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Passa lo straniero. Il Bologna diventa "canadian-american"
Scritto il 2014-10-18 da SoccerItalia su Soccer Business

Tacopina e Saputo acquistano il Bologna calcio. Dopo Roma e Inter, capitali esteri anche in serie B. Ma per vincere i dollari non bastano

Nella città italiana più vicina e più distante dall’America, quella del Pci e delle lasagne, della tradizione e della fierezza emiliane, quella dove però il rock and roll si stabilì per primo, con i cantautori infatuati di sogno americano, nella città dei jeans e camicia uso comune prima che in altri posti, dei ciuffi alla Elvis,  dei drive-in come nemmeno a Dallas, posta come tutte in regione tra la via Emilia e il west, gli americani sono arrivati davvero. O meglio sono ritornati, e anche questa volta per liberare gli abitanti da qualcosa. Bologna si sveglia e sulle due torri sventolano bandiere a stelle e strisce, la gente si guarda, se ne compiace, finalmente può voltare pagina, un incubo scomparso, un nuovo sogno da cullare, sempre americano, sempre rossoblù, pallonaro. Gli americani sono arrivati coi loro nomi yankee, da libri beat, e poco importa se i cognomi sono nostrani, se non sono Smith o Moriarty, ma rivelano chiare origini italiane. Gli americani sono arrivati, emigranti di ritorno, gli assegni versati, i contanti pronti per essere spesi per riportare quel vessillo un po’ sbiadito, quel veliero un tempo nobile, ma ormai bagnarola, che è il Bologna calcio di nuovo nelle piazze importanti del pallone, per ritrasformare Bologna in una piazza importante del calcio italiano.

Il Bologna calcio volta pagina, archivia la tanto criticata gestione di Albano Guaraldi, presidente detestato dai tifosi, colpevole di aver venduto gente come Gilardino e Diamanti e aver fatto ricadere la società nell’inferno della serie B, e ritorna a guardare il futuro con speranza e la convinzione di poter rinverdire i fasti del passato. Missione difficile, ardua scalata, ma la fiducia è tanta. Il presente, ma soprattutto il futuro ha un nome, Joseph, un soprannome, Joe, e un cognome, Tacopina. Professione avvocato a New York, stimato e brillante, “uomo da talk show e processi mediatici, ricco e col fiuto per gli affari”, o così almeno lo descriveva nel 2013 il New York Post, affabulatore e avvincente, ispiratore, suo malgrado, addirittura di una serie televisiva, The Guardian. Presidente, uomo immagine, uno capace di convincere con parole e soprattutto con i dollari l’ex patron rossoblù a farsi da parte e lasciare il timone della nave per evitare il definitivo naufragio. A contendersi la guida della società felsinea erano infatti gli americani e l’ex socio di maggioranza Massimo Zanetti, presidente di Segafredo, che offriva 12/13 milioni dilazionati in tre rate prima di Natale per ripianare buchi di bilancio e provare a guardare al futuro. Ma quale futuro? Zanetti non ne parlava. Tacopina sì. Sei milioni subito, altri 6,5 a Natale, poi via al progetto di ricapitalizzazione di circa 28 milioni di euro, con tanto di investimenti (a partire da luglio) su stadio, strutture societarie e mercato di riparazione e soprattutto la liquidazione immediata delle quote azionarie dei soci. Obiettivo: “Riportare il Bologna in alto, è tra i primi cinque club in Italia”, ha detto il neo presidente. Cammino lungo, molto lungo, da iniziare subito con una promozione, per cercare di non deludere una piazza ancora inferocita per la retrocessione dello scorso anno.

