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I Dallas Tornado e il tour più pazzo di sempre
Scritto il 2014-08-03 da SoccerItalia su History

A spasso tra tigri, bombe e il fuoco di Saigon

Qualcuno ha il coraggio di lamentarsi dei faticosi ma remunerativi tour intercontinentali che vedono coinvolte le big d’Europa? Robetta da smidollati se paragonate a quanto fecero i Dallas Tornado nel 1967. Lì il problema non era il
fuso orario e la mancanza di preparazione. Lì volavano pallottole, esplodevano aerei, ringhiavano le tigri e pure gli avversari a volte passavano alle vie di fatto brandendo le bandierine del calcio d’angolo come spade. La più folle preseason che sia mai stata organizzata ha per protagonista la squadra texana alla vigilia della nascita di quella Nasl (National American Soccer League) che in seguito, negli anni 70, con i Cosmos di Pelé, Chinaglia e Beckenbauer, fece vivere al soccer statunitense un primo, effimero momento di gloria. A Dallas bisognava costruire una squadra da zero: si affidarono al serbo Bob Kap, cresciuto calcisticamente in Ungheria all’ombra di Puskas.
Kap fece incetta di giovani europei tanto che alla fine i Tornado disponevano in rosa di un solo americano, Jay Moore. Ma la follia fu che per reclutare giocatori e far fare le ossa a questa squadra internazionale e molto giovane i texani si imbarcarono in un tour lungo 7 mesi: percorsero 25mila miglia, toccando 26 Paesi e giocando 45 partite. Giocarono in Spagna contro il Real Oviedo e in Turchia contro il Fenerbahce di fronte a 25mila spettatori, sfidarono la nazionale giapponese a Tokyo e scesero in campo a Manila a Capodanno, ma soprattutto scamparono solo per un caso a un attentato terroristico a Cipro e si trovarono nel pieno della guerra del Vietnam.

Bombe e sassi Fu una temeraria corsa ad ostacoli. Diretti a Cipro da Atene la squadra perse l'aereo e salvò la vita: 45 minuti dopo il decollo una bomba fece saltare in aria il velivolo uccidendo le 63 persone a bordo ma non l’obiettivo dei terroristi, il generale greco Georgios Grivas, che salì a bordo dell’aereo successivo insieme ai texani. Il viaggio proseguì nei monti dell’Iran, con interminabili ore di pullman, diretti in Pakistan e poi da lì in India. Non proprio una passeggiata. Il passaggio dal Pakistan all’India, dopo 4 ore a bordo di un vecchio pulmino, fu un altro momento da ricordare: al confine dovettero lasciare il mezzo e farsi un chilometro a piedi fino alla dogana tra ribelli insultanti. Non tutti ebbero il visto: un gruppo di giocatori dovette restare al confine due giorni, praticamente senza cibo, coi doganieri terrorizzati da un generale che li vessava e il pericolo delle tigri nei dintorni. A Calcutta dovettero restare chiusi due giorni in hotel per motivi di sicurezza. Ma andò ancora peggio a Singapore, dopo essere passati indenni dalla Birmania. Al grido di «Yankees go home» furono presi a sassate dai tifosi locali e pure gli avversari non furono morbidissimi visto che uno di loro brandì inacciosamente la bandierina del corner contro i Tornado.

Stanchi ma felici Il clou del tour fu il match di Saigon, un 22 con la squadra locale con la tensione alle stelle: di lì a pochi ci sarebbe stata l’offensiva del Tet che modificò la storia della guerra in Vietnam. La squadra fece anche un tragitto a bordo di una cannoniera americana coinvolta in una sparatoria. A fine tour erano tutti «esausti, mentalmente e fisicamente», racconta uno dei reduci, Crosbie. Così esausti che nella prima partita della NASL persero 60 contro gli Houston Stars. Non andò meglio il resto della stagione: Dallas vinse 4 partite su 32, con 26 sconfitte e 81
di differenza reti. «Un folle viaggio che non si ripeterà mai piu», dirà ancora Crosbie. La Bbc ha riunito i superstiti di quella squadra per una trasmissione. Ma più che per un documentario, c’è materiale per un film di Hollywood.

Fonte: @pavanti - Gazzetta dello Sport

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