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Massimo Lopes Pegna

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Al milanese Riccardo Silva, che per primo credette al successo di una tv gestita internamente a una società di calcio e lanciò Milan Channel e ora è leader nei diritti tv sportivi di mezzo mondo, la definizione di «Guerra del pallone» non piace. Il proprietario del Miami FCc (con Paolo Maldini), allenato da Alessandro Nesta in NASL, spiega: «La mia non è una guerra, solo una pacifica richiesta al Tas di Losanna per sapere se quello che si gioca negli Usa è calcio o qualcosa di differente. Voglio conoscere la ragione per cui tutti i campionati del mondo sono regolati da promozioni e retrocessioni, mentre questo è l’unico Paese che non si adegua al principio dello statuto Fifa. Insomma,pretendo chiarezza». Criteri oggettivi. L’altra contestazione è la mancanza di un criterio oggettivo con cui vengono assegnati dalla Federcalcio Usa gli status di prima, seconda e terza divisione. Per ora l’unica meritocrazia è il denaro: chi paga di più è in Serie A, cioè la Mls, chi sborsa di meno è in serie B, Nasl e Usl, quest’ultima fra l’altro è un’associata della Mls. Spiega Silva: «Noi siamo la prova di questa ingiustizia. In estate abbiamo battuto ed eliminato due dei migliori team della Mls nella Coppa nazionale, la US Open Cup (Orlando e Atlanta). Abbiamo vinto il titolo, quello di primavera, con 10 punti di scarto, e siamo nettamente in testa alla fase autunnale. Ma come ricompensa da parte della federazione veniamo retrocessi insieme a tutta la Lega». Già, perché sarà un caso, ma dopo l’azione di Silva presso il tribunale di arbitrato sportivo in Svizzera a fine agosto, la U.S. Soccer Federation ha risposto al fuoco «retrocedendo» d’ufficio per il 2018 la Nasl dalla Division 2, perché non sarebbe in grado di iscrivere al prossimo torneo il numero legale di 12 squadre. Dice Silva: «Ci sono dietro motivi politici: questa è una palese ritorsione». Nei giorni scorsi la Lega, pilotata anche dal calabrese Rocco Commisso, proprietario dei New York Cosmos, ha fatto causa alla Ussf, accusandola di essere un monopolio e gestire il soccer in modo arbitrario e poco imparziale finendo con il favorire la Mls, per altro loro partner commerciale. Il caso Cosmos Chiarisce Silva: «I Cosmos hanno vinto il campionato la stagione passata, ma quest’anno nella Mls c’è andata Minnesota United che ha sborsato 100 milioni per la promozione. Che regola morale è questa? Io la metto sullo stesso piano di chi paga per vincere una partita. Per questo sono certo che la Fifa, che ha iniziato con Infantino un nuovo corso di trasparenza, interverrà per sistemare l’anomalia». L’anomalia si può sintetizzare con un caso limite: che cosa accadrebbe se Silva o Commisso (e probabilmente se lo potrebbero permettere) ingaggiassero nelle loro squadre Messi, Ronaldo o Neymar? «Non avrebbe senso, ma è un ottimo esempio. Se questi tre campioni accettassero di venire da noi a Miami, strapazzeremmo 10-0 qualunque squadra della Mls. Con il risultato di continuare a giocare in serie B o addirittura in C, perché i meriti sportivi qui valgono zero». Sì, è una guerra. Combattuta nei tribunali, senza pallottole e fucili, ma che potrebbe essere epocale. Silva vuole in fretta una risposta chiara da Losanna per conoscere il destino della sua franchigia e della Nasl (National American Soccer League), la Lega che per prima negli anni Settanta del secolo scorso mandò in orbita il pallone negli States grazie all’arrivo di Pelé, Chinaglia, Beckenbauer e molte altre stelle, e ora rischia di sparire. Ranking in calo Silva mantiene la calma ed è certo che la guerra andrà a finir bene e alla Nasl verrà confermata la Division 2. Sostiene, però, che se il soccer vuole crescere deve dargli retta: «Gli Stati Uniti per dedizione, ricchezza e qualità dovrebbero battersi alla pari con i top team del mondo. Ma senza competitività, non migliorerà. Perché negli Stati Uniti non si è mai trovato un fuoriclasse come Leo Messi? Perché il loro ranking Fifa negli ultimi anni è in calo (ora è numero 28, era 14° nel 2013 come nel 2009, ndr)? Il successo di un movimento nasce dal basso. Nessuno ha incentivi a investire sulle serie minori se non ha garanzie che in caso di vittoria sul campo avrà diritto a una promozione». Fonte: Gazzetta dello Sport

