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Passa lo straniero. Il Bologna diventa "canadian-american"
Scritto il 2014-10-18 da SoccerItalia su Soccer Business
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Tacopina e Saputo acquistano il Bologna calcio. Dopo Roma e Inter, capitali esteri anche in serie B. Ma per vincere i dollari non bastano

Nella città italiana più vicina e più distante dall’America, quella del Pci e delle lasagne, della tradizione e della fierezza emiliane, quella dove però il rock and roll si stabilì per primo, con i cantautori infatuati di sogno americano, nella città dei jeans e camicia uso comune prima che in altri posti, dei ciuffi alla Elvis,  dei drive-in come nemmeno a Dallas, posta come tutte in regione tra la via Emilia e il west, gli americani sono arrivati davvero. O meglio sono ritornati, e anche questa volta per liberare gli abitanti da qualcosa. Bologna si sveglia e sulle due torri sventolano bandiere a stelle e strisce, la gente si guarda, se ne compiace, finalmente può voltare pagina, un incubo scomparso, un nuovo sogno da cullare, sempre americano, sempre rossoblù, pallonaro. Gli americani sono arrivati coi loro nomi yankee, da libri beat, e poco importa se i cognomi sono nostrani, se non sono Smith o Moriarty, ma rivelano chiare origini italiane. Gli americani sono arrivati, emigranti di ritorno, gli assegni versati, i contanti pronti per essere spesi per riportare quel vessillo un po’ sbiadito, quel veliero un tempo nobile, ma ormai bagnarola, che è il Bologna calcio di nuovo nelle piazze importanti del pallone, per ritrasformare Bologna in una piazza importante del calcio italiano.

Il Bologna calcio volta pagina, archivia la tanto criticata gestione di Albano Guaraldi, presidente detestato dai tifosi, colpevole di aver venduto gente come Gilardino e Diamanti e aver fatto ricadere la società nell’inferno della serie B, e ritorna a guardare il futuro con speranza e la convinzione di poter rinverdire i fasti del passato. Missione difficile, ardua scalata, ma la fiducia è tanta. Il presente, ma soprattutto il futuro ha un nome, Joseph, un soprannome, Joe, e un cognome, Tacopina. Professione avvocato a New York, stimato e brillante, “uomo da talk show e processi mediatici, ricco e col fiuto per gli affari”, o così almeno lo descriveva nel 2013 il New York Post, affabulatore e avvincente, ispiratore, suo malgrado, addirittura di una serie televisiva, The Guardian. Presidente, uomo immagine, uno capace di convincere con parole e soprattutto con i dollari l’ex patron rossoblù a farsi da parte e lasciare il timone della nave per evitare il definitivo naufragio. A contendersi la guida della società felsinea erano infatti gli americani e l’ex socio di maggioranza Massimo Zanetti, presidente di Segafredo, che offriva 12/13 milioni dilazionati in tre rate prima di Natale per ripianare buchi di bilancio e provare a guardare al futuro. Ma quale futuro? Zanetti non ne parlava. Tacopina sì. Sei milioni subito, altri 6,5 a Natale, poi via al progetto di ricapitalizzazione di circa 28 milioni di euro, con tanto di investimenti (a partire da luglio) su stadio, strutture societarie e mercato di riparazione e soprattutto la liquidazione immediata delle quote azionarie dei soci. Obiettivo: “Riportare il Bologna in alto, è tra i primi cinque club in Italia”, ha detto il neo presidente. Cammino lungo, molto lungo, da iniziare subito con una promozione, per cercare di non deludere una piazza ancora inferocita per la retrocessione dello scorso anno.

