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Marani, Guerin Sportivo: «Saputo non è un chiacchierone»
Scritto il 2015-06-09 da SoccerItalia su Yanks Abroad

Il calcio italiano è fatto di chiacchiere. Joey Saputo per fortuna no. Da quando è sbarcato nel nostro piccolo mondo pallonaro, manna dal cielo piovuta su Bologna, l’imprenditore canadese – figlio di immigrati siciliani di Montelepre – ha messo nelle casse rossoblù 40 milioni di euro. Dodici versati subiti, 28 deliberati. Soldi veri, certi. Non si è autofinanziato all’8% di interessi come Thohir all’Inter, non ha approfittato della ribalta gratuita come fanno tutti i presidenti.

Saputo parla poco. Sarà lui la ragione in più per tifare stasera Bologna nella finale della Serie B contro il Pescara. Non c’è di mezzo solo la Serie A per una piazza storica, c’è il possibile arrivo nella massima categoria di un imprenditore facoltoso e innovativo. Con Roma, Inter e adesso la metà del Milan, potrebbe sbarcare nella Lega di via Rosellini una nuova proprietà straniera, che male non fa se vogliamo concorrere con la Premier e gli altri campionati.

A spingere il Bologna ci sarà una città intera, con trentamila persone trepidanti al Dall’Ara. Non c'è più posto neppure per uno spillo. Da giorni l’attesa si tocca tra i portici e le vie del centro. Alle finestre sono ricomparsi stendardi e bandiere, alcune tirate fuori dal baule del 1964, anno dell’ultimo, leggendario scudetto. Il Bologna, per noi bolognesi, è l’orgoglio di una comunità appassionata, civile e competente.

A chi viaggia oltre gli anta, il Pescara suscita simpatia: proprio a Bologna ottenne due storiche promozioni in due spareggi alla fine degli Anni 70, quando il calcio profumava di stadi pieni, emozioni forti e si andava tutti alla domenica pomeriggio al vecchio “Comunale”. Ma stavolta è il calcio italiano ad avere bisogno di un capitano d’industria, settore caseario, che possa arricchiere la Serie A.

Saputo, nato a Montreal come secondo figlio del patriarca Lino, è uno dei venti uomini più ricchi del Nord America, proprietario degli Impact nella MLS. Pochi in Italia ne conoscono la portata economica, ma dovranno abituarsi. Ha raccolto al volo l’invito di Joe Tacopina, trovandosi presto a comandare da solo, e si è buttato a capofitto nell’avventura. Aereo privato per i suoi continui blitz in Emilia, avari di soddisfazioni, una nuova struttura societaria disegnata per intero (Pantaleo Corvino e Claudio Fenucci, dirigenti di lungo curriculum), un mercato di gennaio che per la Serie B è stato strabiliante. Purtroppo poco ripagato sul campo da Mancosu e compagni.

Saputo non ha risparmiato, spendendo sin d’ora più della gran parte dei colleghi di Serie A. E ha già messo in preventivo ulteriori investimenti in caso di Serie A, dal mercato al settore giovanile. Col Comune c’è l’accordo per il rifacimento dello stadio e Joey, che vede in Marco Di Vaio (suo ex giocatore a Montreal) l’uomo di fiducia in società, ha annunciato altri 100 milioni di euro da mettere nel nuovo impianto.

Per la prima volta dopo moltissimi anni, diciamo dai tempi di Gazzoni e ancora prima di Dall’Ara, Bologna ha una proprietà solida, solidissima, che ha l’unico bisogno di misurarsi nel palcoscenico che le compete per tradizione e potenzialità presente. Tanta fortuna deve essere raccolta dai giocatori rossoblù questa sera. Mandino un ringraziamento – loro e tutti i tifosi – a l’uomo che ha salvato la società dal fallimento.

