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MLS, in campo più milionari che in Serie A
Scritto il 2016-12-12 da Amerindo Gazzini su MLS

Come qualità siamo ancora ben lontani, ma nella stagione appena chiusasi con la vittoria dei Seattle Sounders nella finale di MLS Cup contro Toronto, la MLS oltre ad aver superato la Serie A per media spettatori è balzata in testa anche per numero di milionari in campo.

Del totale dei giocatori sotto contratto con la MLS , il 5% guadagna un salario lordo di almeno €100,000 ($107,000) per settimana, contro il 3% in Italia. Le cifre sono il risultato di uno studio condotto da Verve Search, società londinese di marketing, e Axo Finans, società norvegese di consulenza finanziaria.

Kaká ($135,000 a settimana) è il più pagato della lega davanti a Sebastian Giovinco ($134,000), ma nella speciale classifica la coppia si piazza immediatamente dietro all'attaccante Juventus Gonzalo Higuaín ($159,000 a settimana). Gli altri due giocatori della Serie A che guadagnano oltre  €100,000 la settimana in Serie A sono l'altro juventino Miralem Pjanic e il centrocampista della AS Roma Daniele De Rossi. Militano invece in MLS sono Michael Bradley (Toronto FC), Andrea Pirlo (NYCFC), Steven Gerrard (LA Galaxy) e Frank Lampard (NYCFC), questi ultimi due alla loro ultima stagione in campo.

A livello globale, il maggior numero di milionari gioca però in Premier League (ben il 49%), davanti alla Liga ed alla Chinese Super League, entrambi al 15%.

Certi numeri possono dare l'idea di una MLS da cimitero degli elefanti, a ciò che forse lo studio mette in mostra è il declino subito dalla Serie A negli ultimi anni. Il nostro campionato, dopo aver dominato tra gli anni '80 e l'inizio dei 2000, ha subito negli ultimi 10 anni una serie di contraccolpi pesantissimi tra corruzione (vedi Calciopoli calci-scommesse) e violenza. A ciò si è aggiunta una notevole mancanza di concorrenza, con la Juventus vincitrice degli ultimi 5 Scudetti e l'Inter dei cinque precedenti (anche se quello del 2005/06 fu assegnato causa Calciopoli e tuttora contestato). Secondo lo studio, proprio quest'assenza di concorrenza vera per la conquista del titolo ha causa un calo di interesse anche nel pubblico televisivo, riducendo le possibilità di incasso delle società.

Gli Stati Uniti sono sempre stati un grande Paese e finalmente ora hanno anche un grande campionato di calcio. Per averne uno bello, però, meglio ripassare tra qualche anno. Perché se – come amava dire John Davison Rockefeller – «l’America non è una nazione, ma una promessa», forse nel soccer la parola non è stata mantenuta. E la scadenza fissata dal boss della Mls Don Garber («Nel 2022 saremo una delle migliori leghe al mondo») somiglia sempre più a un’utopia. Lo stato dell’arte del calcio Oltreoceano racchiude in sé la contraddizione insita nell’anima americana, quella tra quantità e qualità. Grandi porzioni e cibo spazzatura, enormi spazi e lande desertiche, magnati e diseredati. Così, se nella settimana che precede la finale della 21esima stagione di MLS (Toronto FC-Seattle Sounders, in programma il 10 dicembre) ci si ferma ad analizzare a che punto è arrivato il calcio a stelle e strisce, si nota la stessa stridente dicotomia: belli gli stadi pieni (a Seattle media oltre i 40mila spettatori), belle le scuole dove i bimbi giocano più a pallone che a baseball, bella gente, bel tifo, bell’entusiasmo, bei soldi. Bello tutto. A parte il gioco. Quello no, rimane qualcosa a cui tendere, come la frontiera dei pionieri nel West. Per spiegare come il pallone abbia trovato l’America e viceversa, e per capire come si sia arrivati ad un Paese di 300 milioni di persone impazzito per uno sport dove il