SPORT
Ordinary Joe. 1950, quando Joe Gaetjens sconvolse gli inglesi
Scritto il 2010-06-12 da Franco Spicciariello su Nazionale USA

In occasione del primo scontro “Mondiale” dopo 60 anni, pubblichiamo un bellissimo articolo (inedito in italiano) tratto dal mensile inglese FourFourTwo sulla storia di Joe Gaetjens, l'autore dello storico gol che consentì agli USA di battere i mestri inglesi ai Mondiali del 1950.

Belo Horizonte, Brasile, 29 giugno, 1950. Un calciatore con un largo ghigno stampato in viso è trasportato sulle spalle da un gruppo di tifosi locali in festa. Il suo nome è Larry "Joe" Gaetjens. La sua squadra, gli Stati Uniti d'America, ha appena battuto l'Inghilterra 1-0 nel girone eliminatorio della quarta edizione della Coppa del Mondo. Fu Joe a mettere a segno il gol, e nonostante l'avesse fatto di testa, presto fu conosciuto come "the shot which rang round the world".

Joe non era nemmeno cittadino degli Stati Uniti al tempo, e non lo divenne mai. Arrivò a New York da Haiti nel 1947, avendo ottenuto una borsa di studio pubblica per seguire dei corsi di ragioneria alla Columbia University di New York. Proveniva da una buona famiglia; suo padre, belga, era un uomo d'affari, sua madre invece, haitiana, era una casalinga, ma non erano ricchi abbastanza per mantenerlo agli studi. Per questo motivo, per sostenersi, Joe iniziò a lavorare come lavapiatti in un ristorante tedesco.

Nel suo paese, ad Haiti, aveva giocato per un club abbastanza conosciuto, l'Etoile Haitienne, e avendo voglia di continuare, chiese al suo capo se potesse aiutarlo a trovare un club. "Spero che tu giochi al calcio meglio di come lavi i piatti", gli disse il suo capo, che però lo spedì per un provino con il Brookhatten, che giocava nella semiprofessionistica American Soccer League.

Forse non aveva le mani fatate per la cucina, ma certamente era in grado di giocare a alcio. Attaccante energico e intelligente, fu il secondo marcatore della ASL nel 1948 e fu capocannoniere due anni dopo, nonostante il fatto che nell'anno dei Mondiali il Brookhattan si fosse piazzato all'ultimo posto in campionato.

Fu comunque una sorpresa vederlo convocato tra i 16 che avrebbero rappresentato gli USA nella quarta edizione dei Mondiali. Non perché non fosse cittadino americano - in quegli anni la sola richiesta di cittadinanza era sufficiente per il regolamento della United States Soccer Federation - ma perché aveva un'esperienza internazionale estremamente limitata.

Non era infatti stato convocato nella Nazionale USA per la pessima prestazione alle Olimpiadi del 1948 (persa l'unica partita giocata, contro l'Italia, per 9-0); non aveva giocato nel torneo di qualificazione di Città  del Messico nel 1949 (in cui la Nazionale USA perse 6-0 e 6-2, pur riuscendo a qualificarsi grazie ad una vittoria e ad un pareggio contro Cuba); e non era sceso in campo nel match amichevole contro ilBesiktas, perso dagli USA 5-0.

Ma Joe aveva impressionato in una partita amichevole giocata a St. Louis, finalizzata alle ultime scelte prima dei Mondiali, e la settimana prima di partire per il Brasile fu quindi chiamato per giocare in una partita non ufficiale in cui gli USA affrontarono gliFA XI, una selezione itinerante della Football Association inglese (che includeva Nat Lofthouse e Stanley Matthews, che però quel giorno non giocò). Doveva essere deliziato dall'essere stato convocato, visto che gli USA si apprestavano ad affrontare un girone terribile, che comprendeva SpagnaCile Inghilterra. Solo una squadra si sarebbe potuta qualificare oltre l'Inghilterra – data per scontata -, e gli Stati Uniti non avevano speranze.

Per Joe Gaetjens giocare nel girone mondiale contro la favoritissima Inghilterra, con le sue stelle famose in tutte il mondo come Wilf MannionTom Finney Stan Mortensen, era come un sogno. Che non poteva accadere a persona migliore.

Joe era un ragazzo "felice e fortunato" ricorda Walter Bahr, capitano di quella Nazionale, uno dei cinque giocatori ancora vivi, tra quelli che scesero in campo ai Mondiali del 1950. "Aveva sempre un gran sorriso sulla faccia". "Era quel tipo di persona", racconta suo fratello Jean-Pierre Gaetjens, "che quando arriva in mezzo ad un gruppo di persone che non lo hanno mai visto prima, dopo 10 minuti sembra che siano stati suoi amici da 20 anni".

