SPORT
Problemi e contestazione all'Orlando City
Scritto il 2016-01-03 da Arnaldo Selmosson su MLS

I giorni dell'entusiasmo, quelli dell'ingresso in MLS, dell'arrivo di Kakà, del Citrus Bowl pieno e della trattativa (saltata a luglio) per Ganso, sembrano ormai lontani. Tutto è evaporato con il mancato ingresso nei playoff, al termine di un campionato passato in gran parte sul lato giusto della classifica.

Da allora a Orlando è iniziato un caos societario che al momento non sembra vedere soluzione immediata. Coi mancati playoff il primo a finire sulla graticola è stato inevitabilmente l'allenatore, l'inglese Adrian Heath, il costruttore della squadra capace prima di vincere per due volte il titolo di USL PRO e poi di ben presentarsi all'esordio in MLS, lanciando giovani come Cyle Larin.

Confermato Heath, suona però strano che siano stati mandati via il suo vice di fiducia, Ian Fuller (già capitano dell'OCSC, da calciatore esordì con il New England Revolution nel 2002), e il direttore generale Paul McDonough, molto legato all'ex centrocampista dell'Everton.

Scelte che ci possono anche stare, visto che - afferma il presidente Phil Rawlins - "Avevamo detto molto chiaramente che il nostro obiettivo era quello di fare i playoff. Siamo abituati a fare i playoff e vincere campionati. L'abbiamo fatto nelle serie minori e volevamo mantenere lo stesso livello e lasciare un segno a il nostro primo anno in MLS. Abbiamo avuto una buona prima stagione, ma non abbiamo raggiunto i nostri obiettivi. Vogliamo assicurarci di costruire per avere successo nel 2016".

Parole che debbono aver convinto poco i tifosi dell'OCSC, che infatti lo scorso 18 dicembre hanno organizzato una protesta fuori dalla sede del club, con tanto di striscioni. Un segno (negativo?) che comunque il calcio in America sta diventando sempre più un qualcosa di estremamente serio.

Strano è invece quanto successo dopo. A sostituire McDonough, GM molto rispettato nell'ambiente calcistico USA e subito assunto da Atlanta, è stato chiamato, con tanto di annuncio in pompa magna, Armando Carneiro, direttore del settore giovanile del Benfica (che lo ha sostituito con l'ex delle Fiorentina Nuno Gomes), di cui si diceva potesse passare al Manchester City. Uomo di grande esperienza e qualità, le uniche perplessità su Carneiro erano relative alla sua scarsa conoscenza dei complessi meandri della MajorLeague Soccer.

Sulla scelta pare abbia influito molto la volontà di Flàvio Augusto da Silva, proprietario della squadra e amico di Carneiro, sempre più dentro le scelte tecniche, e che starebbe spingendo per una sempre maggiore "brasilianizzazione/portoghesizzazione" dell'Orlando City SC.

Mai presentato alla stampa né mai avvistato a Orlando, ecco che pochi giorni il club viola annuncia le dimissioni di Carneiro per "motivi personali". Di più non è dato sapere. L'unica buona notizia è che il suo ruolo viene preso per il momento dallo stesso Phil Rawlins, che torna quindi ad occuparsi della squadra insieme a Heath come ai tempi della USL PRO.

Nel frattempo, a meno di due mesi da via (il 6 marzo contro il Real Salt Lake), a Orlando il mercato langue. Sono arrivati i soli il portiere Joe Bendik da Toronto (in sostituzione del costoso e spesso infortunato Tally Hall) e il terzino ex Revs Kevin Alston. Per Ganso invece non ci sono novità: saltata la trattativa a luglio, il giocatore ha un contratto sino al settembre 2017 e il San Paolo non appare interessato a lasciarlo andare. Nulla è ancora successo per l'attacco, dove i soli Larin, Bryan Rochez e Pedro Ribeiro hanno mostrato di non poter reggere una stagione con continuità, e mancano ancora quattro posti in rosa da riempire.

Non certo ciò che ci si aspettava da un club ambizioso ma rimasto fuori dai playoff, seppur anche a causa dei numerosi infortuni (a cominciare da quello del trinidegno Kevin Molino, che sarà pronto al via). Mancano due mesi però,e Rawlins e Heath hanno già mostrato di saper fare il proprio lavoro, ma il rischio di una contestazione di inizio stagione è più che reale.