livello medio è quello della Championship inglese (parola di Martin Samuel del Daily Mail), occorre fare un passo indietro, o forse due, fino alla Nasl, il campionato professionistico che per primo diffuse la religione europea e sudamericana del calcio nella patria di football e basket. Beckenbauer, Pelé, Cruyff, Best, Bettega, Chinaglia, Carlos Alberto: dal ’68 all’84 furono loro i veri pionieri-missionari, cowboy coi tacchetti al posto degli speroni con la folle idea di esportare uno sport sconosciuto. Ma la crescita del calcio americano fu eccessiva: tutti fiutavano aria di affari e soldi facili e correvano a investire, le franchigie si moltiplicavano e i campioni a fine carriera venivano coperti d’oro. Solo che Andy Warhol aveva ragione quando diceva che «spendere è molto più americano di pensare»: per guadagnare occorreva tempo e i pragmatici milionari di Tampa, Houston e Detroit non ne avevano. Spazientiti, si ritirarono presto, le squadre scomparvero, l’intero sistema collassò e fino al 1996 a calcio si giocò solo in università e in Nazionale, tanto è vero che Alexi Lalas, mitico difensore fulvo di Usa ’94 e poi del Padova, prima del Mondiale aveva giocato solo nel college di Rutgers. Il primo esperimento era fallito perché gli americani sono così, ovunque vadano vogliono stabilire il record di velocità per arrivarci, anche a costo di bruciarsi. Però non esiste veleno per cui l’America non abbia nel suo corpo un antidoto. Così sulla scorta dell’esperienza Nasl, la Mls nasce con una possente armatura contro gli eccessi di entusiasmo: il salary cap, ovvero un rigoroso tetto agli stipendi che impedisca ai visionari presidenti di rovinarsi come i giocatori di videopoker. Un meccanismo che funziona ma che soffoca la crescita. La scappatoia si trova nel 2007, quando viene varata la DPR, la Designated Player Rule, detta anche Legge Beckham. In sostanza, una deroga – dicono i maligni ideata apposta per permettere ai Los Angeles Galaxy di ingaggiare David Beckham – al tetto ingaggi: ogni squadra ha la facoltà di prendere un giocatore (negli anni diventeranno tre per squadra) con uno stipendio più alto della soglia. Una strategia per richiamare giocatori di fama mondiale e far rinascere l’entusiasmo dei tempi dei Metrostars, un investimento sul movimento che dà i suoi frutti e fa arrivare campioni come Rafa Márquez, Thierry Henry, Cuauhtémoc Blanco, Robbie Keane. Lo Spice Boy con la sua armata fa il miracolo, catalizza l’attenzione, rende il calcio di nuovo uno sport trendy. In dieci anni la Mls passa da 10 a 20 squadre, gli spettatori sono ora 21mila di media (più di basket e hockey), i diritti tv sono cresciuti del 500%. L’America torna ad essere una meta gradita e vive un secondo rinascimento di talenti maturi con l’arrivo di Pirlo, Gerrard, Lampard, Drogba, Kakà, Villa, Ashley Cole, De Jong. Le partite di Mls sono trasmesse perfino sulla tv italiana, tutti ne parlano come di un successo clamoroso. La storia dice che Beckham ha fatto esplodere la moda del calcio. Quel che non gli è riuscito è stato renderlo esteticamente all’altezza del calcio europeo. La fine di questa stagione è un buon momento per tirare le somme. Il ritiro di Gerrard e dell’ex romanista Julio Baptista e gli addii di Drogba e Lampard a Montreal e New York City chiudono di fatto la piccola era degli astri calanti andati a scintillare per le ultime volte al di là dell’Atlantico. Stelle che hanno accecato il mondo che guardava alla Mls e non si curava del Lumpenproletariat di terzinacci sgraziati che popola il campionato statunitense. Per un Kakà che guadagna 7,1 milioni di dollari l’anno, ci sono decine di giocatori che ne prendono 30mila, in un sistema immensamente squilibrato