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Landon Donovan, vattene in Europa
Scritto il 2006-06-28 da Franco Spicciariello su MLS
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C'era anche lui sabato sera a Carson (CA), al Home Depot Center, per la partita pareggiata dai Galaxy contro gli Houston Dynamo. Ma non si è neanche cambiato, e la partita se l'è vista dalla tribuna, mentre i suoi compagni in Germania, Chris Albright e Brian Ching erano sul campo da gioco. E così ci dobbiamo soffermare sull'immagine che ci è rimasta di Donovan in azione ai Mondiali 2006, e non è l'immagine dei gol che ha messo a segno, nessuno, né del bel gioco espresso.

Nella foto della settimana su Playitusa si vede un tristissimo Landon Donovan piegato di fronte alla maglia degli avversari ghanesi. Ma noi ci ricordiamo il suo vagare per il campo, la sua inconsistenza, l'incapacità  di un guizzo. E un momento in particolare, quando nella partita col Ghana, verso la metà  del secondo tempo, lo si vede avviarsi in progressione verso la porta degli africani. Arrivato davanti un difensore che fa? Quando tutti si aspettavano il numero, la classe venire fuori e portarlo in rete, lui passa semplicemente la palla a Ben Olsen, subentrato a Claudio Reyna infortunato, senza assumersi quella responsabilità  che il campione dovrebbe prendersi nei momenti topici.

Come sappiamo, in un Mondiale il gruppo è importante, ma è il fuoriclasse, il campione, il grande giocatore che esce fuori e trascina la squadra. Lo racconta la storia dei Mondiali: da Paolo Rossi a Pelè, da Dieguito a Cruyff (non che qui si cerchi di fare confronti con questi mosti sacri, ci mancherebbe) fino a Totò Schillaci e Igor Belanov, per scendere un po' di livello. I veterani della squadra di Bruce Arena, Kasey Keller e Claudio Reyna, hanno fatto la loro parte, mentre Donovan per almeno due partite e mezzo (escludo infatti una mezz'oretta di buon livello con l'Italia) è scomparso dal campo.

A questo punto sembra chiaro che sia giunto il tempo per Landon Donovan di fare le valigie, vendere la sua bella villa nella California del sud e andare a giocare in Europa. Nell'ultimo anno "Landlova" ne ha raccontate tante sul fatto che fosse diventato un giocatore migliore avendo la possibilità  di giocare in un ambiente a lui più confortevole di Leverkusen. Ha invece dimostrato come la bella vita nella propria città  non fa crescere un giocatore.

Donovan - come ogni altro giocatore dai piedi buoni - ha bisogno di sentire la pressione per migliorarsi. Non per niente i migliori giocatori d'Europa e Sud America vivono e giocano continuamente sotto pressione: delle società , dei tifosi, dei giornali, ecc. E questa esperienza consente loro di non avvicinarsi ai Mondiali sentendoli come un qualcosa di eccessivamente grande, che sembrato esattamente l'approccio di Donovan, che in Germania è arrivato con dietro aspettative da parte di tutti , osservatori, media e tifosi, che non aveva quattro anni fa.

Se Donovan volesse continuare ad ignorare i suoi critici, potrebbe almeno ascoltare il suo allenatore in Nazionale, Bruce Arena, e il giocatore che lui è candidate a sostituire come capitano, Claudio Reyna. Entrambi hanno infatti candidamente ammesso che Donovan potrebbe diventare un grande giocatore se trovasse il coraggio di mettersi in gioco in Europa.

"In Europa vivrebbe il calcio ogni giorno, tutto l'anno", ha detto giustamente Arena. "Si troverebbe a giocare molte partite, con avversari duri e difficili. È dura lì".

"Ogni giorno ti ritrovi ad affrontare la concorrenza dei tuoi compagni. C'è pressione per vincere ogni partita, perché i campionati hanno promozioni e retrocessioni. È lì il calcio vero, ed è li che ti devi posizionare per esistere a livello internazionale".

Donovan dovrebbe forse dare un'occhiata più attenta alla carriera di Reyna. "Capitan America" dieci anni fa era visto come la stella nascente americana. Anche lui, come Donovan, iniziò nel Bayer Leverkusen. Il primo anno al Bayer fu molto difficile per Reyna, ma invece di mollare il suo sogno europeo e tornare in America, si cercò un altro club. E il resto della sua carriera di club ha quindi visti una serie di belle stagioni in Scozia (Rangers Glasgow) e Inghilterra, fino ad affermarsi definitivamente con il Manchester City.