Gli Stati Uniti sono sempre stati un grande Paese e finalmente ora hanno anche un grande campionato di calcio. Per averne uno bello, però, meglio ripassare tra qualche anno. Perché se – come amava dire John Davison Rockefeller – «l’America non è una nazione, ma una promessa», forse nel soccer la parola non è stata mantenuta. E la scadenza fissata dal boss della Mls Don Garber («Nel 2022 saremo una delle migliori leghe al mondo») somiglia sempre più a un’utopia. Lo stato dell’arte del calcio Oltreoceano racchiude in sé la contraddizione insita nell’anima americana, quella tra quantità e qualità. Grandi porzioni e cibo spazzatura, enormi spazi e lande desertiche, magnati e diseredati. Così, se nella settimana che precede la finale della 21esima stagione di MLS (Toronto FC-Seattle Sounders, in programma il 10 dicembre) ci si ferma ad analizzare a che punto è arrivato il calcio a stelle e strisce, si nota la stessa stridente dicotomia: belli gli stadi pieni (a Seattle media oltre i 40mila spettatori), belle le scuole dove i bimbi giocano più a pallone che a baseball, bella gente, bel tifo, bell’entusiasmo, bei soldi. Bello tutto. A parte il gioco. Quello no, rimane qualcosa a cui tendere, come la frontiera dei pionieri nel West. Per spiegare come il pallone abbia trovato l’America e viceversa, e per capire come si sia arrivati ad un Paese di 300 milioni di persone impazzito per uno sport dove il livello medio è quello della Championship inglese (parola di Martin Samuel del Daily Mail), occorre fare un passo indietro, o forse due, fino alla Nasl, il campionato professionistico che per primo diffuse la religione europea e sudamericana del calcio nella patria di football e basket. Beckenbauer, Pelé, Cruyff, Best, Bettega, Chinaglia, Carlos Alberto: dal ’68 all’84 furono loro i veri pionieri-missionari, cowboy coi tacchetti al posto degli speroni con la folle idea di esportare uno sport sconosciuto. Ma la crescita del calcio americano fu eccessiva: tutti fiutavano aria di affari e soldi facili e correvano a investire, le franchigie si moltiplicavano e i campioni a fine carriera venivano coperti d’oro. Solo che Andy Warhol aveva ragione quando diceva che «spendere è molto più americano di pensare»: per guadagnare occorreva tempo e i pragmatici milionari di Tampa, Houston e Detroit non ne avevano. Spazientiti, si ritirarono presto, le squadre scomparvero, l’intero sistema collassò e fino al 1996 a calcio si giocò solo in università e in Nazionale, tanto è vero che Alexi Lalas, mitico difensore fulvo di Usa ’94 e poi del Padova, prima del Mondiale aveva giocato solo nel college di Rutgers. Il primo esperimento era fallito perché gli americani sono così, ovunque vadano vogliono stabilire il record di velocità per arrivarci, anche a costo di bruciarsi. Però non esiste veleno per cui l’America non abbia nel suo corpo un antidoto. Così sulla scorta dell’esperienza Nasl, la Mls nasce con una possente armatura contro gli eccessi di entusiasmo: il salary cap, ovvero un rigoroso tetto agli stipendi che impedisca ai visionari presidenti di rovinarsi come i giocatori di videopoker. Un meccanismo che funziona ma che soffoca la crescita. La scappatoia si trova nel 2007, quando viene varata la DPR, la Designated Player Rule, detta anche Legge Beckham. In sostanza, una deroga – dicono i maligni ideata apposta per permettere ai Los Angeles Galaxy di ingaggiare David Beckham – al tetto ingaggi: ogni squadra ha la facoltà di prendere un giocatore (negli anni diventeranno tre per squadra) con uno stipendio più alto della soglia. Una strategia per richiamare giocatori di fama mondiale e far rinascere l’entusiasmo dei tempi dei Metrostars, un investimento sul movimento che dà i suoi frutti e fa arrivare campioni come Rafa Márquez, Thierry Henry, Cuauhtémoc Blanco, Robbie Keane. Lo Spice Boy con la sua armata fa il miracolo, catalizza l’attenzione, rende il calcio di nuovo uno sport trendy. In dieci anni la Mls passa da 10 a 20 squadre, gli spettatori sono ora 21mila di media (più di basket e hockey), i diritti tv sono cresciuti del 500%. L’America torna ad