Giocare per Brookhattan nella ASL (American Soccer League) non era esattamente il massimo. Il calcio negli Stati Uniti era un affare alquanto traballante a cavallo tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50. Non c'era un campionato nazionale, e il soccer era giocato seriamente solamente sulla costa orientale, e in città  di forte immigrazione quali Chicago e St. Louis all'ovest. I giocatori erano semiprofessionisti che lavoravano 40 ore a settimana, e che rimediavano qualche soldo nelle partite domenicali. Walter Bahr ricorda di quando prendeva 50 dollari a settimana come insegnante di educazione fisica e quindi 25 come premio partita nel fine settimana.Gino Pariani ricorda di quando si allenava due volte a settimana in un parco locale. "Quando faceva buio ci allenavamo usando le luci delle nostre macchine", dice. "I campi erano terribili", dice ridendo Bahr. "Erano campi di terra o di cenere, o veri appezzamenti coltivati a cavolo".

Il top di ogni stagione erano la National Challenge Cup, che vedeva scendere in campo le squadre delle varie leghe americane, e le tournée delle squadre delle varie nazioni che divennero di moda negli post-bellici. Il Liverpool andò in tournée nel 1946 e nel 1948, la Scozia e l'Inter nel 1949, il Manchester United e il Besiktas nel 1950. Le squadre in tournée affrontavano un All Star XI delle leghe USA, e fu quasi certamente la prestazione di Gaetjens contro il Besiktas nel maggio 1950 ad assicurargli un posto nella squadra per i Mondiali: fu lui a segnare infatti tutti i gol della squadra di casa nella sconfitta per 5-3.

La selezione della squadra per i Mondiali da parte della USSF fu un processo delicato. I selezionatori erano preoccupati di privilegiare una lega rispetto all'altra, racconta Bahr, e così alla fine scelsero otto giocatori della East Coast e otto delle Western Leagues.

Una volta assemblata, la squadra dopo tre giorni volò verso Rio de Janeiro e poi ebbe altri tre giorni per acclimatarsi prima della partita d'esordio con la Spagna. Mentre l'Inghilterra iniziò il torneo venendo data favorita 3-1, gli americani erano dati 500-1.

Il loro coach Bill Jeffrey, uno scozzese bonaccione di Dundee che aveva allenato con successo la Penn State University, aveva il compito di scegliere gli undici da mandare in campo contro la Spagna. "Sapeva che molti dei giocatori non erano usi a giocare insieme, ma si assicurò che imparassero a conoscere le loro zone di campo", dice Bahr. Jeffrey utilizzava il modulo W-M e scelse la spina dorsale della squadra dallo stesso distretto italiano di St. Louis, un'area conosciuta come "The Hill". Il suo portiere, Frank Borghi, era un direttore di funerali dalle mani enormi, che era stato decorato per aver coraggiosamente curato un soldato tedesco ferito durante lo sbarco in Normandia. Charlie Colombo, difensore centrale sinistro, era conosciuto come "Gloves" (guanti, ndt) per la sua abitudine di giocare con un paio di guanti quale che fosse il tempo, mentre Gino Pariani era un talentuoso interno sinistro che era stato costretto a spostare il proprio matrimonio di una settimana a causa dei Mondiali. "La sposa poteva vedere quanto fosse importante per me", racconta Pariani. "Non fece un gran casino".

Frank "Pee Wee" Wallace era un'ala sinistra con il senso del gol che durante la guerra aveva passato quindici mesi in un campo di prigionia tedesco. Per ragioni tattiche, sia Wallace che Pariani sarebbero stati spostati sulla destra nel match con la Spagna.

L'unico non-italiano dei giocatori di St. Louis era Harry Keough, che giocava terzino destro. Era sposato con una ragazza di Guadalajara e parlava spagnolo, ragione sufficiente a Billy Jeffrey per assegnargli la fascia da capitano nella partita d'apertura. Il capitano di solito era Walter Bahr, centrocampista dalla buona tecnica con la propensione ad attaccare, il quale, secondo l'ex nazionale scozzese Tommy Muirhead, "avrebbe potuto giocare in qualsiasi team della First Division inglese".

Accanto a lui c'era Eddie McIlvenny, uno scozzese di Greenock che aveva giocato nel Regno Unito, raccogliendo sette presenze con il Wrexham in Division Three prima del 1949. Quando i gallesi lo lasciarono andare, emigrò negli Stati Uniti.

Il lato destro del campo era coperto dall'ala di origine polacca, ma proveniente da Chicago, Adam Wolanin, in passato nelle riserve del Blackpool, e John Souza, interno destro di talento, mentre a terzino sinistro Jeffrey impiegò Joseph Maca, un belga che era emigrato negli USA dopo aver combattuto nella resistenza durante la guerra.

Il pezzo finale del puzzle era Gaetjens, l'unico attaccante. "Joe era un giocatore girovago, nominalmente un centrattacco, che però si muoveva ovunque", ricorda Bahr. "Aveva tocco e naso per il gol. Faceva accadere le cose. Si era guadagnato la reputazione di uno sul quale bisognava tenere gli occhi aperti. Non segnava gol da manuale, ma era lì pronto a buttarla dentro. Giocava sempre con il sorriso sulle labbra - sembrava sempre divertirsi sul campo".

