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Da Manchester a NY: il City alla conquista del mondo
Scritto il 2015-03-04 da Franco Spicciariello su MLS

All’ingresso degli uffici del New York City FC, a Manhattan, c’è un grande orologio che segna il countdown all’esordio del nuovo club, che scenderà in campo per la prima volta il prossimo 8 marzo in casa dell’Orlando City di Kakà. Ad assistere in tribuna al Citrus Bowl di Orlando ci sarà lo sceicco Mansour bin Zayed al-Nahyan (membro della famiglia regnante Abu Dhabi) insieme al CEO Ferran Soriano, i creatori del City Football Group, una famiglia con ormai quattro “figli”: il primogenito Manchester City, il New York City FC, il Melbourne City e presto lo Yokohama Marinos.

L’alba di un impero emiratino?

L’ascesa del Manchester City FC nel grande calcio degli ultimi anni, grazie agli enormi investimenti dello sceicco Mansour, è stata a dir poco stupefacente: da squadra di medio livello della Premier League a una potenza del calcio inglese e, a breve, mondiale.

Dall’esterno la vicenda del City può sembrare il classico caso dei “ricchi scemi”, che qualcuno accosta a quelli di Chelsea, Paris Saint-Germain e Monaco, squadre passate negli anni da una certa oscurità alla fama mondiale grazie all’arrivo di grandi nomi pagati con vagonate di soldi di oligarchi ed emiri. Ma dietro all’operazione City ci sono sì dei ricchi (anzi, ricchissimi), ma certamente non scemi. Lo dimostrano i numerosi progetti extra calcistici che danno un quadro chiaro di come la presenza e lo sviluppo del club e del gruppo alle sue spalle abbiano come obiettivo finale la costruzione di un impero calcistico mondiale.

La vision di Abu Dhabi

Un piano che ha a che fare col calcio, ma anche con la politica in senso ampio. Il coinvolgimento dello sceicco Mansour e del governo di Adu Dhabi nel Manchester City nascono infatti dal progetto Abu Dhabi Vision 2030, che vuole portare il paese ad uscire dalla completa dipendenza dal petrolio. Di qui il coinvolgimento nel City, nel ruolo di reciproco beneficio di sponsor e partner, di società controllate dal governo come Etihad, la telefonica Etisalat, il fondo Aabar, la Tourism and Culture Authority. Uno sforzo mirato ad accrescere nel mondo l’immagine di Abu Dhabi e delle sue attività. Secondo Human Rights Watch, la proprietà del club inglese permette ad Abu Dhabi “di costruirsi una immagine pubblica di uno Stato dinamico e progressista che allontana l’attenzione da quello che sta veramente succedendo nel Paese”, e cioè le presunte continue violazioni dei diritti umani. Ma forse non è questa la sede più adatta per affrontare la questione.

Da Manchester verso il mondo

La Premier League vinta con Roberto Mancini nel 2012 ha posto fine ad un digiuno dei Citizens lungo 44 anni, mandando in visibilio migliaia di tifosi che nonostante i decenni senza vittorie – mentre dall’altra parte lo United di Sir Alex Ferguson vinceva tutto – mai avevano abbandonato la squadra, riempiendo sempre con passione il City of Manchester Stadium. Del resto “Cosa può esserci di meglio dello United?” se non “Il Manchester City!” (cit. dal film “Jimmy Grimble”).

Per questo la prima mossa della nuova proprietà è stata quella di partire – oltre che dall’acquisto di alcuni grandi nomi (Yaya Touré, “Kun” Aguero, Vincent Kompany, David Silva, ecc.) - dai tifosi, approfittando anche di tutto il meglio che la tecnologia di oggi possa offrire per comunicare e interagire con loro, facendoli sentire una comunità anche quando fisicamente lontani. Così in poco tempo il City è diventato il club numero uno nel digitale: milioni di followers su Twitter e Facebook; il più bel canale YouTube di calcio in assoluto con dietro le quinte che fanno invidia a Sky; persino l’uso della GoPro per dare ai tifosi lo sguardo del calciatore. Un’apertura e coinvolgimento, anni luce lontane da quelle dei club italiani, che hanno determinato il successo del MCFC anche fuori dal campo. Nel frattempo l’Etihad Stadium (presto espanso a 60mila posti) è diventato lo stadio più tecnologico d’Europa, consentendo ai tifosi di essere dentro lo stadio e interagire tra loro. Un qualcosa che quelli del “no al calcio moderno” odieranno, ma che è il futuro (e anche il presente, ma non in Italia) del calcio del XXI secolo.

