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MLS, LA Galaxy e Portland fanno a botte su Twitter
Scritto il 2017-03-14 da Arnaldo Selmosson su MLS

Il livello di calcio che si vede in campo non sarà forse al pari delle top leagues europee, ma quando si parla di social media, i team MLS non conosco rivali.

Un esempio? LA Galaxy e Portland Timbers si sono affrontate domenica notte allo StubHub Center di Carson (California), col team guidato da Caleb Porter uscito vittorioso 1-0 in trasferta. Ad un certo punto del match è accaduto che il difensore dei LA Galaxy Jelle Van Damme abbia provato ad intervenire su un pallone conteso con il colombiano Diego Chara.

Da quanto si è potuto vedere in TV, tra i due non c'è stato alcun contatto, nonostante un notevole volo in terra di Chara. Simulazione quindi, ma l'arbitro ha deciso di presentare a Van Damme il primo cartellino giallo, cui tre minuti dopo ne è seguito un altro (stavolta colpa sua) lasciando così LA in 10. A quel punto, il social media team dei Galaxyy è... entrato in campo.

Non male anche la reazione di Van Damme via Twitter

I meme sono ormai un classico in rete e sui social, e così i Galaxy hanno messo in pratica tutte le loro social media skills, attaccando così il volo di Chara. Ma i Portland Timbers non sembra abbiano apprezzato...

Il senso del messaggio è relativo al fatto che da quest'anno allo StubHub Center senderanno in campo gli LA Chargers, appena trasferitisi da San Diego e in attesa di avere il proprio stadio.

I Timbers hanno quindi deciso di avere l'ultima parola sulla questione, nonostante le scuse del social media team dei LA Galaxy, su cui evidentemente deve essere arrivata una reprimenda dall'alto.

Potreste immaginare i social media team di Inter e Juventus o di Lazio e AS Roma fare qualcosa di simile? Difficile, ed è un peccato, perché una delle ragioni del boom di spettatori della MLS è legato prorpio all'uso dei social, con mezzi quali TWitter che ormai fanno da "second screen" anche durante il match allo stadio

Possibile la scelta di altre quattro candidate già entro il 2017, che potrebbero diventare cinque se nel frattempo Miami dovesse saltare Continua l'expansion della MLS, che nel 2018 salirà a quota 23 squadre con l'ingresso del LAFC, il Los Angeles Football Club. Lo ha confermato il commissioner della lega, Don Garber, che che ha dichiarato che "nessuno si aggiungerà al LAFC nel 2018, che quindi entrerà da solo". La notizia arriva a conferma delle sempre maggiori difficoltà per il gruppo guidato da David Beckham di riuscire a lanciare un team a Miami, bloccato dalla questione stadio che sembra senza sbocchi al momento. Inoltre, si susseguono voci che nella stessa MLS l'interesse per il team di Beckham, che verserebbe solo 25 milioni grazie al suo accordo dei tempi del trasferimento negli USA in un momento in cui un expansion team vale fino a $200 milioni. E' saltata invece la possibilità di vedere Sacramento quale back up immediato, che da molti era visto come possibile. “Entro la fine dell'anno prenderemo una decisione sui team 25 e 26" (Miami sarebbe la numero 24, NdR), ha aggiunto Garber. "E' anche possibile che decideremo i team 27 e 28 nello stesso momento, anche se non è quello il piano. Sabato scorso ero ad Austin per incontrare la U.S. Conference of Mayors. La metà dei sindaci presenti o aveva un team MLS in città o erano candidati all'espansione. C'è un enorme interesse da parte delle 12 città candidate. La tempistica è stretta ma siamo in linea”. Ecco il quadro delle candidate: Charlotte Proprietà: Marcus Smith, presidente e CEO della Speedway Motorsports, Inc. Stadio: Demolizione del Memorial Stadium, sostituito da un impianto da 20,000 posti per una spesa di $175 milioni. Situazione: Lo stadio, come spesso capita, è il problema principale. L'aspetto positivo è la crescita continua dell'area e la necessità per la MLS di espandersi a sud, dove c'è la sola ATlanta (la Florida non è culturalmente considerata nel South degli USA). Cincinnati Proprietà: Carl H. Lindner III, co-CEO dell'American Financial Group, proprietario del FC Cincinnati Stadio: La squadra attualmente gioca presso il Nippert Stadium della University of Cincinnati, ma vuole costruirsi il proprio impianto . Situazione: L'FC Cincinnati sta avendo un successo incredibile a livello USL (Division II), con una media spettatori di ben 17mila a partita nel 2016! Ma dove costruire lo stadio nuovo è ancora un mistero, mentre i soldi della proprietà non sono un problema. Detroit Proprietà: Dan Gilbert, proprietariod dei  Cleveland Cavaliers, fondatore e chairman di Quicken Loans, Inc.; Tom Gores, proprietario dei Detroit Pistons, founder, chairman e CEO ei Platinum Equity. Stadio: Gilbert e Gores stanno proponendo