Quando gli USA scesero in campo a Curitiba contro i forti spagnoli, il 23 giugno 1950, ci si aspettava una sconfitta pesante. I primi 15 minuti non accadde nulla per smentire le aspettative, con la Spagna che lanciava un attacco dopo l'altro. Superata la tempesta, fu Frank "Pee Wee" Wallace a servire il suo amico d'infanzia Gino Pariani. Questi controllò la palla con un tocco, Pariani ricorda "la arpionai e superai il portiere dal limite dell'area". USA 1, Spagna 0.

Tutti i pensieri che gli americani avrebbero tentato di difendere il vantaggio furono velocemente scacciati. "Quella, semplicemente, non era la maniera nella quale giocavamo", ricorda Walter Bahr. "Se segnavamo il primo, volevamo il secondo. Eravamo convinti che la miglior forma di difesa fosse l'attacco".

Il match, che veniva giocato senza esclusione di colpi, vedeva gli USA ancora in vantaggio negli ultimi minuti. "Ma non eravamo in forma" racconta Bahr. "Devi ricordarti che lavoravamo tutti a tempo pieno. Harry Keough era un postinmo., quindi era in forma, come lo ero io, che ero u insegnante di educazione fisica, ma non potevamo certo tenere il ritmo dei professionisti per 90 minuti". E così la Spagna segno tre gol nel 10 minuti finali, salvando la faccia.

Nonostante la sconfitta, Bill Jeffrey rimase molto contento della grintosa prova dei suoi ragazzi, e fece un solo cambiamento per il match contro l'Inghilterra di quattro giorni dopo, 350 miglia a nord di Rio, nella città  di Belo Horizonte (pronuncia "Bel Horizonch"). Mise fuori il polacco Wolanin e lanciò in squadra Eddie Souza, amico d'infanzia e compagno di squadra nel Fall River di John Souza, col quale però non aveva nessuna parentela.

Entrambi i Souza si sarebbero schierati sulla sinistra, con Pariani e Wallace sulla destra. Come prima, Gaetjens avrebbe arato il solco da solo in avanti.

L'Inghilterra, allenata da Walter Winterbottom, aveva battuto 2-0 il Cile nella prima parita del torneo, e si aspettava una goleada contro gli Stati Uniti, per assicurarsi così che il match finale con la Spagna potesse diventare un'esibizione. La preparazione al match fu però smaccatamente superficiale. Nessuno infatti si preoccupò di andare ad osservare gli avversari o anche solo visionare il campo. L'unico membro della FA Selection Committee spedito in Brasile, Arthur Drewry - un mercante di pesce di Grimsby - annunciò un immodificato undici. Nella sua biografia, Stanley Matthewsracconta di essere stato imbarcato su un volo per il Brasile, mentre si trovava in tournée in Nord America, appositamente per il match con gli USA, per poi però trovarsi ancora una volta fuori.

L'Inghilterra si cambiò in un tennis club fuori città  per poi muoversi verso il campo, ma i giocatori rimasero sbigottiti dello stato del campo quando iniziarono a scaldarsi. "È stato detto molto sullo stato del campo", dice Walter Bahr, "ma non mi pare che fosse particolarmente male. Penso che fossimo abituati a campi ben peggiori negli Stati Uniti". L'approccio rilassato degli americani si poteva rintracciare anche nel fatto che alcuni membri della squadra rimasero in piedi fino a tardi per una festa la notte prima della partita.

Fra i 10.151 tifosi dello stadio di Belo Horizonte vi erano alcuni soldati americani e un gruppo di lavoratori di una miniera di proprietà  britannica, ma la grande maggioranza era composta da rumorosi brasiliani. "Possiamo dire che sin dall'inizio volevano che noi vincessimo", racconta Frank Borghi, "perché volevano l'Inghilterra fuori dai Mondiali, sì da avere più possibilità  di vincere".

Appena iniziata la partita, sembrava assai improbabile che i brasiliani potessero vedere il risultato in cui speravano. L'Inghilterra ebbe sei buone occasioni nei primi 12 minuti: due finirono sopra la traversa, due sul palo e due posero seri problemi a Borghi.

Gli americani fecero il primo tiro in porta dopo 25 minuti, una breve tregua mentre l'Inghilterra continuava ad attaccare. Nonostante Borghi fosse particolarmente ispirato, sembrava semplicemente una questione di tempo prima che l'Inghilterra aprisse le marcature. E infatti, dopo 39 minuti, arrivò il primo gol, ma gli americani non avevano letto il copione. Rimediata una rimessa laterale a 35 metri circa dalla porta,Eddie McIlvenny trovò libero Bahr. Questi si mosse in avanti prima di attaccare verso l'area. "Erano circa 25 metri, distanza buona per un tiro", ricorda Pariani. "Ilportiere inglese si mosse sulla destra per intercettare il tiro, ma improvvisamente Joe Gaetjens saltò, colpendo di testa, e deviò la palla nella direzione opposta. Prima che realizzasse cosa fosse successo, la palla era dentro la rete".