Fonte: Matteo Marani - Corriere dello Sport

L'imprenditore canadese di Montreal e il campionato dei proprietari stranieri: "Un colpo alla Pirlo? No, preferisco i giovani" È IL TERZO straniero ad investire sul calcio italiano più importante. Dopo James Pallotta (AS Roma) e Erick Thohir (Inter FC e DC United), prima di mr. Bee (Milan). Ma è il primo a parlare la lingua e ad essersi guadagnato la promozione in A. Joey Saputo, 51 anni, imprenditore canadese di Montreal, settore latticini, immobiliare e trasporti, ha salvato il Bologna dal fallimento e l'ha riportato tra le grandi. Senza fare proclami, con soldi veri (40 milioni già spesi) e l'aria dell'eroe per caso. Appartiene alla sesta famiglia più ricca del Canada. Sposato, quattro figli, non ha mai giocato a pallone, viaggia con aereo personale. Non l'avesse già usata il pubblicitario Seguela per Mitterand verrebbe da dire: la forza tranquilla. Lei ha chiesto di incontrare i dipendenti del Bologna. "Sì. Volevo conoscere la gente che ci lavorava. Squadra a parte. Sapere cosa pensavano delle loro mansioni, dell'ambiente, e di come si poteva migliorarlo ". Anche il settore lavanderia. "Si sono presentate due signore. Mi hanno detto: la lavatrice ha un problema, non funziona più bene, e allora tante maglie le laviamo a mano. Ho pensato: siamo nel 2015 e c'è ancora chi fa il bucato della squadra sciacquando i panni?" C'era bisogno venisse uno dal Canada per una lavatrice? "Mio padre, Emanuele, siciliano di Montelepre, mi ha insegnato che in un'azienda la prima cosa che conta è il capitale umano. Quando avevamo mille dipendenti e non i tredicimila attuali, papà li conosceva tutti. Il Bologna era una società molto in sofferenza, ma c'erano margini per risalire, o almeno per provarci. Io nella crisi ho visto un'opportunità". Lei è nato nel '64, anno dell'ultimo scudetto del Bologna. "Voglio essere chiaro e onesto. Papà è siciliano, mamma veneta, mia moglie ha origini calabresi. Io ho giocato a hockey su ghiaccio, non a pallone. E non tifavo Bologna, anche perché in Canada ho una squadra, il Montreal Impact, che partecipa all'MLS, alla lega americana di calcio. Non mi ha mosso la nostalgia per il grande passato, per Bulgarelli e le vecchie partite, ma la voglia di scoprire se ci poteva essere più futuro. Per me lo sport è intrattenimento. E va trattato seriamente, in maniera cool". Le sembrano cool gli scandali, le scommesse, la violenza? "No. Ma sono l'ultimo arrivato, non mi permetto di dire: ora vi faccio vedere io. Però se tratti la gente da animale non meravigliarti se ti morde. Il contenitore conta: è sostanza per la forma. Solidità e funzionalità fanno il resto. Andrea Agnelli mi ha detto: non posso cambiare il calcio da solo. Ha ragione. La Juve si è dotata di uno stadio moderno. Ma gli altri? Io stesso in Canada ne ho costruito uno. I grandi calciatori stranieri non vengono più in Italia. Perché dovrebbero, stipendio a parte, se la casa dove si esibiscono è sciatta, malridotta, senza spettatori? Non serve una squadra forte in una Lega debole. In America quando noi proprietari ci incontriamo è per vedere di raggiungere un bene comune. Non cambieremo il calcio con i proclami, ma lavorando tutti insieme, facendo sistema, migliorando il prodotto. E passando dalla responsabilità collettiva a quella individuale. Si punisca chi commette violenza. Le leggi ci sono. Costruiamo stadi moderni, ospitali, con parcheggi, e bella atmosfera. Ambiente diverso, calcio diverso". Quindi riformerà quello di Bologna. "Sì. Serve un rifacimento: per i primi