Joe Tacopina ha linguaggio forbito, idee chiare, “una passione smisurata per il calcio”, scriveva il New York Times nel 2011. Origini romane, un amore adolescenziale per la Roma, squadra nella quale è rimasto sino agli inizi di settembre nel consiglio di amministrazione, ricoprendo durante la presidenza di Thomas Richard DiBenedetto, il ruolo di vicepresidente. Con l’avvento di James Pallotta come presidente e il suo repulisti ai vertici della società capitolina, l’avvocato newyorchese venne sollevato dal ruolo dirigenziale, perdendo sempre più importanza all’interno dell’organigramma societario. Oltreoceano dicono che è anche per questo che l’avvocato sia ridisceso in campo da solo, abbia preso l’Autosole direzione Bologna e lì parcheggiato una delle sue Maserati. Bologna, sede non nuova per l’ambizioso Joe. Ritorno di fiamma, secondo tempo di un film finito male, anzi nemmeno iniziato. Anno 2008, luglio. Il presidente del Bologna, che era allora Alfredo Cazzola, imprenditore locale con un passato alla guida della Virtus Bologna, una delle due squadre di basket della città, cerca soci per mandare avanti la società. Dall’America spunta Tacopina, che di tasca sua scuce un assegno di 1,9 milioni di euro per la caparra, convinto di raggranellare gli altri 18 per rilevare il club tra i ricchi amici calciofili che con Soros avevano cercato la scalata alla Roma di Rosella Sensi. La ricerca inizia bene, Joe trova subito alcuni imprenditori disposti a investire una decina di milioni nel fondo Tag Partners, con il quale l’italoamericano rileverebbe le quote societarie rossoblù, ma qui si ferma. Soros vuole la Roma e solo la Roma, e come lui anche gli altri. Tacopina prova a prendere tempo, ricerca altri partner commerciali, ma deve desistere. L’offerta decade e l’avvocato perde pure la caparra, la società viene rilevata dai Menarini e il Bologna rimane emiliano. Questo almeno sino a mercoledì.

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Il suo arrivo è una cosa buona per tutta Bologna”, sottolinea Cristian, uno degli esponenti principali della Beata Gioventù, uno dei gruppi ultrà della Curva Andrea Costa. “Guaraldi in questi anni aveva fatto entrare la squadra nel caos, aveva ceduto tutti i giocatori migliori, trascinandola in serie B. Con Tacopina e Saputo la squadra può ritornare dove merita di stare, ovvero in serie A”. L’accoglienza in città dell’avvocato è stata calorosa, la tifoseria ritorna a guardare il futuro con più serenità e a credere nelle possibilità di redenzione. “Noi abbiamo sempre chiesto serietà e una dirigenza che abbia come priorità il bene della squadra – continua – e questo, almeno a una prima impressione, la nuova proprietà sembra poterla garantire. Abbiamo parlato con Marco Di Vaio che ci ha rassicurati sulla serietà di Saputo. Ora aspettiamo i fatti, ma siamo fiduciosi”. Sensazioni epidermiche, ma certificate da un approccio diverso: “C’è già stato un cambio di mentalità rispetto a Guaraldi. Il nuovo presidente ha deciso di transennare lo stemma del Bologna dietro la curva Bulgarelli dicendo che nessuno dovrà più calpestare l’effigie. E’ una sciocchezza certo, ma sono quei piccoli dettagli che la vecchia dirigenza non aveva mai preso in considerazione. Ora lasciamoli lavorare”.

Joe Tacopina eletto presidente, volto da copertina, immagine americana di una società che vuole ritornare ai vertici del calcio italiano che “al terzo anno dovremo ricavare i primi utili da reinvestire sul mercato, al quinto prevediamo di essere competitivi per lo scudetto, l’obiettivo è crescere per rimanere in alto”, almeno secondo gli slogan dell’avvocato. Immagine, certo, forma, senz’altro. Ma la sostanza è altro e non è americana, ma canadese. La sostanza è Joey Saputo, italo-canadese nato a Montréal, presidente dei Montréal Impact, la squadra della Mls nella quale gioca l’ex capitano del Bologna Marco Di Vaio, e alla testa di un impero economico stimato in circa 3,8 miliardi di euro (5,4 miliardi di dollari canadesi). Un business iniziato con i formaggi, quando il padre Emanuele “Lino” Saputo, emigrò da Montelepre, provincia di Palermo, per cercare fortuna in Canada e lì iniziò a lavorare in una azienda casearia, che, dato il successo delle sue creazioni, iniziò a dirigere, sino a riuscire a rilevarla e trasformarla poi nella Saputo Incorporated. Ora il gruppo, oltre che di formaggi, si occupa di transazioni immobiliari, finanziarie e ha grossa partecipazione nella TransForce, un colosso dei trasporti e della logistica che movimenta quasi settemila camion e più di dodicimila container. “Competenza calcistica e senso per gli affari con alla base un solido gruppo commerciale, che potrebbero rendere l’imprenditore italo-americano uno dei principali esportatori del Canada calcistico in Europa”, scrissero sul Time Colonist, uno dei principali quotidiani canadesi, quando si fece insistente la voce di un interessamento di Saputo per il Bologna.

