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MLS, 10 anni fa l'addio a Miami e Tampa
Scritto il 2012-01-08 da Franco Spicciariello su History

Era l'8 gennaio 2002: dieci anni, ma sembra un'era geologica. Fu quando il l'allora da poco Commissioner della Major League Soccer Don Garber annunciò la chiusura delle franchigie Tampa Bay Mutiny e Miami Fusion con valenza immediata.

La decisione - la prima del genere per la MLS che non aveva mai nemmeno spostato un club - venne presa all'unanimità dal Board of Governors al termine di un lavoro di revisione dell'intera strategia della lega.

Si arrivava da un anno particolare, agli opposti, con i Mutiny reduci da un ultimo posto, mentre il Fusion avevano chiuso col miglior record la regular season e con aumento degli spettatori del 50%. Ma Tampa Bay era priva di un investitore sin dal primo giorno, vennedo sussidiata dalla lega, mentre a Miami la valutazione fu che il team dell'investitore Ken Horowitz (uno un po' "tirato" negli investimenti) non avesse abbastanza sostegno da parte della città. Ma era la situazione generale a non essere affatto "florida" (ci si scusi il gioco di parole). La MLS infatti era alla ricerca di investitori per il Dallas Burn (oggi FC Dallas) e i San Jose Earthquakes, mentre l'Anschutz Entertainment Group aveva deciso di subentrare quale investor-operator del D.C. United.

Vennero inoltre cambiate le regole interne, puntando a dare ai club maggiori quote dalle vendite di biglietti, dagli sponsor e dai diritti TV, ceduti ad ABC e ESPN. Altra nossa fondamentale fu la fondazione della Soccer United Marketing, il braccio business della MLS, il cui primo atto fu l'acquisto dei diritti televisivi  per i Mondiali 2002 e 2006 e per quelli femminili 2003, poi ceduti ad ABC e ESPN.

All'epoca la Major League Soccer vedeva tra gli investitori Philip Anschutz e l'AEG (Chicago Fire, Colorado Rapids, D.C. United, Los Angeles Galaxy e i  MetroStars), la famiglia  Hunt (Dallas,  Columbus Crew e Kansas City Wizards), la fa,miglia Kraft (New England Revolution), e gli investitori finanziari Kenneth Horowitz (per aver perso Miami), Alan Rothenberg (che fu anche titolare di LA Wolfs e Los Angeles Aztecs nella NASL e per aver guidato il Comitato organizzativo delle Olimpiadi 1984 e dei Mondiali 1994) e l'agenzia pubblicitaria Dentsu.

Ma fu subito evidente come la vera cura da cavallo passasse per la contrazione, anche per puntare ad avere un titolare per ogni team (cosa che però si sarebbe verificata solo anni dopo): "[...] Il fatto che ogni club avrà un investor-operators renderà la MLS più forte e più strutturata in ottica futura.La decisione di abbandonare entrambe le città è stata estremamente difficile, ma purtroppo non c'era altra soluzione economica sostenibile al momento, ma speriamo di ritornare in Florida nei prossimi anni quando la lega si espanderà", disse Garber in comunicato.

Ma se la decisione fu difficile per la lega, per i giocatori delle due squadre fu addirittura shockante, vista anche la tempistica - gennaio - con la prepazione omai alle porte e senza nemmeno un annuncio da parte dei due team.

Tra i top players di Tampa Bay c'era il centrocampista Steve Ralston, oggi assistant coach alla Houston Dynamo e all'epoca alla sua sesta stagione in MLS, che aveva appena comprato casa ed avuto una figlia. "L'anno precedente si era parlato di un trasferimento a Rochester, [N.Y.],” ha raccontato recentemente a MLSsoccer.com, "ma a quel punto non pensavamo succedesse qualcosa. Addirittura lo sapemmo dai messaggi degli amici, perché ci stavamo allenando e non avevamo avuto sentori di nulla".

Miami presentava in parta l'allora 22enne Nick Rimando, oggi colonna del Real Salt Lake con cui ha anche vinto una MLS Cup nel 2009, che si trovava in ritiro con la Nazionale USA del CT Bruce Arena a Claremont (CA) quando arrivò la notizia. “Ci fu un po' di panico. La mia prima reazione fu 'Sono senza lavoro ma voglio continuare a giocare. Sono in Nazionale ma senza squadra'".

Ma in breve tutto finì per sistemarsi. Anzi, tutto il meglio delle due squadre si riverso sugli altri team della MLS,- attraverso allocation e un "dispersal draft"  andando ad elevare il tasso tecnico medio, all'epoca non prioprio al meglio. A guadagnarne di più fu certamente New England, dove sbarcarono da Tampa Steve Ralston - che diventerà il Revs con più presenze in assoluto -  l'attaccante Mamadou Diallo, mentre da arrivarono l'attaccante Alex Pineda Chacón (oggi coach degli Atlanta Silverbacks della NASL), Carlos Llamosa e Jim Rooney, che trovarono a Boston l'ex compagno Jay Heaps (recentemente nominato coach del New England). In pratica il nocciolo dei Revs che avrebbero dominato il decennio, senza però mai vincere.