un piano di sviluppo immobiliare del valore di $1 miliardo per l'area del carcere della Wayne County, che vedrebbe anche uno stadio da 23mila posti del valore di $250 milioni. Situazione: Detroit è lobiettivo Midwest della MLS. Tra tutte le candidate infatti, solo Phoenix presenta un'area metropolitana più grande. Inoltre, l'esperienza nello sport di Gores e Gilbert è una garanzia per la lega. Indianapolis Proprietà: Ersal Ozdemir, fondatore e CEO del Keystone Realty Group, proprietario del team NASL Indy Eleven; Mickey Maurer, chairman della National Bank of Indianapolis e dell'IBJ Corp; Jeff Laborsky, president e CEO di Heritage; Mark Elwood, CEO di Elwood Staffing; Andy Mohr, fondatore e proprietario del Mohr Auto Group. Stadio: C'è una proposta per costruire uno stadio da $100 milioni a downtown, vicino al Lucas Oil Stadium. Situazione: L'Indy Eleven è stato un successo in campo e fuori nella NASL. Cera qualche dubbio sulla proprietà, ma con i nuovi investitori aggiuntisi i problemi sono stati risolti. E' da capire se arriveranno finanziamenti pubblici per lo stadio. La proposta di Detroit Nashville Proprietà: John Ingram, chairman dell'Ingram Industries, Inc.; Bill Hagerty, ex commissioner of Economic Development for Tennessee. Stadio: Mancano i dettagli. Si parla di un'area vicino Nashville Fairgrounds per uno stadio da 25mila posti. Situazione: La proprietà è ricca, e la città ha sempre risposto bene agli appuntamenti calcistici. Ma servono più dettagli sullo stadio e Ingram deve convincere la MLS che l'expansdion può funzionare in un mercato tutto sommato piccolo come Nashville. Phoenix Proprietà: Berke Bakay, governatore, Phoenix Rising FC, CEO, Kona Grill; Brett Johnson, co-chairman del Phoenix Rising FC, CEO di Benevolent Capital; Mark Detmer, board member, Phoenix Rising FC, managing director, JLL; Tim Riester, board member, Phoenix Rising FC, CEO, RIESTER; David Rappaport, board member, Phoenix Rising FC, partner, Manatt, Phelps & Phillips, LLP. Stadio: Il piano è per uno stadio con aria condizionata su un'area già opzionata. Situazione: Phoenix è la città più grande tra le candidate, e l'avere l'esperienza in USL e un'area pronta per lo stadio è un vantaggio. Area che includerebbe anche Academy e una tramvia. Da segnalare però che non sembra esserci grande entusiasmo nel pubblico. Raleigh/Durham Proprietà: Steve Malik, chairman e proprietario del North Carolina FC. Stadio: Malik ha identificato tre aree per uno stadio da 20mila posti. Situazione: Il calcio è nell'area dal 2006, tra NASL e altro. Malik, imprenditore nella sanità, ha acquistato il North Carolina FC (gli ex Carolina RailHawks) nel 2016. Come Charlotte, consentirebbe alla MLS di espandersi geograficamente, ma è da capire se un'area così piccola è in grado di reggere un altro team professionistico oltre ai Carolina Hurricanes della NHL. Sacramento Proprietà: Kevin Nagle, chairman e CEO, Sac Soccer & Entertainment Holdings, e azionista di minoranza dei Sacramento Kings; Meg Whitman, investitore, Sac Soccer & Entertainment Holdings, e CEO di Hewlett Packard Enterprise; Jed York, proprietario e CEO dei San Francisco 49ers. Stadium: Il piano per uno stadio a downtown è già stato approvato dalla città. Overview: il Sacramento Republic FC esiste dal 2012 nella USL, e da allora è stato un successo di pubblico e tecnico. C'è purtroppo qualche frizione tra SRFC e Sac Soccer & Entertainment Holdings (l'entità legale che ha lanciato la proposta alla MLS) e che rischia di creare problemi- Per Sacramento il rischio, se tutto non sarà chiarito, arriva da San Diego. Il rendering dello stadio proposto dall'expansion team di San Diego, sull'area del Qualcomm Stadium degli ex San Diego Chargers. St. Louis Proprietà: Paul Edgerley, senior advisor di Bain Capital, managing director di VantEdge Partners, azionista dei Boston Celtics; Terry Matlack, managing director di Tortoise Capital, partner di VantEdge Partners; Jim Kavanaugh, CEO di World Wide Technology, fondatore del Saint Louis FC; Dave Peacock, ex presidente di Anheuser-Busch Inc., chairman della St. Louis Sports Commission. Stadio: Si puta ad uno stadio da 20,000 posti vicino a Union Station. Situazione: St. Louis è la culla del soccer USA, e con l'addio alla città da parte dei Rams della NFL (volati a Los Angeles) lo spazio di crescita del calcio sembra notevole. La proprietà è di alto livello, ma lo stadio è ancora un punto interrogativo, con riferimento al finanziamento, e si aspetta il risultato di un referendum sul tema ad aprile prossimo. San Antonio Proprietà: Spurs Sports & Entertainment Stadio: Il team già gioca in un "soccer specific stadium" da 8.000 posti, espandibile a 18mila. Situazione: San Antonio ha alle spalle una proprietà con grande esperienza nello sport business, come dimostra il successo dei San Antonio Spurs. L'avere uno stadio espandibile è certo un plus, anche se il contro è che si trova a 20km dalla città, che per assurdo lo pone vicino ad un altro mercato di interesse per la MLS quale Austin. Ma è da comprendere se la MLS davvero vuole un altro team in Texas accanto a FC Dallas (che bene non va dal punto fi vista del pubblico) e Houston Dynamo. San Diego Proprietà: Mike Stone, fondatore di FS Investors; Peter Seidler, AD dei San Diego Padres; Massih e Masood Tayebi, co-fondatori del Bridgewest Group; Steve Altman, ex presidente di Qualcomm; Juan Carlos Rodriguez, imprenditore del mondo media. Stadio: La proposta è per uno stadio da 30mila posti da condividere con la San Diego State University, sulla stessa area dell'attuale Qualcomm Stadium. Situazione: Garber sembra puntarci, e l'addio dei Chargers della NFL (anche loro a LA) è un vantaggio come per St. Louis. Il piano per lo stadio sembra solido anche politicamente anche se la vicinanza con il Club Tijuana situato a pochi km (34) oltre confine potrebbe essere un problema. Nel 2018 in MLS sbarcherà il LAFC, che si affiancherà a LA Galaxy, San Jose Earthquakes e probabilmente Sacramento. Sarà da capire se la MLS vorrà avere ben 5 squadre californiane in campo. Tampa/St. Petersburg Ownership: Bill Edwards, proprietario dei Tampa Bay Rowdies (USL). Stadium: Il piano vede un investimento da $80 milioni per l'espansione dell'Al Lang Stadium dagli attuali 7.200 a 18.000. Overview: L'area di Tampa/St. Pete è il più grosso mercato televisivo (in America conta eccome) attualmente privo di un team MLS. Il piano per lo stadio è pronto, approvato e finanziato. L'ingresso di un nome storico del soccer USA (i Rowdies di Rodney Marsh erano gli avversari più acerrimi dei NY Cosmos di Chinaglia e Beckenbauer negli anni '70) e l'eventuale rivalità con Orlando rendono attraente la scelta per la lega, cui ancora brucia la chiusura del Tampa Bay Mutiny di Carlos Valderrama decisa 15 anni fa.

Calcio - Socceritalia

Gli Stati Uniti sono sempre stati un grande Paese e finalmente ora hanno anche un grande campionato di calcio. Per averne uno bello, però, meglio ripassare tra qualche anno. Perché se – come amava dire John Davison Rockefeller – «l’America non è una nazione, ma una promessa», forse nel soccer la parola non è stata mantenuta. E la scadenza fissata dal boss della Mls Don Garber («Nel 2022 saremo una delle migliori leghe al mondo») somiglia sempre più a un’utopia. Lo stato dell’arte del calcio Oltreoceano racchiude in sé la contraddizione insita nell’anima americana, quella tra quantità e qualità. Grandi porzioni e cibo spazzatura, enormi spazi e lande desertiche, magnati e diseredati. Così, se nella settimana che precede la finale della 21esima stagione di MLS (Toronto FC-Seattle Sounders, in programma il 10 dicembre) ci si ferma ad analizzare a che punto è arrivato il calcio a stelle e strisce, si nota la stessa stridente dicotomia: belli gli stadi pieni (a Seattle media oltre i 40mila spettatori), belle le scuole dove i bimbi giocano più a pallone che a baseball, bella gente, bel tifo, bell’entusiasmo, bei soldi. Bello tutto. A parte il gioco. Quello no, rimane qualcosa a cui tendere, come la frontiera dei pionieri nel West. Per spiegare come il pallone abbia trovato l’America e viceversa, e per capire come si sia arrivati ad un Paese di 300 milioni di persone impazzito per uno sport dove il livello medio è quello della Championship inglese (parola di Martin Samuel del Daily Mail), occorre fare un passo indietro, o forse due, fino alla Nasl, il campionato professionistico che per primo diffuse la religione europea e sudamericana del calcio nella patria di football e basket. Beckenbauer, Pelé, Cruyff, Best, Bettega, Chinaglia, Carlos Alberto: dal ’68 all’84 furono loro i veri pionieri-missionari, cowboy coi tacchetti al posto degli speroni con la folle idea di esportare uno sport sconosciuto. Ma la crescita del calcio americano fu eccessiva: tutti fiutavano aria di affari e soldi facili e correvano a investire, le franchigie si moltiplicavano e i campioni a fine carriera venivano coperti d’oro. Solo che Andy Warhol aveva ragione quando diceva che «spendere è molto più americano di pensare»: per guadagnare occorreva tempo e i pragmatici milionari di Tampa, Houston e Detroit non ne avevano. Spazientiti, si ritirarono presto, le squadre scomparvero, l’intero sistema collassò e fino al 1996 a calcio si giocò solo in università e in Nazionale, tanto è vero che Alexi Lalas, mitico difensore fulvo di Usa ’94 e poi del Padova, prima del Mondiale aveva giocato solo nel college di Rutgers. Il primo esperimento era fallito perché gli americani sono così, ovunque