Non solo Saputo però: nella cordata messa in piedi da Joe Tacopina c’è di più. Il primo è Anthony Rizza, ex calciatore dilettante, divenuto uomo d’affari e broker, arrivato a gestire per la Columbus Circle (società di fondi di investimento) quasi 17 miliardi di dollari e proprietario inoltre di diversi ristoranti e strutture alberghiere in tutti gli Stati Uniti. Il secondo è Andrew Nestor, presidente dei Tampa Bay Rowdies, con diversi interessi nel ramo immobiliare in Florida e nel commercio di zucchero e tessuti con il centro America.

Dollari veri, insomma, pronti per essere investiti, dietro la faccia da duro dell’avvocato newyorchese. Perché Joe Tacopina è sempre stato l’avamposto, il tramite, il cervello legale e commerciale delle operazioni, ma mai il braccio armato pronto a investire effettivamente. Come nel 2007, quando Soros voleva la Roma, i Sensi erano già in difficoltà economiche evidenti, Tacopina presenta un’offerta di oltre 200 milioni. Le parti trattano, il buon fine sembra questione di settimane, le garanzie ci sono e Joe pregusta già una carica importante promessa dall’amico imprenditore. Ma proprio sul più bello entra in gioco un sedicente emiro, che offre il doppio, prima di sparire al momento della firma e lasciare la società tra problemi economici sempre più gravi e una sensazione di abbandono e frustrazione per quello che poteva essere e non è stato. Come nel bluff dell’estate 2008 a Bologna, quando i soldi ancora non c’erano, ma potevano essere trovati, oppure tre anni dopo, quando altri americani sono sbarcati in Italia, nella capitale questa volta. Il mandante non è Soros, ma Thomas DiBenedetto e James Pallotta, non la famiglia Sensi, ma Unicredit da convincere. Tacopina illustra risorse finanziarie, piano di investimento e prospettive future. Le credenziali ci sono, ma la banca vuole essere sicura di non rimetterci nemmeno un euro dei soldi investiti in società. Si tratta, c’è l’accordo, l’affare va a buon fine. La banca vende la maggioranza delle quote, ma conserva una quota minoritaria e un proprio delegato all’interno del cda per controllare gli americani, L’abbandono è progressivo, definitivo quando la solidità degli investitori è ormai evidente.

Roma prima grande società di proprietà straniera. Prima dei giallorossi solo il Vicenza. Anno 1997. Dall’Inghilterra spunta Stephen Julius, uomo misterioso, poco appariscente, ma con i soldi buoni per convincere l’allora presidente Pieraldo Dalle Carbonare a cedergli la società, che in quegli anni durante la gestione Guidolin aveva vinto una Coppa Italia e raggiunto la semifinale di Coppa delle Coppe. La finanziaria Enic (con interessi nel campo petrolifero), rileva il marchio e ripara i bilanci, investe circa 5 miliardi (di lire) nel mercato, ma i risultati sono pessimi e la squadra retrocede in serie B. A Vicenza non riesce a cambiare niente e cinque anni dopo – e tre sole presenze in tribuna – Julius saluta tutti e svende la società, che aveva nel frattempo accumulato 5 milioni di debiti, alla Finalfa, sparendo nelle nebbie britanniche dalle quali era arrivato.