Joe Tacopina ha linguaggio forbito, idee chiare, “una passione smisurata per il calcio”, scriveva il New York Times nel 2011. Origini romane, un amore adolescenziale per la Roma, squadra nella quale è rimasto sino agli inizi di settembre nel consiglio di amministrazione, ricoprendo durante la presidenza di Thomas Richard DiBenedetto, il ruolo di vicepresidente. Con l’avvento di James Pallotta come presidente e il suo repulisti ai vertici della società capitolina, l’avvocato newyorchese venne sollevato dal ruolo dirigenziale, perdendo sempre più importanza all’interno dell’organigramma societario. Oltreoceano dicono che è anche per questo che l’avvocato sia ridisceso in campo da solo, abbia preso l’Autosole direzione Bologna e lì parcheggiato una delle sue Maserati. Bologna, sede non nuova per l’ambizioso Joe. Ritorno di fiamma, secondo tempo di un film finito male, anzi nemmeno iniziato. Anno 2008, luglio. Il presidente del Bologna, che era allora Alfredo Cazzola, imprenditore locale con un passato alla guida della Virtus Bologna, una delle due squadre di basket della città, cerca soci per mandare avanti la società. Dall’America spunta Tacopina, che di tasca sua scuce un assegno di 1,9 milioni di euro per la caparra, convinto di raggranellare gli altri 18 per rilevare il club tra i ricchi amici calciofili che con Soros avevano cercato la scalata alla Roma di Rosella Sensi. La ricerca inizia bene, Joe trova subito alcuni imprenditori disposti a investire una decina di milioni nel fondo Tag Partners, con il quale l’italoamericano rileverebbe le quote societarie rossoblù, ma qui si ferma. Soros vuole la Roma e solo la Roma, e come lui anche gli altri. Tacopina prova a prendere tempo, ricerca altri partner commerciali, ma deve desistere. L’offerta decade e l’avvocato perde pure la caparra, la società viene rilevata dai Menarini e il Bologna rimane emiliano. Questo almeno sino a mercoledì.

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Il suo arrivo è una cosa buona per tutta Bologna”, sottolinea Cristian, uno degli esponenti principali della Beata Gioventù, uno dei gruppi ultrà della Curva Andrea Costa. “Guaraldi in questi anni aveva fatto entrare la squadra nel caos, aveva ceduto tutti i giocatori migliori, trascinandola in serie B. Con Tacopina e Saputo la squadra può ritornare dove merita di stare, ovvero in serie A”. L’accoglienza in città dell’avvocato è stata calorosa, la tifoseria ritorna a guardare il futuro con più serenità e a credere nelle possibilità di redenzione. “Noi abbiamo sempre chiesto serietà e una dirigenza che abbia come priorità il bene della squadra – continua – e questo, almeno a una prima impressione, la nuova proprietà sembra poterla garantire. Abbiamo parlato con Marco Di Vaio che ci ha rassicurati sulla serietà di Saputo. Ora aspettiamo i fatti, ma siamo fiduciosi”. Sensazioni epidermiche, ma certificate da un approccio diverso: “C’è già stato un cambio di mentalità rispetto a Guaraldi. Il nuovo presidente ha deciso di transennare lo stemma del Bologna dietro la curva Bulgarelli dicendo che nessuno dovrà più calpestare l’effigie. E’ una sciocchezza certo, ma sono quei piccoli dettagli che la vecchia dirigenza non aveva mai preso in considerazione. Ora lasciamoli lavorare”.

Joe Tacopina eletto presidente, volto da copertina, immagine americana di una società che vuole ritornare ai vertici del calcio italiano che “al terzo anno dovremo ricavare i primi utili da reinvestire sul mercato, al quinto prevediamo di essere competitivi per lo scudetto, l’obiettivo è crescere per rimanere in alto”, almeno secondo gli slogan dell’avvocato. Immagine, certo, forma, senz’altro. Ma la sostanza è altro e non è americana, ma canadese. La sostanza è Joey Saputo, italo-canadese nato a Montréal, presidente dei Montréal Impact, la squadra della Mls nella quale gioca l’ex capitano del Bologna Marco Di Vaio, e alla testa di un impero economico stimato in circa 3,8 miliardi di euro (5,4 miliardi di dollari canadesi). Un business iniziato con i formaggi, quando il padre Emanuele “Lino” Saputo, emigrò da Montelepre, provincia di Palermo, per cercare fortuna in Canada e lì iniziò a lavorare in una azienda casearia, che, dato il successo delle sue creazioni, iniziò a dirigere, sino a riuscire a rilevarla e trasformarla poi nella Saputo Incorporated. Ora il gruppo, oltre che di formaggi, si occupa di transazioni immobiliari, finanziarie e ha grossa partecipazione nella TransForce, un colosso dei trasporti e della logistica che movimenta quasi settemila camion e più di dodicimila container. “Competenza calcistica e senso per gli affari con alla base un solido gruppo commerciale, che potrebbero rendere l’imprenditore italo-americano uno dei principali esportatori del Canada calcistico in Europa”, scrissero sul Time Colonist, uno dei principali quotidiani canadesi, quando si fece insistente la voce di un interessamento di Saputo per il Bologna.