NASL USL NCAA

«Mi mancano certe sfide come la Champions o Juve-Milan, ma meglio andar via quando stai bene» Il Maestro parla della nuova stagione: «Voglio conquistare la Eastern Conference e spingermi più avanti possibile nei playoff» «Stop al Salary Cap, sì all’aumento dei club. Poi quando smetto torno in Italia» Per la prima volta Andrea Pirlo fa l’americano: niente interprete alla conferenza stampa. E se la cava bene. Dice il Maestro: «Già l’anno passato ero pronto e capivo, ma non mi sentivo sicuro e allora mi facevo aiutare». Sorride: «Noi parliamo in italiano, vero?». Nell'intervista alla Gazzetta Pirlo parla di tutto, dalla Champions alla Serie A, fino alla MLS. Quanto le mancano sfide come Juve-Milan della settimana passata? «Molto, ma anche quelle di Champions. Sono i match belli da giocare a qualsiasi età. Però nel luglio ’15 ho fatto una scelta e non sono pentito. Quando gli anni passano, devi capire se è arrivato il momento di fare altro. Meglio decidere di andare via quando stai ancora bene, prima che siano gli altri a indicarti la porta». Per quanto tempo la Juve continuerà a vincere? «Per un bel po’ di anni: è la società più attrezzata per farlo». E qui il suo New York City può già avere ambizioni da titolo? «Questo è il 3° torneo e vogliamo progredire. Per esempio vincendo la East Conference (secondi nel 2016, ndr), cercando poi di spingerci più avanti nei playoff (ai quarti nel 2016). La squadra è cresciuta, è ringiovanita: si tratta di alzare il livello. È arrivato l’ex atalantino Maxi Moralez. Ci ho giocato contro molte volte: bravo». La MLS punta a espandersi sempre di più. Quest’anno con 22 club, ma vuole spingersi fino a 28. Non c’è il pericolo di abbassare la qualità del campionato? «Non penso. Ho già notato un miglioramento. Da quanto ho visto nelle amichevoli e nelle prime due giornate, il livello del gioco è salito parecchio. E comunque se ci fosse questo pericolo non ci sarebbero così tanti gruppi pronti a investire milioni per affiliarsi alla MLS». Big win in front of our supporters! 💪 #nycfc pic.twitter.com/ovpDXwktKu— Andrea Pirlo (@Pirlo_official) 13 marzo 2017 Che cosa può fare la Lega per migliorare ancora? «Di certo togliere le limitazioni che ci sono al mercato. Basta con le 3 eccezioni al Salary Cap, troppo poche per convincere altre star a venire qui: si deve arrivare a un sistema libero, dove si può comprare e vendere senza vincoli. Ora poi c’è pure la concorrenza della Cina. Specie per competere con gli altri tornei, interni ed esteri, si deve eliminare qualsiasi restrizione». Ingaggiare allenatori stranieri di valore può essere un altro modo per alzare la qualità della Lega. Voi avete Patrick Vieira, ad Atlanta c’è Tata Martino. «È importante che ci sia la voglia di crescere. L’ingaggio di certi tecnici è un passo avanti». L’anno passato in 33 partite, lei ha servito 11 assist e segnato il suo primo e per ora unico gol. Un bilancio che la soddisfa? «Non ho mai dato importanza alle cifre personali. Il mio obiettivo è sempre stato quello di mettere davanti a tutto il bene della squadra e far rendere al meglio i compagni. Non mi è mai interessato nient’altro». Che mansioni le ha dato Vieira? «Le solite. In quella posizione di campo dove ho trascorso gran parte della mia carriera. Non cambierà niente, a parte il fatto che sono più vecchio». È in scadenza di contratto (dicembre 2017) e girano voci che lascerà il calcio (per un ruolo da ambasciatore alla Juve?): ha già deciso che farà dopo? «Non ho deciso. Sono concentrato soltanto sul mio lavoro e cerco di farlo al meglio senza pensare al futuro. Dove andrò quando smetto? In Italia»

