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Adrian Heath e il sogno americano con l'Orlando City
Scritto il 2014-11-03 da SoccerItalia su MLS

Intervista dell?independent con l'allenatore dell'Orlando City SC, Adrian Heath, ex attaccante dell'Everton 

E' divertente. Il mio telefono si accende e vedo ‘Ricky’ lampeggiare. Sette anni dopo essere arrivato in America con un sogno , Kakà, ex Pallone d'Oro, mi scrive via sms; "Coach, come va?’”, racconta coach Heath.

L'ultima esperienza inglese di Adrian Heath risale al 2007, quando allenava il Coventry City. Oggi invece è l'allenatore dell'Orlando City, club che si sta preparando per l'esordio in MLS nel 2015 con un pizzi co di polvere di stelle fornito dall'arrivo di Ricardo Izecson dos Santos Leite, meglio noto come Kakà.

Orlando sbarcherà in MLS il prossimo marzo in compagnia del New York City FC, ma a differenza della franchigia della Grande Mela di proprietà dello Sheikh Mansour, la città della Florida arriva a questo punto con alle spalle una storia da calcio romantico, e non perché il club ha giocato la sua ultima stagione in USL PRO a Disney World, ma perché è essenzialmente il risultato del sogno americano di due tipi di Stoke. Una storia iniziata per Heath, oggi 53enne, davanti ad un drink natalizio al Mainwaring Arms, in quel di Newcastle under Lyme.

Heath, attaccante del grande Everton di Howard Kendall a metà degli anni '80, si sedette con Phil Rawlins, all'epoca amministratore dello Stoke City e self-made man milionario che si era appena venduto l'azienda di consulenza per provare a fare il salto fondando un club calcistico negli States. E in quel momento Rawlins aveva bisogno di un manager.

Heath ricorda: “Tornai a casa e dissi a mia moglie: ‘Che ne pensi dell'America?’ E lei: "Beh, se pensi sia la cosa giusta... ma come si chiama la squadra?' Io risposi: 'Non abbiamo un nome, ancora'".

Sono un vero tradizionalista quando si parla di calcio, ma mi stavo trasferendo in un posto in cui il club nemmeno aveva un nome, un campo o uno stadio. Ma è stata una delle cose belle essere solo io e il proprietario ed avere oggi 60 persone a tempo pieno al lavoro nel front office. Uno dei nostri ragazzi ha venduto abbonamenti per oltre un milione di dollari. Folle, e tutto in meno di sette anni”.

Kakà

Kakà, primo Designated Player dell'Orlando City

La rampa di lancio fu in Texas, dove Rawlins mise in piedi gli Austin Aztex nel 2008, nella USSF D2 Pro League, prima di capire di essere nello Stato sbagliato. Di lì la relocation a Orlando con la sua vasta popolazione ispanica e uno dei mercati più giovani d'America. "Phil è stato intelligente - spiega Heath - ha guardato a sei o sette città potenziali quando ha realizzato che con Austin non saremmo mai entrati in MLS, e siamo finiti a Orlando".

I progressi fatti in tre stagioni a Austin hanno poi consentito a Orlando di andare veloce. "Abbiamo vinto tre volte la regular season e due volte il campionato", in USL PRO, la terza divisione. E il sogno MLS si è realizzato poi lo scorso novembre 2013 con l'arrivo del milionario brasiliano Flavio Augusto da Silva, oggi chairman del club e azionista di maggioranza, capace di coprire i $75 milioni necessari per l'ingresso in MLS e lanciare la franchigia. “Una volta arrivato Flavio la partita è cambiata” dice Heath. “Servivano un sacco di soldi, e lui ce li ha, Ha fatto i soldi con le scuole di lingua, ha iniziato con 20mila dollari 20 anni fa e oggi è probabilmente miliardario”.

E' stato Da Silva a portare Kaka quale primo “designated player” della squadra. “Ce lo aveva detto: se avessimo ottenuto la MLS Kakà sarebbe stato il primo ingaggio", racconta Heath. "Alcuni di noi alzarono il sopracciglio, ma Kakà è arrivato. E' stato un grande, miglior giocatore al mondo, parla tre lingue, è un ragazzo cristiano, un esempio di professionista. Si accendono le telecamere e lui sorride".