"L'Europa ha fatto di me un giocatore migliore. E c'è bisogno di vivere tempi brutti per imparare", ha dichiarato Reyna. "Ad esempio, questi Mondiali saranno la più grande scuola per molti giocatori a questo punto della loro carriera. C'è qualcosa che l'Europa ti dà , e a me ha dato quelle lezioni che mi hanno fatto crescere come giocatore".

Non c'è bisogno di guardare lontano per comprendere. Basta rimanere nello stesso girone E dei Mondiali, quello di USA, Italia, Repubblica Ceca e Ghana. Il centrocampista ceco Tomas Rosicky, autore di una doppietta nel 3-0 contro gli USA, e il centrocampista ghanese Michael Essien, erano entrambi in campo ai Mondiali Under-17 di sette anni fa. Donovan fu la stella riconosciuta di quel torneo, ma Rosicky ed Essien sono giocatori che hanno lasciato il proprio paese per andare a giocare nei migliori campionati d'Europa, e ci sono rimasti, diventando quei campioni che oggi conosciamo. Nessuno dei due è scappato a casa quando le cose sono diventate difficili. E oggi Essien è uno dei migliori centrocampisti del mondo, titolare nel Chelsea stellare di Mourinho, mentre Rosicky è appena stato acquistato dagli inglesi dell'Arsenal, finalisti di Champions League.

Ma come Reyna ha precisato, la decisione di spostarsi, è di Donovan. È lui a dover decidere della propria carriera, in Nazionale e nel club di appartenenza. È lui a dover valutare se la carriera vale il sacrificio (!) di lasciare casa, famiglia e MLS e mettersi in discussione magari in Premier League, visto che per lui la MLS non è più una sfida ormai da anni. E questo non è un attacco alla MLS, ma solo una constatazione della realtà  dei fatti. Nonostante tutti i progressi fatti in questi anni infatti, la MLS non è certo il posto adatto dove un campioncino in erba possa crescere al meglio, migliorarsi di continuo.

Bisogna infatti considerare che i giocatori della MLS non è che subiscano tutte queste pressioni. Un sistema infatti, che vede una sola squadra per Conference venire esclusa dai play-off, fa perdere molto significato ai match della regular season. E c'è chiaramente un livello tecnico inferiore rispetto alle prime cinque leghe europee (Premier League, Serie A, Liga, Bundesliga, Ligue1). Nella MLS non c'è difensore che possa marcare, in modo da annullarlo, Donovan.

E quindi, dov'è la sfida per Donovan nel rimanere nella MLS? I club americani tra l'altro, nonostante si parli di un possibile ingresso nella Copa Libertadores, attualmente partecipano alla Concacaf Champions Cup, che non può certo essere considerato un torneo dal livello competitivo alto. E dove i club USA vengono spesso eliminati subito, principalmente perché la fase cruciale arriva quando la MLS è ancora ad un mese dalla partenza. Come se da noi si giocassero gli ottavi di Champions League l'ultima di luglio! Anche le partite con la Nazionale, non offrono a Donovan un ambiente di gioco ideale alla sua crescita. Un po' il livello della Concacaf (Messico a parte), un po' le scelte, scarse, di Arena rispetto alle amichevoli, gli impediscono di fronteggiarsi con i migliori al mondo. E così, mentre i grandi giocatori europei, sudamericani, africani e persino australiani, si misurano nell'ambiente più competitivo del mondo, Donovan continua a portare avanti la sua bella vita californiana e un torneo di sette soli mesi, senza coppe e senza pressioni.

Certo è la sua vita, e in questo caso non è ipocrita chiamarla "scelta di vita", visto che in Europa avrebbe sicuramente potuto guadagnare di più, ma se continua in questo modo a breve gli USA dovranno iniziare la ricerca della stella del futuro, con Dnovan che da possibile campione diventerà  un mai esploso. Anche se va presa in considerazione la possibilità  che forse Donovan non ha il carattere per reggere certe pressioni.

Come forse non ha il carattere adatto per diventare il capitano della Nazionale USA, non avendo mai dimostrato di essere un leader oltre che un bravo giocatore. Forse meglio di lui gente come Oguchi Onyewu, uno che si sta sbattendo tra Belgio e, forse, Inghilterra per cercare di migliorarsi giorno dopo giorno. Ancora un po' grezzo, sicuramente, ma ha dimostrato di non avere certo paura a marcare gente come Luca Toni e Ian Koller. Come e più di lui Steve Cherundolo, uno dei migliori in Germania, dove non per niente è il vice capitano del Hanover '96.