Secondo un giornalista, la palla aveva appena sfiorato la parte laterale della testa di Gaetjens, ma il compagno di squadra Harry Keough aveva una visione chiara dell'episodio: "Joe si elevò, si indirizzò verso la palla toccandola", ricorda.

Gaetjens stesso non vide la palla entrare; appena colpita la palla infatti, era finito con la faccia nel fango. Ma era gol, e dopo 38 minuti di dominio dell'Inghilterra gli USA avevano in qualche modo rubato il vantaggio. "Joe non esultò come un pazzo o altro, nessuno lo faceva a quei tempi", dice Bahr. "Gli stringemmo la mano e lui si avviò corricchiando verso la metà  campo, con un grande sorriso sul viso. Aveva sempre quel sorriso sul viso".

Il gol tolse il vento dalle vele degli inglesi, e man mano che la partita andava avanti gli attacchi si fecero sempre meno persistenti. Furono invece gli USA ad andare vicino al secondo gol all'inizio del secondo tempo, quando Gino Pariani mise il suo vecchio amico Frank Wallace uno contro uno col portiere inglese. "Penso che Frank andò in agitazione", ricorda Pariani. "Avrebbe potuto semplicemente toccare sotto e mandarla in rete, ma colpì la palla spedendola direttamente addosso al portiere che la deviò. La palla si avviò comunque verso la rete, ma il libero riuscì a recuperare e salvò".

Finalmente, dopo 82 minuti, l'Inghilterra riprese ad attaccare, sapendo che i suoi avversari erano di nuovo stanchi. Per una volta Stan Mortensen riuscì a passare attraverso la difesa americana e si stava preparando al tiro quando Charlie "Gloves" Colombo lo stese da dietro con quello che potrebbe essere descritto come un'entrata da rugby. "Charlie sarebbe dovuto essere cacciato fuori per quell'entrata", dice Bahr. "Nessuno di noi avrebbe protestato. Ma l'arbitro, che era italiano, disse solo 'buono, buono, buono'. Gli inglesi volevano il calcio di rigore, ma fu loro concesso solo un calcio di punizione da fuori area".

Sul tiro, il colpo di testa di Jimmy Muellen sembra superare Frank Borghi ed essere destinato al gol. Un pareggio che avrebbe dato all'Inghilterra ancora una chance per qualificarsi, ma Borghi si tuffo in tutta la sua lunghezza sulla sua sinistra riuscendo in qualche modo a deviare la palla oltre il palo.

La palla aveva superato la linea? Gli inglesi lo pensavano e protestarono rumorosamente, ma Bahr è sicuro. "Non era assolutamente gol", dice. "Poteva essere sulla linea, ma sicuramente non la superò".

Quale che fosse la verità , quella si rivelò essere l'ultima azione significante del match, e al fischio finale centinaia di tifosi brasiliani invasero il campo. Essi sollevarono sulle spalle due giocatori, e li portarono verso gli spogliatoi. Uno dei due era Frank Borghi. "Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo", ride. "Semplicemente mi alzarono e mi portarono in giro. Non ci potevo credere".

L'altro era Joe Gaetjens, lo studente lavapiatti da Porta au PrinceHaiti, che era svettato sulla palla al 39' minuto, atterrando con la faccia nel fango, e tracciato il suo nome negli annali della storia dei Mondiali.

Non si registrarono molte notizie della partita negli USA: c'era un solo giornalista americano alla partita, Dent McSkimming, del St. Louis Post Dispatch, cui era capitato di trovarsi in zona in vacanza. Sei giorni dopo gli USA persero 5-2 con il Cile sotto i 39 gradi di Recife, e furono eliminati dalla competizione.

Nella loro ultima partita gli inglesi dovevano battere la Spagna 4-0 per qualificarsi. Persero 1-0 e dovettero fare i bagagli.

Al ritorno a casa gli inglesi furono aspramente criticati dalla stampa, anche se non ci fu il clamore che sarebbe potuto essere oggi. In fatti, maggior spazio fu dato alla prima vittoria della storia delle Indie Occidentali contro la squadra di cricket inglese sul suolo d'Inghilterra, avvenuta nello stesso giorno dell'umiliante sconfitta contro i moscerini del calcio.

I pochi membri ancora vivi della squadra inglese dei Mondiali 1950 sono spesso interpellati riguardo quella partita. "Fu una di quelle partite – ha raccontato recentemente Tom Finney FourFourTwo - in cui avremmo potuto giocare per nove ore senza riuscire a segnare".

Solo cinque membri della Nazionale USA di allora sono ancora vivi oggi: Walter Bahr, Gino Pariani, Frank Borghi, Harry Keough e John Souza. Si sono molto divertiti a vedere le loro gesta immortalate nel film The Game of Their Lives, flop hollywoodiano del 2005, molto mal ispirato all'ottimo libro dallo stesso titolo scritto dall'accademico Geoffrey Douglas. Il ruolo di Borghi nel film fu interpretato da Gerard Butler, famoso per "Phantom of the Opera". Desson Thompson del Wahington Post, nel recensire il film ha scritto: "Un giorno qualcuno farà  un bel film sul calcio. Oggi non è quel giorno".