La Roma all’americana invece è tornata a essere protagonista in campionato e Champions League, nella passata stagione ha conteso lo scudetto alla Juventus e quest’anno si sta ripetendo. Dopo le delusioni dei primi due anni americani, quello con Luis Enrique in panchina e quello del ritorno di Zeman, la svolta firmata Pallotta e Garcia. Via Unicredit, ridimensionati i soci di minoranza, l’imprenditore di Boston, quello che tra tutti gli yankee giallorossi aveva davvero soldi da investire, ha proseguito a restaurare il carrozzone giallorosso, ma non si è fatto però prendere dalla frenesia dell’uomo solo al comando: niente spese pazze, ma prosecuzione della politica di spesa oculata portata avanti nella seconda stagione (dopo il saldo estremamente negativo – 50 milioni – del primo campionato). La ricetta è semplice: mercato nelle mani esperte di Walter Sabatini e cessioni intelligenti per risanare il bilancio. Un comportamento utile a mantenere i conti a posto, a non incorrere in sanzioni Fifa (fair play finanziario) e a non intaccare il patrimonio personale. Questo almeno sino a quando non verrà completato lo stadio di proprietà, questione determinante per il prosieguo degli investimenti in Italia dell’uomo d’affari americano.

Il punto attorno a cui gira tutta la questione investitori stranieri nella serie A è questo: affari. Nient’altro. Nessun tycoon russo o arabo pronto a coprire d’oro un club giusto per il gusto di possedere un giocattolo costoso, un lasciapassare per altri business, ma uomini che fanno impresa, che i soldi ce li mettono, ma non troppi, non sempre, non così tanto per fare, solo se c’è un’alta probabilità di guadagno, o quanto meno di non perdere troppo.

Caso esemplare è il comportamento del presidente dell’Inter Erick Thohir. L’imprenditore indonesiano è sbarcato a Milano il 15 novembre 2013, quando ha rilevato la società da Massimo Moratti, e sin da subito ha acceso le speranze dei tifosi nerazzurri, speranzosi di trovarsi innanzi a un magnate pronto a investire almeno in parte il patrimonio familiare di 42 miliardi di dollari, secondo le stime di Forbes. Il proprietario del Mahaka Group (fatturato da 16,5 milioni di dollari) però si è subito dimostrato restio a comportarsi da arabo o da russo. Il messaggio durante la conferenza stampa dopo l’investitura a presidente era chiaro: “Costruiremo passo dopo passo la squadra, il nostro obiettivo è rendere l’Inter un club in salute dal punto di vista economico e finanziario per competere a livello internazionale”. Attenzione ai conti e nessuna follia almeno sino a quando non ci saranno le possibilità per farlo, ovvero sino a quando non si dipanerà il nodo stadio di proprietà, anche in questo caso determinante per il futuro societario. In un anno di presidenza, e due sessioni di mercato, infatti la proprietà si è concentrata soprattutto a limare il monte ingaggi, ha puntato su prestiti e parametri zero, investendo appena 15 milioni di euro, 13 dei quali per il solo Hernanes, senza risolvere i limiti della formazione di Mazzarri. Thohir si è mosso soprattutto sul marketing, ha aperto canali importanti per i nerazzurri in oriente e negli Stati Uniti e ha cercato di arrivare a una mediazione con Milan e comune per la questione San Siro (anche se al momento il suo sforzo non ha portato a risultati). Gli investimenti potrebbero arrivare, ma non subito.