MLS

Resi noti i salari lordi in MLS: l’ex milanista e Seba sopra i 6,5 milioni Il terzo è Lampard Le cifre degli altri erano no-te, mancava soltanto di capire quanto avrebbe guadagnato il «Maestro» Andrea Pirlo. Il sindacato dei giocatori, come accade per le altre Leghe professionistiche Usa, ha pubblicato gli stipendi di tutti i tesserati, che negli Stati Uniti sono lordi e da cui restano fuori eventuali contratti integrativi e di diritti d’immagine. L’ex juventino e campione del Mondo si «accontenterebbe» di 2 milioni di dollari (2,315 con i bonus, 2,1 milioni di euro), ma giocherà non più di 3 mesi e mezzo (se il New York City Fc andrà ai playoff), il tempo che rimane al termine della regular season (25 ottobre). TOP BRADLEY Una somma comunque al di sotto delle altre stelle della MLS, come Kakà (7,167) e Sebastian Giovinco (7,115 o 6,5 in euro), i più pagati e gli unici ad andare oltre i 7 milioni di dollari. Ma anche rispetto a Frank Lampard (6 milioni), pure lui appena arrivato dopo il prestito al Manchester City. Gli altri supermilionari sono l’ex romanista Michael Bradley (6,5), Steve Gerrard (6,2) e David Villa (5,6). SALARY CAP Ma non è che essere in possesso di un passaporto straniero o di un curriculum da fuoriclasse garantisca sempre un ricco stipendio da competere con i campionati più blasonati al di là dell’oceano. Come spiegava Giovinco bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Perché le 20 franchigie della MLS hanno a disposizione solo 3 eccezioni per aggirare il salary cap (il tetto salariale), che quest’anno è di 3,49 milioni di dollari. Se quei posti da nababbi sono già occupati al massimo si può ricevere un ingaggio da 436 mila dollari (lordi), quindi come un calciatore di terza fascia della nostra Serie A. Fonte: Gazzetta dello Sport

MLS

L’ex punta juventina del Toronto: «Devo solo continuare così. Ma qui non è facile, specie fare tre gol» Una tripletta non l’aveva mai segnata in vita sua, Seba Giovinco. Quella che ha realizzato dentro al tempio del baseball, lo Yankee Stadium, domenica contro il New York City Fc, la squadra in cui fra meno di due settimane debutterà Andrea Pirlo, è dedicata anche a Conte, soprattutto dopo lo sfogo del c.t. per la grande penuria di attaccanti. Ride, l’ex juventino: «Spero che l’abbia vista, e che mi abbia visto giocare». Aggiunge: «Devo soltanto continuare a lavorare in questo modo». IDOLO Qui nella Mls, in appena 17 giornate, è già diventato un idolo: nessuno aveva fatto così bene al debutto nella Lega americana. Più semplice segnare qui? «Nessun dubbio che in Europa ci sia una migliore qualità, ma non è mai facile. Soprattutto fare tre gol, conta l’atteggiamento». E il suo è stato quello giusto da subito. A New York ha messo su il Giovinco show: tre gol in nove minuti (fra il 34’ e il 43’ del primo tempo), due pali (pelo nell’uovo, uno è un rigore sbagliato) e un assist. Tre prodezze diverse, che non sono bastate a vincere (4-4, il finale): un rigore tirato nello stesso angolo di quello sbagliato («Il mio preferito, perché non è facile calciare un penalty dopo un errore»), un diagonale in corsa e un pallonetto a scavalcare il portiere. IL MISTER Il suo allenatore, Greg Vanney, che a parte una breve parentesi al Bastia ha trascorso tutta la sua carriera di calciatore nella Major League Soccer, dice: «Sono qui dall’inizio e me ne intendo: è una delle migliori performance in questa Lega. Giovinco è velocissimo, cambia direzione come nessun altro e quando ha spazio ti uccide». Poi con un pelo d’imbarazzo chiarisce: «Conte? Il c.t. azzurro lo conosce bene e non penso che abbia bisogno dei miei suggerimenti». SUBITO SUPER Il suo adattamento alla MLS è stato sbalorditivo. In appena 17 partite ha scalato tutte le classifiche individuali. Con i tre gol newyorkesi è balzato a quota 11, al secondo posto fra i marcatori alle spalle di Kei Kamara, dei Columbus Crew, leader con 12. È nettamente primo nei tiri (98), in quelli in porta (42) ed è il quarto assist man con 8, a un passo dalla vetta. Importante ribadire l’avvertimento di Giovinco a chi osserva dall’estero: qui non è semplice come sembra, perché la Mls è zeppa di stelle che non hanno mai brillato. Fonte: Gazzetta.it