che somiglia a un film di Ken Loach. Un calcio per cui l’80% dell’attenzione si concentra su dieci Designated Players necessariamente non aiuta la qualità. Qualche esempio dà l’idea meglio di tanti discorsi. La finale di Eastern Conference tra Toronto e Montreal Il capocannoniere della regular season quest’anno è stato Bradley Wright-Phillips dei New York Red Bulls, con 24 reti. Il fratello dell’ex Chelsea Shaun ha giocato solo due stagioni in Premier League, all’inizio della carriera. Il resto è stato un peregrinare in Championship tra Southampton, Plymouth e Charlton, prima di scoprirsi bomber di razza alla foce dell’Hudson. Simile la parabola di Liam Ridgewell, capitano dei Portland Timbers campioni in carica, che nella pausa invernale l’anno scorso è tornato in prestito in Europa. Ora, essendo il capitano dei migliori d’America, ci si aspetterebbe una destinazione mediamente prestigiosa. Di certo più prestigiosa del Brighton & Hove in Championship. E che dire di Innocent Emeghara, Carneade apparso tra Livorno e Siena qualche anno fa e ora punta di diamante dei San José Earthquakes? Che dire di Federico Higuaín, fratello del Pipita, che in Europa fu bocciato dal Besiktas senza appello per esplodere ai Columbus Crew? Che dire di Matteo Mancosu, protagonista della promozione del Trapani dalla Lega Pro in Serie B, pallido in Serie A a Bologna e ora titolare inamovibile dei Montreal Impacts, tanto da tenere in panca Drogba? E ancora Nelson Haedo Valdez, paraguaiano giramondo la cui ultima stagione decente risale al Werder Brema del 2006 e che ora guiderà l’attacco di Seattle in finale; Shkëlzen Gashi, che prima di diventare DP dei New England Revolution aveva girato l’intera Svizzera tra Zurigo, Sciaffusa, Bellinzona, Neuchatel, Aarau, Grasshoppers e Basilea; Lee Nguyen, una presenza in tre anni al Psv Eindhoven e ora orgoglio vietnamita in New England; Matt Miazga, difensore gioiello comprato dal Chelsea per 5 milioni e dirottato al Vitesse dove scalda la panchina. Per finire con Ignacio Piatti, fallimento totale a Lecce tra 2010 e 2012 e ora miglior giocatore di Montreal con un gol ogni due partite. Una carrellata forse stucchevole, ma che rende l’idea. L’idea della relatività del talento e di come gli Stati Uniti siano davvero il Paese delle grandi opportunità. Anche se nel calcio forse sono opportunità livellate verso il basso. Il Best 11 della Mls 2016 Non sono conclusioni affrettate, né solitarie. Al di là delle dichiarazioni di facciata dei campioni «impressionati» dal livello della Mls (o dagli ingaggi…), basta guardare le partite per cogliere le differenze. Un’impressione realistica si ha anche vagabondando su Youtube. Si trova la recente semifinale Colorado-Seattle, un tripudio di erroracci. Si trova pure un filmato che raccoglie le 36 reti nella prima giornata della stagione appena conclusa e che sembra un campionario del Benny Hill Show. Chicago Fire-New York City 3-4: prima un difensore rinvia di testa in faccia a un compagno che sta provando una rovesciata e l’attaccante indisturbato fa gol, poi un difensore dei NY rende il favore addormentandosi e regalando la rete a Chicago (in un angolo si vede Andrea Pirlo sconsolato allargare le braccia…). Houston-New England 3-3: prima il portiere in uscita abbatte il difensore e l’attaccante segna a porta vuota, poi un altro difensore si sdraia invece di rinviare. Vancouver-Montreal 2-3: prima uno stopper prova a contrastare il centravanti di tacco, poi l’immancabile qui pro quo col portiere… Si può andare avanti per ore. Perfino i filmati che raccolgono le migliori giocate delle stelle sono indicativi. Tra i colpi più belli di Kakà sono finiti calci d’angolo e punizioni, e ogni tifoso