essere una meta gradita e vive un secondo rinascimento di talenti maturi con l’arrivo di Pirlo, Gerrard, Lampard, Drogba, Kakà, Villa, Ashley Cole, De Jong. Le partite di Mls sono trasmesse perfino sulla tv italiana, tutti ne parlano come di un successo clamoroso. La storia dice che Beckham ha fatto esplodere la moda del calcio. Quel che non gli è riuscito è stato renderlo esteticamente all’altezza del calcio europeo. La fine di questa stagione è un buon momento per tirare le somme. Il ritiro di Gerrard e dell’ex romanista Julio Baptista e gli addii di Drogba e Lampard a Montreal e New York City chiudono di fatto la piccola era degli astri calanti andati a scintillare per le ultime volte al di là dell’Atlantico. Stelle che hanno accecato il mondo che guardava alla Mls e non si curava del Lumpenproletariat di terzinacci sgraziati che popola il campionato statunitense. Per un Kakà che guadagna 7,1 milioni di dollari l’anno, ci sono decine di giocatori che ne prendono 30mila, in un sistema immensamente squilibrato che somiglia a un film di Ken Loach. Un calcio per cui l’80% dell’attenzione si concentra su dieci Designated Players necessariamente non aiuta la qualità. Qualche esempio dà l’idea meglio di tanti discorsi. La finale di Eastern Conference tra Toronto e Montreal Il capocannoniere della regular season quest’anno è stato Bradley Wright-Phillips dei New York Red Bulls, con 24 reti. Il fratello dell’ex Chelsea Shaun ha giocato solo due stagioni in Premier League, all’inizio della carriera. Il resto è stato un peregrinare in Championship tra Southampton, Plymouth e Charlton, prima di scoprirsi bomber di razza alla foce dell’Hudson. Simile la parabola di Liam Ridgewell, capitano dei Portland Timbers campioni in carica, che nella pausa invernale l’anno scorso è tornato in prestito in Europa. Ora, essendo il capitano dei migliori d’America, ci si aspetterebbe una destinazione mediamente prestigiosa. Di certo più prestigiosa del Brighton & Hove in Championship. E che dire di Innocent Emeghara, Carneade apparso tra Livorno e Siena qualche anno fa e ora punta di diamante dei San José Earthquakes? Che dire di Federico Higuaín, fratello del Pipita, che in Europa fu bocciato dal Besiktas senza appello per esplodere ai Columbus Crew? Che dire di Matteo Mancosu, protagonista della promozione del Trapani dalla Lega Pro in Serie B, pallido in Serie A a Bologna e ora titolare inamovibile dei Montreal Impacts, tanto da tenere in panca Drogba? E ancora Nelson Haedo Valdez, paraguaiano giramondo la cui ultima stagione decente risale al Werder Brema del 2006 e che ora guiderà l’attacco di Seattle in finale; Shkëlzen Gashi, che prima di diventare DP dei New England Revolution aveva girato l’intera Svizzera tra Zurigo, Sciaffusa, Bellinzona, Neuchatel, Aarau, Grasshoppers e Basilea; Lee Nguyen, una presenza in tre anni al Psv Eindhoven e ora orgoglio vietnamita in New England; Matt Miazga, difensore gioiello comprato dal Chelsea per 5 milioni e dirottato al Vitesse dove scalda la panchina. Per finire con Ignacio Piatti, fallimento totale a Lecce tra 2010 e 2012 e ora miglior giocatore di Montreal con un gol ogni due partite. Una carrellata forse stucchevole, ma che rende l’idea. L’idea della relatività del talento e di come gli Stati Uniti siano davvero il Paese delle grandi opportunità. Anche se nel calcio forse sono opportunità livellate verso il basso. Il Best 11 della Mls 2016 Non sono conclusioni affrettate, né solitarie. Al di là delle dichiarazioni di facciata dei campioni «impressionati» dal livello della Mls (o dagli ingaggi…), basta guardare le partite per cogliere le differenze. Un’impressione realistica si ha anche vagabondando su Youtube. Si trova la recente semifinale Colorado-Seattle, un tripudio di erroracci. Si trova pure un filmato che raccoglie le 36 reti nella prima giornata della stagione appena conclusa e che sembra un campionario del Benny Hill Show. Chicago Fire-New York City 3-4: prima un difensore rinvia di testa in faccia a un compagno che sta provando una rovesciata e l’attaccante indisturbato fa gol, poi un difensore