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USA U20: i convocati per il Mondiale
Scritto il 2015-05-07 da Giacomo Costa su Nazionale USA
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Coach Tab Ramos ha rilasciato la lista dei convocati per gli ormai imminenti Mondiali U20.

PORTIERI (3): Jeff Caldwell (University of Virginia; Todd, N.C.), Ethan Horvath (Molde FK; Highlands Ranch, Colo.), Zack Steffen (Freiburg; Downingtown, Pa.)

DIFENSORI (6): Cameron Carter-Vickers (Tottenham Hotspur; Westcliff on Sea, England),Matt Miazga (New York Red Bulls; Clifton, N.J.), Shaquell Moore (Unattached; Powder Springs, Ga.), Erik Palmer-Brown (Sporting Kansas City; Lee's Summit, Mo.), Desevio Payne (FC Groningen; Greenwood, S.C.), John Requejo (Club Tijuana; Carpinteria, Calif.)

CENTROCAMPISTI (6): Kellyn Acosta (FC Dallas; Plano, Texas), Paul Arriola (Club Tijuana; Chula Vista, Calif.), Russell Canouse (Hoffenheim; Lancaster, Pa.), Marco Delgado (Toronto FC; Glendora, Calif.), Emerson Hyndman (Fulham; Dallas, Texas), Joel Soñora (Boca Juniors; Buenos Aires, Argentina)

 ATTACCANTI (5): Jordan Allen (Real Salt Lake; Rochester, N.Y.), Bradford Jamieson IV (LA Galaxy; Los Angeles, Calif.), Rubio Rubin (Utrecht; Beaverton, Ore.), Maki Tall (Red Star; Washington, D.C.), Tommy Thompson (San Jose Earthquakes; Loomis, Calif.).

20 i calciatori e ci sono sorprese. Negli USA gli appassionati hanno rivolto già qualche polemica verso coach Tab Ramos per qualche scelta giudicata già adesso sbagliata. Sono infatti rimasti - a sorpresa - a casa Zach Pfeffer, Junior Flores del Borussia Dortmund, Gooch, Armando Moreno e, su tutti, Romain Gall dei Columbus Crew che ha trascinato la squadra ultimamente.

Manca ancora un giocatore, che dovrebbe essere Gedion Zelalem nel caso la FIFA accetti per tempo il "cambio di nazionalità" del giocatore che giocava nelle giovanili tedesche. Dovrebbe essere quindi lui il 21esimo.

Come si può vedere sono solo 2 i collegiali nella lista, pochissimi rispetto al passato.