del Milan sa che a San Siro Ricardo non ne ha mai tirata una. Semplice, a Milano c’erano 5 o 6 compagni che le battevano meglio, a Orlando è l’unico che le sa tirare. Pirlo poi: non ha mai brillato per dinamismo, ma in Mls fa la differenza nonostante si muova a velocità da domenica pomeriggio dopo il brasato della mamma. Contro il Real Salt Lake, Gerrard segna uno dei suoi gol più belli: una finta e in due volano a cercare margherite altrove. Un altro lo segna dopo un sombrero e un tunnel in area. Stessa cosa per Krisztan Nemeth di Kansas City, che in finale di Mls Cup contro Portland parte da metà campo per siglare un gol storico. Storici anche i capitomboli di due difensori affannati dai suoi (nemmeno troppo repentini) cambi di direzione. Per la cronaca, Nemeth ora non gioca nel Barça, ma nell’Al Gharafa, in Qatar. Il problema della qualità in Mls esiste per tutti. Per chi arriva da campionati infinitamente più competitivi e per chi invece cresce qui e vuole un giorno confrontarsi con le realtà straniere. Gli unici per cui il problema non esiste sono i vertici della Mls stessa. Gli stessi che hanno licenziato Jürgen Klinsmann da ct della Nazionale perché non valorizzava i talenti del campionato locale e anzi aveva duramente criticato le scelte di Bradley, Dempsey e Altidore di tornare in patria, attratti dalle sirene e dai milioni di dollari delle franchigie di casa: «Giocavano in squadre da Champions League (Bradley alla Roma, Dempsey al Tottenham, ndr), non è un passo avanti nella loro carriera». Klinsmann era arrivato perfino a convocare tedeschi di origine statunitense che giocavano in Zweite Liga o giovani senza nemmeno il passaporto americano (come Ashton Götz dell’Amburgo) piuttosto dei talentini impegnati in Mls, e il suo vice Herzog si era lasciato sfuggire che «l’obiettivo del calcio Usa è quello di portare più americani possibile in Europa». Una posizione non compatibile con la grande campagna dei vertici per lanciare il campionato statunitense come un prodotto di qualità. D’altronde, Klinsmann non era certo l’unico a giudicare la Mls inferiore e non paragonabile agli altri tornei. Antonio Conte ha lasciato a casa dal recente Europeo sia Pirlo sia Giovinco perché impegnati in un campionato non all’altezza e stessa cosa ha fatto il nuovo ct Giampiero Ventura con la Formica Atomica: «Se ti abitui a un livello basso, poi diventa un problema mentale». Con buona pace dei 7 milioni di stipendio. Uguale il concetto del ct messicano Juan Carlos Osorio (ex coach di NY Red Bulls e Chicago Fire, NdR), che ha chiesto ai giocatori di preferire esperienze in piccole squadre europee alla Mls, «un campionato di giocatori sul viale del tramonto». Senza contare che anche i giocatori europei sono ben consapevoli dei limiti del campionato in cui giocano. Per Pirlo «in Mls c’è troppa fisicità e poco gioco, c’è un vuoto culturale, non si insegna ai ragazzi a stoppare il pallone»; per Giovinco «è un campionato divertente solo per gli attaccanti perché non esiste la tattica», per Ridgewell il livello è quello della Championship inglese. Parole sagge ma minoritarie e inascoltate, dato che secondo un sondaggio il 67% dei calciatori della Mls crede che il livello sia quello di una squadra di media classifica in Premier League. La realtà dei numeri però è meno ottimistica. Dice per esempio che la Concacaf Champions League – la maggior competizione per club del Centro-Nord America – è stata vinta solo due volte da una squadra statunitense, l’ultima delle quali nel lontano 2000 (Los Angeles Galaxy-Olimpia Tegucigalpa 3-2). Dice anche che chi si trasferisce in Mls chiude con la Nazionale (Pirlo, Lampard, Gerrard, Iraola e perfino Giovinco, l’unico non a fine