vadano vogliono stabilire il record di velocità per arrivarci, anche a costo di bruciarsi. Però non esiste veleno per cui l’America non abbia nel suo corpo un antidoto. Così sulla scorta dell’esperienza Nasl, la Mls nasce con una possente armatura contro gli eccessi di entusiasmo: il salary cap, ovvero un rigoroso tetto agli stipendi che impedisca ai visionari presidenti di rovinarsi come i giocatori di videopoker. Un meccanismo che funziona ma che soffoca la crescita. La scappatoia si trova nel 2007, quando viene varata la DPR, la Designated Player Rule, detta anche Legge Beckham. In sostanza, una deroga – dicono i maligni ideata apposta per permettere ai Los Angeles Galaxy di ingaggiare David Beckham – al tetto ingaggi: ogni squadra ha la facoltà di prendere un giocatore (negli anni diventeranno tre per squadra) con uno stipendio più alto della soglia. Una strategia per richiamare giocatori di fama mondiale e far rinascere l’entusiasmo dei tempi dei Metrostars, un investimento sul movimento che dà i suoi frutti e fa arrivare campioni come Rafa Márquez, Thierry Henry, Cuauhtémoc Blanco, Robbie Keane. Lo Spice Boy con la sua armata fa il miracolo, catalizza l’attenzione, rende il calcio di nuovo uno sport trendy. In dieci anni la Mls passa da 10 a 20 squadre, gli spettatori sono ora 21mila di media (più di basket e hockey), i diritti tv sono cresciuti del 500%. L’America torna ad essere una meta gradita e vive un secondo rinascimento di talenti maturi con l’arrivo di Pirlo, Gerrard, Lampard, Drogba, Kakà, Villa, Ashley Cole, De Jong. Le partite di Mls sono trasmesse perfino sulla tv italiana, tutti ne parlano come di un successo clamoroso. La storia dice che Beckham ha fatto esplodere la moda del calcio. Quel che non gli è riuscito è stato renderlo esteticamente all’altezza del calcio europeo. La fine di questa stagione è un buon momento per tirare le somme. Il ritiro di Gerrard e dell’ex romanista Julio Baptista e gli addii di Drogba e Lampard a Montreal e New York City chiudono di fatto la piccola era degli astri calanti andati a scintillare per le ultime volte al di là dell’Atlantico. Stelle che hanno accecato il mondo che guardava alla Mls e non si curava del Lumpenproletariat di terzinacci sgraziati che popola il campionato statunitense. Per un Kakà che guadagna 7,1 milioni di dollari l’anno, ci sono decine di giocatori che ne prendono 30mila, in un sistema immensamente squilibrato che somiglia a un film di Ken Loach. Un calcio per cui l’80% dell’attenzione si concentra su dieci Designated Players necessariamente non aiuta la qualità. Qualche esempio dà l’idea meglio di tanti discorsi. La finale di Eastern Conference tra Toronto e Montreal Il capocannoniere della regular season quest’anno è stato Bradley Wright-Phillips dei New York Red Bulls, con 24 reti. Il fratello dell’ex Chelsea Shaun ha giocato solo due stagioni in Premier League, all’inizio della carriera. Il resto è stato un peregrinare in Championship tra Southampton, Plymouth e Charlton, prima di scoprirsi bomber di razza alla foce dell’Hudson. Simile la parabola di Liam Ridgewell, capitano dei Portland Timbers campioni in carica, che nella pausa invernale l’anno scorso è tornato in prestito in Europa. Ora, essendo il capitano dei migliori d’America, ci si aspetterebbe una destinazione mediamente prestigiosa. Di certo più prestigiosa del Brighton & Hove in Championship. E che dire di Innocent Emeghara, Carneade apparso tra Livorno e Siena qualche anno fa e ora punta di diamante dei San José Earthquakes? Che dire di Federico Higuaín, fratello del Pipita, che in Europa fu bocciato dal Besiktas senza appello per esplodere ai Columbus Crew? Che dire di Matteo Mancosu, protagonista della promozione del Trapani dalla Lega Pro in Serie B, pallido in Serie A a Bologna e ora titolare inamovibile dei Montreal Impacts, tanto da tenere in panca Drogba? E ancora Nelson Haedo Valdez, paraguaiano giramondo la cui ultima stagione decente risale al Werder Brema del 2006 e che ora guiderà l’attacco di Seattle in finale; Shkëlzen Gashi, che prima di diventare DP dei New England Revolution aveva girato l’intera Svizzera tra Zurigo, Sciaffusa, Bellinzona, Neuchatel, Aarau, Grasshoppers e Basilea; Lee Nguyen, una presenza in tre anni al Psv Eindhoven e ora orgoglio vietnamita in New England; Matt Miazga, difensore gioiello comprato dal Chelsea per 5 milioni e dirottato al Vitesse dove scalda la panchina. Per finire con Ignacio Piatti, fallimento totale a Lecce tra 2010 e 2012 e ora miglior giocatore di Montreal con un gol ogni due partite. Una carrellata forse stucchevole, ma che rende l’idea. L’idea della relatività del talento e di come gli Stati Uniti siano davvero il Paese delle grandi opportunità. Anche se nel