dei NY rende il favore addormentandosi e regalando la rete a Chicago (in un angolo si vede Andrea Pirlo sconsolato allargare le braccia…). Houston-New England 3-3: prima il portiere in uscita abbatte il difensore e l’attaccante segna a porta vuota, poi un altro difensore si sdraia invece di rinviare. Vancouver-Montreal 2-3: prima uno stopper prova a contrastare il centravanti di tacco, poi l’immancabile qui pro quo col portiere… Si può andare avanti per ore. Perfino i filmati che raccolgono le migliori giocate delle stelle sono indicativi. Tra i colpi più belli di Kakà sono finiti calci d’angolo e punizioni, e ogni tifoso del Milan sa che a San Siro Ricardo non ne ha mai tirata una. Semplice, a Milano c’erano 5 o 6 compagni che le battevano meglio, a Orlando è l’unico che le sa tirare. Pirlo poi: non ha mai brillato per dinamismo, ma in Mls fa la differenza nonostante si muova a velocità da domenica pomeriggio dopo il brasato della mamma. Contro il Real Salt Lake, Gerrard segna uno dei suoi gol più belli: una finta e in due volano a cercare margherite altrove. Un altro lo segna dopo un sombrero e un tunnel in area. Stessa cosa per Krisztan Nemeth di Kansas City, che in finale di Mls Cup contro Portland parte da metà campo per siglare un gol storico. Storici anche i capitomboli di due difensori affannati dai suoi (nemmeno troppo repentini) cambi di direzione. Per la cronaca, Nemeth ora non gioca nel Barça, ma nell’Al Gharafa, in Qatar. Il problema della qualità in Mls esiste per tutti. Per chi arriva da campionati infinitamente più competitivi e per chi invece cresce qui e vuole un giorno confrontarsi con le realtà straniere. Gli unici per cui il problema non esiste sono i vertici della Mls stessa. Gli stessi che hanno licenziato Jürgen Klinsmann da ct della Nazionale perché non valorizzava i talenti del campionato locale e anzi aveva duramente criticato le scelte di Bradley, Dempsey e Altidore di tornare in patria, attratti dalle sirene e dai milioni di dollari delle franchigie di casa: «Giocavano in squadre da Champions League (Bradley alla Roma, Dempsey al Tottenham, ndr), non è un passo avanti nella loro carriera». Klinsmann era arrivato perfino a convocare tedeschi di origine statunitense che giocavano in Zweite Liga o giovani senza nemmeno il passaporto americano (come Ashton Götz dell’Amburgo) piuttosto dei talentini impegnati in Mls, e il suo vice Herzog si era lasciato sfuggire che «l’obiettivo del calcio Usa è quello di portare più americani possibile in Europa». Una posizione non compatibile con la grande campagna dei vertici per lanciare il campionato statunitense come un prodotto di qualità. D’altronde, Klinsmann non era certo l’unico a giudicare la Mls inferiore e non paragonabile agli altri tornei. Antonio Conte ha lasciato a casa dal recente Europeo sia Pirlo sia Giovinco perché impegnati in un campionato non all’altezza e stessa cosa ha fatto il nuovo ct Giampiero Ventura con la Formica Atomica: «Se ti abitui a un livello basso, poi diventa un problema mentale». Con buona pace dei 7 milioni di stipendio. Uguale il concetto del ct messicano Juan Carlos Osorio (ex coach di NY Red Bulls e Chicago Fire, NdR), che ha chiesto ai giocatori di preferire esperienze in piccole squadre europee alla Mls, «un campionato di giocatori sul viale del tramonto». Senza contare che anche i giocatori europei sono ben consapevoli dei limiti del campionato in cui giocano. Per Pirlo «in Mls c’è troppa fisicità e poco gioco, c’è un vuoto culturale, non si insegna ai ragazzi a stoppare il pallone»; per Giovinco «è un campionato divertente solo per gli attaccanti perché non esiste la tattica», per Ridgewell il livello è quello della Championship inglese. Parole sagge ma minoritarie e inascoltate, dato che secondo un sondaggio il 67% dei calciatori della Mls crede che il livello sia quello di una squadra di media classifica in Premier League. La realtà dei numeri però è meno ottimistica. Dice per esempio che la Concacaf Champions League – la maggior competizione per club del Centro-Nord America – è stata vinta solo due volte da una