Non solo Saputo però: nella cordata messa in piedi da Joe Tacopina c’è di più. Il primo è Anthony Rizza, ex calciatore dilettante, divenuto uomo d’affari e broker, arrivato a gestire per la Columbus Circle (società di fondi di investimento) quasi 17 miliardi di dollari e proprietario inoltre di diversi ristoranti e strutture alberghiere in tutti gli Stati Uniti. Il secondo è Andrew Nestor, presidente dei Tampa Bay Rowdies, con diversi interessi nel ramo immobiliare in Florida e nel commercio di zucchero e tessuti con il centro America.

Dollari veri, insomma, pronti per essere investiti, dietro la faccia da duro dell’avvocato newyorchese. Perché Joe Tacopina è sempre stato l’avamposto, il tramite, il cervello legale e commerciale delle operazioni, ma mai il braccio armato pronto a investire effettivamente. Come nel 2007, quando Soros voleva la Roma, i Sensi erano già in difficoltà economiche evidenti, Tacopina presenta un’offerta di oltre 200 milioni. Le parti trattano, il buon fine sembra questione di settimane, le garanzie ci sono e Joe pregusta già una carica importante promessa dall’amico imprenditore. Ma proprio sul più bello entra in gioco un sedicente emiro, che offre il doppio, prima di sparire al momento della firma e lasciare la società tra problemi economici sempre più gravi e una sensazione di abbandono e frustrazione per quello che poteva essere e non è stato. Come nel bluff dell’estate 2008 a Bologna, quando i soldi ancora non c’erano, ma potevano essere trovati, oppure tre anni dopo, quando altri americani sono sbarcati in Italia, nella capitale questa volta. Il mandante non è Soros, ma Thomas DiBenedetto e James Pallotta, non la famiglia Sensi, ma Unicredit da convincere. Tacopina illustra risorse finanziarie, piano di investimento e prospettive future. Le credenziali ci sono, ma la banca vuole essere sicura di non rimetterci nemmeno un euro dei soldi investiti in società. Si tratta, c’è l’accordo, l’affare va a buon fine. La banca vende la maggioranza delle quote, ma conserva una quota minoritaria e un proprio delegato all’interno del cda per controllare gli americani, L’abbandono è progressivo, definitivo quando la solidità degli investitori è ormai evidente.

Roma prima grande società di proprietà straniera. Prima dei giallorossi solo il Vicenza. Anno 1997. Dall’Inghilterra spunta Stephen Julius, uomo misterioso, poco appariscente, ma con i soldi buoni per convincere l’allora presidente Pieraldo Dalle Carbonare a cedergli la società, che in quegli anni durante la gestione Guidolin aveva vinto una Coppa Italia e raggiunto la semifinale di Coppa delle Coppe. La finanziaria Enic (con interessi nel campo petrolifero), rileva il marchio e ripara i bilanci, investe circa 5 miliardi (di lire) nel mercato, ma i risultati sono pessimi e la squadra retrocede in serie B. A Vicenza non riesce a cambiare niente e cinque anni dopo – e tre sole presenze in tribuna – Julius saluta tutti e svende la società, che aveva nel frattempo accumulato 5 milioni di debiti, alla Finalfa, sparendo nelle nebbie britanniche dalle quali era arrivato.

La Roma all’americana invece è tornata a essere protagonista in campionato e Champions League, nella passata stagione ha conteso lo scudetto alla Juventus e quest’anno si sta ripetendo. Dopo le delusioni dei primi due anni americani, quello con Luis Enrique in panchina e quello del ritorno di Zeman, la svolta firmata Pallotta e Garcia. Via Unicredit, ridimensionati i soci di minoranza, l’imprenditore di Boston, quello che tra tutti gli yankee giallorossi aveva davvero soldi da investire, ha proseguito a restaurare il carrozzone giallorosso, ma non si è fatto però prendere dalla frenesia dell’uomo solo al comando: niente spese pazze, ma prosecuzione della politica di spesa oculata portata avanti nella seconda stagione (dopo il saldo estremamente negativo – 50 milioni – del primo campionato). La ricetta è semplice: mercato nelle mani esperte di Walter Sabatini e cessioni intelligenti per risanare il bilancio. Un comportamento utile a mantenere i conti a posto, a non incorrere in sanzioni Fifa (fair play finanziario) e a non intaccare il patrimonio personale. Questo almeno sino a quando non verrà completato lo stadio di proprietà, questione determinante per il prosieguo degli investimenti in Italia dell’uomo d’affari americano.