interventi al Dall'Ara la data è settembre. Per la ristrutturazione generale entro due mesi avremo una prima valutazione dei costi. Credo attorno ai 4-5 milioni. Un anno per il progetto definitivo. Restyling, hospitality, curve, ampliamento parcheggio, copertura dello stadio. Anche il centro di Casteldebole va riammodernato, vorrei spazio per le giovanili e le donne. Una stessa casa per tutto il Bologna. È così che si costruisce il senso di appartenenza. Io sono grato di ricambiare questa città che mi ha accolto bene, ma a tutti dico: pazienza. Siamo ritornati in A, con molta fortuna, ora dobbia- mo lavorare per restarci. E a proposito: la nostra terza maglia la sceglieranno gli abbonati ". Che modello ha in testa: Udinese o Fiorentina? "Noi in America dividiamo tra società che vendono i loro pezzi più pregiati e chi anche acquista con un progetto. Per ora scelgo di stare a metà strada. Ma rafforzare il settore giovanile mi interessa molto". Nel '97 a Bologna arrivò Baggio, a fine carriera. Ora c'è Pirlo libero. "Non voglio mettere bocca nel mercato. Ognuno nella società ha i suoi ruoli. Ma confesso che siamo un po' indietro perché l'arrivo in A è stato soffertissimo e incerto fino all'ultimo. Quale calcio mi piace? Non ho un'idea precisa. O forse sì, ho ammirato il Carpi che ci ha bastonati 3 a 0. Hanno corso dall'inizio alla fine, lottando su ogni pallone. Non ho nemmeno un calciatore preferito, ma evito attaccanti e portieri. Mi piace chi sta a centrocampo e costruisce gioco". A proposito di Carpi e Frosinone. "Conosco la polemica. Ma il risultato del campo va sempre rispettato. Il problema non è se arrivano in A città con scarso bacino d'utenza, ma se c'è una legge che imponga loro un impianto decente, una struttura moderna". Risponde su Pirlo? "Non serve urlare: compro questo o quello. Sono per gli investimenti a lungo termine. Pirlo è un grandissimo. Ma tra la polvere di stelle e un giovane campione con futuro scarto l'immenso passato. Piuttosto mi piacerebbe un po' più di flessibilità nel sistema prestiti: perché a parità di trasferimento un giocatore può rifiutare? E meno barriere nella vendita biglietti, perché non si possono diversificare le offerte? Il marketing è importante, a suo modo gioca anche lui. Per questo vorremmo un solo sponsor sulle nostre maglie". Sua moglie è gelosa delle sue trasferte in Italia? "Carmie è solidale, anche se a volte fa finta di protestare: ma cosa ci vai a fare? Il calcio ci ha fatti innamorare. L'ho conosciuta a Pasadena, luglio '94, finale mondiale Italia- Brasile, siamo rientrati insieme in aereo. Due miei figli tifano Milan. Tornerò qui con la mia famiglia, andremo all'Expo e poi in vacanza a Milano Marittima. Ma la mia base resta il Canada". Lei è chairman, carica insolita, Tacopina presidente. "L'unico che decide sono io. Solo io posso firmare, con l'ad Claudio Fenucci. Tacopina è stato importante, mi ha coinvolto nella cordata, ero uno dei soci, quando ho capito che gli altri non avevano capitali, mi sono assunto tutta la responsabilità economica. È buffo: non volevo comprare il Bologna, solo trovare una sponda per i miei giocatori del Montreal, pensavo che potessero trasferirsi qui a imparare. Invece ci sono venuto io. E a questo punto le decisioni spettano solo a me". Giuri che non se la prenderà con gli arbitri. "Prometto. Anche perché per un'azienda è controproducente. Ho chiesto ai nostri tifosi di applaudire l'Avellino, che ci aveva appena battuti. Voglio un mondo di avversari, non di nemici".   Fonte: Emanuela Audisio - La Repubblica