Ricordiamoci anche Landon Donovan ha solo 24 anni. Deve ancora maturare, e nel maturare deve decidere se vorrà  essere ricordato come il più grande giocatore americano di sempre. Se vorrà  essere ricordato come uno che ha preferito vivere comodo che vivere, o provarci almeno, alla grande.

Il calcio gli manca, ma forse non quello giocato. Infatti Landon Donovan, leggenda dei LA Galaxy e della Nazionale USA, ha deciso di rientrare nel calcio, ma attraverso un suo club in quel di San Diego. Lo scoop è del giornale canadese Ottawa Sun, secondo il quale Donovan, insieme all'analista di FOX Warren Barton, vuole lanciare un team nella USL (Div. III del soccer americano) a San Diego. Già lo scorso dicembre era emersa la notizia dell'acquisto da parte di Donovan e Barton dei San Diego Flash della NPSL (Div. IV), mentre ad aprile Donovan aveva annunciato il suo fidanzamento e il trasferimento a San Diego, dove sta costruendo una villa a La Jolla. Ma l'obiettivo finale sarebbe una franchigia in MLS, laddove a San Diego il calcio di prima divisione manca dal 1984, quando chiusero i San Diego Sockers - club in cui militarono grandi come un giovane Hugo Sanchez (in seguito capocannoniere al Real Madrid), il capitano della grande Polonia del 1974 Kazimierz Deyna e il messicano Leonardo Cuellar - e la stessa NASL. Il progetto di Donovan e Barton potrebbe infatti essere l'embrione del più ampio tentativo guidato dal proprietario dei San Diego Padres (Major League Baseball) di costruire un nuovo stadio per il calcio, per il quale lo spazio arriverebbe nel momento dell'addio dei Chargers della NFL, destinati ad essere trasferiti. Recentemente, in un'intervista a Sports Illustrated, l'MLS commissioner Don Garber ha affermato di aver avviato delle conversazioni con alcuni gruppi a San Diego, ma che il tutto sarebbe davvero preliminare, anche se l'annunciata espansione a 28 apre molti spazi.