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Mai la Major League Soccer (MLS) aveva visto un'estate di fuochi d'artificio come quella del 2015 nemmeno nel 1996, al punto di attrarre l'attenzione di media e fans di tutto il mondo. Del resto se tutto insieme si vede scendere in campo gente quale i campioni del mondo Andrea Pirlo e David Villa (sbarcato già a febbraio), o quale gli ex capitani di Liverpool e Chelsea Steven Gerrard e Frank Lampard, il suo compagno di sempre nei Blues Didier Drogba (che esordirà a giorni), l'ex Pallone d'Oro rossonero Kakà (anche lui presente da inizio campionato), fino ad un giovanotto di 26 anni adorato dalle folle messicane quale Giovani dos Santos, allora qualcosa deve essere successo oltre oceano. LEGGI: Riuscirà Giovani dos Santos a far amare la MLS ai messicani? Mai si erano viste infatti per una città come New York tante magliette con sulle spalle nomi quali "Villa", "Lampard" e ora "Pirlo", tutti del New York City FC, laddove in precedenza né i NY MetroStars poi NY Red Bulls erano riusciti a sfondare (dura se ti chiami col nome di un energy drink) nonostante grandi quali Yuri Djorkaeff o Thierry Henry. A qualcuno questa lunga serie di sbarchi di nomi altisonanti farà certamente venire in mente la NASL degli anni '70, quando nel giro di due anni a NY si palesarono prima Pelé e poi Giorgio Chinaglia e i capitani campioni del mondo di Germania e Brasile, Franz Beckenbauer e Carlos Alberto, tutti in maglia Cosmos. A fianco a loro in quegli anni il pubblico americano poté ammirare quel che restava dei vari Johann Cruyff, George Best, Gerd Muller, Kazimierz Deyna, fino ai fantasisti inglesi negletti da Don Revie, quali ad esempio Rodney Marsh, Peter Osgood e Charlie George. Il primo della nouvelle vague dei grandi nomi MLS fu David Beckham nel 2007, che accese i riflettori sulla lega USA. Oggi Gerrard, Pirlo e Lampard non hanno certo il suo appeal, ma la strada è quella indicata dall'ex United e Real Madrid, il cui trasferimento a LA mentre era ancora in piena carriera rese "legittima" la MLS agli occhi dei suoi colleghi in giro per il mondo. E al primo giro Becks fu seguito dai vari Juan Pablo Angel (ex Aston Villa), il messicano Cuauhtemoc Blanco (capace di riempire solo lui lo stadio del Chicago Fire), il deludente brasiliano Denilson a Dallas, Guillermo Barros Schelotto protagonista nella MLS Cup vinta da Columbus, e altri, fino a Thierry Henry. LEGGI: Garber: Al top grazie a Beckham e ai fans Le cifre di oggi corrispondono a quelle guadagnate da Beckham, se non di più a livello base: Pirlo guadagnerà sugli 8,5 milioni più 2 di bonus; Lampard e Gerrad intorno ai 6. Tutte cifre extra salary cap, dato che ognuno di loro peserà massimo $436,250 sui $3.49 milioni assegnati ad ogni squadra per gli ingaggi. Il resto è paato dai titolari delle singole franchigie. Il timore di alcuni oggi è che la MLS possa essere avviata sullo stesso percorso che portò la NASL al fallimento a inizio anni '80, diventando una "retirement league". LEGGI: Stipendi MLS, Gerrard e Lampard giù dal podio. Kakà il più pagato Ma sarebbe un errore pensarlo, in quanto le condizioni e i tempi sono estremamente diversi rispetto ad allora. Innanzitutto in America è completamente cambiata la demografia, con una crescita esponenziale della popolazione di origine latinos. Inoltre, da oltre una decade il pubblico americano è sottoposto ad un bombardamento calcistico quotidiano, con centinaia di migliaia di persone che ogni sabato e domenica mattina si riversano nei pub per guardare i campionati europei o interrompono il lavoro per guardarsi un match di Champions League. L'opposto di quanto accadeva 30 anni fa, quando al massimo negli USA si riusciva a vedere qualche finale o un programma sulla Bundesliga sulla PBS, il servizio pubblico. E poi, altro punto fondamentale per un paese come gli Stati Uniti, c'è una Nazionale - guidata da un nome top come Jurgen Klinsmann, CT anche della Germania nel 2006 - sempre presente ai Mondiali dall'edizione 1990, giunta sino ai quarti nel 2002 e capace di creare ormai problemi a chiunque, con alcuni dei propri giocatori cresciuti nella MLS (ad es. Tim Howard, Clint Dempsey, Michael Bradley, ecc.) e poi protagonisti anche in Europa. In sintesi, è un altro mondo.   