Il punto attorno a cui gira tutta la questione investitori stranieri nella serie A è questo: affari. Nient’altro. Nessun tycoon russo o arabo pronto a coprire d’oro un club giusto per il gusto di possedere un giocattolo costoso, un lasciapassare per altri business, ma uomini che fanno impresa, che i soldi ce li mettono, ma non troppi, non sempre, non così tanto per fare, solo se c’è un’alta probabilità di guadagno, o quanto meno di non perdere troppo.

Caso esemplare è il comportamento del presidente dell’Inter Erick Thohir. L’imprenditore indonesiano è sbarcato a Milano il 15 novembre 2013, quando ha rilevato la società da Massimo Moratti, e sin da subito ha acceso le speranze dei tifosi nerazzurri, speranzosi di trovarsi innanzi a un magnate pronto a investire almeno in parte il patrimonio familiare di 42 miliardi di dollari, secondo le stime di Forbes. Il proprietario del Mahaka Group (fatturato da 16,5 milioni di dollari) però si è subito dimostrato restio a comportarsi da arabo o da russo. Il messaggio durante la conferenza stampa dopo l’investitura a presidente era chiaro: “Costruiremo passo dopo passo la squadra, il nostro obiettivo è rendere l’Inter un club in salute dal punto di vista economico e finanziario per competere a livello internazionale”. Attenzione ai conti e nessuna follia almeno sino a quando non ci saranno le possibilità per farlo, ovvero sino a quando non si dipanerà il nodo stadio di proprietà, anche in questo caso determinante per il futuro societario. In un anno di presidenza, e due sessioni di mercato, infatti la proprietà si è concentrata soprattutto a limare il monte ingaggi, ha puntato su prestiti e parametri zero, investendo appena 15 milioni di euro, 13 dei quali per il solo Hernanes, senza risolvere i limiti della formazione di Mazzarri. Thohir si è mosso soprattutto sul marketing, ha aperto canali importanti per i nerazzurri in oriente e negli Stati Uniti e ha cercato di arrivare a una mediazione con Milan e comune per la questione San Siro (anche se al momento il suo sforzo non ha portato a risultati). Gli investimenti potrebbero arrivare, ma non subito.

Da Milano a Venezia stessa attesa, anche se le ambizioni sono diverse e più che a primeggiare la speranza è quella di ritornare a presenziare nel calcio che conta. Il presidente dei veneti è russo, si chiama Jurij Korablin, è un imprenditore del settore immobiliare, con un patrimonio di circa un miliardo di dollari, poco meno della metà del suo socio di minoranza Aleks Samokhin, bielorusso, attivo nel settore alberghiero e nel commercio di cereali. Gli arancioneroverdi al momento sono in Lega Pro Prima divisione, hanno gioito per due promozioni durante l’èra russa, versano in condizioni finanziarie tranquille e puntano in due stagioni a raggiungere la serie B. “Con calma ritorneremo in alto”, ha detto recentemente Korablin, “vediamo quanta calma ci vorrà”, aggiunge sibillino. Il problema è lo stesso dei nerazzurri. Lo stadio. A Venezia il progetto c’è già, il terreno anche, i soldi pure. Ma tutto è fermo, nonostante i passi in avanti fatti durante lo scorso inverno. Poi è arrivato lo scandalo Mose, le dimissioni da sindaco di Giorgio Orsoni, e tutto si è interrotto. Il Venezia gioca ancora al cadente Sant’Elena, Pier Luigi Penzo. Korablin aspetta, paziente, e intanto ha sfruttato questi tre anni per ampliare i suoi affari anche in laguna.

Interessi al primo posto, per il calcio si vedrà. Sono affari, solo business.