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Nonostante le speranze dei 61.004 dell'Olympic Stadium di Montreal dopo l'1-1 dell'andata allo stadio Azteca di Città del Messico, alla fine la CONCACAF Champions League è finita al Club América, che perteciperà quindi al Mondiale per Club 2015 in programma in Giappone. Per la decima volta consecutiva una squadra messicana vince la Champions League della Concacaf. LEGGI: Finale CONCACAF: 1-1 per il Montréal in Messico La squadra di Gustavo Matosas si è imposta per 4-2 sui canadesi Montreal Impact, con in campo l'ex viola Marco Donadel a centrocampo, vincendo il titolo grazie alla tripletta di Dario Benedetto e al gol di Oribe Peralta. Per i canadesi sono andati a segno Di Andrés Fabricio Romero al 7' e della punta Jack McInemey all'88'. All’andata, al gol di Ignacio Piatti al quarto d’ora aveva risposto l’oro olimpico Oribe Peralta nel finale. I ragazzi di Frank Klopas - greco naturalizzato statunitense con un passato non rilevante da attaccante nell'AEK Atene e convocato ai tre mondiali degli anni '90 - pur partecipando alla Major League Soccer dal 2012 si sono qualificati alla Champions grazie alla vittoria della Canadian Championship 2014, torneo che assegna l'unico posto della CONCACAF CL riservato a compagini canadesi, eliminando il Toronto nella doppia finale di un anno fa e ottenendo così la terza qualificazione della storia. Secondo club della Major League Soccer (primo canadese) a giocarsi la finale - il primo fu il Real Salt Lake nel 2011 contro il Monterey - Montreal si era guadagnata l’accesso alla sfida decisiva grazie a una campagna continentale di alto livello, dal girone chiuso davanti a New York Red Bulls e FAS (El Salvador), fino alle imprese contro Pachuca (Messico) e Alajuelense (Costarica). Impeccabile anche il percorso dei messicani, troppo forti per Comunicaciones (Guatemala) e Puerto Rico Bayamón prima, Saprissa ed Herediano poi. Il Montreal, di proprietà del chairman del Bologna Joey Saputo, è stato comunque la sorpresa del torneo, superando anche i rivali del Toronto FC, che nel 2012 era arrivato in semifinale, venendo però eliminato dal Santos Laguna in cui giocava proprio Peralta, attaccante messicano risultato decisivo per la conquista della coppa da parte del Club América. MONTREAL-AMÉRICA 2-4 (and. 1-1) Arbitro: Henry Bejarano (Costa Rica) Marcatori: 8′ Romero (M), 50′, 66′, 81′ Benedetto, 64′ Peralta (A), 89′ McInerney Note – Ammoniti: Soumaré, Ciman, Romero, Oduro (M), Aguilar, Guerrero, Martínez, Benedetto (A).