Altro mondo testimoniato anche dalla televisione. La MLS ha chiuso accordi per trasmettere i match di campionato in 86 paesi: dal Regno Unito all'Italia (Eurosport) e i nel resto d'Europa, arrivando sino ad Australia, Cina, Medio Oriente, Nordafrica e Brasile! Ma per riuscirci la MLS ha dovuto cambiare strategia negli ultimi anni. Dopo la crisi che portò nel 2002 alla chiusura delle franchigie di Miami e Tampa, la lega - sotto la guida saggia di Don Garber, ex capo di NFL Europe - ha avviato un processo di crescita lento ma costante, che dalle 10 squadre rimaste nel 2002 vedrà la MLS arrivare a 24 entro il 2020, e probabilmente ognuna col proprio stadio, dopo i primi anni in cui tutte erano costrette a giocare nei cavernosi stadi da football, con atmosfere totalmente diverse da quelle spettacolari (e televisive) di stadi come lo StubHub Center dei LA Galaxy, lo Sporting KC Park (considerato lo stadio più tecnologicamente avanzato al mondo) o la Red Bull Arena. LEGGI: Ultimissimo stadio: lo Sporting KC Park   Ma dopo aver portato la gente allo stadio negli USA e avviato due generazioni di calciatori, investendo poi pesantemente in centri di allenamento e academy, era arrivato il momento di costruirsi un profilo internazionale. Per questo, dopo aver riportato a casa alcuni dei migliori nazionali - Dempsey, Bradley, Jozy Altidore - strapagandoli anche per dare l'idea di una MLS quale "destination league" per i talenti nazionali, la lega ha deciso di puntare al top possibile. Un top che inevitabilmente non può che passare per giocatori con alle spalle il meglio della propria carriera, ma ancora in grado di dare qualcosa sul campo. Del resto Pirlo ha giocato la finale di Champions solo due mesi fa ed è (per ora) titolare nell'Italia, mentre Lampard e Gerrard sono stati comunque tra i protagonisti dell'ultima Premier League. E con loro la MLS si è lanciata definitivamente, come si può vedere anche dall'enorme interesse mediatico, con stampa e siti di tutti i paesi a coprire risultati e giocatori d'oltre oceano, quando - ad esempio in Italia - il solo www.SoccerItalia.it (in precedenza c'era solo una rubrica MLS su www.playitusa.com) se ne occupava fino a pochi anni fa. Del resto nel 2007 il Commissioner della MLS Don Garber disse allo scrivente: "Se un giorno acquistare Kakà o uno come lui dovesse per noi avere un senso dal punto di vista del business, non avremmo certo problemi a farlo. Basti dare un'occhiata agli azionisti della MLS titolari delle franchigie". E quel giorno è evidentemente arrivato. LEGGI: Garber e la MLS: i 15 anni del Don (SI.com) L'unico rischio per la MLS è che la mossa di investire sui grandi nomi possa identificarla troppo con una "retirement league", sul modello di quelle mediorientali tipo Qatar o Emirati, e ciò anche a causa di molti giornalisti che non conoscono o non capiscono regole e meccanismi. Per questo comunque la lega ha deciso di puntare anche su giovani ottimi giocatori quali Giovani dos Santos o Sebastian Giovinco, ad oggi vera stella del campionato, che sta illuminando con tutto il suo talento troppo spesso soffocato dai tattici allenatori italiani. E il mix sembra funzionare. Si prendano i LA Galaxy, dove accanto a due campioni un po' in la con gli anni quali Steven Gerrard e Robbie Keane (l'anno scorso miglior giocatore della lega), ecco una stellina come dos Santos e giovani promesse americane come Gyasi Zardes e Jose Villareal cresciute nell'Academy, o professionisti usciti dal Draft quali Omar Gonzalez (a suo tempo vicino anche alla AS Roma) e AJ De La Garza, o ottimi "lavoratori" del campo scovati in giro come Juninho (cresciuto nel Sao paulo) e Marcelo Sarvas. Non lo stesso si può dire ancora per il NYCFC, dove effettivamente a parte i gol di Villa, Pirlo è appena arrivato e Lampard è stato sempre infortunato, ma coach Kreis ha puntato anche sul giovane nazionale USA Mix Diskerud, su un veterano come Ned Grabavoy, e sta assistendo all'esplosione di Poku. Ma certo non è facile assemblare una squadra dal nulla. LEGGI: MLS MVP 2014: Robbie Keane (LA Galaxy) Nel mezzo di questa strategia qualche errore certo è stato fatto. Si pensi al Toronto, dove il management non è stato sempre il top. Prima il fallimento Danny Koevermans, poi l'arrivo stellare del cannoniere della nazionale inglese Jermain Defoe, immalinconitosi però dopo il cambio allenatore e ceduto al Sunderland. Mentre meglio è andata con Michael Bradley e, principalmente, Sebastian Giovinco, mentre Jozy Altidore si sta ancora riadattando dopo gli anni europei. Tutti nomi importanti, ma per Toronto e il calcio canadese e la MLS è forse ancor più importante l'investimento fatto da Toronto per la costruzione di un centro tecnico all'avanguardia affiancato da un'Academy considerata il futuro della squadra e della Nazionale della foglia d'acero (a fiabco dell'Academy dei Vancouver Whitecaps). Dal punto di vista del business le cose stanno andando sempre meglio per la MLS, anche se alcuni club,quelli senza stadio come il DC United, continuano a perdere soldi, ma la direzione imboccata è certamente quella giusta. Una direzione secondo alcuni simile - fatte le dovute distinzioni - a quella presa dalla Premier League. Fondata nel 1992, il calcio inglese era reduce dagli anni delle violenze degli hooligans, con anche l'addio al calcio europeo per i propri club. Per lanciare la Premier alcuni club puntarono proprio su grand giocatori, alcuni anche un po' in la con gli anni, in arrivo da quello che allora era il campionato top nel mondo la Serie A: ed ecco che per la prima volta sui giornali nostrani si iniziò a leggere delle vicende dei vari Paolo Di Canio, capace di appassionare i tifosi di Sheffield Wednesday, Celtic Glasgow, West Ham e Charlton (che lasciò insieme au milione e mezzo di contratto per tornare alla Lazio nel 2004), e grande rimpianto di Alex Ferguson allo United; Gianluca Vialli, Gianfranco Zola e l'ex laziale Roberto Di Matteo al Chelsea; Fabrizio Ravanelli al Boro; Attilio Lombardo; l'ex parmense Tino Asprilla; o anche gli olandesi Ruud Gullit, reduce dai successi col Milan di Sacchi, e Dennis Bergkamp, che invece all'Inter aveva fallito e che all'Arsenal cambiò la storia e l'immagine noiosa dei Gunners insieme a Thierry Henry, altro ad aver fatto male in Italia alla Juve, con Arséne Wenger in panchina. Grandi nomi accompagnati tutti da una rivoluzione iniziata da stadi nuovi (o rinnovati) e bellissimi, capaci di attrarre un pubblico grande ma diverso dal passato, senza più violenza. E così la Premier divenne un campionato di sapore internazionale dopo un secolo di quasi autarchia. Che la MLS possa essere destinata allo stesso futuro è forse improbabile, sia per ragioni storiche che finanziarie (lega chiusa, salary cap), oltre al fatto che per guadagnarsi davvero la rispettabilità nel mondo i suoi club dovrebbero iniziare a vincere la CONCACAF Champions League (e magari un giorno la Copa Libertadores, dove le messicane partecipano ma non vincono) e ben figurare nel Mondiale per Club. Realista peraltro Garber, che parla sempre di una lega nella top 10 mondiale nel 2020, ma non certo di più. Ma la differenza col resto del mondo è che la MLS può solo crescere, e che gli USA rimangono un'attrazione enorme per i giocatori di tutto il mondo come luogo per vivere e per pagare (meno) tasse sugli ingaggi. E già si parla dello sbarco di Zlatan Ibrahimovic nel 2016 e di Cristiano Ronaldo e Wayne Rooney nel 2018. Sotto a chi tocca.