calcio forse sono opportunità livellate verso il basso. Il Best 11 della Mls 2016 Non sono conclusioni affrettate, né solitarie. Al di là delle dichiarazioni di facciata dei campioni «impressionati» dal livello della Mls (o dagli ingaggi…), basta guardare le partite per cogliere le differenze. Un’impressione realistica si ha anche vagabondando su Youtube. Si trova la recente semifinale Colorado-Seattle, un tripudio di erroracci. Si trova pure un filmato che raccoglie le 36 reti nella prima giornata della stagione appena conclusa e che sembra un campionario del Benny Hill Show. Chicago Fire-New York City 3-4: prima un difensore rinvia di testa in faccia a un compagno che sta provando una rovesciata e l’attaccante indisturbato fa gol, poi un difensore dei NY rende il favore addormentandosi e regalando la rete a Chicago (in un angolo si vede Andrea Pirlo sconsolato allargare le braccia…). Houston-New England 3-3: prima il portiere in uscita abbatte il difensore e l’attaccante segna a porta vuota, poi un altro difensore si sdraia invece di rinviare. Vancouver-Montreal 2-3: prima uno stopper prova a contrastare il centravanti di tacco, poi l’immancabile qui pro quo col portiere… Si può andare avanti per ore. Perfino i filmati che raccolgono le migliori giocate delle stelle sono indicativi. Tra i colpi più belli di Kakà sono finiti calci d’angolo e punizioni, e ogni tifoso del Milan sa che a San Siro Ricardo non ne ha mai tirata una. Semplice, a Milano c’erano 5 o 6 compagni che le battevano meglio, a Orlando è l’unico che le sa tirare. Pirlo poi: non ha mai brillato per dinamismo, ma in Mls fa la differenza nonostante si muova a velocità da domenica pomeriggio dopo il brasato della mamma. Contro il Real Salt Lake, Gerrard segna uno dei suoi gol più belli: una finta e in due volano a cercare margherite altrove. Un altro lo segna dopo un sombrero e un tunnel in area. Stessa cosa per Krisztan Nemeth di Kansas City, che in finale di Mls Cup contro Portland parte da metà campo per siglare un gol storico. Storici anche i capitomboli di due difensori affannati dai suoi (nemmeno troppo repentini) cambi di direzione. Per la cronaca, Nemeth ora non gioca nel Barça, ma nell’Al Gharafa, in Qatar. Il problema della qualità in Mls esiste per tutti. Per chi arriva da campionati infinitamente più competitivi e per chi invece cresce qui e vuole un giorno confrontarsi con le realtà straniere. Gli unici per cui il problema non esiste sono i vertici della Mls stessa. Gli stessi che hanno licenziato Jürgen Klinsmann da ct della Nazionale perché non valorizzava i talenti del campionato locale e anzi aveva duramente criticato le scelte di Bradley, Dempsey e Altidore di tornare in patria, attratti dalle sirene e dai milioni di dollari delle franchigie di casa: «Giocavano in squadre da Champions League (Bradley alla Roma, Dempsey al Tottenham, ndr), non è un passo avanti nella loro carriera». Klinsmann era arrivato perfino a convocare tedeschi di origine statunitense che giocavano in Zweite Liga o giovani senza nemmeno il passaporto americano (come Ashton Götz dell’Amburgo) piuttosto dei talentini impegnati in Mls, e il suo vice Herzog si era lasciato sfuggire che «l’obiettivo del calcio Usa è quello di portare più americani possibile in Europa». Una posizione non compatibile con la grande campagna dei vertici per lanciare il campionato statunitense come un prodotto di qualità. D’altronde, Klinsmann non era certo l’unico a giudicare la Mls inferiore e non paragonabile agli altri tornei. Antonio Conte ha lasciato a casa dal recente Europeo sia Pirlo sia Giovinco perché impegnati in un campionato non all’altezza e stessa cosa ha fatto il nuovo ct Giampiero Ventura con la Formica Atomica: «Se ti abitui a un livello basso, poi diventa un problema mentale». Con buona pace dei 7 milioni di stipendio. Uguale il concetto del ct messicano Juan Carlos Osorio (ex coach di NY Red Bulls e Chicago Fire, NdR), che ha chiesto ai giocatori di preferire esperienze in piccole squadre europee alla Mls, «un campionato di giocatori sul viale del tramonto». Senza contare che anche i giocatori europei sono ben consapevoli dei limiti del campionato in cui giocano. Per Pirlo «in Mls c’è troppa fisicità e poco gioco, c’è un vuoto culturale, non si insegna ai ragazzi a stoppare il pallone»; per Giovinco «è un campionato divertente solo per gli attaccanti perché non esiste la tattica», per Ridgewell il livello è quello della Championship inglese. Parole sagge ma minoritarie e inascoltate, dato che secondo un sondaggio il 67% dei calciatori della Mls crede che il livello sia quello di una squadra di media classifica in Premier League. La realtà dei numeri però è meno ottimistica. Dice per esempio che la Concacaf Champions League – la maggior competizione per club del Centro-Nord America – è stata vinta solo due volte da una squadra statunitense, l’ultima delle quali nel lontano 2000 (Los Angeles Galaxy-Olimpia Tegucigalpa 3-2). Dice anche che chi si trasferisce in Mls chiude con la Nazionale (Pirlo, Lampard, Gerrard, Iraola e perfino Giovinco, l’unico non a fine carriera). E dice che il ranking mondiale lascerà il tempo che trova, ma qualcosa significa. E se il club piazzato meglio è l’FC Dallas al 153esimo posto (peggio del Sanfrecce Hiroshima e del Sassuolo), forse Klinsmann era meno disfattista di quanto sembrasse. Inoltre, forse la qualità non si misura in media spettatori, altrimenti gli indiani del Kerala Blasters con i loro 49.111 appassionati ogni domenica sarebbero sulla cresta dell’onda. Così come non si misura in media gol fatti: la spettacolare regular season 2016 si è chiusa con una media di 2,81 gol a partita contro i 2,74 della Liga spagnola. Il che rende la Mls un campionato divertentissimo, ma non quanto la Serie A Svizzera (media di 3,43 gol a partita negli ultimi 150 match) e non quanto la seconda divisione di Andorra coi suoi 4,33 gol a partita. Emerge il vero problema della Mls: mancano gioco e fondamentali. Così si torna al principio e a un calcio americano entusiasmante e scintillante ma dai contenuti modesti che non è riuscito a decollare qualitativamente neppure con l’invasione dei Designated Players. Perché? Chi studia il fenomeno, ipotizza tre ragioni. La prima è il meccanismo dei playoff, che depotenzia l’intera regular season. Se puoi vincere il titolo arrivando a metà classifica, il livello si alzerà solo nei playoff, mentre per il resto della stagione si vivacchierà. Ma questa al massimo è una spiegazione per i differenti livelli di intensità, non di qualità. Seconda ragione: le franchigie bloccate. Non avere retrocessioni e promozioni – come in tutti gli altri sport americani – paralizza il sistema, lo sclerotizza e per inerzia gli impedisce di migliorarsi. Parzialmente vero, ma non risulta che la Nba sia qualitativamente peggiore dei campionati di basket europei. Dove c’è talento, le franchigie bloccate contano poco. E si arriva alla terza ragione, quella che affonda le radici nel trauma del fallimento della Nasl: l’impossibilità di investire in calciatori. Il meccanismo dei Designated Players ha aperto le porte all’ingresso di giocatori di livello – e dunque di ingaggio – superiore. Ma ancora rappresentano una minoranza, uno specchietto per allodole e diritti tv. Che funziona per creare seguito, ma non trascina qualitativamente la Mls. Numeri, dribbling e acrobazie L’analisi più puntuale l’ha fatta Simon Evans di Soccerly, secondo cui il salary cap impedisce un innalzamento del livello medio. Per migliorare occorre importare giovani di livello da Africa, Sud America ed Europa. Occorrono scouting, programmazione e investimenti. Non necessariamente in campioni nell’inverno della loro arte pedatoria, ma in potenziali campioni in grado di entrare nelle Academy giovanili e stimolare la competizione fin da subito. Solo così il livello può crescere. Una strada che implica costi e che fa paura, un po’ per lo spettro di finire come in Russia, dove gli anni d’oro delle spese folli sono finiti in una depressione calcistica totale, e un po’ perché in una cultura sportiva di roosters e uguali opportunità i patron alla Abramovic sono sempre mal visti. Pericolosa e scomoda, questa sembra però l’unica via per riuscire a rendere la Mls una delle migliori leghe del mondo. God improve America. L’alternativa, più gaudente e confortevole, è rimanere in questa dimensione di passione pura, con stadi moderni sempre pieni e partite ricche di gol, in cui 4 o 5 giocatori parlano una lingua e gli altri arrancano, sempre a disagio col pallone fra i piedi. L’alternativa è rimanere in un contesto da show in cui la competenza tecnico tattica è merce rara. All’alba dei suoi 21 anni, il calcio a stelle e strisce deve decidere cosa diventare e la sfida è non dare ragione a Mark Twain quando scriveva: «È stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso ignorarla».   Fonte: Marco Zucchetti - Rivista 11

Calcio - Socceritalia