carriera). E dice che il ranking mondiale lascerà il tempo che trova, ma qualcosa significa. E se il club piazzato meglio è l’FC Dallas al 153esimo posto (peggio del Sanfrecce Hiroshima e del Sassuolo), forse Klinsmann era meno disfattista di quanto sembrasse. Inoltre, forse la qualità non si misura in media spettatori, altrimenti gli indiani del Kerala Blasters con i loro 49.111 appassionati ogni domenica sarebbero sulla cresta dell’onda. Così come non si misura in media gol fatti: la spettacolare regular season 2016 si è chiusa con una media di 2,81 gol a partita contro i 2,74 della Liga spagnola. Il che rende la Mls un campionato divertentissimo, ma non quanto la Serie A Svizzera (media di 3,43 gol a partita negli ultimi 150 match) e non quanto la seconda divisione di Andorra coi suoi 4,33 gol a partita. Emerge il vero problema della Mls: mancano gioco e fondamentali. Così si torna al principio e a un calcio americano entusiasmante e scintillante ma dai contenuti modesti che non è riuscito a decollare qualitativamente neppure con l’invasione dei Designated Players. Perché? Chi studia il fenomeno, ipotizza tre ragioni. La prima è il meccanismo dei playoff, che depotenzia l’intera regular season. Se puoi vincere il titolo arrivando a metà classifica, il livello si alzerà solo nei playoff, mentre per il resto della stagione si vivacchierà. Ma questa al massimo è una spiegazione per i differenti livelli di intensità, non di qualità. Seconda ragione: le franchigie bloccate. Non avere retrocessioni e promozioni – come in tutti gli altri sport americani – paralizza il sistema, lo sclerotizza e per inerzia gli impedisce di migliorarsi. Parzialmente vero, ma non risulta che la Nba sia qualitativamente peggiore dei campionati di basket europei. Dove c’è talento, le franchigie bloccate contano poco. E si arriva alla terza ragione, quella che affonda le radici nel trauma del fallimento della Nasl: l’impossibilità di investire in calciatori. Il meccanismo dei Designated Players ha aperto le porte all’ingresso di giocatori di livello – e dunque di ingaggio – superiore. Ma ancora rappresentano una minoranza, uno specchietto per allodole e diritti tv. Che funziona per creare seguito, ma non trascina qualitativamente la Mls. Numeri, dribbling e acrobazie L’analisi più puntuale l’ha fatta Simon Evans di Soccerly, secondo cui il salary cap impedisce un innalzamento del livello medio. Per migliorare occorre importare giovani di livello da Africa, Sud America ed Europa. Occorrono scouting, programmazione e investimenti. Non necessariamente in campioni nell’inverno della loro arte pedatoria, ma in potenziali campioni in grado di entrare nelle Academy giovanili e stimolare la competizione fin da subito. Solo così il livello può crescere. Una strada che implica costi e che fa paura, un po’ per lo spettro di finire come in Russia, dove gli anni d’oro delle spese folli sono finiti in una depressione calcistica totale, e un po’ perché in una cultura sportiva di roosters e uguali opportunità i patron alla Abramovic sono sempre mal visti. Pericolosa e scomoda, questa sembra però l’unica via per riuscire a rendere la Mls una delle migliori leghe del mondo. God improve America. L’alternativa, più gaudente e confortevole, è rimanere in questa dimensione di passione pura, con stadi moderni sempre pieni e partite ricche di gol, in cui 4 o 5 giocatori parlano una lingua e gli altri arrancano, sempre a disagio col pallone fra i piedi. L’alternativa è rimanere in un contesto da show in cui la competenza tecnico tattica è merce rara. All’alba dei suoi 21 anni, il calcio a stelle e strisce deve decidere cosa diventare e la sfida è non dare ragione a Mark Twain quando scriveva: «È stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso ignorarla».   Fonte: Marco Zucchetti - Rivista 11