Mentre il doppio ex, il colombiano Carlos Valderrama (recordman di assist nella MLS) era volato ai Rapids gà nel 2001, Rimando andò al D.C. United, dove vinse la sua prima MLS Cup; a Colorado Pablo Mastroeni, Kyle Beckerman e Chris Henderson (attuale direttore tecnico dei Seattle Sounders), e Tyrone Marshall a LA. La sorpresa maggiore fu invece Preki. Di origine serba, 39enne, ex Stella Rosa Belgrado ed Everton, tutti i team rinunciarono a prenderlo nel draft, e quindi il giocatore tornò a Kansas City, dove aveva vinto la MLS Cup nel 2000 ed era stato MVP e capocannoniere nel 1997, finendo per vincere il premio una seconda volta nel 2003, chiudendo la carriera all'età di 42 anni.

Per quanto riguarda le due città, dopo alcuni anni senza calcio qualcosa si è mosso. A Tampa Bay dall'anno scorso c'è stato il ritorno - con buon successo di pubblico - dei Tampa Bay Rowdies, nome mitico degli anni della NASL originale, quando vi giocava gente del calibro di Rodney Marsh. A Miami le cose sono andate meno bene. Nonostante gli investimenti della brasiliana Traffic, che ha portato in Florida giocatori quali i campioni del mondo Romario e Zinho, a causa delle scarse presenze dall'anno scorso il team si è trasferito a Ft. Lauderdale, dove dal 2010 è stato ribattezzato Ft. Lauderdale Strikers, andando a giocare nello storico Lockhart Stadium. Fallito invece nel 2008 il tentativo del Barcellona e dell'imprendiotre nelle TLC Marcelo Claure di portare la MLS in città.

Rimasero quindi 10 team: Chicago Fire, Columbus Crew, D.C. United, MetroStars e New England Revolution nella Eastern Conference; Colorado Rapids, Dallas Burn, Kansas City Wizards, Los Angeles Galaxy e i campioni in carica San Jose Earthquakes (che saranno spostati a Houston nel 2006 per poi tornare a casa due anni dopo causa mancanza di stadio) nella Western. Di tutti i team, solo Columbus aveva il proprio Soccer Specific Stadium, mentre le altre erano costrette ad affittare costosi ed enormi stadi da football con problemi di calendario, dovendo anche spesso giocare con le linee colorate.

Ma quella decisione cambiò la storia di una lega che oggi invece naviga in acque sicure grazie proprio a quanto accaduto dieci anni fa, tra riduzione delle spese, accordi TV e investimenti sugli stadi di proprietà. “C'è voluto un po' di tempo per raccogliere i frutti delle nostre scelte, ma ci tenevamo a far capire che la nostra era una scelta di sopravvivenza, un investimento sul nostro futuro", ha ricordato il presidente della MLS Mark Abbott a MLSsoccer.com.

Un futuro che iniziò cambiare proprio nell'estate 2002 con la splendida cavalcata della Nazionale USA sino ai quarti di finale dei Mondiali di Giappone e Corea del Sud, venendo immeritatamente eliminata dalla Germania. Una performance che accese i riflettori sul soccer, anche da parte di nuovi investitori. E così nel 2004 il messicano José Vergara decise di lanciare il Chivas USA, mentre nel 2005 tocco alla Maple Leaf & Entertainment (proprietaria anche dei Toronto Raptors della NBA) investire sul Toronto FC, che immediatamente fu un successo cittadino in termini di pubblico, che affollò il nuovo stadio, il BMO Field. E così via passando per il ritorno di San Jose, il cambio nome di Dallas e KC con i rispettivi stadi,  la trasformazione dei metroStars con la Red Bull, lo sbarco di Real Salt Lake (lì dove in Utah mai il calcio si era avuto a certi livelli), Philadelphia, Seattle (sicuramente il più grande successo della MLS), Portland e Vancouver e - ultima per ora - Montreal. E in 10 anni da 3 investors-operators siè passati a 18, e da uno stadio per il calcio a 15.

Ricorda Ivan Gazidis, allora Deputy Commissione della MLS e oggi CEO dell'Arsenal, anche grazie alla sua esperienza di successo con la lega USA: “Ero lì nel 2001, e credetemi, nessuno avrebbe pensato in quel momento che saremmo arrivati a 19 squadre . Ora ci sono molti investiori, un pubblico da record, contratti TV e grandi relazioni con gli sponsor. Tutte cose impensabili 10 anni fa", ha raccontato a MLSsoocer.com

Ancora Abbott: "Sapevamo dove volevamo andare, e potevamo farlo solo facendo crescere la lega oltre le 10 squadre di allora. Ma non ho dubbi nel dire che senza la decisione di ridurre il numero di team nel 2002 oggi la MLS non sarebbe qui". Un doppio passo indietro dieci anni fa diventato poi un passo enorme verso un grande presente.

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