Non (solo) sogni, ma solide realtà

La sponsorizzazione da €460 milioni circa in dieci anni per l’Etihad Stadium è stata solo la pietra miliare su cui la proprietà di Abu Dhabi, insieme alla città di Manchester, ha iniziato a costruire il futuro del City. Lo si è visto poco dopo con lo sviluppo dell’area che circonda lo stadio, dove sono nati: l’Etihad Campus, un enorme centro d’allenamento (16 campi di calcio!) per prima squadra e academy, appartamenti per giocatori e parenti, un centro medico ispirato al Milan Lab, cinema e teatro, area ospitalità per i tifosi. Il tutto molto hi-tech, che renderà il complesso più simile Google campus che al tipico centro sportivo europei. La gestione è affidata alla City Football Services, guidata dall’ex calciatore trasformato in manager Brian Marwood, che sovrintende anche una struttura con un network di 36 scout e tecnici in giro per il mondo capace di vendere servizi a club e federazioni di altri paesi. A ciò si affianca uno sviluppo immobiliare (valore di circa €1,4 miliardi) fatto di 6.000 nuove case che andranno a riqualificare un’area degradata di Manchester.

L’impronta catalana

Alla visione di lungo termine Mansour ha deciso di affiancare un modello di gestione che possa rendere sostenibile il futuro del club, e per farlo ha deciso di puntare sull’accoppiata composta da Ferran Soriano e Txiki Begiristain, due dei protagonisti della costruzione del Barça vincitore di tre Champions League in cinque anni nel 2006, 2009 e 2011. L’ispirazione al Barcellona è al centro della vision tecnica del City, come dimostra anche la nomina di Patrick Vieira, ex leggenda dell’Arsenal a capo del settore giovanile, diventato in breve tempo uno dei migliori della Premier League. Essenzialmente, attraverso la guida di Soriano e Begiristain, il City punta ad implementare un qualcosa che il Barcellona fa da anni: una strategia “olistica” nella quale ogni aspetto del club segua la stessa filosofia, con alla base lo sviluppo del settore giovanile.

Quando Mansour acquistò il City nel 2008 dall’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra (anche lui molto discutibile sul tema diritti umani), aveva perfettamente chiaro che l’unico modo di sfondare nel calcio europeo era investire pesantemente e velocemente su calciatori e infrastrutture. Ma Mansour non ha mai inteso continuare a pompare milioni nel club, e sin dal primo giorno la strategia di lungo termine è stata mirata a costruire una propria identità, ispirandosi alla scuola che ha portato al successo il Barcellona attraverso la formazione di calciatori quali Xavi, Iniesta, Messi, Pique, ecc.

Ci vorranno ovviamente anni per vedere un Manchester City assortito di talenti britannici cresciuti in casa. Del resto il Barça di oggi è il risultato del programma avviato da Johan Cruyff all’inizio degli anni ’90. Nel mezzo quindi i Citizens hanno deciso di colmare il gap andando a reclutare giovani talenti un po’ dappertutto, come ad esempio l’ala portoghese Marcos Lopes (1995) e l’attaccante spagnolo José Ángel Pozo (1996), rubato al Real Madrid. Ma già si parla di giovani inglesi (sono oltre il 90% nelle squadre sotto l’Under 18) di grandi speranze come Brandon Barker, Ashley Smith-Brown, Angus Gunn, e Tosin Adarabioyo.

Non solo tecnica però. Soriano infatti, dal 2003 al 2008 braccio destro dell’allora presidente Laporta, è da molti considerato il miglior manager del calcio mondiale. La sua filosofia, ben illustrata nel libro "Il pallone non entra mai per caso", si basa su pianificazione e innovazione, con un mix tra finanza (il modello inglese ispirato dallo United, lo stadio, il merchandising, gli sponsor) e tecnica (gli allenatori come Pep Guardiola ieri e Pellegrini oggi, i grandi giocatori). Soriano, da vero uomo di calcio business, considera i tifosi dei “clienti”, ma proprio in quanto tali vuole che il club li coltivi, li coccoli, dia loro il meglio, con una retorica – fatta di autenticità, tradizione, identità - che si rispecchi nei fatti..

Sulla base di questa visione, in un ambiente certamente meno “politico” del Barcellona e molto più orientato al business, Soriano sta sviluppando anche un piano di crescita che punta a rendere presente il “brand” City in tutto il mondo, e lo sta facendo in un modo mai visto prima.

Da sin. Claudio Reyna, Don Garber, Ferran Soriano, l'ex sindaco di NY Michael Bloomberg

L’espansionismo del City Football Group

Ci aveva già provato col Barcellona, ma il piano era naufragato nel 2009 a causa della crisi finanziaria mondiale e, in particolare, in Spagna. L’idea era quella di lanciare il “Barça Miami” nella Major League Soccer americana. Quell’ambizione Soriano se l’è portata a Manchester, e nel 2013 il City ha annunciato la nascita del New York City FC, 20° franchigia della lega USA, una joint venture coi NY Yankees, che hanno messo a disposizione conoscenza del territorio, staff marketing, e lo stadio nell’attesa che si trovi l’area adatta per costruirne uno per il calcio.