Se l'arrivo di Kakà - che guadagnerà $7,2 milioni annui, il più pagato della lega  - è stato un lampo, la campagna acquisti che deve gestire Heath sarà molto meno glamour. "Ho girato tutti i Caraibi in cerca di giocatori. Haiti è stata un'esperienza. Sono stato lì 6 giorni prima del terremoto. Sono andato ad un match dei playoff e c'è stata un'invasione di campo, con l'arbitro chiuso negli spogliatoi. Ma abbiamo individuato un giocatore, e ne è valsa la pena".

Dopo aver creato un network di scout e un settore giovanile tutto da zero, respingendo le proposte del Toronto FC lungo la strada, ora Heath deve costruire una squadra da MLS. Finoad ora i giocatori confermati sono solo 9, incluso suo figlio giovane centrocampista che nel 2013 ha vinto la FA Youth Cup col Norwich, ma non vede problemi nel trovare giocatori. Orlando, come il NY City, potrà scegliere fino a 10 giocatori dagli altri team MLS attraverso l'expansion draft di dicembre. Può inoltre cercare all'estero. “Sareste impressionati dal calibro dei giocatori che ci hanno contattato attraverso i propri agenti per venire a giocare da noi come DP, come Frank Lampard e David Villa al NY City,” spiega Heath. "E alcuni hanno 27 o 28 anni".

Heath ha avuto un ruolo anche nel progetto del nuovo stadio di Orlando da 20mila posti e dal valore di 110 milioni di dollari, che sarà pronto nel 2016, che costringerà il club a giocare la stagione 2015 al ristrutturato Citrus Bowl. “Volevamo recuperare l'atmosfera inglese. Io e  Phil abbiamo messo mano al design, chiedendo che le tribune fossero più ripide per ricatturare l'atmosfera, e avremo il primo settore con posti in piedi d'America".

Adrian Heath : News Photo

28 marzo, 1984 - Adrian Heath in azione contro il Liverpool

E Heath è convinto che lo stadio si riempirà. “Seattle ne fa più di 40.000 a partita", dice, per sottolineare la crescente popolarità del calcio, e spera che presto possa arrivare anche la franchigia di Miami di David Beckham. “Vogliamo davvero che David ci sia. A sole tre ore di macchina sarà un derby".

Gli Stati Uniti hanno fatto davvero bene ad un uomo conosciuto col soprannome di Inchy all'Everton,che è andato a vedere nel weekend per applaudire Roberto Martinez per come “ha abbracciato la storia del club" dove Heath ha vinto due campionati e la FA Cup 1984. 30 anni fa Heath stava giocando il suo calcio migliore e Bobby Robson gli promise la convocazione, ma un entrata di Brian Marwood in un match contro lo Sheffield Wednesday gli fece saltare i legamenti, e quell'opportunità non si ripresentò.

Attaccante piccolo in un'era di duri, oggi riflette come sia "un sogno per gli attaccanti" protetti dalla brutalità che subivano quelli come lui negli anni '80. "Rischiavi ogni sabato. Ricordo giocare contro Terry Butcher, che con un'entrata mi lasciò un segno dal polpaccio alla caviglia, e l'arbitro dire 'Questa è l'ultima Terry'". Ma non tutto è meglio oggi, sottolinea Heath. “Una delle garndi cose dello sport americano è che col salary cap c'è più competizione. Prima di ogni stagione NFL ci sono 10 team che pensano 'Quest'anno vinceremo il Super Bowl. Lo scorso anno il DC United è arrivato ultimo in MLS, quest'anno è al top. Una delle cose che mi distrugge invece è che non sono sicuro che vedrà mai più l'Everton vincere un titolo. E non sono sicuro rivedrò mai Newcastle, Aston Villa, Spurs o forse persino il Liverpool vincere ancora". nella terra delle opportunità invece, Heath può ancora pensare in grande.

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