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A pochi giorni dall’inizio della stagione della Major League Soccer, l’ex leggenda del Chelsea, ora al New York City FC, Frank Lampard, in un’intervista esclusiva rilasciata ad Eurosport, che andrà in onda sabato 5 marzo alle 20:30 su Eurosport 1, loda il fantasista italiano Sebastian Giovinco: “E’ un fuoriclasse. Ha portato qui (negli States ndr) le sue qualità, di cui ero già a conoscenza avendolo incontrato in Champions League.” Giovinco, nominato Most Valuable Player (MVP) della scorsa stagione regolare della MLS, oltre che capocannoniere delle Lega con 22 gol e 16 assist, incassa anche i complimenti del suo ex compagno di squadra alla Juventus e in Nazionale, Andrea Pirlo: “Sono stato fortunato a giocare con lui in Italia. Conoscevo le sue potenzialità, aveva bisogno solamente di spazio e di fiducia in sé stesso, elementi che ha trovato qui, e ora sta dimostrando tutto il suo valore.” Coinvolto in prima persona, Giovinco ritorna a parlare della decisione di trasferirsi a Toronto: “Stavo già pensando di lasciare l’Italia; Toronto è stata la prima squadra a farmi una grande offerta e ho deciso di cogliere questa opportunità”. Ancora il fantasista di scuola Juventus ripercorre il finale della scorsa stagione, che ha visto il Toronto FC eliminato dai rivali di Montreal dopo aver dominato il match ad eliminazione diretta: “Quella partita è uno dei ricordi più brutti; dopo un gran primo tempo siamo andati sotto per 3-0. È il mio più grande rammarico. Il nostro obiettivo è fare meglio di quanto fatto nella scorsa stagione.” Per l’avvio della stagione della MLS, i canali Eurosport propongono, a partire da giovedì 3 marzo, una serie di speciali dedicati al meglio della scorsa stagione, alla presentazione della nuova annata e ad interviste esclusive con campioni del calibro di Lampard e Giovinco, e col nuovo allenatore del New York City FC Patrick Vieira. Domenica 6 marzo a partire dalle 19:30, invece, spazio alla prima giornata di regular season. Su Eurosport subito in campo il Toronto FC di Giovinco e il New York City FC di Pirlo, Lampard e Villa, oltre a Portland Timbers - Columbus Crew, rivincita della finale dello scorso anno. Poco prima di questo match gli spettatori potranno rivedere gli highlights delle MLS Finals e gustarsi uno speciale dedicato ai campioni in carica. Di seguito il dettaglio della programmazione dei canali Eurosport per la prima settimana della Major League Soccer: Giovedì 3 marzo 21:30 su Eurosport 1: Speciale - Il meglio della stagione 2015 Venerdì 4 marzo 19:00 su Eurosport 1: Speciale - Presentazione della stagione 2016 Sabato 5 marzo 20:30 su Eurosport 1: Interviste esclusive con Patrick Vieira (coach dei New York City FC), Frank Lampard (New York City FC) e Sebastian Giovinco (Toronto FC) Domenica 6 marzo 19:30 in diretta su Eurosport 1: New York Red Bulls - Toronto FC 19:45 in diretta su Eurosport 2: Chicago - New York City FC 22:00 su Eurosport 1: Speciale - MLS Finals 2015 22:15 su Eurosport 1: Speciale - Portland Timbers, Campioni MLS 2015 22:45 in diretta su Eurosport 2: Portland Timbers - Columbus Crew I canali Eurosport 1 ed Eurosport 2, per il secondo anno consecutivo, trasmetteranno in esclusiva fino a quattro partite della MLS in diretta ogni weekend. I canali Eurosport 1 ed Eurosport 2 sono disponibili su Sky, canali 210 e 211, e su Mediaset Premium, canali 372 e 373 Fino alla stagione 2018 compresa, Eurosport detiene i diritti televisivi e digitali per i match di regular season, per l'AT&T MLS All-Star Game, per i Playoff MLS e per la MLS Cup.