Un’operazione da $100 milioni solo per l’ingresso in MLS, cui se ne stanno aggiungendo molti altri per la costruzione della squadra affidata al direttore tecnico Claudio Reyna, ex Citizen, e all’allenatore Jason Kreis, capace di fare miracoli con il piccolo Real Salt Lake. E per “impressionare” una città come NY ecco due nomi top quali David Villa e Frank Lampard, “sparati” sugli schermi di Times Square. Peccato che la scelta di tenere l’ex Chelsea a Manchester fino a luglio abbia dato l’idea di un NYCFC “succursale” del club inglese: inaccettabile in una città come New York che apprezza solo il top. Di qui la rivolta dei tifosi di NY, lo scherno di quelli di altre città e l’imbarazzo alla MLS, ancora scottata dalla fallimentare esperienza del Chivas USA. Pochi mesi dopo NY, ecco l’annuncio dell’acquisizione del Melbourne Heart della A-League, subito trasformato nel nome – Melbourne City – e nei colori, ovviamente skyblue, indossati in autunno da David Villa per qualche settimana per tenersi in forma prima di volare in America. Anche qui Soriano ha individuato un partner locale forte nel il Melbourne Storm, importante club di rugby.

Due acquisizioni che il City Football Group ha definito “investimenti strategici” in due delle nazioni in cui il calcio è in maggior crescita (e con campionati dai costi contenuti), capaci quindi di far esplodere il brand City, di portare profitti, o magari assorbire perdite (e su questo l’UEFA sta indagando). E poi, ha spiegato da Soriano all’inglese Telegraph: “Possiamo offrire una carriera di lungo termine. Un giocatore di 18 anni magari non può giocare nel City, ma potrebbe farlo per New York, e magari a 32 potrebbe andare a Melbourne. Il nostro obiettivo è costruire questo”.

Frank Lampard

Un brand mondiale

Un’espansione globale che secondo il report 2014 di Brand Finance Football 50 ha visto il brand Manchester City crescere del 53%, diventando il quinto al mondo per valore dietro Bayern Monaco, Real Madrid (con cui la IPIC dello sceicco Mansour ha firmato un accordo da 400 milioni per la ristrutturazione dello stadio, che si chiamerà ‘Abu Dhabi Bernabeu’), Barcellona e Manchester United. Una crescita continua, che riceverà un’ulteriore spinta dalla nuova avventura giapponese: il City è infatti diventato proprietario del 20% degli Yokohama Marinos, team della J-League di proprietà Nissan la cui maglia è stata indossata anche da giocatori quali Ramon Diaz (punta della nazionale argentina passata per Avellino, Napoli e Inter), e gli ex Barça Goikoetxea e Julio Salinas. Ma presto la squadra diventerà tutta del City Football Group, che sta aprendo una controllata in Giappone.

Come spiegato dallo stesso Soriano ad Ara, giornale catalano: "Attualmente siamo l'unica organizzazione calcistica al mondo a poter andare da uno sponsor e dirgli: “Di che cosa avete bisogno? Visibilità in America? Ce l’abbiamo. In Australia? Ce l’abbiamo. In Asia? Ce l’abbiamo. In Europa? Abbiamo anche quella", aggiungendo di stare già pensando Cina e India.

David Villa con la maglia del Melbourne City

I conti e il futuro

Il bilancio consolidato al 31 maggio 2014 di “Manchester City Limited” si è chiuso con una perdita di circa £ 23 milioni (inclusa la “multa” da circa €20 milioni - con altri €40 milioni quale spada di Damocle sul futuro - per la violazione delle regole sul Financial Fair Play). Nel 2012/13 la perdita consolidata era stata di £ 51.6 milioni. Ma per la prima volta nella sua storia, il City, raggiungendo un fatturato di £ 347 milioni, ha superato la soglia dei 300 milioni di sterline grazie alla crescita dei ricavi da diritti TV, Champions League e Capital One Cup, nuove partnership ed eventi all’Etihad Stadium.

Ma per il Manchester City – che nel suo board vede anche l’italiano Alberto Galassi, CEO di Piaggio Aero Industries – è ormai alle spalle la fase caratterizzata da ingenti investimenti per rendere il club competitivo, e l’obiettivo è ora quello della crescita dei ricavi necessari a supportare le attività del club nel futuro, e le previsioni per il 2014/15 sono di un risultato positivo come per il 2015/16.

Si avvicina quindi quel modello, fatto di risultati sul campo e di profittabilità fuori, che porrà definitivamente il Manchester City nell’empireo del calcio mondiale e che lo renderà sempre più il bene più prezioso per l’immagine mondiale di Abu Dhabi, un qualcosa che è da una parte garanzia per i tifosi di un impegno a lungo termine, e dall’altra uno spauracchio per i grandi club mondiali privi di risorse imitabili o di una capacità manageriale di mantenerli al top in un calcio interamente globalizzato. E a questo riguardo, chi ha sta pensando all’Inter o al Milan di oggi – ma vale per tutto il calcio italiano, tranne forse Juventus e forse AS Roma - purtroppo non sta sbagliando.

 Pubblicato sul Guerin Sportivo n.3, Marzo 2015

gsmarzo

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