squadra statunitense, l’ultima delle quali nel lontano 2000 (Los Angeles Galaxy-Olimpia Tegucigalpa 3-2). Dice anche che chi si trasferisce in Mls chiude con la Nazionale (Pirlo, Lampard, Gerrard, Iraola e perfino Giovinco, l’unico non a fine carriera). E dice che il ranking mondiale lascerà il tempo che trova, ma qualcosa significa. E se il club piazzato meglio è l’FC Dallas al 153esimo posto (peggio del Sanfrecce Hiroshima e del Sassuolo), forse Klinsmann era meno disfattista di quanto sembrasse. Inoltre, forse la qualità non si misura in media spettatori, altrimenti gli indiani del Kerala Blasters con i loro 49.111 appassionati ogni domenica sarebbero sulla cresta dell’onda. Così come non si misura in media gol fatti: la spettacolare regular season 2016 si è chiusa con una media di 2,81 gol a partita contro i 2,74 della Liga spagnola. Il che rende la Mls un campionato divertentissimo, ma non quanto la Serie A Svizzera (media di 3,43 gol a partita negli ultimi 150 match) e non quanto la seconda divisione di Andorra coi suoi 4,33 gol a partita. Emerge il vero problema della Mls: mancano gioco e fondamentali. Così si torna al principio e a un calcio americano entusiasmante e scintillante ma dai contenuti modesti che non è riuscito a decollare qualitativamente neppure con l’invasione dei Designated Players. Perché? Chi studia il fenomeno, ipotizza tre ragioni. La prima è il meccanismo dei playoff, che depotenzia l’intera regular season. Se puoi vincere il titolo arrivando a metà classifica, il livello si alzerà solo nei playoff, mentre per il resto della stagione si vivacchierà. Ma questa al massimo è una spiegazione per i differenti livelli di intensità, non di qualità. Seconda ragione: le franchigie bloccate. Non avere retrocessioni e promozioni – come in tutti gli altri sport americani – paralizza il sistema, lo sclerotizza e per inerzia gli impedisce di migliorarsi. Parzialmente vero, ma non risulta che la Nba sia qualitativamente peggiore dei campionati di basket europei. Dove c’è talento, le franchigie bloccate contano poco. E si arriva alla terza ragione, quella che affonda le radici nel trauma del fallimento della Nasl: l’impossibilità di investire in calciatori. Il meccanismo dei Designated Players ha aperto le porte all’ingresso di giocatori di livello – e dunque di ingaggio – superiore. Ma ancora rappresentano una minoranza, uno specchietto per allodole e diritti tv. Che funziona per creare seguito, ma non trascina qualitativamente la Mls. Numeri, dribbling e acrobazie L’analisi più puntuale l’ha fatta Simon Evans di Soccerly, secondo cui il salary cap impedisce un innalzamento del livello medio. Per migliorare occorre importare giovani di livello da Africa, Sud America ed Europa. Occorrono scouting, programmazione e investimenti. Non necessariamente in campioni nell’inverno della loro arte pedatoria, ma in potenziali campioni in grado di entrare nelle Academy giovanili e stimolare la competizione fin da subito. Solo così il livello può crescere. Una strada che implica costi e che fa paura, un po’ per lo spettro di finire come in Russia, dove gli anni d’oro delle spese folli sono finiti in una depressione calcistica totale, e un po’ perché in una cultura sportiva di roosters e uguali opportunità i patron alla Abramovic sono sempre mal visti. Pericolosa e scomoda, questa sembra però l’unica via per riuscire a rendere la Mls una delle migliori leghe del mondo. God improve America. L’alternativa, più gaudente e confortevole, è rimanere in questa dimensione di passione pura, con stadi moderni sempre pieni e partite ricche di gol, in cui 4 o 5 giocatori parlano una lingua e gli altri arrancano, sempre a disagio col pallone fra i piedi. L’alternativa è rimanere in un contesto da show in cui la competenza tecnico tattica è merce rara. All’alba dei suoi 21 anni, il calcio a stelle e strisce deve decidere cosa diventare e la sfida è non dare ragione a Mark Twain quando scriveva: «È stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso ignorarla».   Fonte: Marco Zucchetti - Rivista 11

Calcio - Socceritalia

SOCCERITALIA
SPORT