Da Milano a Venezia stessa attesa, anche se le ambizioni sono diverse e più che a primeggiare la speranza è quella di ritornare a presenziare nel calcio che conta. Il presidente dei veneti è russo, si chiama Jurij Korablin, è un imprenditore del settore immobiliare, con un patrimonio di circa un miliardo di dollari, poco meno della metà del suo socio di minoranza Aleks Samokhin, bielorusso, attivo nel settore alberghiero e nel commercio di cereali. Gli arancioneroverdi al momento sono in Lega Pro Prima divisione, hanno gioito per due promozioni durante l’èra russa, versano in condizioni finanziarie tranquille e puntano in due stagioni a raggiungere la serie B. “Con calma ritorneremo in alto”, ha detto recentemente Korablin, “vediamo quanta calma ci vorrà”, aggiunge sibillino. Il problema è lo stesso dei nerazzurri. Lo stadio. A Venezia il progetto c’è già, il terreno anche, i soldi pure. Ma tutto è fermo, nonostante i passi in avanti fatti durante lo scorso inverno. Poi è arrivato lo scandalo Mose, le dimissioni da sindaco di Giorgio Orsoni, e tutto si è interrotto. Il Venezia gioca ancora al cadente Sant’Elena, Pier Luigi Penzo. Korablin aspetta, paziente, e intanto ha sfruttato questi tre anni per ampliare i suoi affari anche in laguna.

Interessi al primo posto, per il calcio si vedrà. Sono affari, solo business.

Fonte: Il Foglio

College statunitensi offrono ad atleti promettenti, in qualsiasi disciplina, borse di studio per studiare e contemporaneamente mandare avanti la propria carriera sportiva: a copertura parziale o totale. Un sito offre collegamento tra studenti ed università Studiare in America senza pagare esorbitanti rette universitarie? Oggi non è più impossibile. L’ “American Dream” potrebbe presto diventare realtà grazie a borse di studio istituite da college statunitensi. I requisiti d’accesso richiesti? Essere degli sportivi. Ebbene sì, il proprio background atletico giocherà un ruolo fondamentale nell’ottenimento della borsa. Grazie ad un’iniziativa di College Life Italia, una società che si occupa di creare un ponte tra atleti e college statunitensi, ragazzi e ragazze italiani, avranno la possibilità di ottenere borse di studio per proseguire contemporaneamente la propria carriera sportiva ed universitaria negli Stati Uniti. DISCIPLINE E REQUISITI - Non importa di quale sport si tratti: si va dal calcio alla pallavolo, dal basket alla pallanuoto, passando per la scherma, il rugby, l’atletica leggera ed il canottaggio, senza tralasciare il football americano, il baseball e lo sci: insomma una pluralità di discipline che offriranno la possibilità di coprire le intere spese del percorso di studi all’interno del college. La borsa può avere la durata di 2 o 4 anni e può essere ottenuta per meriti sportivi o accademici: per accedere però, bisogna innanzitutto superare un esame in lingua inglese. IL PONTE DI COLLEGE LIFE ITALIA - Nell’aiutare i ragazzi a muoversi nella nuova realtà, College Life Italia (disponibile anche come App su Smartphone), provvede a creare un profilo del giovane con la parte riguardante il suo livello accademico (voti universitari), e quella riguardante il suo livello sportivo (calciatore, tennista, nuotatore, ecc...). In questo secondo caso, video dell’atleta in azione, verranno inviati agli allenatori di college, che avranno la possibilità di selezionare il profilo più congeniale alle loro esigenze. Basta compilare la formula presente sul sito www.collegelifeitalia.com per lanciarsi nella nuova sfida. La copertura della borsa di studio può essere parziale o totale: a seconda delle competenze sportive e/o accademiche. Inoltre nel caso in cui un ragazzo abbia raggiunto un punteggio minimo all’esame di inglese (necessario per accedere ai corsi di studio), ma abbia delle straordinarie qualità sportive, il coach può decidere di coprire per intero il badget della sua borsa di studio. Le università associate? Tutte quelle degli Stati Uniti. Dalla Alderson Broaddus University alla Florida Institute of Technology passando per la West Virginia University e la University of Missouri-Kansas City. PROTAGONISTI E PROSPETTIVE FUTURE - Numerosi gli atleti italiani, soprattutto giovanissimi calciatori come Michele Drago (ex Cremonese), Andrea Cioffi (Galatina), Andrea Barbieri (Ostiamare) e Marco Guzzo (ex capitano del Milan primavera), che il prossimo anno, approderanno negli Usa attraverso questa formula. Terminata l’esperienza nel college i ragazzi, avendo ottenuto la laurea, potranno o intraprendere la carriera lavorativa o fare il salto di qualità nei professionisti, nel caso del calcio infatti, il salto più probabile è quello in Major League Soccer. “Impossible is nothing”. Fonte: Michela Cuppini - Repubblica.it