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L’aveva sognato un paio di notti fa, Carli Lloyd: avrebbe segnato quattro volte nella finale del Mondiale. Mai fidarsi, però. Perché contro il Giappone, la capitana e nuova eroina degli Usa ne ha fatti solo tre. Un hat-trick, una tripletta, confezionato nei primi sedici minuti di una partita messa subito in cassaforte, grazie anche al gol di Lauren Holiday. Un 4-0 iniziale che vendicava con gli interessi il dispetto di quattro anni prima, quando in svantaggio due volte, le nip- poniche avevano poi vinto ai rigori. PRIMA VOLTA Nessuna aveva mai fatto una tripletta nell’atto finale di una Coppa del Mondo. Due zampate da navigata donna d’area di rigore e l’ulti- mo gol da centrocampo: un’oc- chiata al portiere in posizione troppo avanzata e quella lunga e precisa palombella. Finiva 5-2 e gli Usa alzavano il trofeo per la terza volta, più di tutte le altre nazioni. Ma non conquistavano un Mondiale dal 1999 (pur avendo quattro ori e un argento in cinque edizioni olimpiche), da quando Brandi Chastain spedì in rete il rigore contro la Cina, s’inginocchiò sul prato del Rose Bowl a Pasadena davanti a 90 mila persone, si tolse la maglia, rimase in top nero e finì sulla copertina di Sports Illustrated e sui poster di milioni di bambini americani. LA MIGLIORE Ora è il momento di Carli. Non si segnano tre gol nella partita più pesante se non si ha nel Dna i geni di gente come Messi. Ne aveva già fatti tre nelle ultime tre partite, dagli ottavi in poi, incluso un assist, e per questo è stata nominata miglior calciatrice del Mondiale. Era la ragazza che aveva messo dentro le reti decisive nelle finali olimpiche del 2008 a Pechino (contro il Brasile) e nel 2012 (contro il Giappone). Ma nel 2011, come Roberto Baggio, aveva mandato alle stelle uno dei rigori della sconfitta proprio con le giapponesi (quella da vendicare). E da lì era ripartita. Perché Carli è sempre stata un’incompresa: mezzala d’attacco non di difesa, bisogno di libertà senza sentirsi rinchiusa in una gabbia di schemi. «Non ascolta mai quello che le dici», l’aveva criticata qualche giorno fa Pia Sundhage, ex c.t. degli Usa e ora delle svedesi. «Se fossi in voi adesso le rifarei la stessa domanda», sorrideva con i giornalisti Carli. Da anni si affida a un personal coach australiano, che paga di tasca sua, per migliorare fisicamente e mentalmente. «Forse qualcuno pensa che sia arrogante, perché dopo l’allenamento metto la musica nelle cuffie e vado in camera». Invece è solo la ricerca di perfezione. Le piace visualizzare, oltre che sognare: «In semifinale con la Germania quando sono andata sul dischetto ho bloccato tutto ciò che avevo intorno: c’ero io, la rete e la palla». Ha studiato Muhammad Ali, Michael Jordan e Wayne Gretzky per capire come si fa ad eccellere. Ora, il presidente Obama e Kobe Bryant le hanno cinguettato dei tweet personali e il suo volto sorridente sarà il nuovo poster del calcio Usa. Anche di quello maschile. Oltre la vittoria: il soccer si rilancia e le tv applaudono La veterana Wambach sfida le ipocrisie: al fischio finale si precipita a baciare la moglie C’è tutto il bello dell’America nei novanta minuti della finale di Coppa del Mondo di domenica sera. La vitto- ria, naturalmente, la terza in sette edizioni, oltre a un argento e tre bronzi: gli Usa non sono mai scesi dal podio. E’ il successo che rilan- cia il soccer anche in quei salotti dove si discute prevalentemente di altri sport, considerati più attraenti. Perché per farsi largo e se- durre nuovi tifosi, in questo Paese devi soprattutto essere vincente. Il calcio femminile lo è e per Mondiale e Olimpiade si ritaglia uno spazio impensabile su giornali e tv, con audience straordinarie. LEZIONE E RISPETTO Non c’è solo il trionfo sportivo nella notte di Vancouver, ma molto di più. C’è il ri- spetto di Carli Lloyd, la nuova eroina che insiste per cedere la fascia di capitana al suo mito di ragazzina, Abby Wambach, la donna che ha segnato più re- ti nel soccer ed entra in campo negli ultimi minuti per la sua ultima presenza prima della pensione. Poi proprio la Wambach, dopo il fischio finale, tiene una bella lezione di civiltà: va a baciare in diretta mondiale sua moglie, ricordando agli ultimi bacchettoni rimasti che cosa significhi vivere in un Paese libero. Una lezione la impartiscono anche i media americani, che dopo l’ennesima gaffe della Fifa sul sito ufficiale («Alex Morgan è tanto brava quanto bella») insorgono per quell’eccesso di sessismo. E ri- badiscono l’idea di uguaglianza fra uomini e donne: «Ma quando parlano di Cristiano Ronaldo mica scrivono che è “hot”!». L’OSSESSIONE E poi c’è la storia di questa generazione di calciatrici, che per sedici anni ha convissuto con l’ossessione di emulare quella precedente. E’ come se Buffon, Pirlo e Del Piero nel 2006 avessero tolto di mezzo Zoff, Pablito Rossi e Tardelli, i campioni del 1982. E’ il segno della continuità: più che la vittoria di una squadra, quella di un intero movimento. Fonte: Gazzetta dello Sport