Joe Gaetjens non divenne mai cittadino americano. Non giocò nemmeno un'altra partita con gli USA dopo la sconfitta col Cile. Si trasferì in Francia dopo i Mondiali del 1950 e giocò per alcuni anni con Racing Club de Paris Troyes, prima di tornare a casa, ad Haiti. Giocò per il suo paese in un match di qualificazione mondiale a Port au Prince contro il Messico nel 1953, sconfitta per 4-0, prima di ritirarsi per avviare una tintoria.

Undici anni dopo, l'8 luglio 1964, Gaetjens fu preso mentre era al lavoro dalla squadra della morte di Franà§ois 'Papa Doc' Duvalier, i Tonton Macoutes. "Joe non aveva un solo osso politico in corpo", ricorda Walter Bahr. Ma la sua famiglia sì, e il supporto dato agli oppositori della sanguinaria dittatura di Duvalier fu abbastanza per firmare la condanna a morte di Joe.

Gaetjens fu visto vivo per l'ultima volta due giorni dopo, nella famigerata prigione diFort Dimanche, dove furono uccisi a migliaia. Il suo corpo non fu mai trovato. Nonostante il governo haitiano abbia emesso un francobollo in suo onore nel 2000, la sua famiglia è ancora impegnata in una campagna perché i dettagli della morte di Joe Gaetjens vengano resi pubblici.

Alex Leith
FourFour Two - April 2006 (pagg. 112-117)

FourFourTwo ringrazia Walter Bahr, Gino Pariani, Frank Borghi e Sir Tomas Finney per aver accettato di essere intervistati per questo articolo, e lo storico del calcio americano Colin Jose per il suo impagabile aiuto.