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A guarde Steven Gerrard, non sembra proprio essere un atleta pronto ad entrare nel suo ultimo anno di carriera. Ma l'ex capitano del Liverpool e della Nazionale inglese tornerà a Los Angeles a gennaio, e sembra ormai chiaro che questa sarà la stagione finale. “Non sono sicuro al 100% - ha dichiarato al Daily Telegraph in un intervista rilasciata presso il suo ristorante "Vincents", al centro di Liverpool - ma credo che questo sarà il mio ultimo anno da giocatore”. Il saluto di Steven Gerrard ad Anfield lo scorso maggio Ciò che però sembra preoccupare di più Gerrard è il dopo. Al momento non sembra avere in mano nulla, se non una vaga promessa del Liverpool che ci sarà qualcosa per lui. Una situazione simile a quella di altri giocatori della cosiddetta "golden generation" (che però con la Nazionale nulla ha vinto), tipo Frank Lampard, pieni di entusiasmo e idee ma ormai disincantati. “Dovrebbero ricevere offerte che non si possono rifiutare", spiega Gerrard. "Se uno ha giocato 100 volte in Nazionale e 700 match a livello di club, come può la FA lasciarlo andare? Hanno troppo da offrire. In molti club non succede. Guarda il Manchester United con Ryan Giggs o il Barcellona con Pep Guardiola, che hanno detto loro 'quando avrete finito succederà questo'. “Mi spiace non aver iniziato a prendere i patentini quando avevo 21/22 anni. All'epoca ho sprecato un sacco di tempo negli hotel a guardare 'The Office' e 'I Soprano'. Avrei dovuto prendere il patentino CBA all'epoca per poi poter diventare allenatore ora. Ho avuto recentemente un meeting con la FA e mi hanno detto che ora intendono trovare il modo di coinvolgere di più chi ha giocato in Nazionale un certo numero di partite. Gente quale Jamie Carragher e like Robbie (Fowler) ha troppo da dare per essere lasciata andare". “Ammiro Gary Neville e il suo aver fatto il salto così prest, specialmente in un grande club come il Valencia. Sapevo che Gary era uno che avrebbe potuto avere un ruolo. Bisogna togliersi il cappello”. Gerrard ha recentemente scritto nella sua biografia che avrebbe voluto che il Liverpool facesse di più per tenerlo, in campo o come membro dello staff. “Sarei potuto rimanere nel gruppo, magari con un piano a più fasi". Nelle ultime settimane si è allenato a Melwood sotto la guida del tedesco Jurgen Klopp, sì da arrivare preparato a fine gennaio per il ritiro coi LA Galaxy in vista della stagione 2016 della MLS. “Ho parlato con Klopp. Non ho ricevuto offerte, ma il club si è dichiarato disponibile, seppur senza entrare nei dettagli". Gerrard in allenamento a Melwood “Mi hanno accolto bene. Avrò sempre un debole per il Liverpool e per la FA, ma quando sono a casa intendo lavorare e girare tra i vari club per osservare gli altri allenatori e acquisire esperienza. Di base sarà disponibile da novembre, dicembre, 2016. Tutto il mondo saprà che sono disponibile, e a quel punto sarò al 75% del mio eprcorso da allenatore. Ho il sogno e l'aspirazione di diventare allenatore e dirigente, ma al momento non sono pronto a dirigere. Quando inizi a preparati capisci che è tutt'altro dallo giocare. Devi controllare 25 uomini con personalità molto diversi”. Nel frattempo Gerrard sta imparando da Klopp. “Mi sono allenato con lui un paio di settimane. Ero un suo grande fam già da prima che arrivasse al Liverpool, ma vederlo lavorare coi singoli giocatori è davvero eccitante". Che quello di allenatore fosse il destino prossimo di Gerrard lo sa anche Bruce Arena, coach e GM dei LA Galaxy, - ed ex CT della Nazionale USA - che già lo scorso agosto spiegava come "il prossimo passo di Gerrard è quello di diventare allenatore, non ho dubbi. Sta studiando molto tutto quello che succede qui. Parliamo spesso di ciò che ha fatto al Liverpool e compariamo i nostri appunti". E tra meno di un mese proprio da un uomo di grande esperienza come Arena Gerrard tornerà ad imparare, anche se prima dovrà pensare a guidare i Galaxy sul campo alla sesta MLS Cup della loro storia.