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Le sue parate al Mondiale U20 in nuova Zelanda sono state fondamentali nella corsa degli USA terminata sfortunatamente ai quarti contro la Serbia, andata in semifinale solo grazie ai calci di rigore. E proprio un calcio di rigore da lui parato nel finale contro la Colombia era stato decisivo negli ottavi. Parliamo di Zackary Steffen, classe 1995, attaccante per un anno in high school e ora portiere formatosi alla University of Maryland - lasciata dopo soli due anni - sotto l'egida di coach Sasho Cirovski, e dal gennaio 2015 in forza ai tedeschi del Friburgo, retrocessi in Bundesliga II nel campionato terminato poche settimane fa. Fisico impressionante, ottima tecnica, Steffen è al suo secondo Mondiale Under 20 dopo aver occupato il ruolo di terzo nel 2013 a soli 18 anni dietro Cody Cropper (appena svincolatosi dal Southampton e nel giro della Nazionale) e Kendall McIntosh (Burlingame Dragons, nella PDL Div. IV, ma prodotto dell'accademia dei San Jose Earthquakes). Miglior portiere NCAA nel 2013, arrivando coi Terrapins sino alla finale di College Cup, nel 2014 è stato di nuovo tra i protagonisti della Division I, e secondo molti osservatori sembra essere l'erede designato di una scuola di portieri che da Tony Meola è passata per Brad Friedel (reduce dalla sua ultima stagione al Tottenham a 43 anni!), Kasey Keller, Tim Howard e ora - momentaneamente, nell'attesa del rientro del portiere dell'Everton - Brad Guzan (Aston Villa). "Ha tutto il potenziale per difventare un portiere speciale"; ha spiegato l'allenatore dei portieri del New York City FC Rob Vartughian, che lo ha osservato da vicino quando Steffen si allenava nell'academy della Philadelphia Union. "Ci sono altri portieri avanti a lui al momento, ma se trova l'ambiente giusto, e gioca con continuità, ha la possibilità di diventare un portiere speciale". Lo stesso CT dell'Under 20 Tab Ramos vede somiglianze tra Steffen e Tim Howard, con cui Ramos ha giocato nella fase finale della proprio carriera mentre questi era agli esordi con i NY MetroStars: "Ricordo Timmy al suo ingresso nella lega, era giovane e grezzo, ma me lo ricordo capace di fare cose speciali già allora, come saltare da un palo all'altro in un flash. Zack ha lo stesso livello di athleticism e potenziale". Steffen anche contro la Serbia ha messo in mostra le sua grandi qualità, con interventi decisivi durante il match e parando due rigori della serie finale. Dopo aver rifiutato le offerte della Philadelphia Union, a luglio è probabile per lui una promozione dalle riserve del Friburgo alla prima squadra. Intanto però su di lui si sarebbe acceso - secondo Calciomercato.com - l'interesse di Inter e Roma, in cerca di un portiere di prospettiva.

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