Traduzione a cura di Franco Spicciariello

Non è stato un grande anno per la Nazionale a stelle e strisce, proprio no. Nonostante alcuni grandi momenti, tutti gli obiettivi sono stati mancati, lasciando molti interrogativi sul lavoro del CT Jurgen Klinsmann. E dopo un 2014 decisamente positivo, l'anno che si sta chiudendo appare invece un deciso passo indietro. Il quadro preciso lo ha dato Grant Wahl  di Sports Illustrated: "C'è molto di cui essere preoccupati riguardo l'intero programma della Nazionale USA. In termini di match ufficiali il 2015 è stato un anno terribile. Gli USA hanno chiuso al quarto posto la Gold Cup e hanno perso il playoff di qualificazione alla Confederations Cup contro il Messico- Inoltre, la squadra è stata messa sotto da praticamente ogni squadra decente affrontata. Il trend preso non è per niente bello" La parte bella. Il migliori momenti della stagione sono stati segnato da alcune amichevoli fatte di risultati sorprendenti e protagonisti ancor di più. Basti pensare ai gol vittoria segnati entrambi nel finale dal carneade Bobby Wood (gioca in 2.Bundesliga con l'Union Berlin) contro Olanda e Germania lo scorso giugno, o il gol d'apertura del giovane Jordan Morris - che ancora gioca al college, con la Stanford University - contro il Messico a San Antonio, nel suo primo match dall'inizio con la maglia della Nazionale. Un altra buona notizia per la Nazionale è l'impegno preso dal promettente regista dell'Arsenal (attualmente in prestito ai Rangers Glasgow) di giocare con gli USA, scelti rispetto a Germania ed Etiopia. E qualcosa ci si può aspettare anche da Darlington Nagbe, liberiano naturalizzato americano dei Portland Timbers vincitori della MLS Cup, centrocampista offensivo capace di colpi notevoli, che ha già impressionato nel suo primo ritiro. Bene, ma era il minimo, anche i quattro punti ottenuti nei primi due match di qualificazione mondiale, anche se ci si aspetterebbe un percorso netto quando gli avversari si chiamano Guatemala, Saint Vincent e Grenadine, e Trinidad & Tobago. L'anno comunque si chiude con 10 vittorie, 6 sconfitte e 4 pari, anche se i numeri dicono poco. La parte brutta. Il vero obiettivo dell'annno era uno: vincere la CONCACAF Gold Cup per assicurarsi un posto nella Confederations Cup 2017 di preparazione ai Mondiali di Russia del 2018. Ma saltato l'obiettivo a causa di un'orrenda prestazione contro la Giamaica, a quel punto il nuovo obiettivo è diventato battere il Messico nel playoff. Ma al Rose Bowl di Pasadena la partita l'ha fatta il Messico, e l'ha anche vinta meritatamente, seppur ai supplementari. Inevitabili a quel punto le critiche per Klinsmann, difeso dal presidente della US Soccer Federation Sunil Gulati in una situazione nella quale la grande maggioranza dei CT sarebbe stata licenziata in tronco, viste anche le scelte molto discutibili in termini di convocazioni da parte dell'ex attaccante dell'Inter. Da un certo punto di vista la posizione di Gulati è sensata, visto che JK è stato preso con un ottica di lungo periodo, ma certo per lui è arrivato il tempo dei risultati. L'avvio delle qualificazioni ai Monidali 2018 era l'occasione per ripartire, ma i problemi non potevano certo sparire in un secondo, come si è visto quando Saint Vincent e Grenadine è andata in gol dopo soli 5 minuti dall'inizio del match contro gli Stati Uniti in quel di St. Louis. Poi gli USA hanno preso il controllo e vinto, ma i segnali d'allarme rimangono, come anche la pressione su Klinsmann. Anche perché è proprio il trend che preoccupa. Negli ultimi 15 anni raramente gli USA hanno lasciato punti contro squadre CONCACAF (escluso il messico, ovviamente) snei match su suolo americano. Ma nel 2015, dopo due vittorie, ne è seguita una sola in sei partite casalinghe contro team CONCACAF. E l'unica vittoria è stata un 6-0 su Cuba. A parte quella: due pareggi con Panama (inclusa la finale per il terzo posto della Gold Cup, poi persa ai rigori), la semifinale persa con la Giamaica, il playoff perso col Messico e pure un pari in amichevole col Costarica! Un anno che si chiude quindi con gli USA maramaldeggianti con le grandi ma poi dimentichi di curarsi del giardino di casa propria, col risultato di perdere il posto in Confederations Cup, accumulando anche tanti punti interrogativi. Ancora Michael Bradley. Quasi inevitabile la vittoria del premio "US Soccer Player of the Year" per Michael Bradley, vero fulcro del progetto di Klinsmann. Leader in campo e fuori, tatticamente bravissimo, difficilmente sbaglia una partita, e quest'anno è riuscito nell'impresa "leggendaria" di portare il Toronto FC ai playoff per la prima volta. Forse non la sua miglior stagione, ma nel grigio panorama USA 2015 il suo standard lo eleva sul piano più alto del podio. Ciò nonostante Clint Dempsey abbia messo a segno 9 gol (7 in Gold Cup), ma la stagione di quest'ultimo è stata segnata dal brutto incidente con l'arbitro in US Open Cup. Inoltre i grandi giocatori si vedono nei momenti importanti, e lui nella semifinale con la Giamaica e nel playoff col Messico è mancato totalmente. L'altro candidato era Fabian Johnson, che ha avuto un'ottima stagione col Borussia Monchengladbach, andando anche in gol in Champions League, ma messo da parte da Klinsmann dopo aver chiesto di essere sostituito nel match col Messico ai supplementari senza nemmeno essere infortunato. Che sarà nel 2016? Il momento più importante dell'anno a venire sarà sicuramente la Copa America Centenario, che si giocherà proprio negli USA, che avranno l'occasione di misurarsi con alcune delle migliori Nazionali al mondo. Gli stadi americani potranno quindi ammirare le gesta dei vari Leo Messi, Neymar, Luis Suarez e Jaime Rodriguez, e gli Stati Uniti non possono permettersi brutte figure dopo quanto accaduto tra Gold Cup e mancata Confederations, tanto più che affronteranno il sorteggio da teste di serie insieme a Argentina, Brasile e Messico, trovando quindi un girone gestibile. Il 2016 prenderà il via il 4 gennaio col classico ritiro invernale, che prevede anche due amichevoli: il 31 gennaio contro l'Islanda e il 4 febbraio contro il Canada. A marzo poi ci sarà il doppio match di qualificazione mondiale contro il Guatemala. Ancora un paio di match a settembre e poi via all'Hexagonal finale di qualificazione a novembre. Nel mezzo sicuramente Klinsmann vorrà organizzare qualche amichevole di alto profilo, anche se dovrà utilizzare date non previste dalla FIFA, con inevitabili restrizioni nella scelta dei giocatori. E questo sarà anche l'anno in cui probabilmente si vedranno molti cambiamenti, con l'ingresso di tanti giovani. Non per niente Klinsmann ha decisio che il ritiro di gennaio vedrà insieme i "grandi" e gli under 23, che dovranno prepararsi per il doppio playoff di marzo contro la Colombia di qualificazione alle Olimpiadi di Rio 2016. E' quindi probabile che qualche veterano inizi a rimanere a casa, specie dopo la Copa America. Un nome per tutti: Clint Dempsey. L'attaccante dei Seattle Sounders è a soli 9 gol dal record di segnature in nazionale di Landon Donovan, ma senza la Confederations Cup nel 2017, e con 35 anni sulle spalle nel 2018, è assai probabile che Klinsmann decida di guardare oltre. E l'esclusione nel primo match di qualificazione mondiale è stato un chiaro segnale al riguardo.