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Intervista a tutto campo con la Gazzetta dello Sport per il nuovo patron del Bologna, il magnate italocanadese Joey Saputo, proprietario anche del Montreal Impact della MLS. «Sono nato a Montreal, stato di Quebec, in Canada da genitori emigrati dall’Italia - esordisce il chairman rossoblù - papà Emanuele (per tutti Lino) è originario di Montelepre, un paesino di 6mila abitanti in provincia di Palermo, dove l’anno passato gli hanno dedicato una festa; mamma Mirella è di Treviso. Ho due fratelli, Lino jr e Nadia. Mia moglie Carmie è di origine calabrese. Abbiamo 4 figli maschi, tutti tifosi di calcio: Luca, Simone, Joey e Jesse». Le attività di famiglia «Mio padre ha costruito la Saputo Incorporated fondata sul commercio dei latticini conquistando il terzo polo del mercato nordamericano. Nel tempo gli affari si sono allargati ad altri settori, ora sono quattro: alimentare, immobiliare, trasporti/logistica e legname. Negli immobili abbiamo molte proprietà (oltre 2 milioni di metri quadrati, ndr)nei trasporti con l’acquisto della Transforce mobilizziamo oltre 21mila camion. Nel 1997 le attività di famiglia sono state quotate alla Borsa di Montreal per 400 milioni di dollari e generano un fatturato di 10 miliardi. Negli ultimi anni, la famiglia ha diviso le attività in diverse holding: io gestisco quella immobiliare oltre ad essere titolare di una holding tutta mia, la Free2B, nella quale confluisce il Montreal Impact, il club del campionato MLS di cui sono presidente. Nel business la mia filosofia è non guardare alla top line (i ricavi nell’immediato) ma alla bottom line (la rendita nel tempo)». Come è arrivato al calcio? «È cominciato tutto nel 1993 quando mi sono avvicinato alla a squadra di una lega secondaria [era l'American Professional Soccer League (APSL)] di cui mio padre era sponsor. Quella squadra è diventata il Montreal Impact [quell'anno fu allenato da Eddie Firmani, Ndr]. Volevamo restituire alla comunità italiana in Canada quello che avevamo ricevuto in termini di successo e fortuna. All’epoca era un hobby, adesso è una passione. Il calcio mi è sempre piaciuto ma non l’ho mai praticato e non ho mai fatto il tifo per questo o quel club, da ragazzo giocavo ad hockey ghiaccio come tutti i canadesi». Perché l'Italia? «Non pensavo di comprare un club italiano. Se non fossi italocanadese non lo avrei mai fatto, le radici contano. In passato ho avuto contatti col Parma, ai tempi della vicenda Parmalat, e ci ho fatto un pensierino ma tutto è finito lì. Poi ho avuto rapporti con la Fiorentina per sviluppare la nostra academy giovanile al Montreal. È stato in quel periodo che ho conosciuto Pantaleo Corvino. Il Bologna si è presentato come un’opportunità che andava afferrata al volo. Non l’ho cercato, è arrivato da solo. È stato Andrew Nestor, patron dei Tampa Bay Rowdies, lega minore americana, amico comune mio e di Tacopina, a parlarmene. Nell’agosto scorso ho conosciuto Joe e abbiamo sviluppato la trattativa. [...]». Il suo giudizio sul calcio italiano? «È bello ma anche molto complicato. Per esempio la questione dei biglietti e degli ingressi allo stadio è un passaggio faticoso in confronto alle abitudini in Canada. Il problema è strutturale, occorre migliorare i servizi e le condizioni degli impianti. Sono stato allo Juventus Stadium su invito di Andrea Agnelli che conoscevo da tempo. È un modello rispetto allo standard italiano con 4mila posti per l’hospitality. Inoltre, bisogna ragionare sulle barriere tra i tifosi perché se vengono trattati come animali in gabbia è normale che si comportino da animali». Al Bologna volevate Giovinco che ha scelto proprio il Canada. Commenti? «Ho letto che va a Toronto, la nostra rivale, per tanti soldi. Noi abbiamo una strategia diversa sui contratti e sulle persone. Puntiamo su quei giocatori che hanno buone ragioni, non solo economiche, per venire da noi. L’esempio è Di Vaio. Auguro a Giovinco il meglio, per nostra fortuna verrà in Canada a luglio mentre il derby Montreal-Toronto è in programma a maggio». [...] Col suo socio Tacopina come va? «Joe con la sua energia ha portato entusiasmo facendo un grande lavoro in città ma adesso è il momento di rallentare, non dobbiamo sovraesporci troppo. La nostra partnership ha completato la prima fase, quella più facile. Non abbiamo fatto ancora niente. Adesso viene il difficile con tanti obiettivi da raggiungere». [...]   Quando la Fiorentina si divertì a casa sua «Andremo a giocare a Montreal, al Saputo Stadium, contro gli Impact di Joey Saputo! ». «E chi è?». «Vedrai... Un personaggio incredibile. La sua famiglia di origine italiana è leader, tra le altre cose, nella produzione di mozzarelle in Canada. Joey ha un impero, se vuole può comprarsi mezza Serie A...». Era il marzo 2010 quando Mencucci, ad della Fiorentina, annunciò per fine maggio la tournee canadese che avrebbe chiuso il ciclo viola di Prandelli. La notizia di Cesare futuro c.t. azzurro arrivò mentre la squadra era in volo per il Canada con tre giornalisti al seguito: io [Andrea Di Caro], Matteo Dalla Vite e Giovanni Sardelli. Sarebbe stata, quella tournee, l'occasione per salutare il tecnico che aveva fatto innamorare Firenze, e per scoprire che Mencucci aveva ragione. Saputo, oltre che ricchissimo, era davvero un tipo straordinario. ILLUMINATO. All'inizio la sua quasi fanciullesca gioia nell'ospitare una squadra di A, ricordò quella di Amedeo Nazzari, l'emigrante italiano nel film Il Gaucho. Ma poi sentendolo parlare del futuro del soccer nord americano,di progetti, dello stadio da ristrutturare, fu evidente che lo Zio d'America era un manager illuminato. Come si illuminarono gli occhi dei giocatori un pomeriggio ospiti nella tenuta di Saputo. Parchi, fontane, una villa enorme. Frey saliva e scendeva dalle tante auto d'epoca della collezione di Saputo. Quella dei vini ricercatissimi stupì invece i compagni abituati alla non irresistibile produzione di rosso «Fenomeno 10» di Adrian Mutu. Donadel si limitò a dire: «Sembra Disneyland...». Joey come Walt? Al concreto ed equilibrato Saputo forse il paragone non piacerà, ma ai tifosi del Bologna è consentito sognare.

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