Intervista con Stefano Benzi, Direttore di Eurosport, il canale che dal 2015 trasmette i match della MLS in esclusiva in Italia È stato l’anno del boom per la MLS, un boom estesosi anche all’Italia grazie al ruolo giocato da Eurosport, che per la prima ha trasmesso (e continuerà per altri 3 anni) i match della lega USA valorizzando il prodotto dal punto di vista giornalistico con telecronache di livello, approfondimenti e promozione. Un approccio molto diverso da quello di Sky del passato, che mandava in onda i match alle 3 del mattino nel totale disinteresse della struttura giornalistica (spesso non c'era nemmeno la telecronaca). Il merito di questo va dato a Eurosport Italia e al suo direttore Stefano Benzi, che insieme alla sua squadra di telecronisti ha fatto diventare famosi in Italia calciatori fino a ieri noti solo a pochi. Due nomi per tutti: Mix Diskerud del New York City FC e Nat Borchers, difensore rude con barbona hipster dei Portland Timbers vincitori della MLS Cup, come ci conferma lo stesso Benzi, grande esperto di calcio internazionale, ma diventato noto al grande pubblico negli anni di Sportitalia, dove conduceva con enorme passione il programma ‘WWE News’. “Ricordo di aver raccontato in diretta la storia di Diskerud, partito dalla Norvegia - dove è nato da madre americana e cresciuto - sino ad arrivare a New York, e da lì è partita una lunga discussione su twitter, al punto che prima l’ufficio stampa del New York City FC e poi lo stesso giocatore mi hanno contatto ringraziandomi. Con Borchers invece siamo diventati persino amici. Lui è un personaggio incredibile, per me un mito. Per lui è stata una stagione da sogno: giocatore “scarso”, la sua è una incredibile storia di successo fatta di umiltà, coraggio e determinazione”. Per te il soccer USA è stato un qualcosa di nuovo da affrontare? Assolutamente. Sono andato in America da giornalista per la prima volta nel 1994 [la MLS ha preso poi il via nel 1996, NdR], e mi ritrovai dalle parti di New York in un enorme stadio da football con tanto di liee sul campo con sole 600 persone sugli spalti. Uno spettacolo imbarazzante, un match che definire improvvisato – dai giocatori all’arbitro – è poco. Tornai nel 1999 a Los Angeles e vidi giocare i Galaxy, mentre nel 2003, sempre a LA, assistetti ad un match di CONCACAF Champions Cup, con i Chivas Guadalajara in campo. Cosa ti ha impressionato di questa prima stagione MLS? Innanzitutto un livello di organizzazione mostruoso. La capcità della lega e dei club di genera informazione intorno ad ogni singola partita è incredibile. Sono capaci di far diventare ogni match un vero e proprio fenomeno di marketing. E anche i rapporti con i media, visti giustamente come il mezzo per raggiungere il pubblico: statistiche, contenuti (pure troppi, una volta ho ricevuto 112 cartelle per un match!), dvd con foto e video. Bellissimo poi lo stile americano di telecronaca, uno storytelling - molto diverso da quella sguaiata all’italiana – che abbiamo cercato di replicare e che pensiamo sia piaciuto anche alla MLS. Sappiamo infatti che la MLS ha degli auditors che seguono le telecronache italiane per valutarne il livello, e con l’ufficio stampa della lega c’è stato uno scambio continuo. Eurosport è un canale divulgativo, la MLS è nel nostro DNA: abbiamo divulgato un prodotto, raccontandolo in modo narrativo e forse anche bizzarro, spiegando tutto: squadre, regole, città, tifosi. Ad esempio Montreal, in cui tifosi hanno una storia più lunga e divertente della stessa squadra, o Portland, dove segano il tronco dopo ogni gol, in omaggio al Timber Sport, che Eurosport trasmette da 15 anni. Che tipo di ritorno avete avuto in termini di audience? La MLS ha avuto ascolti molto superiori alle aspettative fin dall’inizio, ed è stato un crescendo già prima dello sbarco di Pirlo a NY. A dispetto di quanto ci si sarebbe potuti attendere però, le squadre più seguite non sono state i LA Galaxy e i NY Red Bulls, andati peggio del NYCFC televisivamente, ma Portland e Orlando, oltre a Seattle. E continueremo a trasmettere la MLS sino almeno al 2018. Da più parti si leggono però commenti sarcastici sul livello dei match? Ma l’errore è guardare le partite della MLS usando lo stesso metro di quando si guarda la Serie A. Personalmente la MLS non la guardo dal punto di vista tattico e tecnico, non mi interessa. Agli americani delle tattiche e delle strategie altrui non interessa, ciocano come sanno, e lo si vede. Pochissima attenzione alle marcature ma molta all’impostazione. Possesso palla sempre proiettato in avanti, tipo rugby. Fisicamente poi sono ad un altro livello rispetto ai nostri, sono mostruosi, forse perché si formano prima come atleti che come calciatori, grazie anche a strutture sportive che già alle scuole medie superano quelle di molti club professionistici nostrani. Ciò che mi piace di più è che li vedi giocare liberi, in una sorta di ritorno alle radici del calcio. Capisco chi dice che è brutto calcio, ma lo spirito è e deve essere un altro. Non sopporto il tiki taka, il possesso fine a se stesso o l’aggressività mirata a soffocare l’avversario. Oggi i miei punti di riferimento sono l’Olanda e il Brasile infatti, e anche l’Inghilterra che però ora si sta europeizzando a causa dei tanti allenatori stranieri. Purtroppo il calcio inglese “libero” anni 80/90 non c’è quasi più. A proposito di allenatori. In MLS gli stranieri hanno sempre fallito, e quasi tutti quelli attuali arrivano dai ranghi della lega.   