Fonte: Il Foglio

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L'ESPN FC ha pubblicato il risultato di un sondaggio anonimo, che ha visto 140 risposte da parte dei giocatori di 21 club (il New York City FC non ha partecipato). Il sondaggio ci dice che è, secondo i giocatori, il collega più cattivo della lega, il più sottovalutato e il più sopravvalutato. Il più cattivo Il centrocampista cubano dei Seattle Sounders Osvaldo Alonso (nella foto in tackle) è considerato in assoluto il più cattivo della MLS, con ben il 25% dei voti. "Prende un sacco di ammonizioni. Magari non è il più cattivo, ma va dritto sull'uomo", ha spiegato un giocatore". Nonostante la reputazione tra i colleghi, Alonso è stato espulso solo tre volte nei suoi 9 anni in MLS, di cui due nel 2013 e una l'anno scorso per una rissa con Will Bruin. "Penso sia un giocatore eccezionale, ma per il fatto che gioca in un grande team forse gli arbitri hanno del timore reverenziale rispetto a come trattano altri giocatori", spiega un altro suo collega. La sudditanza psicologica c'è anche negli USA quindi. Alonso venne squalificato nel 2015 dopo una prova TV per aver scalciato il centrocampista dei NY Red Bulls (ed ex Padova) Felipe Martins, a sua volta secondo in classifica con l'11% dei voti. "Sta sempre a lamentarsi. E' uno dei peggiori contro cui abbia giocato", è uno dei commenti. "E' un agitatore, fa un sacco di cose non punibili magari, ma se le persone sapessero rimarrebbero male impressionate", ha detto un altro. Terzo in classifica si piazza Jermaine Jones, appena trasferitosi ai LA Galaxy. Un giocatore ha raccontato che Jones una volta gli ha detto: "Io ho i soldi, tu no". Altri giocatori meritevoli di menzione: Kendall Waston (Vancouver), Diego Chara (Portland Timbers), Aurelien Collin (NYRB) e Clint Dempsey (Seattle). Il più sopravvalutato Per il secondo anno consecutivo è stato votato Mix Diskerud, peraltro appena trasferitosi agli svedesi dell'IFK Goteborg. Fuori squadra dalla scorsa estate, Diskerud è in Svezia in prestito. Nazionale USA, Diskerud ha ricevuto il 16% dei voti, più del doppio di qualunque altro calciatore MLS. I suoi colleghi, evidentemente, hanno considerato il suo contratto da $761.250 del 2016. "Col salario che ha dovrebbe essere un numero uno... Per quello che ha fatto e non ha fatto, il più sopravvalutato non può che essere Mix". Secondo in classifica Michael Bradley col 7%., il cui contratto da $6 milioni annui è evidentemente considerato eccessivo per quanto messo in mostra col Toronto FC. Un altro nazionale USA molto votato è stato il centrocampista della Philadelphia Union Alejandro Bedoya (5%), che ha preceduto Jozy Altidore del Toronto FC (4%) e Jermaine Jones (2%). Un buon 4% è arrivato anche per l'ex di Milan e Juventus Andrea Pirlo (NYCFC), accompagnato da un commento di un collega: "Non vorrei mai averlo in squadra. non si muove". Un altro: "Senza mancare di rispetto, ma non penso c'entri molto con la MLS. In parte perché gioca allo Yankee Stadium che é un po' troppo stretto, dall'altra mi sembra che il meglio lo abbia già dato". Più sottovalutati Il più sottovalutato, per il secondo anno consecutivo, è stato indicato dai colleghi in Dax McCarty col 9% dei voti. Dopo anni tra FC Dallas e NY Red Bulls, oggi McCarty gioca per il Chicago Fire di Velyko Paunovic, dove rappresenta una presenza fondamentale. E dallo scorso gennaio è finalmente uno da Nazionale, dopo l'esordio concessogli da Bruce Arena. "Fa tutto in campo", ha detto un giocatore di McCarty. "Si parla di un giocatore solido in tutto. Fa tutto molto bene". A seguire McCarty il centrocampista dei Portland Timbers Diego Chara. "Un motore incredibile", il commento di un suo collega. In lista ci sono poi Sebastian Lletget (LA Galaxy) col 6% e Ignacio Piatti (Montreal Impact) col 3%. Molto votati anche Darlington Nagbe, Sam Cronin ("Ha cambiato il volto dei Colorado Rapids"), Tommy McNamara (NYCFC), Kelyn Rowe (New England), e Eric Alexander (Houston Dynamo). Assente dalla lista dei sottovalutati Sebastian Giovinco, anche se l'80% dei votanti ha dichiarato che l'attaccante del Toronto FC non è stato considerato in maniera adeguata in ottica MVP award 2016. Giovinco will be front-runner for MVP #TFC https://t.co/nkEMVQWyQW pic.twitter.com/8lRwkZ0qRM — Toronto FC Report (@fanly_torontofc) March 3, 2017