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L'imprenditore canadese di Montreal e il campionato dei proprietari stranieri: "Un colpo alla Pirlo? No, preferisco i giovani" È IL TERZO straniero ad investire sul calcio italiano più importante. Dopo James Pallotta (AS Roma) e Erick Thohir (Inter FC e DC United), prima di mr. Bee (Milan). Ma è il primo a parlare la lingua e ad essersi guadagnato la promozione in A. Joey Saputo, 51 anni, imprenditore canadese di Montreal, settore latticini, immobiliare e trasporti, ha salvato il Bologna dal fallimento e l'ha riportato tra le grandi. Senza fare proclami, con soldi veri (40 milioni già spesi) e l'aria dell'eroe per caso. Appartiene alla sesta famiglia più ricca del Canada. Sposato, quattro figli, non ha mai giocato a pallone, viaggia con aereo personale. Non l'avesse già usata il pubblicitario Seguela per Mitterand verrebbe da dire: la forza tranquilla. Lei ha chiesto di incontrare i dipendenti del Bologna. "Sì. Volevo conoscere la gente che ci lavorava. Squadra a parte. Sapere cosa pensavano delle loro mansioni, dell'ambiente, e di come si poteva migliorarlo ". Anche il settore lavanderia. "Si sono presentate due signore. Mi hanno detto: la lavatrice ha un problema, non funziona più bene, e allora tante maglie le laviamo a mano. Ho pensato: siamo nel 2015 e c'è ancora chi fa il bucato della squadra sciacquando i panni?" C'era bisogno venisse uno dal Canada per una lavatrice? "Mio padre, Emanuele, siciliano di Montelepre, mi ha insegnato che in un'azienda la prima cosa che conta è il capitale umano. Quando avevamo mille dipendenti e non i tredicimila attuali, papà li conosceva tutti. Il Bologna era una società molto in sofferenza, ma c'erano margini per risalire, o almeno per provarci. Io nella crisi ho visto un'opportunità". Lei è nato nel '64, anno dell'ultimo scudetto del Bologna. "Voglio essere chiaro e onesto. Papà è siciliano, mamma veneta, mia moglie ha origini calabresi. Io ho giocato a hockey su ghiaccio, non a pallone. E non tifavo Bologna, anche perché in Canada ho una squadra, il Montreal Impact, che partecipa all'MLS, alla lega americana di calcio. Non mi ha mosso la nostalgia per il grande passato, per Bulgarelli e le vecchie partite, ma la voglia di scoprire se ci poteva essere più futuro. Per me lo sport è intrattenimento. E va trattato seriamente, in maniera cool". Le sembrano cool gli scandali, le scommesse, la violenza? "No. Ma sono l'ultimo arrivato, non mi permetto di dire: ora vi faccio vedere io. Però se tratti la gente da animale non meravigliarti se ti morde. Il contenitore conta: è sostanza per la forma. Solidità e funzionalità fanno il resto. Andrea Agnelli mi ha detto: non posso cambiare il calcio da solo. Ha ragione. La Juve si è dotata di uno stadio moderno. Ma gli altri? Io stesso in Canada ne ho costruito uno. I grandi calciatori stranieri non vengono più in Italia. Perché dovrebbero, stipendio a parte, se la casa dove si esibiscono è sciatta, malridotta, senza spettatori? Non serve una squadra forte in una Lega debole. In America quando noi proprietari ci incontriamo è per vedere di raggiungere un bene comune. Non cambieremo il calcio con i proclami, ma lavorando tutti insieme, facendo sistema, migliorando il prodotto. E passando dalla responsabilità collettiva a quella individuale. Si punisca chi commette violenza. Le leggi ci sono. Costruiamo stadi moderni, ospitali, con parcheggi, e bella atmosfera. Ambiente diverso, calcio diverso". Quindi riformerà quello di Bologna. "Sì. Serve un rifacimento: per i primi