MLS

L’aveva sognato un paio di notti fa, Carli Lloyd: avrebbe segnato quattro volte nella finale del Mondiale. Mai fidarsi, però. Perché contro il Giappone, la capitana e nuova eroina degli Usa ne ha fatti solo tre. Un hat-trick, una tripletta, confezionato nei primi sedici minuti di una partita messa subito in cassaforte, grazie anche al gol di Lauren Holiday. Un 4-0 iniziale che vendicava con gli interessi il dispetto di quattro anni prima, quando in svantaggio due volte, le nip- poniche avevano poi vinto ai rigori. PRIMA VOLTA Nessuna aveva mai fatto una tripletta nell’atto finale di una Coppa del Mondo. Due zampate da navigata donna d’area di rigore e l’ulti- mo gol da centrocampo: un’oc- chiata al portiere in posizione troppo avanzata e quella lunga e precisa palombella. Finiva 5-2 e gli Usa alzavano il trofeo per la terza volta, più di tutte le altre nazioni. Ma non conquistavano un Mondiale dal 1999 (pur avendo quattro ori e un argento in cinque edizioni olimpiche), da quando Brandi Chastain spedì in rete il rigore contro la Cina, s’inginocchiò sul prato del Rose Bowl a Pasadena davanti a 90 mila persone, si tolse la maglia, rimase in top nero e finì sulla copertina di Sports Illustrated e sui poster di milioni di bambini americani. LA MIGLIORE Ora è il momento di Carli. Non si segnano tre gol nella partita più pesante se non si ha nel Dna i geni di gente come Messi. Ne aveva già fatti tre nelle ultime tre partite, dagli ottavi in poi, incluso un assist, e per questo è stata nominata miglior calciatrice del Mondiale. Era la ragazza che aveva messo dentro le reti decisive nelle finali olimpiche del 2008 a Pechino (contro il Brasile) e nel 2012 (contro il Giappone). Ma nel 2011, come Roberto Baggio, aveva mandato alle stelle uno dei rigori della sconfitta proprio con le giapponesi (quella da vendicare). E da lì era ripartita. Perché Carli è sempre stata un’incompresa: mezzala d’attacco non di difesa, bisogno di libertà senza sentirsi rinchiusa in una gabbia di schemi. «Non ascolta mai quello che le dici», l’aveva criticata qualche giorno fa Pia Sundhage, ex c.t. degli Usa e ora delle svedesi. «Se fossi in voi adesso le rifarei la stessa domanda», sorrideva con i giornalisti Carli. Da anni si affida a un personal coach australiano, che paga di tasca sua, per migliorare fisicamente e mentalmente. «Forse qualcuno pensa che sia arrogante, perché dopo l’allenamento metto la musica nelle cuffie e vado in camera». Invece è solo la ricerca di perfezione. Le piace visualizzare, oltre che sognare: «In semifinale con la Germania quando sono andata sul dischetto ho bloccato tutto ciò che avevo intorno: c’ero io, la rete e la palla». Ha studiato Muhammad Ali, Michael Jordan e Wayne Gretzky per capire come si fa ad eccellere. Ora, il presidente Obama e Kobe Bryant le hanno cinguettato dei tweet personali e il suo volto sorridente sarà il nuovo poster del calcio Usa. Anche di quello maschile. Oltre la vittoria: il soccer si rilancia e le tv applaudono La veterana Wambach sfida le ipocrisie: al fischio finale si precipita a baciare la moglie C’è tutto il bello dell’America nei novanta minuti della finale di Coppa del Mondo di domenica sera. La vitto- ria, naturalmente, la terza in sette edizioni, oltre a un argento e tre bronzi: gli Usa non sono mai scesi dal podio. E’ il successo che rilan- cia il soccer anche in quei salotti dove si discute prevalentemente di altri sport, considerati più attraenti. Perché per farsi largo e se- durre nuovi tifosi, in questo Paese devi soprattutto essere vincente. Il calcio femminile lo è e per Mondiale e Olimpiade si ritaglia uno spazio impensabile su giornali e tv, con audience straordinarie. LEZIONE E RISPETTO Non c’è solo il trionfo sportivo nella notte di Vancouver, ma molto di più. C’è il ri- spetto di Carli Lloyd, la nuova eroina che insiste per cedere la fascia di capitana al suo mito di ragazzina, Abby Wambach, la donna che ha segnato più re- ti nel soccer ed entra in campo negli ultimi minuti per la sua ultima presenza prima della pensione. Poi proprio la Wambach, dopo il fischio finale, tiene una bella lezione di civiltà: va a baciare in diretta mondiale sua moglie, ricordando agli ultimi bacchettoni rimasti che cosa significhi vivere in un Paese libero. Una lezione la impartiscono anche i media americani, che dopo l’ennesima gaffe della Fifa sul sito ufficiale («Alex Morgan è tanto brava quanto bella») insorgono per quell’eccesso di sessismo. E ri- badiscono l’idea di uguaglianza fra uomini e donne: «Ma quando parlano di Cristiano Ronaldo mica scrivono che è “hot”!». L’OSSESSIONE E poi c’è la storia di questa generazione di calciatrici, che per sedici anni ha convissuto con l’ossessione di emulare quella precedente. E’ come se Buffon, Pirlo e Del Piero nel 2006 avessero tolto di mezzo Zoff, Pablito Rossi e Tardelli, i campioni del 1982. E’ il segno della continuità: più che la vittoria di una squadra, quella di un intero movimento. Fonte: Gazzetta dello Sport

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