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Jurgen Klinsmann ha selezionato un gruppo in gran maggioranza proveniente dalla MLS in vista del match amichevole contro il Cile, che gli USA giocheranno mercoledì 29 gennaio (a mezzanotte) a Rancagua (a 80 km da Santiago del Cile). Sono 8 i reduci dai Mondiali chiamati, quali Jermaine Jones (New England Revolution), Michael Bradley (Toronto FC), Jozy Altidore (Toronto FC), Clint Dempsey (Seattle Sounders) e Mix Diskerud (New York City FC), già volati oggi in Cile, mentre DeAndre Yedlin, appena trasferitosi al Tottenham Hotspur, arriverà domani. Klinsmann ha lasciato a casa sette dei 29 giocatori convocati per il ritiro di Carson, California, tutti in lista per la Nazionale olimpica: l'attaccante Tesho Akindele (FC Dallas), il portiere Alex Bono (appena scleto al Draft dal Toronto FC), Christian Dean (Vancouver Whitecaps), Oscar Sorto (LA Galaxy), Dennis Flores (Club Leon / Messico) e Julio Morales (Tepic / Messico), tornati ognuno al rispettivo club, mentre il centrocampista del Liverpool Marc Pelosi si ricongiungerà col gruppo al ritorno dal Cile. "E' stata un'esperienza importanta per questi Under 23", ha dichiarato Klinsmann. "Sono stati introdotti al programma della Nazionale maggiore e hanno avuto l'opportunità di lavora con Andi Herzog e con lo staff in vista delle qualificazioni per le Olimpiadi 2016 che partiranno in autunno. Hanno lavorato bene e abbiamo imparato molto su di loro. Continueremo a seguirli con i loro club". La Nazionale USA U23 all'austriaco Herzog La US Soccer Federation ha quindi anche ufficializzato la nomina dell'austriaco Andreas “Andi” Herzog nel ruolo di CT della Nazionale USA Under-23 che punterà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, dopo che gli USA hanno mancato la presenza a Londra 2012. Un percorso che Herzog ha iniziato a costruire con vari ritiri di U21 e U23 nel 2014. “Andi apporta una ricca esperienza internazionale da giocatore e da allenatore", ha spiegato il presidente della USSF Sunil Gulati. “Nei suoi anni con la Nazionale ha sviluppato un'amoia conoscenza del nostro sistema, e siamo fiduciosi che sia l'allenatore giusto per farci raggiungere le Olimpiadi". Leggi: LA Galaxy, Andreas Herzog si ritira (10 novembre 2004) Herzog ha giocato da professionista per 18 anni, scendendo in campo 103 volte con la Nazionale austriaca, giocando anche i Mondiali 1990 e 1998, segnando 27 gol. A livello di club, Herzog ha indossato le maglie di Rapid Vienna (1986-1992 e 2001-2003), Werder Brema (1992-1996 vincendo una Bundesliga, una Coppa di Germania e due Supercoppa di Germania e poi dal 1996 al 2002 vincendo una Coppa Intertoto e una Coppa di Germania), Bayern Monaco (1995-1996, vittoria della Coppa UEFA insieme a Klinsmann), chiudendo poi la carriera con un'ultima stagione con i Los Angeles Galaxy (27 presenze e 4 gol nel 2004, con LA sconfitta nella Conference Final da KC) su consiglio proprio dell'amico Klinsmann che si era trasferito in California con la moglie dopo il ritiro. Nel 2005 inizia la carriera di allenatore nei ranghi della federazione austriaca, prendendo poi in carico l'Under 21 dal 2009 al 2011 e diventando secondo della Nazionale maggiore. Nel 2011 Klinsmann lo chiama negli USA. La rosa degli USA per il Cile (agg. al 28/1/2015) Portieri (3): Sean Johnson (Chicago Fire), Jon Kempin (Sporting Kansas City), Nick Rimando (Real Salt Lake) Difensori (7): Matt Besler (Sporting Kansas City), Steve Birnbaum (D.C. United), Matt Hedges (FC Dallas), Jermaine Jones (New England Revolution), Perry Kitchen (D.C. United), Shane O'Neill (Colorado Rapids), DeAndre Yedlin (Tottenham Hotspur) Centrocampisti (8): Michael Bradley (Toronto FC), Mix Diskerud (New York City FC), Luis Gil (Real Salt Lake), Miguel Ibarra (Minnesota United FC), Lee Nguyen (New England Revolution), Dillon Serna (Colorado Rapids), Brek Shea (Orlando City), Wil Trapp (Columbus Crew SC) Attaccanti (5): Jozy Altidore (Toronto FC), Clint Dempsey (Seattle Sounders FC), Chris Wondolowski (San Jose Earthquakes), Bobby Wood (Monaco 1860), Gyasi Zardes (LA Galaxy)