interventi al Dall'Ara la data è settembre. Per la ristrutturazione generale entro due mesi avremo una prima valutazione dei costi. Credo attorno ai 4-5 milioni. Un anno per il progetto definitivo. Restyling, hospitality, curve, ampliamento parcheggio, copertura dello stadio. Anche il centro di Casteldebole va riammodernato, vorrei spazio per le giovanili e le donne. Una stessa casa per tutto il Bologna. È così che si costruisce il senso di appartenenza. Io sono grato di ricambiare questa città che mi ha accolto bene, ma a tutti dico: pazienza. Siamo ritornati in A, con molta fortuna, ora dobbia- mo lavorare per restarci. E a proposito: la nostra terza maglia la sceglieranno gli abbonati ". Che modello ha in testa: Udinese o Fiorentina? "Noi in America dividiamo tra società che vendono i loro pezzi più pregiati e chi anche acquista con un progetto. Per ora scelgo di stare a metà strada. Ma rafforzare il settore giovanile mi interessa molto". Nel '97 a Bologna arrivò Baggio, a fine carriera. Ora c'è Pirlo libero. "Non voglio mettere bocca nel mercato. Ognuno nella società ha i suoi ruoli. Ma confesso che siamo un po' indietro perché l'arrivo in A è stato soffertissimo e incerto fino all'ultimo. Quale calcio mi piace? Non ho un'idea precisa. O forse sì, ho ammirato il Carpi che ci ha bastonati 3 a 0. Hanno corso dall'inizio alla fine, lottando su ogni pallone. Non ho nemmeno un calciatore preferito, ma evito attaccanti e portieri. Mi piace chi sta a centrocampo e costruisce gioco". A proposito di Carpi e Frosinone. "Conosco la polemica. Ma il risultato del campo va sempre rispettato. Il problema non è se arrivano in A città con scarso bacino d'utenza, ma se c'è una legge che imponga loro un impianto decente, una struttura moderna". Risponde su Pirlo? "Non serve urlare: compro questo o quello. Sono per gli investimenti a lungo termine. Pirlo è un grandissimo. Ma tra la polvere di stelle e un giovane campione con futuro scarto l'immenso passato. Piuttosto mi piacerebbe un po' più di flessibilità nel sistema prestiti: perché a parità di trasferimento un giocatore può rifiutare? E meno barriere nella vendita biglietti, perché non si possono diversificare le offerte? Il marketing è importante, a suo modo gioca anche lui. Per questo vorremmo un solo sponsor sulle nostre maglie". Sua moglie è gelosa delle sue trasferte in Italia? "Carmie è solidale, anche se a volte fa finta di protestare: ma cosa ci vai a fare? Il calcio ci ha fatti innamorare. L'ho conosciuta a Pasadena, luglio '94, finale mondiale Italia- Brasile, siamo rientrati insieme in aereo. Due miei figli tifano Milan. Tornerò qui con la mia famiglia, andremo all'Expo e poi in vacanza a Milano Marittima. Ma la mia base resta il Canada". Lei è chairman, carica insolita, Tacopina presidente. "L'unico che decide sono io. Solo io posso firmare, con l'ad Claudio Fenucci. Tacopina è stato importante, mi ha coinvolto nella cordata, ero uno dei soci, quando ho capito che gli altri non avevano capitali, mi sono assunto tutta la responsabilità economica. È buffo: non volevo comprare il Bologna, solo trovare una sponda per i miei giocatori del Montreal, pensavo che potessero trasferirsi qui a imparare. Invece ci sono venuto io. E a questo punto le decisioni spettano solo a me". Giuri che non se la prenderà con gli arbitri. "Prometto. Anche perché per un'azienda è controproducente. Ho chiesto ai nostri tifosi di applaudire l'Avellino, che ci aveva appena battuti. Voglio un mondo di avversari, non di nemici".   Fonte: Emanuela Audisio - La Repubblica