Calcio - Socceritalia

Intervista con Stefano Benzi, Direttore di Eurosport, il canale che dal 2015 trasmette i match della MLS in esclusiva in Italia È stato l’anno del boom per la MLS, un boom estesosi anche all’Italia grazie al ruolo giocato da Eurosport, che per la prima ha trasmesso (e continuerà per altri 3 anni) i match della lega USA valorizzando il prodotto dal punto di vista giornalistico con telecronache di livello, approfondimenti e promozione. Un approccio molto diverso da quello di Sky del passato, che mandava in onda i match alle 3 del mattino nel totale disinteresse della struttura giornalistica (spesso non c'era nemmeno la telecronaca). Il merito di questo va dato a Eurosport Italia e al suo direttore Stefano Benzi, che insieme alla sua squadra di telecronisti ha fatto diventare famosi in Italia calciatori fino a ieri noti solo a pochi. Due nomi per tutti: Mix Diskerud del New York City FC e Nat Borchers, difensore rude con barbona hipster dei Portland Timbers vincitori della MLS Cup, come ci conferma lo stesso Benzi, grande esperto di calcio internazionale, ma diventato noto al grande pubblico negli anni di Sportitalia, dove conduceva con enorme passione il programma ‘WWE News’. “Ricordo di aver raccontato in diretta la storia di Diskerud, partito dalla Norvegia - dove è nato da madre americana e cresciuto - sino ad arrivare a New York, e da lì è partita una lunga discussione su twitter, al punto che prima l’ufficio stampa del New York City FC e poi lo stesso giocatore mi hanno contatto ringraziandomi. Con Borchers invece siamo diventati persino amici. Lui è un personaggio incredibile, per me un mito. Per lui è stata una stagione da sogno: giocatore “scarso”, la sua è una incredibile storia di successo fatta di umiltà, coraggio e determinazione”. Per te il soccer USA è stato un qualcosa di nuovo da affrontare? Assolutamente. Sono andato in America da giornalista per la prima volta nel 1994 [la MLS ha preso poi il via nel 1996, NdR], e mi ritrovai dalle parti di New York in un enorme stadio da football con tanto di liee sul campo con sole 600 persone sugli spalti. Uno spettacolo imbarazzante, un match che definire improvvisato – dai giocatori all’arbitro – è poco. Tornai nel 1999 a Los Angeles e vidi giocare i Galaxy, mentre nel 2003, sempre a LA, assistetti ad un match di CONCACAF Champions Cup, con i Chivas Guadalajara in campo. Cosa ti ha impressionato di questa prima stagione MLS? Innanzitutto un livello di organizzazione mostruoso. La capcità della lega e dei club di genera informazione intorno ad ogni singola partita è incredibile. Sono capaci di far diventare ogni match un vero e proprio fenomeno di marketing. E anche i rapporti con i media, visti giustamente come il mezzo per raggiungere il pubblico: statistiche, contenuti (pure troppi, una volta ho ricevuto 112 cartelle per un match!), dvd con foto e video. Bellissimo poi lo stile americano di telecronaca, uno storytelling - molto diverso da quella sguaiata all’italiana – che abbiamo cercato di replicare e che pensiamo sia piaciuto anche alla MLS. Sappiamo infatti che la MLS ha degli auditors che seguono le telecronache italiane per valutarne il livello, e con l’ufficio stampa della lega c’è stato uno scambio continuo. Eurosport è un canale divulgativo, la MLS è nel nostro DNA: abbiamo divulgato un prodotto, raccontandolo in modo narrativo e forse anche bizzarro, spiegando tutto: squadre, regole, città, tifosi. Ad esempio Montreal, in cui tifosi hanno una storia più lunga e divertente della stessa squadra, o Portland, dove segano il tronco dopo ogni gol, in omaggio al Timber Sport, che Eurosport trasmette da 15 anni. Che tipo di ritorno avete avuto in termini di audience? La MLS ha avuto ascolti molto superiori alle aspettative fin dall’inizio, ed è stato un crescendo già prima dello sbarco di Pirlo a NY. A dispetto di quanto ci si sarebbe potuti attendere però, le squadre più seguite non sono state i LA Galaxy e i NY Red Bulls, andati peggio del NYCFC televisivamente, ma Portland e Orlando, oltre a Seattle. E continueremo a trasmettere la MLS sino almeno al 2018. Da più parti si leggono però commenti sarcastici sul livello dei match? Ma l’errore è guardare le partite della MLS usando lo stesso metro di quando si guarda la Serie A. Personalmente la MLS non la guardo dal punto di vista tattico e tecnico, non mi interessa. Agli americani delle tattiche e delle strategie altrui non interessa, ciocano come sanno, e lo si vede. Pochissima attenzione alle marcature ma molta all’impostazione. Possesso palla sempre proiettato in avanti, tipo rugby. Fisicamente poi sono ad un altro livello rispetto ai nostri, sono mostruosi, forse perché si formano prima come atleti che come calciatori, grazie anche a strutture sportive che già alle scuole medie superano quelle di molti club professionistici nostrani. Ciò che mi piace di più è che li vedi giocare liberi, in una sorta di ritorno alle radici del calcio. Capisco chi dice che è brutto calcio, ma lo spirito è e deve essere un altro. Non sopporto il tiki taka, il possesso fine a se stesso o l’aggressività mirata a soffocare l’avversario. Oggi i miei punti di riferimento sono l’Olanda e il Brasile infatti, e anche l’Inghilterra che però ora si sta europeizzando a causa dei tanti allenatori stranieri. Purtroppo il calcio inglese “libero” anni 80/90 non c’è quasi più. A proposito di allenatori. In MLS gli stranieri hanno sempre fallito, e quasi tutti quelli attuali arrivano dai ranghi della lega.   