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Possibile la scelta di altre quattro candidate già entro il 2017, che potrebbero diventare cinque se nel frattempo Miami dovesse saltare Continua l'expansion della MLS, che nel 2018 salirà a quota 23 squadre con l'ingresso del LAFC, il Los Angeles Football Club. Lo ha confermato il commissioner della lega, Don Garber, che che ha dichiarato che "nessuno si aggiungerà al LAFC nel 2018, che quindi entrerà da solo". La notizia arriva a conferma delle sempre maggiori difficoltà per il gruppo guidato da David Beckham di riuscire a lanciare un team a Miami, bloccato dalla questione stadio che sembra senza sbocchi al momento. Inoltre, si susseguono voci che nella stessa MLS l'interesse per il team di Beckham, che verserebbe solo 25 milioni grazie al suo accordo dei tempi del trasferimento negli USA in un momento in cui un expansion team vale fino a $200 milioni. E' saltata invece la possibilità di vedere Sacramento quale back up immediato, che da molti era visto come possibile. “Entro la fine dell'anno prenderemo una decisione sui team 25 e 26" (Miami sarebbe la numero 24, NdR), ha aggiunto Garber. "E' anche possibile che decideremo i team 27 e 28 nello stesso momento, anche se non è quello il piano. Sabato scorso ero ad Austin per incontrare la U.S. Conference of Mayors. La metà dei sindaci presenti o aveva un team MLS in città o erano candidati all'espansione. C'è un enorme interesse da parte delle 12 città candidate. La tempistica è stretta ma siamo in linea”. Ecco il quadro delle candidate: Charlotte Proprietà: Marcus Smith, presidente e CEO della Speedway Motorsports, Inc. Stadio: Demolizione del Memorial Stadium, sostituito da un impianto da 20,000 posti per una spesa di $175 milioni. Situazione: Lo stadio, come spesso capita, è il problema principale. L'aspetto positivo è la crescita continua dell'area e la necessità per la MLS di espandersi a sud, dove c'è la sola ATlanta (la Florida non è culturalmente considerata nel South degli USA). Cincinnati Proprietà: Carl H. Lindner III, co-CEO dell'American Financial Group, proprietario del FC Cincinnati Stadio: La squadra attualmente gioca presso il Nippert Stadium della University of Cincinnati, ma vuole costruirsi il proprio impianto . Situazione: L'FC Cincinnati sta avendo un successo incredibile a livello USL (Division II), con una media spettatori di ben 17mila a partita nel 2016! Ma dove costruire lo stadio nuovo è ancora un mistero, mentre i soldi della proprietà non sono un problema. Detroit Proprietà: Dan Gilbert, proprietariod dei  Cleveland Cavaliers, fondatore e chairman di Quicken Loans, Inc.; Tom Gores, proprietario dei Detroit Pistons, founder, chairman e CEO ei Platinum Equity. Stadio: Gilbert e Gores stanno proponendo un piano di sviluppo immobiliare del valore di $1 miliardo per l'area del carcere della Wayne County, che vedrebbe anche uno stadio da 23mila posti del valore di $250 milioni. Situazione: Detroit è lobiettivo Midwest della MLS. Tra tutte le candidate infatti, solo Phoenix presenta un'area metropolitana più grande. Inoltre, l'esperienza nello sport di Gores e Gilbert è una garanzia per la lega. Indianapolis Proprietà: Ersal Ozdemir, fondatore e CEO del Keystone Realty Group, proprietario del team NASL Indy Eleven; Mickey Maurer, chairman della National Bank of Indianapolis e dell'IBJ Corp; Jeff Laborsky, president e CEO di Heritage; Mark Elwood, CEO di Elwood Staffing; Andy Mohr, fondatore e proprietario del Mohr Auto Group. Stadio: C'è una proposta per costruire uno stadio da $100 milioni a downtown, vicino al Lucas Oil Stadium. Situazione: L'Indy Eleven è stato un successo in campo e fuori nella NASL. Cera qualche dubbio sulla proprietà, ma con i nuovi investitori aggiuntisi i problemi sono stati risolti. E' da capire se arriveranno finanziamenti pubblici per lo stadio. La proposta di Detroit Nashville Proprietà: John Ingram, chairman dell'Ingram Industries, Inc.; Bill Hagerty, ex commissioner of Economic Development for Tennessee. Stadio: Mancano i dettagli. Si parla di un'area vicino Nashville Fairgrounds per uno stadio da 25mila posti. Situazione: La proprietà è ricca, e la città ha sempre risposto bene agli appuntamenti calcistici. Ma servono più dettagli sullo stadio e Ingram deve convincere la MLS che l'expansdion può funzionare in un mercato tutto sommato piccolo come Nashville. Phoenix Proprietà: Berke Bakay, governatore, Phoenix Rising FC, CEO, Kona Grill; Brett Johnson, co-chairman del Phoenix Rising FC, CEO di Benevolent Capital; Mark Detmer, board member, Phoenix Rising FC, managing director, JLL; Tim Riester, board member, Phoenix Rising FC, CEO, RIESTER; David Rappaport, board member, Phoenix Rising FC, partner, Manatt, Phelps & Phillips, LLP. Stadio: Il