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Periodicamente il CT della Nazionale USA Jurgen Klinsmann fa una chiacchierata con USSoccer.com, affrontando ogni tipo di argomento riguardo il calcio negli Stati Uniti. L'intervista di gennaio è particolarmente interessante, con Klinsmann che parla anche di Brek Shea all'Orlando City, dei progressi di John Anthony Brooks all'Hertha Berlino,degli obiettivi della Nazionale Olimpica e il difficile ciclo di amichevoli della Nazionale maggiore in vista della Gold Cup che vale la Confederations Cup 2017 in Russia in caso di conquista del torneo (altrimenti gli USA, vitttoriosi nella scorsa edizione, dovranno giocare uno spareggio a settembre). Con in vista le convocazioni per il ritiro di gennaio, Klinsmann ha già annunciato che saranno 8/10 i prospect che chiamerà con un occhio alle Olimpiadi 2016 in Brasile, obiettivo molto importante dopo che il gruppo all'epoca guidato da Caleb Porter (oggi coach dei Portland Timbers) fallì la qualificazione per Londra 2012. Da USSoccer.com: “Compito principale dell'Under 23 nel 2015 è continuare ad identificare giocatori, organizzare ritiri, giocare partite e costruire un gruppo solido per le qualificazioni. Vogliamo essere sicuri che quanto accaduto per Londra 2012 non succeda di nuovo. Avremo in ritiro con la Nazionale maggiore 8/10 giocatori in età da Nazionale Olimpica, che però si alleneranno diveramente per consentire loro una partenza più veloce”. Tra questi sembrano certi i nomi di due emergenti come l'attaccante dell'Utrecht Rubio Rubin e il centrocampista del Fulham Emerson Hyndman, oltre ad altri ragazzi di belle speranze. Klinsmann ha anche spiegato la logica dietro l'organizzazione di una difficile serie di amichevoli in vista della Gold Cup. “Certo che mi preoccupo dei risultati, il rischio c'è quando giochi contro le migliori Nazionali del mondo. I risultati contano perché ti danno fiducia, specie con davanti la Gold Cup, e non dobbiamo avere la fiducia per uscirne come i numeri uno della CONCACAF e da vincitori del torneo. “Penso che nella prima parte del 2015 sia importante che continuiamo a crescere come gruppo e a migliorare i singoli, facendo in modo che capiscano quali sono i benchmark internazionali, il perché non sono nello stesso posto dei giocatori di Cile, Svizzera, Danimarca, Olanda o Germania, che risiede principalmente nella continuità di quei giocatori. I calciatori di quelle nazionali sanno come focalizzarsi quando giochi ogni quattro giorni. Giocano 50, 60, 70 partite l'anno. E' importante per i nostri capire che serve molto più lavoro per recuperare rispetto a loro e batterli. I risultati contano, ma in questo caso preferisco un risultato negativo se accompagnato da un trend di crescita”. Inevitabile leggere tra le righe, ancora una volta, una non tanto velata critica alla mancanza di pressione nella MLS (col 50% di squadre ai playoff e niente retrocessioni, è quasi inevitabile) e ad una stagione con ben tre mesi di pausa. Klinsmann ha ovviamente parlato anche di alcuni dei suoi ragazzi tra USA ed Europa. Brek Shea (Orlando City SC) "Le ha provate tutte da quando non è riuscito a trovare spazio allo Stoke City. Ora la soluzione sembra possa essere ricominciare da Orlando. Continuerà a crescere. Se prenderà un buon ritmo nel ritiro di gennaio partirà bene, giocando poi una buona stagione. L'importante è che giochi con continuità". DeAndre Yedlin (Tottenham Hotspur) "E' un ragazzo di talento cresciuto nelle giovanili, e ha bisogno di tempo. E' ancora grezzo, e il Tottenham lo sa. Certo, speriamo giochi da subito, ma non dovresse farlo non sarebbe la fine del mondo perché ha da imparare e trovare la sua strada. E' in un ottimo ambiente che gli insegnerà a focalizzarsi giornalmente ed esprimere le sue qualità. Poi si spera che nel tempo possa trovare il suo spazio in Premier League. Ha il talento per farlo, ma dovrà lavorare molto”. John Brooks (Hertha Berlino)  "John Brooks è un buon esempio di come i giocatori crescano in maniera diversa. Ecco cos'è un programma nazionale, è guidare giocatori U-17, U-18, U-20 sino alla Nazionale maggiore, e anche se ne fanno già parte, ad aiutarli a diventare continui nei rispettivi club. John Brooks è stato un po' sulle montagne russe, ma è giovane ed è bello vederlo giocare con continuità ora. Capisce ogni giorno di più che cos'è questo lavoro, che sta nell'essere focalizzato ogni giorno, combattere ogni giorno. Spero possa riuscire a dimostrarlo sino all'estate. Lo aiuterà a diventare sempre più centrale in Nazionale". Last but not least, JK ha parlato di Gedion Zelalem, il 17enne centrocampista dell'Arsenal che ha recentemente ottenuto il passaporto USA . "Ovviamente siamo molto contenti che Zelalem possa giocare con gli SUA ora. HA 17 anni e gioca nell'Arsenal. Ha grande talento, lo sappiamo tutti, e quando vedi un giovane talento così vuoi solo aiutarlo a crescere. Lo voleva la Germania, e poteva giocare anche per l'Etiopia, da dove proviene la sua famiglia, ma è cresciuto in America. Come per altri giovani e ancora molto grezzo e inesperto, e per farlo crescere un passo allo volta vogliamo lavorare fianco a fianco con Arséne Wenger, che è stato anche il mio allenatore [al Monaco dal 1992 al 1994, NdR] quando giocavo, tanto tempo fa".

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