canadese e la MLS è forse ancor più importante l'investimento fatto da Toronto per la costruzione di un centro tecnico all'avanguardia affiancato da un'Academy considerata il futuro della squadra e della Nazionale della foglia d'acero (a fiabco dell'Academy dei Vancouver Whitecaps). Dal punto di vista del business le cose stanno andando sempre meglio per la MLS, anche se alcuni club,quelli senza stadio come il DC United, continuano a perdere soldi, ma la direzione imboccata è certamente quella giusta. Una direzione secondo alcuni simile - fatte le dovute distinzioni - a quella presa dalla Premier League. Fondata nel 1992, il calcio inglese era reduce dagli anni delle violenze degli hooligans, con anche l'addio al calcio europeo per i propri club. Per lanciare la Premier alcuni club puntarono proprio su grand giocatori, alcuni anche un po' in la con gli anni, in arrivo da quello che allora era il campionato top nel mondo la Serie A: ed ecco che per la prima volta sui giornali nostrani si iniziò a leggere delle vicende dei vari Paolo Di Canio, capace di appassionare i tifosi di Sheffield Wednesday, Celtic Glasgow, West Ham e Charlton (che lasciò insieme au milione e mezzo di contratto per tornare alla Lazio nel 2004), e grande rimpianto di Alex Ferguson allo United; Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e l'ex laziale Roberto Di Matteo al Chelsea; Fabrizio Ravanelli al Boro; Attilio Lombardo; l'ex parmense Tino Asprilla; o anche gli olandesi Ruud Gullit, reduce dai successi col Milan di Sacchi, e Dennis Bergkamp, che invece all'Inter aveva fallito e che all'Arsenal cambiò la storia e l'immagine noiosa dei Gunners insieme a Thierry Henry, altro ad aver fatto male in Italia alla Juve, con Arséne Wenger in panchina. Grandi nomi accompagnati tutti da una rivoluzione iniziata da stadi nuovi (o rinnovati) e bellissimi, capaci di attrarre un pubblico grande ma diverso dal passato, senza più violenza. E così la Premier divenne un campionato di sapore internazionale dopo un secolo di quasi autarchia. Che la MLS possa essere destinata allo stesso futuro è forse improbabile, sia per ragioni storiche che finanziarie (lega chiusa, salary cap), oltre al fatto che per guadagnarsi davvero la rispettabilità nel mondo i suoi club dovrebbero iniziare a vincere la CONCACAF Champions League (e magari un giorno la Copa Libertadores, dove le messicane partecipano ma non vincono) e ben figurare nel Mondiale per Club. Realista peraltro Garber, che parla sempre di una lega nella top 10 mondiale nel 2020, ma non certo di più. Ma la differenza col resto del mondo è che la MLS può solo crescere, e che gli USA rimangono un'attrazione enorme per i giocatori di tutto il mondo come luogo per vivere e per pagare (meno) tasse sugli ingaggi. E già si parla dello sbarco di Zlatan Ibrahimovic nel 2016 e di Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney nel 2018. Sotto a chi tocca.

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