piano è per uno stadio con aria condizionata su un'area già opzionata. Situazione: Phoenix è la città più grande tra le candidate, e l'avere l'esperienza in USL e un'area pronta per lo stadio è un vantaggio. Area che includerebbe anche Academy e una tramvia. Da segnalare però che non sembra esserci grande entusiasmo nel pubblico. Raleigh/Durham Proprietà: Steve Malik, chairman e proprietario del North Carolina FC. Stadio: Malik ha identificato tre aree per uno stadio da 20mila posti. Situazione: Il calcio è nell'area dal 2006, tra NASL e altro. Malik, imprenditore nella sanità, ha acquistato il North Carolina FC (gli ex Carolina RailHawks) nel 2016. Come Charlotte, consentirebbe alla MLS di espandersi geograficamente, ma è da capire se un'area così piccola è in grado di reggere un altro team professionistico oltre ai Carolina Hurricanes della NHL. Sacramento Proprietà: Kevin Nagle, chairman e CEO, Sac Soccer & Entertainment Holdings, e azionista di minoranza dei Sacramento Kings; Meg Whitman, investitore, Sac Soccer & Entertainment Holdings, e CEO di Hewlett Packard Enterprise; Jed York, proprietario e CEO dei San Francisco 49ers. Stadium: Il piano per uno stadio a downtown è già stato approvato dalla città. Overview: il Sacramento Republic FC esiste dal 2012 nella USL, e da allora è stato un successo di pubblico e tecnico. C'è purtroppo qualche frizione tra SRFC e Sac Soccer & Entertainment Holdings (l'entità legale che ha lanciato la proposta alla MLS) e che rischia di creare problemi- Per Sacramento il rischio, se tutto non sarà chiarito, arriva da San Diego. Il rendering dello stadio proposto dall'expansion team di San Diego, sull'area del Qualcomm Stadium degli ex San Diego Chargers. St. Louis Proprietà: Paul Edgerley, senior advisor di Bain Capital, managing director di VantEdge Partners, azionista dei Boston Celtics; Terry Matlack, managing director di Tortoise Capital, partner di VantEdge Partners; Jim Kavanaugh, CEO di World Wide Technology, fondatore del Saint Louis FC; Dave Peacock, ex presidente di Anheuser-Busch Inc., chairman della St. Louis Sports Commission. Stadio: Si puta ad uno stadio da 20,000 posti vicino a Union Station. Situazione: St. Louis è la culla del soccer USA, e con l'addio alla città da parte dei Rams della NFL (volati a Los Angeles) lo spazio di crescita del calcio sembra notevole. La proprietà è di alto livello, ma lo stadio è ancora un punto interrogativo, con riferimento al finanziamento, e si aspetta il risultato di un referendum sul tema ad aprile prossimo. San Antonio Proprietà: Spurs Sports & Entertainment Stadio: Il team già gioca in un "soccer specific stadium" da 8.000 posti, espandibile a 18mila. Situazione: San Antonio ha alle spalle una proprietà con grande esperienza nello sport business, come dimostra il successo dei San Antonio Spurs. L'avere uno stadio espandibile è certo un plus, anche se il contro è che si trova a 20km dalla città, che per assurdo lo pone vicino ad un altro mercato di interesse per la MLS quale Austin. Ma è da comprendere se la MLS davvero vuole un altro team in Texas accanto a FC Dallas (che bene non va dal punto fi vista del pubblico) e Houston Dynamo. San Diego Proprietà: Mike Stone, fondatore di FS Investors; Peter Seidler, AD dei San Diego Padres; Massih e Masood Tayebi, co-fondatori del Bridgewest Group; Steve Altman, ex presidente di Qualcomm; Juan Carlos Rodriguez, imprenditore del mondo media. Stadio: La proposta è per uno stadio da 30mila posti da condividere con la San Diego State University, sulla stessa area dell'attuale Qualcomm Stadium. Situazione: Garber sembra puntarci, e l'addio dei Chargers della NFL (anche loro a LA) è un vantaggio come per St. Louis. Il piano per lo stadio sembra solido anche politicamente anche se la vicinanza con il Club Tijuana situato a pochi km (34) oltre confine potrebbe essere un problema. Nel 2018 in MLS sbarcherà il LAFC, che si affiancherà a LA Galaxy, San Jose Earthquakes e probabilmente Sacramento. Sarà da capire se la MLS vorrà avere ben 5 squadre californiane in campo. Tampa/St. Petersburg Ownership: Bill Edwards, proprietario dei Tampa Bay Rowdies (USL). Stadium: Il piano vede un investimento da $80 milioni per l'espansione dell'Al Lang Stadium dagli attuali 7.200 a 18.000. Overview: L'area di Tampa/St. Pete è il più grosso mercato televisivo (in America conta eccome) attualmente privo di un team MLS. Il piano per lo stadio è pronto, approvato e finanziato. L'ingresso di un nome storico del soccer USA (i Rowdies di Rodney Marsh erano gli avversari più acerrimi dei NY Cosmos di Chinaglia e Beckenbauer negli anni '70) e l'eventuale rivalità con Orlando rendono attraente la scelta per la lega, cui ancora brucia la chiusura del Tampa Bay Mutiny di Carlos Valderrama decisa 15 anni fa.