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Andrea Pirlo lo conosce quel successo di Renato Carosone che fa: «Tu vuo’ fa’ l’americano ma si’ nato in Italy»? «Ma io non voglio fare l’americano. Mi sento un italiano che vive in America per lavoro, come tanti. E comunque in America si sta bene». Cosa apprezza della Grande Mela? «La qualità della vita, la gente. Sono più educati, rispettano le regole». E che cosa le manca dell’Italia? «A parte gli affetti, di questa Italia in questo momento non mi manca niente». Dove ha scelto di vivere a New York? «A Chelsea. Il campo di allenamento non è dietro l’angolo, è a 50 minuti d’auto, un po’ come andare da Milano a Milanello. Ma non mi pesa». Come si passa il tempo a NY? «Faccio la vita che facevo qui in Italia. Solo che a New York c’è più scelta. Vado per musei, per gallerie d’arte. Mi piace passeggiare a Central Park, vado a correre lungo l’Hudson». E con l’inglese come siamo messi? «Se non parlano troppo veloce me la cavo». Sa come si dice cimitero in inglese? «No». Peccato. Avremmo voluto chiederle in inglese se non ha la sensazione di essere finito in un cimitero degli elefanti... «No, nessun cimitero. Il calcio negli States sta crescendo, gli stadi sono sempre pieni. È un’esperienza che mi piace». Consiglierebbe il calcio Usa ai colleghi che giocano in Europa? «Tanti colleghi vorrebbero venire a giocare in America». Qualche nome? «Tanti». La sua squadra è un po’ scarsina. «L’anno scorso siamo andati male ma era il primo anno. Abbiamo potuto comperare soltanto le riserve delle riserve delle altre squadre. Io, Lampard e Villa siamo i tre fuori budget consentiti dai regolamenti. Ora però si parte a pieno regime, con la preparazione e con un allenatore nuovo: Patrick Vieira». È vero che lei, Lampard e David Villa volate in business mentre il resto della squadra si deve accontentare dell’economy? «Vero ma è la Lega a decidere. La MLS ha in mano tutto, anche i biglietti di viaggio e gli alberghi. I voli sono sempre di linea: soltanto due volte in una stagione una squadra può utilizzare un volo charter. Negli Usa i giocatori hanno un contratto con la Lega, non con i club». Qual è il suo nickname negli States? «Per tutti sono il Maestro. Con la emme maiuscola, e scritto all’italiana». L’estate scorsa lei ha lasciato la Juve nonostante un altro anno di contratto. Motivo? «Dopo avere perso la finale di Champions a Berlino ci ho riflettuto un attimo. Sapevo che sarebbe stato difficile ripetere una stagione in cui comunque abbiamo vinto scudetto e Coppa Italia. Dopo certe annate si può solo peggiorare». Quindi? «Quindi sono andato dal presidente e gli ho detto che avrei voluto fare una nuova esperienza, ma non per svernare: per rimettermi in gioco. Andrea Agnelli è una persona in gamba, è bravissimo. Con lui c’era un accordo verbale in base al quale me ne sarei potuto andare. E così è stato». Sia sincero: quando, dopo le incomprensioni milaniste, nell’estate del 2014 Allegri si è materializzato alla Juve, qual è stata la sua reazione? «Allegri mi ha telefonato per avvertirmi. Ci abbiamo messo una pietra sopra. Se non si fa così non si va da nessuna parte». Andrea, gli anni alla Juve sono stati... «Straordinari». E quelli al Milan? «Irripetibili. Storici». Invece non ci saranno altri anni all’Inter. «Esatto. In queste