Non li prendono da fuori perché oltre a regole complesse e salary cap, quelli che hanno vanno comunque bene. Inoltre sono di alto livello, sottovalutati. È gente che ha un quadro globale ampio. Ho parlato con alcuni di loro e sono manager a 360°, seguono tutto. Ad esempio, hanno gli osservatori ma poi vanno loro a visionare i calciatori. Inoltre, sovrintendono direttamente le academy, obbligatorie in MLS, che hanno standard altissimi. Chi sono i tuoi preferiti? Mi piace molto Caleb Porter, che aveva già fatto vedere ottime cose a livello di college [con Akron, NdR] e che è stato capace di dare un bel gioco a Portland. Bruce Arena poi è un grande: leadership, mentalità e intelligenza, è uno che sa di vita, parla 4 lingue, ha viaggiato, è autorevole. È l’ideale per far crescere i nuovi talenti, farli maturare. Mi ricorda Osvaldo Bagnoli. Bravissimo il colombiano Oscar Pareja. Con dei ragazzini semisconosciuti a Dallas ha portato un bellissimo calcio e ottimi risultati. È riuscito a valorizzare al massimo uno come Castillo, che ricordavo con la Colombia quale vice Muriel, tirandogli fuori il meglio. Bene anche l’ex nazionale USA Pablo Mastroeni a Colorado, e ancor di più Mauro Biello a Montreal. Quest’ultimo, privo di esperienza da allenatore, è stato bravissimo a mettere in campo i suoi e a saper poi sfruttare al meglio l’arrivo di Didier Drogba. Sorpreso dell’impatto dell’ivoriano, apparso devastante? Onestamente sì. Pensavo che Drogba andasse a “rubare” gli ultimi soldi. Ma invece ha trasformato una squadra stanca, che aveva ormai mollato, portandola ai playoff e mostrando di essere ancora competitivo ai massimi livelli, un vero uomo squadra. I campioni possono fare la differenza, ma spesso non bastano. Vedi il New York City FC. Il NYCFC ha mostrato molti problemi: la concorrenza dei New York Red Bulls e i troppi soldi spesi dagli Emirati che hanno creato troppe aspettative. Il rendimento di Andrea Pirlo, e anche quello di David Villa. Entrambi sono andati lì alla fine della propria stagione. Troppe aspettative nei loro confronti e alle spalle una squadra raccogliticcia. La brutta stagione non è stata tutta colpa di coach Jason Kreis, ma certo se hai Villa e Diskerud e poi Lampard e Pirlo devi fare qualcosa. Spero mi facciano cambiare idea nel 2016. Lo stesso vale per Steve Gerrard. Purtroppo tutti i giocatori che arrivano in MLS in estate sono spremuti dalla lunga stagione europea. Ora a NY arriva in panchina Patrick Vieira, ma mi ho l’idea che la proprietà pensi più ai media che al campo. Oltre tutto Vieira avrà come supporto solo uno come Javier Perez, che in carriera al massimo ha allenato la Nazionale USA U18. Occhio invece al nuovo allenatore del Chicago Fire, il serbo però a Veljko Paunović, che da CT della Serbia U20 ha fatto vedere bellissime cose, seppur con tanto talento in campo. Ancora giovane, 38 anni, in passato ha giocato in MLS con Philadelphia, e proverà a rivoluzionare una squadra reduce dall’ennesima stagione fallimentare con molti suoi uomini di origini slave. Proverà a tenere gli attaccanti il brasiliano Gilberto e il ghanese David Accam [che però sembra prossimo allo Stoke, NdR], e sono curioso delle sue scelte draft, dove il Fire parlerà per primo. Che ne pensi del lavoro di Klinsmann con la Nazionale USA, molto criticato negli ultimi mesi? Jurgen Klinsmann ha una personalità e una storia molto diverse da quelle di Bruce Arena. Il suo lavoro è ancora in pieno sviluppo, e non ha ancora fatto ciò per cui è stato scelto. Di certo è stato un po’ una delusione, ha fatto il minimo. Grande personaggio dal punto di vista tecnico, come allenatore però non ha mai completamente convinto: un triennio da CT della Germania non indimenticabile e una stagione al Bayern Monaco che è sembrata più l’omaggio al personaggio che altro. Come vedi il futuro della MLS? La crescita sarà continua, e vista la media pubblico e le entrate in aumento, presto farà concorrenza anche a molte società europee. I calciatori adorano gli Stati Uniti, la vita lì. Guarda Pirlo: lì vive bene, si allena bene, è considerato un mito, una leggenda, ma può anche uscire per strada tranquillamente. E presto toccherà anche a giocatori più giovani. Peccato che a suo tempo non sia andato in America Alessandro Del Piero. Se avesse scelto gli USA avremmo forse preso i diritti prima e lui si sarebbe divertito di più e per più tempo. E anche la MLS sarebbe cresciuta prima. The best is yet to come Fino al 2019 compreso https://t.co/XhXXHEQOsl — Stefano Benzi (@stefano_benzi) November 29, 2015

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