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Meno di un mese e si riparte con il campionato di calcio di Serie A. Il via preliminare alla nuova stagione è stato dato ieri all’Expo di Milano con la definizione del calendario della Serie A 2015/2016. Nel campionato che sta per partire ricomincia la caccia alla Juventus campione in carica, e allo stesso tempo si dà il benvenuto alle tre neopromosse tra le quali c’è un gradito ritorno, quello del Bologna, e due debutti assoluti nella massima serie, quelli di Carpi e Frosinone. Il via al campionato è fissato per il 22 agosto, mentre l’ultima giornata è in programma il 15 maggio 2016. Partenza col botto per la nuova Serie A con Fiorentina-Milan alla prima giornata, Roma-Juve alla seconda, Inter-Milan alla terza e Napoli-Lazio alla quarta. Match clou L’inizio del campionato è infarcito di big match con l’incontro tra Juventus e Roma, prima e seconda dello scorso campionato, che andrà in scena all’Olimpico già alla seconda giornata. La sfida tra Napoli e Lazio, decisiva a fine campionato per andare ai preliminari di Champions, è in programma alla 4° giornata. Napoli-Juventus si giocherà alla 6° giornata, mentre nel turno successivo la squadra di Sarri andrà a San Siro per Milan-Napoli. Il derby d’Italia, Inter-Juventus, va in scena all’8° giornata, mentre alla 9° c’è Fiorentina-Roma. La sfida tra Juve e Milan è in programma alla 13°, con alla 14° uno stuzzicante Napoli-Inter. Chiusura ad alta tensione con l’ultima giornata, la 19°, che propone Roma-Milan e Fiorentina-Lazio. Derby Nemmeno le stracittadine, cinque in tutto quest’anno nel massimo campionato di calcio, dovranno aspettare più di tanto per animare le città di Milano, Roma, Torino, Genova e Verona. Il primo derby in programma è quello della Madonnina, con Inter-Milan in programma alla 3° giornata. Alla 7° si gioca Chievo-Verona, mentre all’11° giornata sarà la volta del derby della Mole tra Juventus e Torino. Nel turno successivo, 12° giornata, occhi puntati sull’Olimpico per Roma-Lazio. La serie di derby è chiusa da quello della Lanterna, Genoa- Sampdoria, in programma alla 18° giornata.

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