settimane mi hanno chiamato un po’ di squadre». Ad esempio? «Un po’ di squadre. Tante. Ma ho fatto una scelta e non mi è parso il caso di rinnegarla dopo pochi mesi. È anche una questione di rispetto nei confronti di chi ha investito su di me». Cinque scudetti consecutivi (Milan più quattro Juve) e uno, quello del 2004 in rossonero, che si perde nella notte dei tempi. Qual è il più bello? «Il primo con la Juve. Non abbiamo mai perso, non abbiamo mai mollato. Eppure il Milan era più forte di noi. È stato uno scudetto inaspettato: era il primo anno di Conte, la Juve era reduce da due settimi posti». E quell’anno lei ha capito che Conte era un fenomeno? «Veramente l’ho capito dal primo allenamento». E gli scudetti con il Milan? «Con il Milan la gioia più grande l’ho provata a Manchester, quando abbiamo vinto la prima Champions League. Una Champions League è più importante di uno scudetto». Nesta e De Rossi restano i suoi amici del cuore? «Nesta lo vedo spesso, siamo vicini. Io a New York, lui a Miami. Due ore di aereo». E De Rossi? «Spero di rivederlo presto in nazionale». Quindi il sogno azzurro resiste. «Gioco per andare all’Europeo. Io sono sempre a disposizione, in Nazionale ci vado volentieri». Però per venirla a visionare negli Usa Conte dovrebbe spendere una barca di quattrini. «Ma le partite del campionato americano si possono vedere in tv. Su Eurosport». La Juve è sempre bella vispa anche se non ci siete più lei, Tevez e Vidal... «È ancora la squadra più forte. È la squadra da battere. L’ho sempre detto, anche quando era 15 punti dietro. Se le altre non sono riuscite a darle il colpo di grazia in quei momenti...». Quindi quinto scudetto consecutivo... «Si. Il Napoli gioca bene, può tenere, ma alla fine la Juve è abituata a vincere». E Dybala come lo inquadra? «È bravo. Sta dimostrando di valere quello che è costato». Il Milan, l’altra sua squadra di riferimento, non se la passa benissimo. «In effetti è un po’ in difficoltà. Però non è che si può cambiare allenatore ogni anno e fare la rivoluzione. Bisogna avere un programma». Gli allenatori preferiti? «Conte e Ancelotti. Quello di Lippi invece è un discorso a parte, al Mondiale di Germania abbiamo fatto la storia. Quando siamo a Ibiza ogni tanto vado a trovarlo a casa sua». A quasi 37 anni ha già messo a fuoco il suo futuro? «Non ci ho ancora pensato, davvero. Per ora mi diverto a giocare. Vedremo. Di sicuro mi piacerebbe rimanere nel calcio... Dirigente magari». Allenatore? «Per adesso no». Dove investe i suoi guadagni il Maestro Pirlo? «Nella società di famiglia. Prodotti siderurgici, acciaio, tondini di ferro. Io ho delle quote da sempre. E poi nell’azienda vitivinicola che abbiamo ingrandito di recente acquistando nuovi terreni». Nome dell’azienda? Vini prodotti? «L’azienda si chiama Pratum Coller. Produciamo bianco, rosso, rosato e passito. Ora abbiamo iniziato con lo champagne metodo rosso». In questi mesi le si sarà spalancato il mercato americano. «Già esportiamo in Cina e in Giappone. In effetti ho ricevuto svariate richieste dagli Usa. Stiamo lavorando». Andrea, se fra trent’anni i suoi nipotini le chiederanno chi è stato e che cosa ha fatto il loro nonno, lei come risponderà? «Andate a vedere su Internet...». Fonte: Corriere della Sera

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