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Dopo la vittoria contro la Colombia conquistata grazie ad un gol dell'attaccante dell'Utrecht Rubio Rubin, i ragazzi di Tab Ramos ci speravano. Oggi invece l'avventura americana si è infranta nei quarti contro la Serbia, uscita vincitrice dopo i calci di rigore. Ne sono serviti ben nove per assegnare il posto in semifinale, al termine di un match in cui gli Stati Uniti sono arrivati privi di ben quattro titolari: Jamieson e Tall infortunati, Allen e Acosta squalificati). Bella e combattuta la partita, con la Serbia più propositiva e gli USA bravi di rimessa. Prima occasione per Antonov, su cui salva Steffen - l'eroe del rigore decisivo parato alla Colombia - mentre poi tocca a Thompson spedire di poco a lato. Ancora Steffen para alla grande su una punizione bassa e angolata di Živković, mentre Rajković blocca su Rubin, su bell'assist dell'ala del Tijuana Paul Arriola. A Tommy Thompson (San Jose Earthquakes) arriva poi la palla del match, ma l'errore è macroscopico. Si va ai supplementari. La Serbia che va vicinissima alla rete con Saponjic che in scivolata a porta vuota manda la sfera fuori incredibilmente da due passi su cross Mandic, col difensore del Tottenham Cameron Carter-Vickers che sporca la palla sulla linea. Dall'altra parte gli americani hanno la palla della vittoria quando il difensore serbo Babic toglie dalla testa di Rubin una possibile conclusione in rete. E quindi i rigori. Errore di Rubin. Il portiere e capitano della Serbia, Predrag Rajković,  para e sbaglia un rigore decisivo, come anche Joel Soñora (Boca Juniors). Ma poi John Anthony Requejo, Jr., 19enne terzino sinistro del Club Tijuana, si fa parare il tiro e  regala la semifinale ai suoi contro il Mali. Si chiude così un buon Mondiale U20 per gli USA, che però non riescono a superare lo scoglio quarti ancora una volta, e a superare così il miglior risultato ottenuto al 1989 FIFA World Youth Championship in cui chiusero quarti assoluti dopo aver perso la finalizza col Brasile. In quell'edizione l'ex attaccante dello Standard Liegi Steve Snow si classificò secondo nella classifica marcatori con tre reti. ________________________________________________________________________ USA vs. SERBIA: 5-6 d.c.r. (0-0) Marcatori: – Rigori: Rubin (USA, parato), Zdjelar (S, gol), Payne (USA, gol), Mandić (S, fuori), Arriola (USA, gol), Babić (S, gol), Hyndman (USA, gol), Grujić (S, gol), Zelalem (USA, gol), Živković (S, gol), Soñora (USA, traversa), Rajković (S, parato), Delgado (USA, gol), Antonov (S, gol), Caster-Vickers (USA, fuori), Veljkovic (S, parato), Requejo (USA, parato), Maksimović (S, gol) USA (4-2-3-1): Steffen; Payne, Miazga, Carter-Vickers, Requejo; Hyndman, Delgado; Arriola, Thompson (103′ Soñora), Zelalem; Rubin. A disp.: Moore, Olsen, Donovan, Palmer-Brown, Caldwell, Jamieson. All.: Ramos Serbia (4-2-3-1): Rajković; Stevanović, Veljkovic, Babić, Antonov; Zdjelar, Maksimović; Živković, S. Savić (111′ Grujić), Gaćinović (68′ Šaponjić); Mandić. A disp.: Manojlović, Milošević, Pankov, V. Savić, Ilić, Janković, Jovanović. All.: Paunović Arbitro: Artur Dias (Portogallo) Note: ammonizioni: Requejo (USA), Antonov, Mandić (S)

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