Non li prendono da fuori perché oltre a regole complesse e salary cap, quelli che hanno vanno comunque bene. Inoltre sono di alto livello, sottovalutati. È gente che ha un quadro globale ampio. Ho parlato con alcuni di loro e sono manager a 360°, seguono tutto. Ad esempio, hanno gli osservatori ma poi vanno loro a visionare i calciatori. Inoltre, sovrintendono direttamente le academy, obbligatorie in MLS, che hanno standard altissimi. Chi sono i tuoi preferiti? Mi piace molto Caleb Porter, che aveva già fatto vedere ottime cose a livello di college [con Akron, NdR] e che è stato capace di dare un bel gioco a Portland. Bruce Arena poi è un grande: leadership, mentalità e intelligenza, è uno che sa di vita, parla 4 lingue, ha viaggiato, è autorevole. È l’ideale per far crescere i nuovi talenti, farli maturare. Mi ricorda Osvaldo Bagnoli. Bravissimo il colombiano Oscar Pareja. Con dei ragazzini semisconosciuti a Dallas ha portato un bellissimo calcio e ottimi risultati. È riuscito a valorizzare al massimo uno come Castillo, che ricordavo con la Colombia quale vice Muriel, tirandogli fuori il meglio. Bene anche l’ex nazionale USA Pablo Mastroeni a Colorado, e ancor di più Mauro Biello a Montreal. Quest’ultimo, privo di esperienza da allenatore, è stato bravissimo a mettere in campo i suoi e a saper poi sfruttare al meglio l’arrivo di Didier Drogba. Sorpreso dell’impatto dell’ivoriano, apparso devastante? Onestamente sì. Pensavo che Drogba andasse a “rubare” gli ultimi soldi. Ma invece ha trasformato una squadra stanca, che aveva ormai mollato, portandola ai playoff e mostrando di essere ancora competitivo ai massimi livelli, un vero uomo squadra. I campioni possono fare la differenza, ma spesso non bastano. Vedi il New York City FC. Il NYCFC ha mostrato molti problemi: la concorrenza dei New York Red Bulls e i troppi soldi spesi dagli Emirati che hanno creato troppe aspettative. Il rendimento di Andrea Pirlo, e anche quello di David Villa. Entrambi sono andati lì alla fine della propria stagione. Troppe aspettative nei loro confronti e alle spalle una squadra raccogliticcia. La brutta stagione non è stata tutta colpa di coach Jason Kreis, ma certo se hai Villa e Diskerud e poi Lampard e Pirlo devi fare qualcosa. Spero mi facciano cambiare idea nel 2016. Lo stesso vale per Steve Gerrard. Purtroppo tutti i giocatori che arrivano in MLS in estate sono spremuti dalla lunga stagione europea. Ora a NY arriva in panchina Patrick Vieira, ma mi ho l’idea che la proprietà pensi più ai media che al campo. Oltre tutto Vieira avrà come supporto solo uno come Javier Perez, che in carriera al massimo ha allenato la Nazionale USA U18. Occhio invece al nuovo allenatore del Chicago Fire, il serbo però a Veljko Paunović, che da CT della Serbia U20 ha fatto vedere bellissime cose, seppur con tanto talento in campo. Ancora giovane, 38 anni, in passato ha giocato in MLS con Philadelphia, e proverà a rivoluzionare una squadra reduce dall’ennesima stagione fallimentare con molti suoi uomini di origini slave. Proverà a tenere gli attaccanti il brasiliano Gilberto e il ghanese David Accam [che però sembra prossimo allo Stoke, NdR], e sono curioso delle sue scelte draft, dove il Fire parlerà per primo. Che ne pensi del lavoro di Klinsmann con la Nazionale USA, molto criticato negli ultimi mesi? Jurgen Klinsmann ha una personalità e una storia molto diverse da quelle di Bruce Arena. Il suo lavoro è ancora in pieno sviluppo, e non ha ancora fatto ciò per cui è stato scelto. Di certo è stato un po’ una delusione, ha fatto il minimo. Grande personaggio dal punto di vista tecnico, come allenatore però non ha mai completamente convinto: un triennio da CT della Germania non indimenticabile e una stagione al Bayern Monaco che è sembrata più l’omaggio al personaggio che altro. Come vedi il futuro della MLS? La crescita sarà continua, e vista la media pubblico e le entrate in aumento, presto farà concorrenza anche a molte società europee. I calciatori adorano gli Stati Uniti, la vita lì. Guarda Pirlo: lì vive bene, si allena bene, è considerato un mito, una leggenda, ma può anche uscire per strada tranquillamente. E presto toccherà anche a giocatori più giovani. Peccato che a suo tempo non sia andato in America Alessandro Del Piero. Se avesse scelto gli USA avremmo forse preso i diritti prima e lui si sarebbe divertito di più e per più tempo. E anche la MLS sarebbe cresciuta prima. The best is yet to come Fino al 2019 compreso https://t.co/XhXXHEQOsl — Stefano Benzi (@stefano_benzi) November 29, 2015

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